LIBERAMENTE 1/2014

 

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Il numero 1/2014 di Liber@mente, la rivista aperta di informazione e diffusione di conoscenza, edita dalla Fondazione Vincenzo Scoppa

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di Maurizio Bonanno EDITORIALE LO STATALISMO, UNO SCACCO ALLA LIBERTÀ "Il problema consiste precisamente nel sapere se un popolo supertassato può essere libero, se non c’è una incompatibilità radicale tra la libertà e l’elevazione delle tasse. Ebbene, io affermo che questa incompatibilità è radicale". (Frédéric Bastiat) T ra un Parlamento praticamente delegittimato dalla Consulta, una classe politica che ormai fa riferimento solo a se stessa, lontana dalla realtà e soprattutto da quell’elettorato che invece dovrebbe essere l’unico elemento della propria legittimazione, un Governo che vivacchia grazie alla tattica cara all’antico esercito borbonico (“facite ammuina”!), il rischio di una pericolosa deriva autoritaria è quanto mai concreto, non attuato finora solo perché gli italiani restano fondamentalmente gente moderata e pigra. Eppure, è innegabile che totalitarismo e autoritarismo possono costituire, in questo momento, una minaccia potenziale per quei sistemi democratico-competitivi, come l’Italia appunto, che attualmente sono alla prese con questa lunga crisi economica e con i gravi problemi di funzionalità e di legittimità degli organismi rappresentativi. Il punto è che il nostro Paese si trova in una situazione che è meglio definire fluida, piuttosto che dinamica, e questo perché, tutto sommato, vive da non molto tempo la sua democrazia all’interno di uno Stato ancora troppo giovane e troppo evanescente per potersi garantire una vita serena. La conseguenza, provocata dall’attuale crisi economica, è che questa labile democrazia si va trasformando in una sorta di protettorato in cui ogni movimento di ogni singolo cittadino viene monitorato e vagliato da un pericoloso e invadente Grande Fratello: il fisco. Se a qualcuno tale affermazione può apparire forzata, sarà bene fare chiarezza su questo concetto, perché la dittatura fiscale che i governi, Monti prima e Letta poi, stanno attuando non è solo una questione di tasse. Infatti, nel momento in cui lo Stato impone il limite nell’uso del contante (a proposito, se per noi è di 999 euro, perché la Germania si concede il tetto a 14mila euro? Forse che la Germania non ha problemi di controlli antimafia o anticrimine? O l’Inghilterra, con 15mila?) e predispone, a partire dal 1° gennaio 2014, l’incrocio dei dati fiscali, non fa altro che mettere il becco nella sfera della libertà individuale e inevitabilmente la restringe. È indiscutibile che, così facendo, lo Stato si trasforma nel “Grande Fratello” di orwelliana memoria: sa cosa mangio, cosa acquisto, sa dove spendo, conosce la mia fedeltà rispetto a determinati consumi, rispetto a precisi piaceri della vita, registra ogni sera con cosa ceno dopo aver fatto la spesa, e mi sa dire persino dove pago e come pago per vivere. Una dittatura che, attraverso il fisco, ci toglie la libertà, quella libertà che crediamo, invece, di conservare integra attraverso la celebrazione di ritualità ormai consunte. La verità è che il problema di fondo, che ha portato alla situazione attuale, è rappresentato da un eccesso di Stato, un eccesso di spesa pubblica e, conseguentemente, di tassazione, le quali cose tracciano una strada che porta il cittadino a diventare schiavo. Per abbandonare la via della schiavitù, il primo punto di una lotta senza quartiere deve essere indirizzato a ottenere una drastica riduzione del perimetro pubblico e delle prestazioni offerte coercitivamente dallo Stato, recuperando quell’autentico spirito liberale e libertario che crede fermamente nella responsabilità individuale e, conseguentemente, in un sistema democratico nel quale la sovranità popolare è rigidamente vincolata alla tutela della proprietà privata. Quello al quale altrimenti stiamo andando incontro è un totalitarismo, che si manifesta anche nella repressione della libertà di movimento: dei mezzi, delle persone, dei capitali. Non è ammissibile. Non può essere consentito direttore@fondazionescoppa.it 1 - 2014 3

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di Carlo lottieri IL PUNTO INVERTIRE LA TENDENZA, PER PRESERVARE IL FUTURO "Se, nel lungo periodo, siamo noi i creatori del nostro destino, nel breve periodo noi siamo i prigionieri delle idee che abbiamo creato. Unicamente se riconosciamo per tempo il pericolo, possiamo sperare di evitarlo". (Friedrich A. von Hayek) A qualche mese di distanza della morte dell’autore, rileggere “La mente servile” di Kenneth Minogue (pubblicato in italiano da IBL Libri) significa fare i conti con l’attualità di una tragedia in atto. Quella riflessione sull’Europa si colloca entro il quadro generale della grave crisi scoppiata nel 2007, ma non esamina certo questioni di natura economica e punta, invece, a richiamare l’attenzione su alcune difficoltà strutturali delle nostre società. Il sottotitolo del libro, non a caso, focalizza l’attenzione sulla difficile (impossibile?) compatibilità tra sistema economico democratico e vita morale, sostenendo che da tempo la civiltà europea sta dissolvendo le propria fondamenta e in tal modo va mettendo in discussione la possibilità stessa di avere un futuro. La riflessione dello studioso britannico (ma di origini neozelandesi) prende di petto il welfare State, l’espansione della deresponsabilizzazione pubblica, l’ampliarsi delle burocrazie, e al tempo stesso contesta quel processo che sta accentrando i poteri su Bruxelles con l’intenzione di costruire una sorta di Europa-Stato. Già allievo di Michael Oakeshott, Minogue sapeva bene come il dilatarsi dei poteri statali amplii l’area del parassitismo a scapito di quella della produzione e del servizio orientato al prossimo. Ma la riflessione si dirige essenzialmente altrove. Il trionfo del “servilismo” sarebbe figlio di questo dilatarsi dello Stato, ma anche del corrompersi di un certo individualismo classico che aveva caratterizzato l’esperienza europea lungo alcuni secoli di storia, in quella fase che aveva visto emergere un soggetto morale chiamato a confrontarsi con dilemmi autentici Il trionfo del servilismo impone cambiamenti radicali nelle istituzioni, in economia e anche culturali e morali e a decidere – sulla base delle proprie valutazioni – tra questa o quella opzione. La società liberale, sottolinea Minogue, definiva un quadro generale di regole: un campo d’azione entro il quale ogni uomo era chiamato a farsi carico in prima persona delle proprie difficoltà e dei drammi dell’esstenza. Oggi, però, le cose sono cambiate. Parallelamente al trionfo dei poteri pubblici, per l’autore de La mente servile si sarebbe assistito al successo di quello che egli chiama il “politico-morale”. Con tale formula Minogue indica una dimensione che tende a caratterizzare in termini moralistici l’azione pubblica (chiamata a eliminare le diseguaglianze, tutelare l’ambiente, sconfiggere definitivamente la guerra) e, al tempo stesso, orienta ogni impegno personale solo e unicamente verso questioni di carattere collettivo. Il “politico-morale” segna l’avvento di una società in cui il “politicamente corretto” definisce ciò che è bene e ciò che è male, mentre la vita interiore dei singoli si svuota. È in questo quadro che l’idea del “perfettismo” s’impone, negando la stessa natura umana e immaginando di traghettare le società europee le altre in un universo che elimini una volta e per sempre ogni forma di ingiustizia. Lo spirito dell’utopia che già ha generato i totalitarismi riemerge quindi nella società del welfare e in un radicalismo democratico che ha il proprio tratto ideologico basilare nella nozione di “diritti umani”. L’imporsi di un’umanità senza nerbo, insomma, sarebbe l’esito di un processo che è al tempo stesso politico e culturale. Lo Stato moderno si fa Stato sociale e invade tutta una serie di attività umane (scuola, sanità, assistenza) in precedenza affidate alla libera interazione sociale e alla responsabilità di individui e comunità. Ma non meno importante è il trionfo di una visione dell’uomo che pretende di realizzare quella liberazione da ogni autorità sociale che, nei fatti, mette in moto un processo di atomizzazione al termine della quale il soggetto è sempre più debole e, per questo, facilmente dominabile. Non a caso, dice Minogue, il nostro è anche il tempo che vede crescere sempre di più il numero dei single e vede modificarsi in modo radicale i rapporti personali: dal momento che viene meno l’idea stessa di scelte irreversibili e, per questo motivo, è la nozione stessa di scelta a entrare in crisi. Alla luce dell’analisi sviluppata ne “La mente servile”, è chiaro che un’eventuale inversione di tendenza che eviti il progressivo asservimento delle popolazioni europee dinanzi agli apparati statali e a Bruxelles deve passare da cambiamenti radicali nelle istituzioni e nell’economia (c’è bisogno di più proprietà, più mercato, oltre che di governi locali e in concorrenza), ma anche dall’avvento di una cultura e di una moralità nuove. Gli europei devono riscoprire quanto è difficile e anche quanto è bello poter farsi carico, e in prima persona, della drammaticità dell’esistenza. Università degli Studi di Siena lottieri@tiscalinet.it 1 - 2014 5

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di alessandro Vitale DELLE BUONE INTENZIONI È LASTRICATA LA VIA DELLA SCHIAVITÙ La diffusione di una mentalità avversa alla cooperazione sociale e al mercato predilige soluzioni facili ma inadeguate e dannose al dilagare dello statalismo "La nazionalizzazione della vita morale è il primo passo verso il totalitarismo". (Kenneth Minogue) C’ è qualcosa di peggio dell’imboccare quella “via della schiavitù” denunciata da Hayek nel 1944, ricalcando la “nuova servitù” paventata da Tocqueville un secolo prima? A considerare con realismo, il Novecento e l’ultimo decennio, non si direbbe proprio. Eppure, di fronte ai colpi di coda dell’idra dalle cento teste dello statalismo, di fronte alla putrescenza di tutti gli ambiti che quel fenomeno è riuscito a dominare e a invadere - diventati terreni ubriacati dai fumi dei rapporti di potere, dallo spirito di conquista e di dominio, da relazioni di illusoria protezione e di fronte ai suoi macroscopici fallimenti, si continuano a preferire soluzioni indicate proprio da quella via. Il suo selciato è fatto di seduzione, di facili percorsi che conducono immancabilmente a un vicolo cieco. Lo statalismo esercita un’attrazione con ogni evidenza fatale. Ne sono testimonianza le fallite promesse nel campo dell’assistenza sociale, medica, pensionistica, dell’istruzione e della difesa, le continue e crescenti minacce alla prosperità economica, allo sviluppo di opportunità e potenzialità, l’aumento del tasso di arbitraria coercizione amministrativa e fiscale, l’autodistruzione della “sovranità della legge” (divenuta ipertrofia legislativa), l’attacco sistematico alla libertà individuale, della quale molti si sono ingenuamente illusi che proprio lo Stato fosse il “naturale” paladino. I miasmi provocati dalla macrosco- pica decadenza di quest’ultimo avvelenano ormai la vita di milioni di persone. La sua imponente espansione, dalla metà dell’Ottocento a oggi, ha favorito gli aspetti più antisociali della natura umana e scatenato proprio quella “guerra di tutti contro tutti” che la sua ideologia più diffusa e accettata riteneva arrestabile solo con il suo rafforzamento, che avrebbe finito al contempo per scavalcare tutte le limitazioni impostegli. La pretesa di raggiungere i fini che chi impersona lo Stato gli ha attribuito, comporta ormai uno sforzo sovrumano, pagato con il consumo immane di risorse, bruciate per alimentare quel “ferrovecchio della storia”. Con il paradosso ormai incredibile che la tassazione non corrisponde più ai servizi monopolizzati ed erogati: al punto che un prelievo fiscale del 70% sulle risorse prodotte (come in Italia) non esclude che i servizi debbano essere pagati a parte e in aggiunta. Lo statalismo, infatti, brucia a ciclo continuo riserve sterminate di capitali, sia quelli che si vedono e che da un giorno all’altro scompaiono, sia quelli che non si vedono, perché la loro formazione è stata stroncata sul nascere. Ma quando si consumano i capitali, senza i quali c’è solo miseria, per ricostituirli occorrono generazioni. Basterebbe a dimostrarlo la settantennale LA SVOLTA NON PASSA DAL DEFAULT di MarCo FaraCi Non può essere replicata in Italia l’esperienza dei paesi dell’Europa dell’Est dopo il crollo del comunismo opo le speranze suscitate dagli anni ’90, le prospettive di riforma liberale del sistema italiano si stanno sempre più arenando. La sensazione è che nel quadro del tradizionale gioco politico gli incentivi siano tutti nella direzione dell’accrescescimento del ruolo dello Stato e dell’intermediazione politica. È per questo che alcuni liberali sono arrivati a ritenere che la svolta non possa prodursi attraverso un normale passaggio democratico, ma al contrario sia necessario un qualche evento traumatico che sparigli le carte ed apra la strada a quello che oggi non è concepibile. Secondo questa visione, l’Italia potrà cambiare solo in presenza di uno shock, anziché un lento e penoso declino, e sarebbe più utile “schiantarsi” il prima possibile per poi ripartire con nuove energie e un diverso approccio politico. In molti casi il riferimento è quello alle dinamiche innescate dalla caduta del comunismo nei paesi dell’Europa dell’Est – un passaggio che sul piano D 6 Liber@mente

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distruzione sovietica e, ad esempio, la situazione dell’Ucraina oggi in rivolta: un Paese devastato e alla disperazione, ma dalle terre fertilissime, dai porti del quale nei decenni pre-rivoluzionari partivano enormi carichi di grano per l’Europa, il Canada e gli Stati Uniti. Uscire dalla via della schiavitù è difficile; fare marcia indietro doloroso e complesso. Quanto più, infatti, lo Stato usurpa e invade, con il consenso o meno, funzioni, ambiti appartenenti alla cooperazione umana, alla produzione pacifica di risorse e allo scambio, alla società civile, all’ambito del contratto, tanto più quegli ambiti e quelle istituzioni sociali che non gli appartengono per natura si atrofizzeranno. Ma quel che è peggio, è che parallelamente si atrofizza la mentalità, al punto che una popolazione ormai amorfa, priva di iniziativa, non fa che cercare soluzioni politiche persino per affrontare i problemi più insignificanti e volgari. Quella via, imboccata da un’intera civiltà, è spazzata da venti che cancellano le tracce sul cammino, la stessa direzione di marcia (vi regna, infatti, il “caos pianificato”), la dignità delle persone. La stessa idea che possa esistere una vita diversa, nella quale gli uomini possano almeno tentare di foggiare autonomamente la propria esistenza, è stata cancellata da quei venti impetuosi, fatti di illusioni e vaniloqui ideologici. Certo, il diradarsi oggi di quelle tempeste e l’apparire della realtà dello statalismo moderno, della sua natura antieconomica e distruttiva, stanno risvegliando intere popolazioni. Ed è in ripresa quell’onda lunga di liberazione individuale e dei gruppi sociali volontari e spontanei che partì dalla fine degli anni Cinquanta e che ha attraversato, con fiammate intermittenti, il periodo della contestazione mondiale e il crollo dei sistemi socialisti. Lo testimoniano rivolte in molti luoghi del mondo, che sempre più spesso pongono sul banco degli imputati Stati e strutture burocratiche. Tuttavia la storia che ha generato gli spettri del totalitarismo, i regimi pianificati e le democrazie welfariste (prime cugine di quelli) non è finita e l’esito di questa lotta è quanto mai incerto e tutt’altro che scontato. Nè è dato prevedere cosa riusciranno a compiere uomini che hanno percorso quella lunga via di schiavitù, dalla mentalità ormai distorta e offuscata e come o quando gli sarà dato di uscire da quella via, facendo retromarcia. Molti di loro credono ancora alle buone intenzioni che sono state usate per convincerli a imboccarla e propongono soluzioni fallimentari. Perché di buone intenzioni si è fatto largo impiego, così come si sono usati, per convincerli, nobili fini sociali. La stessa via della schiavitù è lastricata di buone intenzioni. Come lo sono le vie dell’inferno. Università degli Studi di Milano alessandro.vitale@libero.it economico è stato senz’altro doloroso nel breve periodo, ma che poi ha dato luogo in breve ad una fase di sana e robusta crescita sostenuta da politiche liberali. Tuttavia ci sono ragioni per essere meno ottimisti sulla reazione del sistema Italia ad un collasso dello stesso livello. Nel caso dei paesi dell’Europa dell’Est ci furono due presupposti fondamentali che incisero sulla qualità delle politiche successive. Innanzitutto era chiaro ed evidente a tutti che la responsabilità della povertà dell’Est rispetto all’Ovest era da addebitarsi al socialismo e che pertanto la soluzione consisteva nell’intraprendere una strada opposta, quella del libero mercato. In secondo luogo i cittadini dei paesi dell’Europa dell’Est avevano ormai interiorizzato nel tempo una condizione di sofferenza economica ed erano quindi preparati alla prospettiva che la ricostruzione del benessere nazionale dovesse passare dall’impegno e dal lavoro. Nel nostro paese ci troviamo in condizioni molto diverse. Da un lato le reali cause delle crisi che stiamo vivendo non risultano affatto chiare al cittadino medio, tanto che è diffuso il sentimento che il problema di fondo non sia il troppo Stato, ma semmai il liberismo, la finanza, le banche o comunque la corruzione e l’inadeguatezza personale di chi attualmente ci governa. Dall’altro gli italiani sono abituati da tempo a ritenere di avere un “diritto di nascita” al benessere e di conseguenza sono sensibili al richiamo di chiunque proponga “soluzioni facili” per la ripresa. In questo contesto è molto probabile che a fronte del collasso del sistema, gli esiti non sarebbero anni di politiche laissez-faire – come quelle portate avanti da Mart Laar, Vaclav Klaus o Mikuláš Dzurinda – ma al contrario una temibile svolta populista, con il prevalere di posizioni di socialismo nazionalista. Alla luce di ciò non appare convincente la prospettiva di affidarsi al “tanto peggio tanto meglio”, perché ben difficilmente sarebbero i liberali a uscire vincitori dalla tragedia sociale che ne deriverebbe. Meglio provare dunque a lavorare per un “happy end” dell’attuale crisi – provare a rendere centrale nel dibattito politico e culturale la lettura liberale delle dinamiche politiche di questi ultimi anni. La via maestra è quella di riforme che abbiamo il potenziale di rilanciare il paese e di riorientare in modo sistemico l’approccio alle questioni economiche, nello stesso spirito con cui laThatcher nel 1979 prese in mano la Gran Bretagna, l’allora “malato d’Europa”, per avviarla in un’importante percorso di rinnovamento. mfarac@tin.it 1 - 2014 7

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di lorenzo inFantino ELZEVIRO LA FECONDITÀ DEL PENSIERO DI LUDWIG VON MISES Il grande economista e scienziato sociale austriaco è stato un campione del liberalismo e ha rappresentato per molti nel mondo il prodigo e magnifico maestro L udwig von Mises, del quale nel 2013 si è ricordato il qua- Bauer a evitare un esperimento bolscevico in Austria; ha poi reso rantennale della morte, è stato uno dei grandi protagonisti pubbliche le sue critiche, che hanno trovato la loro compiuta artidella cultura del Novecento. Carl Menger, fondatore della colazione in Die Gemeinwirschat, opera apparsa in prima edizione Scuola austriaca di economia, è stato il suo ispiratore. Eugen von nel 1922 e tradotta in altre lingue con il titolo di Socialismo. Böhm-Bawerk ne ha favorito la formazione all’interno del proMises ha colpito alla radice l’idea dell’economia di piano. La prio seminario, a cui pure partecipavano, fra gli altri, Otto Bauer, sua prima obiezione è di carattere gnoseologico. A proposito del Nikolaj Bucharin, Rudolf Hilferding, Otto Neurath, Joseph A. pianificatore, egli ha infatti scritto: «Benessere e miseria stanno nelle Schumpeter. Il suo lungo magistero si è svolto a Vienna, Ginevra, sue mani, come nelle mani di un dio […]. Nei suoi programmi egli New York. E, sebbene oggi siano pochi quanti possono vantare deve tenere conto di tutto ciò che può rivestire una certa impordi essere stati suoi allievi, ci sono nel mondo, soprattutto negli tanza per la collettività. Il suo giudizio deve essere infallibile; egli Stati Uniti, numerosi studiosi che si rifanno alle sue teorie. Le sue deve essere in grado di dare una giusta valutazione delle condiopere, tradotte nelle principali lingue, venzioni delle contrade più lontane e di giudicare Mises non si è sottratto al compito di gono continuamente ristampate. Numerosi correttamente le necessità dei secoli a venire». sottoporre all’acido dissolvente della istituti di ricerca portano il suo nome. È un compito impossibile. Ed è illusorio penragione critica il mito della pianificazione Menger aveva fatto delle incursioni nel sare di estrarre la libertà dall’abolizione della economica, che a partire da Lenin territorio monetario. Böhm-Bawerk si era teproprietà privata. Se questa viene meno, gli aveva alimentato estese illusioni nuto in disparte, sottraendosi anche all’insiattori perdono la base materiale della loro austente invito a discuterne, formulatogli dallo svedese Wicksell. tonomia di scelta. Più in generale, se cade la proprietà privata, cade Mises ha invece fatto dei problemi monetari il primo tema della il sistema giuridico che consente la cooperazione sociale volontaria. sua ricerca. Ha pubblicato nel 1912 la Theorie des Geldes und Quanto poi al problema economico strettamente inteso, la pianider Umlaufsmittel, che con alcuni altri scritti minori costituisce ficazione non è in grado di fronteggiarlo. Se infatti si abbandona il corpo centrale della teoria austriaca del ciclo economico. Ed è la concorrenza dal lato della domanda e dell’offerta, i prezzi diavvalendosi delle conoscenze accumulate con quei lavori che lo vengono dei semplici rapporti arbitrariamente decisi in sede polistesso Mises ha potuto prevedere lo scoppio della crisi del 1929. tica. Da cui la conclusione che la pianificazione è «l’abolizione Quanti conoscono quella teoria possono “decifrare” anche le vi- dell’economia razionale». cende a noi contemporanee, in cui le politiche monetarie volute Al culmine di un lungo dibattito, il socialista Oskar Lange ha dai governi sono a monte di una grave alterazione del meccani- riconosciuto a Mises il «merito» di avere costretto i sostenitori delsmo di allocazione intertemporale delle risorse. l’economia di piano a misurarsi con la decisiva questione del calQuanto fatto da Mises in campo monetario non è slegato dal- colo economico. Ma limitarsi a ciò sarebbe riduttivo. il fatto è che l’indagine sulle ragioni gnoseologiche, giuridiche ed economiche Mises ha potuto contestare l’economia di piano, perché possedeva della libertà individuale di scelta. Gli è stato quindi agevole, in conseguenza del dramma vissuto dall’Europa all’indomani della Grande Guerra, allargare l’orizzonte delle sue riflessioni. Con la presa del potere da parte di Lenin, il mito della pianificazione economica aveva alimentato estese illusioni. Si rendeva necessario sottoporre quel mito all’acido dissolvente della ragione critica. E Mises non si è sottratto a tale compito. Ha dapprima convinto Otto 8 Liber@mente

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una penetrante teoria della cooperazione volontaria, la cui più estesa formulazione si trova in Nationalökonomie. E tale teoria gli ha facilmente consentito di mettere a nudo le disastrose conseguenze prodotte dall’abolizione della proprietà privata e della libertà individuale di scelta. Di qui anche la devastante analisi del regime hitleriano (Omnipotent Government e Im Namen des Staates). E di qui la serrata critica dell’interventismo della politica nell’economia. Le manipolazioni monetarie, le protezioni doganali, le restrizioni produttive, il controllo dei prezzi, la fissazione dei livelli salariali, il sostegno ai settori “strategici” (e via dicendo) sono tutti provvedimenti che conseguono esiti opposti a quelli prefissati. È così che il loro fallimento spinge verso altre misure interventisti- che. Il che svuota di contenuto la proprietà privata e impedisce la libertà individuale di scelta. Si crea un groviglio di connivenze e corruzione, cade la produttività, s’imbocca la via del declino. Gli allievi viennesi (Hayek, Machlup, Haberler) di Mises hanno avuto presto la possibilità di lasciare l’Austria e di porsi lontano dalla minaccia hitleriana. Chiamato nel 1934 a Ginevra, dove pure c’erano Hans Kelsen e Guglielmo Ferrero, Mises si è sottratto al tentativo di cattura, anche in terra elvetica, da parte di agenti nazisti. E nel 1940 è stato accolto come esule politico negli Stati Uniti, dove ha lungamente continuato a trasmettere le proprie idee. Luiss “Guido Carli” - Roma infantino@fondazionehayek.it LA VIA DELLA SCHIAVITÙ SETTANT’ANNI DOPO Compie settant’anni l’opera di Friedrich A. von Hayek che ha riscosso grande successo internazionale ed è diventata una pietra miliare nella storia del liberalismo Q uando nel marzo del 1944 è apparso in Inghilterra The Road to Serfdom (tradotto in italiano da ultimo con il titolo “La via della schiavitù”), l’opera che Friedrich A. von Hayek ha ricavato da un più ampio progetto «per opporsi al […] socialismo, il cui principale scopo è la nazionalizzazione o socializzazione dei mezzi di produzione», il successo è stato immediato. Il libro è stato citato in Parlamento e recensito da giornali e riviste, tra i cui il “Financial News”, che in un fondo lo ha presentato come l’“Attacco alla pianificazione” e “The Listener”, la pubblicazione della BBC, che lo ha giudicato come l’opera che «avrebbe dovuto essere letta da tutti». La stessa BBC ne ha trasmesso una significativa parte. Dopo la pubblicazione in Inghilterra, The Road to Serfdom è apparso negli Stati Uniti nel settembre 1944, per i tipi della University of Chicago Press. In America, il suo successo è stato anche maggiore, tanto da entrare nella classifica dei libri più venduti dal marzo al maggio 1945. L’opera è stata recensita da Henry Halzitt sulla prima pagina del “New York Times Book Review”. A essa sono seguite altre recensioni, tra le quali quella di Graham Hutton sul “Chicago Daily News” e di altri commentatori, che lo hanno visto come “uno dei grandi libri del secolo”. Nell’editoriale del 25 maggio 1945, il “New York Mirror” è giunto ad affermare che «The Road to Serfdom è un libro che può essere collocato tra le più grandi opere mai scritte su ciò con cui gli americani si misurano da sem- pre: la libertà». Una diffusione ancor più ampia è stata poi data dalla sintesi apparsa sul “Reader’s Digest”, a cura di Henry Halzitt, che lo stesso Hayek ha considerato «veramente ben fatta». Negli anni successivi, l’opera ha venduto, nelle varie edizioni, milioni di copie in tutto il mondo. Il libro è dedicato: “Ai Socialisti di tutti i partiti”, nei quali vanno annoverati non solo quelli dell’epoca, ma anche i socialisti dei decenni successivi e di oggi che, più riduttivamente rispetto ai primi ma con identici risultati, perseguono il miraggio della giustizia sociale e puntano a un sempre maggiore intervento dello Stato e alla redistribuzione del reddito. La tesi di fondo - che muove dalla constatazione dell’esistenza di «due metodi alternativi di gestione degli affari sociali, la competizione e la conduzione governativa» - è che il collettivismo, ovverosia «l’organizzazione deliberata degli sforzi della società per uno scopo sociale definito», del quale il socialismo è la specie di gran lunga più importante, conduce sempre, prima o poi, al totalitarismo. Né miglior destino può riservare il “socialismo democratico”, «la grande utopia di alcune delle ultime generazioni», il quale «non solo è irrealizzabile, ma […] produce qualcosa di così palesemente differente che, tra coloro che ne auspicano l’avvento, sarebbero pochi quelli pronti ad accettarne le conseguenze». Altra importante tesi sostenuta dallo scienziato austriaco, peraltro in contrasto con tanti intellettuali, è l’origine socialista di fascismo e nazismo, la cui nascita «non è stata una reazione contro le tendenze socialiste del periodo precedente, ma quanto piuttosto un esito necessario di quelle tendenze». In Germania e in Italia, infatti, i movimenti socialisti avevano preparato il terreno alle dittature: contribuendo, da una parte, a plasmare le menti alla logica dell’organizzazione gerarchica; dall’altra, alimentando illusorie speranze egualitarie, le quali hanno finito per aprire la porta ai regimi totalitari, considerati gli unici in grado di realizzarli. Demoliti gli ideali socialisti e demistificati i loro presunti spunti libertari, Hayek ha proceduto sulla “via della libertà” nella Grande Società. Essa è ancorata alla libertà individuale e alla proprietà privata, da esercitare «sotto la vigenza di un sistema legale efficace e intelligente» e nel mercato, il quale rappresenta una forma di cooperazione sociale volontaria, che realizza cioè il co-adattamento delle azioni individuali senza obbedire a un piano unitario: «È stata la sottomissione alle forze impersonali del mercato - ha pure rilevato Hayek - ciò che in passato ha reso possibile la crescita della civiltà che altrimenti non sarebbe avvenuta». L’alternativa a ciò, è «la sottomissione al potere di altri uomini […], incontrollabile e perciò arbitrario», che ci priva della libertà individuale di scelta e di quel grande processo di esplorazione dell’ignoto e di correzione degli errori: quel che sta alla base della nostra civiltà e del nostro benessere. sandro.scoppa@fondazionescoppa.it 1 - 2014 9

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PRIMO PIANO di PasCal salin LA CONCORRENZA NEL MONDO GLOBALIZZATO (2a PARTE) Un approccio dinamico dei due concetti consente di cogliere l’erroneità dei rilievi contro la concorrenza e i fraintedimenti sulle politiche economiche nel mondo globalizzato "Il tipo di competizione capitalistica esige che uno superi gli altri sul mercato tramite l’offerta di prodotti migliori e meno costosi. Il tipo di competizione burocratica consiste, invece, di intrighi alle ‘corti’ dei potenti". (Ludwig von Mises) III- Gli argomenti contro la concorrenza internazionale. Abbiamo quindi sottolineato che è logicamente vero che la globalizzazione sia benefica. Ma ciò nonostante sono spesso avanzati molti argomenti avversi alla globalizzazione e molte politiche volte alla riduzione della concorrenza internazionale. Ad esempio, si sostiene che la globalizzazione potrebbe implicare la omogeneizzazione dei prodotti e dei modi di vivere (quel che talvolta è stata definita “americanizzazione” del mondo). Tuttavia, la comprensione che la globalizzazione significa concorrenza e che la concorrenza significa differenziazione deve respingere questi timori. Infatti, le tecniche del nostro tempo rendono possibile conoscere meglio le culture di altri popoli e, eventualmente, diversificare gli stili di vita di ognuno, in base alle relative informazioni che sono pervenute a tutti. Non possiamo esaminare tutti gli argomenti contro la globalizzazione nel presente articolo. Ci piacerebbe però discutere specialmente due di essi, uno che è prevalentemente avanzato nei paesi sviluppati, l’altro nei paesi emergenti. Comunque entrambi gli argomenti consistono nel sostenere che la concorrenza può essere “sleale”. Questo è certamente un’opinione errata, poiché la concorrenza significa libertà di agire e di scambiare e la libertà non può essere ingiusta. Nei paesi sviluppati si è spesso sostenuto che è ingiusto patire la concorrenza dei paesi dove sono in vigore bassi salari. Nei fatti se la gente avesse compreso il principio dello scambio (conosciuto nel commercio internazionale come il “principio di vantaggio comparativo”) avrebbe compreso che i salari sono più bassi nei paesi meno sviluppati perché più bassa è anche la produttività del lavoro. Pertanto, i produttori di questi paesi si specializzano in quelli produzioni in cui vi è un input lavorativo relativamente alto, e più precisamente nel lavoro avente bassa produttività. Essi importano beni che hanno un contenuto di capitale relativamente elevato ed un contenuto lavorativo professio- nale molto elevato, che sono i beni in cui i paesi sviluppati sono specializzati. Ciò significa che i paesi sviluppati non soffrono a livello globale dalla concorrenza dei paesi a bassi salari, ma che i loro produttori scelgono di specializzarsi in queste attività nelle quali essi hanno un vantaggio comparato. Analogamente le persone spesso affermano che non è giusto che i produttori dei paesi sviluppati debbano competere con i produttori di altri paesi in cui non esiste il diritto del lavoro (o, perlomeno, leggi sul lavoro meno costose). Ma così facendo essi cadono in equivoco. Concorrenza non significa che tutti i produttori siano nelle medesime condizioni, anzi al contrario. Come abbiamo già evidenziato, la concorrenza rende possibile per i produttori la differenziazione, sia per quanto attiene i beni che stanno producendo, sia per quanto riguarda i processi di produzione che stanno utilizzando. Essendo in diverse condizioni produttive (riguardanti, ad esempio, il costo del lavoro, l’ambiente istituzionale, le tasse, la scolarità dei produttori, ecc.), i diversi produttori impiegano diverse tecniche di produzione al fine di competere l’un l’altro. Per essere chiari, la concorrenza non implica armonizzazione delle condizioni di produzione. Nei paesi emergenti, in forma corrispondente, è spesso sostenuto che non sarebbe giusto che i produttori nazionali debbano competere liberamente con i produttori dei paesi più sviluppati. È il famoso argomento noto come “infant industry”, in base al quale la concorrenza non può essere giusta se i potenziali concorrenti non sono messi nella stessa posizione di partenza. Quindi, l'argomento “infant industry” è sostenuto anche da persone che credono sinceramente nel libero mercato, ma che pensano che una società libera implichi l'uguaglianza delle opportunità. Secondo questa tesi, quando si prevede lo sviluppo di una nuova attività in un paese meno sviluppato si devono sopportare costi più elevati rispetto ai produttori stranieri provenienti dai paesi più sviluppati, perché questi ultimi non devono più sostenere i costi specifici legati all’avviamento di una nuova attività. Quindi vi è il rischio che la nuova attività nel paese meno sviluppato possa non superare tali ostacoli specifici e sopportare le perdite della prima fase, nonostante il fatto che possa ottenere profitti nel lungo periodo. La conclusione apparentemente logica di questo ragionamento è che la 10 Liber@mente

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liberalizzazione potrebbe essere particolarmente dannosa per i fonda su asserzioni incoerenti. L’argomento infant industry è parpaesi meno sviluppati. Il punto cruciale del ragionamento consiste ticolarmente dannoso in quanto può portare ad una situazione in nel sottolineare che l’attività potrebbe portare profitti nel lungo pe- cui le attività distruttrici di ricchezza vengano prescelte nel Paese riodo, anche se non nel breve periodo. a discapito di attività creatrici di ricchezza. Così i paesi meno sviMa quale può essere il significato di una tale affermazione? luppati che adottano politiche protezionistiche con il pretesto di Immaginiamo che un potenziale imprenditore consideri l’av- proteggere le nuove attività rimangono intrappolati in un processo viamento di una nuova attività. Lui sa che ci sarà un primo pe- di declino. Inoltre, è dannoso perché presuppone che si debbano riodo - un paio di anni - durante il quale perderà soldi perché si ripristinare condizioni simili presso Paesi che storicamente hanno ha bisogno di tempo per allestire il processo di produzione, per seguito percorsi diversi. Ma per creare una qualche uguaglianza entrare in contatto con il mercato, per educare i dipendenti , ecc. di opportunità e condizioni produttive simili si dovrebbe ricoMa lui deciderà l'investimento nel caso in cui il valore attualizzato struire la storia e uno stato di cose totalmente immaginario e non dei guadagni futuri attesi è superiore al valore attualizzato delle corrispondente alla storia concreta degli abitanti di un Paese. perdite attese nel breve periodo (e se questo guadagno netto atIV – Politiche economiche in un mondo globalizzato. tualizzato è superiore a quello di qualsiasi altra attività che possa Ora, è abbastanza spesso riferito - in particolare nell’Unione immaginare). In caso contrario egli perderebbe soldi, il che signi- europea - che in un mondo globalizzato le politiche economiche ficherebbe che sta distruggendo ricchezza esistente invece di cre- devono essere globalizzate e quindi armonizzate. Questa è una arne di nuova (o, come minimo, guadagnerebbe grande confusione: quando la concorrenza prevale i meno soldi di quanto avrebbe potuto ottenerne in produttori tendono ad essere diversi (migliori) di altri un’altra attività). Questo è vero per qualsiasi attività, e non ad “armonizzare” le loro produzioni. Ed è lo in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo, senza eccestesso per le politiche economiche: se la concorrenza è zione. Così, asserire che un’attività possa legittimabuona è un bene anche per le politiche economiche, i Concorrenza non mente essere protetta nel breve periodo perché sistemi fiscali, leggi e regolamenti, ecc. Come abbiamo significa che tutti i sarebbe redditizia nel lungo periodo è un perfetto produttori siano nelle già evidenziato, uno dei grandi meriti della concornon-sense. Protezione significa che si stanno celando medesime condizioni, renza deriva dal fatto che è un potente strumento di parte dei costi (i costi del breve periodo) al fine di condifferenziazione, che implica un migliore adattamento anzi il contrario sentire che un’attività appaia redditizia, anche se non della produzione alle esigenze delle persone. Lo stesso lo è. Ma vi è necessariamente un costo di protezione vale per le politiche, le leggi, i sistemi fiscali o le norme che è a carico di altri produttori e consumatori. In repubbliche: non si può pretendere di conoscere quelli altà, l’argomento “infant industry” non deve essere che sono i migliori e quali siano i più adatti per i vari visto come un’eccezione al principio generale dello scambio, ma (e mutevoli) bisogni delle persone. Questa grande confusione fra incompatibile con esso e quindi come inaccettabile. Poiché il prin- concetti - quella che esiste tra globalizzazione e armonizzazione cipio di scambio è universalmente vero, l'argomento “infant in- è stata creata specialmente in Europa: l’approccio iniziale - il merdustry” è sicuramente e radicalmente sbagliato. cato comune - era corretto. Consisteva nella eliminazione degli Il principio dello scambio è vero perché tiene conto della ne- ostacoli allo scambio, che implicava lo sviluppo della concorrenza. cessaria interdipendenza di tutte le attività umane: qualcuno sce- Doveva solo avere applicazione generale (mercato comune degli glie un’attività non perché sia vantaggiosa in forma assoluta, ma elementi produttivi, valute, leggi e regolamenti, ecc.). Purtroppo, perché è relativamente più proficua di altre attività possibili. Qual- e sempre più, il processo di integrazione europea è stato visto come cuno sceglie di specializzarsi e di darsi al commercio perché è re- un processo di armonizzazione e di centralizzazione, che è nettalativamente più efficiente producendo prodotti che ottenendoli mente il contrario. Lo stesso errore viene costantemente effettuato tramite lo scambio. L’argomento “infant industry” adotta una vi- a livello mondiale. Dobbiamo resistere a questa pericolosa tensione parziale delle attività umane ed ignora il fatto che l'azione denza e ricordare sempre alle persone i benefici della concorrenza. umana consiste nello scegliere le attività appaiono relativamente Università di Paris-Dauphine (Francia) più redditizie. L’argomento “infant industry” è fondato sulla falpascal.salin@gmail.com sificazione degli elementi costituenti delle scelte umane, creando Traduzione a cura di Salvatore Tolone Azzariti l’illusione che un’attività è più redditizia di quanto non sia in realtà (2a PARTE - FINE) e, di conseguenza, costituendo altre attività come meno redditizie. Inoltre esso sostituisce la scelta di attività da parte di persone incompetenti ed irresponsabili (politici e burocrati) alla scelta da parte di persone competenti e responsabili: il processo del protezionismo non consiste nel proteggere tutte le attività di un paese - dal momento che è impossibile, essendo la protezione sempre relativa ma nel proteggere alcune attività a scapito di altre attività. Ma questo processo di selezione, invece di essere il risultato di numerose decisioni prese da un gran numero di uomini d’affari che sono relativamente più informati e che sono interessati a prendere le decisioni migliori, perché ne sono responsabili, è compiuto da politici e burocrati che non possono essere meglio informati e non hanno responsabilità. Così l’argomento “infant industry” deve essere definitivamente abbandonato proprio perché, lungi dall'essere un’eccezione al principio di scambio, è in contraddizione con esso e si 1 - 2014 “ “ 11

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di MassiMiliano t roVato LA WEB TAX, UN NUOVO BALZELLO ILLIBERALE La discussione sulla web tax sollecita una riflessione sulle scelte legislative di politica fiscale e sull’inadeguatezza dei tradizionali meccanismi impositivi Q uella sul trattamento fiscale dei fornitori di contenuti online è una discussione ingarbugliata, perché coinvolge livelli di governo diversi e perché chi vi partecipa è spinto da preoccupazioni che non sempre si sviluppano sullo stesso piano: le questioni concorrenziali si affiancano a quelle più strettamente di politica fiscale; e, quanto a queste, si registrano fraintendimenti sul presupposto e sulla funzione delle singole imposte, il che rende il confronto delle diverse posizioni ancora più intricato. Una simile confusione ha caratterizzato il recente tentativo – guidato dal presidente della commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia – d’introdurre una web tax. La norma – inserita nella legge di stabilità – disponeva originariamente che professionisti e imprese del Belpaese potessero acquistare servizi online dai soli operatori titolari di partita IVA italiana. Dopo che numerosi osservatori avevano fatto notare la contrarietà della previsione al diritto comunitario e ai princìpi di libertà d’insediamento e di prestazione dei servizi, un parziale ripensamento ha limitato la portata della misura alle inserzioni promozionali indirizzate ai consumatori italiani, incluse quelle collegate ai risultati delle ricerche e i link sponsorizzati. Invece di rassicurare i critici della proposta, tale riformulazione ha evidenziato il principale movente dei suoi sostenitori: quello di tutelare l’industria editoriale tradizionale dalla concorrenza della pubblicità online. E, appunto, i critici non si sono rassegnati. Non capita sovente che contestualmente si approvi un provvedimento legislativo e una mozione che mira a vanificarne una porzione rilevante. Tuttavia, insieme alla legge di stabilità contenente la norma controversa, la Camera votava anche un ordine del giorno che vincolava il governo a sospendere l’esecuzione della web tax in attesa di un riscontro positivo dell’U.E. Meritoriamente, il governo ha ottemperato a tale obbligo in occasione dell’annuale decreto Milleproroghe – ex malum, bonum. Oggi, pertanto, la versione ristretta della web tax è formalmente legge, ma la sua entrata in vigore è lontana e vincolata a un parere positivo che le istituzioni comunitarie non hanno alcuna possibilità di rilasciare. Chiarito il profilo della sua patente illegittimità, rimane da esaminare la desiderabilità della web tax. Anche da questo versante, le scelte del legislatore lasciano molto a desiderare. Come noto, l’IVA è attualmente l’unico tributo armonizzato a livello comuni- tario, in virtù di una disciplina estremamente dettagliata che rimette ai paesi membri – con qualche limite – la sola determinazione delle aliquote del prelievo, mentre lo schema di funzionamento dell’imposta è completamente rimesso alla normativa europea. Già oggi l’IVA sui servizi prestati per via elettronica è dovuta nel paese di destinazione quando il committente sia soggetto passivo, nonché nelle transazioni tra un operatore non stabilito nel territorio dell’U.E. e un consumatore finale; dal gennaio 2015, lo stesso principio varrà anche per le transazioni B2C intracomunitarie. La web tax non avrebbe, dunque, generato alcun aumento del gettito IVA. A ben vedere, la norma sembrava orientata a perseguire un secondo fine: costringendo le aziende straniere ad aprire partita IVA italiana si sarebbe potuto dimostrare – attraverso tale requisito formale – che esse dispongono di una “stabile organizzazione” nel nostro paese per concretizzare, in tal modo, il presupposto dell’applicazione delle imposte sui redditi d’impresa. Tuttavia, tale conclusione è, nuovamente, preclusa dal diritto comunitario, come risulta dal regolamento n. 282/2011. Un’altra grave criticità della web tax attiene alla sottostante concezione della rete, vista come un oggetto che si possa tagliare a fette. Al contrario, essa è liquida e ubiqua e il tentativo d’inseguire i contenuti che varcano i confini delle infrastrutture nazionali o che raggiungono gli indirizzi IP italiani è semplicemente grottesco. La rete italiana non esiste: esiste la rete; allo stesso modo, non esistono contenuti «visualizzabili sul territorio italiano», o – per meglio dire – tutti i contenuti sono visualizzabili sul territorio italiano, a meno di non immaginare soluzioni censorie come quelle praticate in democrazie persino più immature della nostra. L’effetto più prevedibile di simili sforzi non sarebbe quello di piegare le multinazionali del web al volere dell’Agenzia delle Entrate, bensì quello d’impoverire ulteriormente il già asfittico panorama digitale nostrano. Si può certamente discutere se i tradizionali meccanismi impositivi siano ancora adeguati in un’epoca in cui l’economia telematica ha abbattuto le distanze e i costi di transazione; quel che non si può fare è procedere con colpi di mano illegali, scegliendo di applicare i princìpi che più fanno comodo a seconda dell’identità del contribuente. massimiliano.trovato@brunoleoni.org

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di alBerto oliVa KARL POPPER, FILOSOFO DELLA SOCIETÀ APERTA Viennese per nascita e formazione, è considerato uno dei maggiori filosofi della scienza del XX secolo U na peculiarità delle opere di Karl Popper dedicate a temi politici e sociali è quella di basare la difesa della Società Aperta in una consistente riflessione sulla natura della conoscenza umana. Ed è esattamente quest’aspetto che qui si vuole mettere in risalto. Gran parte della notorietà raggiunta da Popper si deve più agli attacchi che lancia contro la psicoanalisi e il marxismo che alle sue tesi originali riguardo alla dinamica della produzione della conoscenza scientifica. Il pensiero popperiano segna una traiettoria intellettuale che, oltre a produrre un’originale riflessione filosofica sulla scienza, cerca delle risposte alle sfide politiche e sociali del suo tempo. Nella prima metà del secolo scorso, più precisamente nel 1934, quando la filosofia della scienza era ancora dominata dalle idee empiriste, Popper ha scritto l’originale ed eterodosso Logik der Forschung. E quando il mondo era infestato d’ideologie collettiviste che davano supporto intellettuale ai diversi tipi di autoritarismo/totalitarismo, ha avuto il coraggio di combattere il collettivismo ampiamente accettato dagli intellettuali. In difesa di una società libera, Popper ha scritto due grandi libri - The Open Society and its Enemies (1945) e The Poverty of Historicism (1944-5)- nelle quali rileva i difetti, le incongruenze e le conseguenze dannose delle idee filosofiche ed epistemologiche adottate dai nemici della Società Aperta. Su The Poverty of Historicism Arthur Koestler ha affermato che è “probably the only book published this year which will outlive this century”. Bertrand Russell ha fatto la seguente valutazione di The Open Society and its Enemies: “a work of first-class importance which ought to be widely read for its masterly criticism of the enemies of democracy, ancient and modern”. La riflessione di Popper sulla natura e le basi della conoscenza, principalmente scientifica, di per sè sarebbe sufficiente per metterlo tra i grandi pensatori contemporani. La sua importanza aumenta se consideriamo che egli combatte lo Stato leviatano in un secolo come il Novecento, segnato dalla persecuzione e da massacri giustificati ideologicamente da filosofie presumibilmente capaci di salvare l’umanità ponendo fine alle sue sofferenze materiali e spirituali. Popper denuncia il legame tra filosofie collettiviste e forme autoritarie di governo. In aggiunta, combatte la manipolazione ideologica eseguita dalle filosofie oracolari ed enigmatiche – pieni di vana retorica e nessun potere esplicativo – che tentano di farsi passare per pensiero profondo. Essendo nato nel 1902 a Vienna, il periodo della sua gioventù è segnato da intensi dibattiti filosofici e forte agitazione sociale. Nel campo specifico della scienza, Popper vede il crollo della teoria fisica che aveva raggiunto il maggior successo di tutti i tempi. Secondo lui, la rivoluzione scientifica fatta da Einstein chiarisce che neanche la teoria più testata e confermata, come ad esempio il caso della meccanica classica, avrebbe meritato di essere considerata più di una semplice ipotesi. Oltre a cercare di capire l’impatto sulla teoria della conoscenza di questo cambiamento di paradigma nella fisica, Popper riflette criticamente sui fondamenti epistemologici della teoria marxista e della teoria di Freud. Per Popper, il materialismo storico non è riuscito a spiegare per quale motivo i rapporti sociali sarebbero determinati dall'economia; e la psicanalisi, tramite teorie oscure e inconfutabili, sostiene che i meccanismi dell’inconscio sono le cause degli aspetti più importanti del comportamento umano. Il filosofo era particolarmente interessato ad individuare le differenze sostanziali che sussistono nei modi con cui la psicoanalisi, il marxismo e la fisica costruiscono le loro spiegazioni con l’obiettivo di riflettere sulle teorie di Marx e Freud, in particolare se queste possono legittimarsi come scientifiche. Non essendo la psicoanalisi e il marxismo capaci di dimostrare la loro scientificità, come pensa Popper, diventa necessario sapere con che base la rivendicano e come mai sono riusciti ad avere tanti difensori entusiasti. Ritenendo che esiste un unico metodo per la produzione della conoscenza – concepito come libera creazione d’ipotesi seguita da tentativi incessanti di confutazione - egli cerca di mostrare che questo metodo non è stato mai adottato dalla psicoanalisi e che il marxismo ha abbandonato il “gioco della scienza” quando ha ignorato i controesempi che sono apparsi contro il materialismo storico. Il fatto che le rivoluzioni socialiste non hanno mai avuto luogo nei paesi di maggior sviluppo delle forze produttive non è stato visto dai marxisti come punto di partenza per una necessaria e ampia riformulazione – o addirittura il riconoscimento della confutazione - della teoria di Marx. Il criterio di demarcazione popperiano – secondo il quale si può solo aspirare a conoscere la teoria che è confutabile – non si limita a tracciare una linea tra scienza e non scienza (per esempio, l'arte) o pseudoscienza (per esempio, l'astrologia). Il criterio di demarcazione influenza direttamente il modo di Popper di difendere la Società Aperta. A suo avviso, le teorie che si dicono in grado di spiegate la realtà sociale nella sua totalità, volendo implementare una complessiva e pesante ingegneria sociale di carattere utopico, sono prive di valore conoscitivo. Possono, per di più, essere accusate di dare sostegno intellettuale, anche se a contrecoeur, a progetti 1 - 2014 13

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e a regimi politici autoritari o totalitari. La Società Aperta è da ricondursi alla visione fallibilista per la quale tutto ciò che si considera conoscenza è provvisorio, perché tutte le teorie possono mostrarsi difettose; vuol dire che sono soggette a commettere errori che, in molti casi, portano all’abbandono di quello che si presumeva conosciuto. Al contrario, il modello giustificazionista – persuaso che una spiegazione definitiva e quindi una verità ultima siano raggiungibili – si presta alla difesa di profondi interventi nella vita sociale proprio da parte di quanti credono di avere la conoscenza completa e quindi pensano di poter costruire, sulle ceneri dello status quo, una società giusta e perfetta. Date le implicazioni politiche e sociali della concezione di conoscenza adottata, l’identificazione delle caratteristiche distintive della scienza è, per Popper, d’importanza cruciale nella difesa dei pilastri intellettuali su cui poggia la Società Aperta. Mentre la teoria della “conoscenza fallibilista” è in armonia con il riformismo cauto e graduale, la gnoseologia “giustificazionista”, con la sua fiducia nella conquista della Verità, si vincola a progetti che hanno l’ambizione di fare il completo e radicale rimodellamento della società. A differenza del filosofo empirista tradizionale, per cui la teoria formata e giustificata in base all’osservazione (passiva) può rivendicare il monopolio dell’accesso ai fatti, Popper presenta l’attività di ricerca come segnata dalla completa libertà di creazione. Fare scienza significa forgiare congetture audaci, liberamente elaborate come qualche poema surrealista, per sottoporle ai tentativi di confutazione. La totale libertà di creazione deve farsi accompagnare della responsabilità di promuovere la valutazione critica dedicata a rilevare i difetti nelle congetture, in modo che se un potenziale conflitto di una teoria con l'esperienza diventa reale avrà forza per determinare il suo abbandono. Mentre una teoria non è in grado in modo graduale di stabilire con certezza la sua verità, il controesempio (l'evidenza sfavorevole) ha il potere logico di determinarne la confutazione. Popper fa dell’atteggiamento critico, inteso come realizzazione di tentativi di confutazione, il dispositivo metodologico in grado di valutare la capacità esplicativa delle teorizzazioni che non sono in condizione di essere derivate direttamente da ciò che è osservabile. Il potere di teorizzare liberamente sui fatti si sottopone a controlli che permettono di selezionare i migliori prodotti esplicativi. Se le teorie potessero essere semplice rappresentazione di ciò che accade nel mondo circostante, sarebbe facile selezionare quella che si mostra in perfetta corrispondenza con la realtà. Avendo la necessità di costruire delle spiegazioni che si allontanano dell'osservabile, l'atteggiamento critico svolge un ruolo cruciale. Il “liberalismo epistemologico” di Popper propone che la totale libertà di creazione sia sempre seguita da un atteggiamento responsabile caratterizzato dalla volontà di sottoporre ogni teoria a una valutazione critica. La confutabilità non è solo un criterio di demarcazione – capace di distinguere la fisica dalla metafisica o l'astronomia dell'astrologia – ma anche l’antidoto contro il dogmatismo di quelli che credono che un’ampia gamma di casi che confermano una teoria è sufficiente per determinare una sua accettazione definitiva o anche per considerarla vera. Inoltre a essere metodologicamente indifendibile, vi è anche la convinzione che l’accumulo di evidenze favorevoli potrebbe dare pieno sostegno a teorie che, secondo Popper, sarebbero politicamente perniciose in ragione della verità presumibilmente raggiunta. E la (presunta) conquista di veIl liberale non mette in discussione le funzioni non trasferibili dello Stato ma i poteri, basati sul monopolio dell’ uso della forza, che lo stesso detiene a scapito della libertà individuale rità riguardanti la condizione umana è invocata per delineare programmi di Ingegneria Sociale che restringono la libertà e le iniziative individuali. Il liberale non mette in discussione le funzioni non trasferibili dello Stato, ma i poteri – basati sul suo monopolio dell’uso della forza fisica – che lo Stato stesso detiene a scapito della libertà individuale. Il liberale è contro il controllo della vita sociale che i collettivisti sono disposti ad affidare allo Stato. Per il liberale, l’ampia ingegneria sociale eseguita dallo Stato porta alla schiavitù e all’inefficienza economica della pianificazione centrale. Essendo un male necessario, lo Stato della Società Aperta é quello che rinuncia a compiere ciò che può essere (ben) fatto dai cittadini; è quello che fa spalancare il più esteso campo di azione all’esercizio della libertà individuale. Neppure se lo Stato riuscisse ad ottenere risultati eccellenti in tutto ciò che fa, neanche se lo Stato provvedesse, from the womb to tomb, a tutto ciò di cui l’individuo ha materialmente bisogno per sopravvivere con dignità, nemmeno in quel caso lo Stato agirebbe legittimamente togliendo quella libertà individuale che va intesa quale assenza di costrizioni ingiustificate. La preoccupazione del liberale non riguarda la questione platonica “chi deve governare?”, ma la sfida, ben sottolineata da Popper in The Open Society and its Enemies, di “come possiamo organizzare le istituzioni politiche, in modo da impedire che i governanti cattivi o incompetenti facciano troppo danno”. Per conseguenza, la cosa fondamentale è l’esistenza d’istituzioni capaci di prevenire l’instaurazione della tirannia. Il problema di come evitare la tirannia si mantiene at- 14 Liber@mente

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tuale. Nell’America del Sud ci sono governi, a volte popolari, che hanno conquistato il potere tramite il voto e che si dedicano, avendo maggioranza nel legislativo, a soggiogare le istituzioni per concentrare poteri arbitrari. Ciò mostra che un’autentica società aperta e libera si caratterizza meno per aver i suoi governanti scelti mediante suffragio universale e più per propiziare il più ampio godimento della libertà degli individui. Società aperta non è quella in cui i governanti definiscono e cercano il Giusto e il Migliore per i cittadini, ma quella in cui ognuno possiede la libertà di raggiungere, senza provocare danni agli altri, i propri scopi e interessi. In linea con la sua teoria negativa della conoscenza, che pone in primo piano l'identificazione ed eliminazione degli errori, Popper pensa che l’obiettivo primario non sia edificare la società perfetta, il sistema politico ideale, ma difendere l'esistenza dei meccanismi istituzionali che impediscono una lunga sopravvivenza ai regimi che tolgono la libertà agli individui. Siccome non si può dimostrare che la verità è stata raggiunta, non ci sono basi per credere che l’utopia porti il paradiso sulla Terra. La forma più efficace di bloccare l'avvento dell’autoritarismo e del totalitarismo è dotare la società di dispositivi istituzionali che impongano l'esercizio limitato e distribuito del potere. Società Aperta, secondo Popper, è quella che possiede un sistema politico che permette ai cittadini di liberarsi dai governanti indesiderati senza il bisogno di ricorrere alla violenza. La questione “chi deve governare?” ignora come sarà il potere esercitato. Essere un politico più preparato tecnicamente, più saggio, più carismatico, di per sé non determina cosa farà quel governante nell'esercizio del suo potere e non definisce se egli sarà uno statista, un demagogo, un populista o un autocrate. Le qualità che portano alla scelta, ad esempio, del più saggio non definiscono in che modo governerà, se secondo i suoi interessi o secondo quelli dei cittadini. Il potere viene esercitato obbedendo a una logica diversa da quella che ha motivato le scelte degli elettori. Inoltre, i governanti possono sviluppare progetti di potere in cui il carisma sia utilizzato con fini spuri, soltanto con lo scopo di mantenersi nel potere. Senza checks and balances il potere tende a concentrarsi diventando il principale nemico della società aperta. Per Popper, la criticabilità, motore della crescita della conoscenza, è anche un efficace antidoto contro la pietrificazione poli- tica dei sistemi delle idee. La critica, dispositivo metodologico dedicato a selezionare la migliore tra le teorie concorrenti, compie anche il ruolo politico di evitare che la dogmatizzazione di un’ottica intellettuale porti all’uso di forme autoritarie e/o irrazionali nell’ affrontare i problemi che nascono della convivenza umana. L'assenza di spirito critico crea terreno fertile per l’adozione di pseudo-soluzioni – e autoritarie - dei problemi politici e sociali. Nella Società Aperta la tecnica di far fronte ai problemi della vita Essere un politico più preparato tecnicamente, più saggio, più carismatico, di per sé non determina cosa farà quel governante nell'esercizio del suo potere e non definisce in che modo governerà sociale è del tipo trial and error. A favore del fallibilismo, Popper afferma che anche se la verità sia stata raggiunta, non ci sono condizioni per sapere se è stata trovata fino a quando non esiste più nulla da ricercare sul tema. La continuazione della ricerca apre la possibilità che lo scienziato incontri, in qualche momento, qualche evidenza che sia contraria alla teoria fino a prima ben supportata dall'esperienza. Questa è la ragione per cui è preferibile assumere un atteggiamento epistemologico modesto alla luce del quale il tipo più efficace di tecnica di ricerca è quello che difende l'apprendimento tramite l'eliminazione degli errori. I dogmatismi che postulano la conquista di Verità e Certezza si rivelano inconsistenti da un punto di vista epistemologico; e nocivi per quanto riguarda le conseguenze politiche che generano. Se la produzione di conoscenza non ha un “punto archimediano”, né una base di certezza, né la possibilità basarsi sull’osservazione pura e neutrale, è naturale che gli errori siano commessi con frequenza e che l’apprendimento si dia per mezzo della loro eliminazione e non della conquista della verità. L’ unico modo efficace di incrementare la conoscenza consiste nell’eliminare gli errori, senza tregua. La mancanza di questa “preoccupazione" impedisce il progresso della conoscenza e, alla fine, può anche rappresentare una minaccia alla sopravvivenza di coloro che gli errori li commettono. Un ordine sociale centrato sul primato della libertà si rifiuta di ridurre l’individuo a semplice burattino del destino, a marionetta dell’inevitabilità storica incarnata dai collettivi (gruppi, classi, nazioni ecc.). Se le utopie propongono soluzioni per il tutto senza fare una valutazione, passo dopo passo, delle conseguenze che intercorrono con i loro tentativi d’impianto dell’ordine perfetto, Popper difende l’applicazione del modello riformista (piecemeal social engineering) per affrontare le deficienze obiettivamente individuate in ogni settore della vita sociale. In contrapposizione all’holistic engineering, il riformismo può essere valutato a ogni tappa riguardo ai risultati che genera, facendo attenzione alle conseguenze inintenzionali scatenate. La permanente valutazione critica di quello che si sta cercando d’impiantare nella vita sociale permette di evitare che in nome della conquista di un ideale si peggiori il reale. Il trattamento delle questioni sociali, politiche ed economiche è, in gran parte, ausiliare al tipo di gnoseologia - fallibilista o giustificazionista – adottata. Esistono modi concezione della conoscenza che trascendono il campo della filosofia: aiutano anche a definire i modi ritenuti adeguati d’intervento nella vita della colletività. È illegittima la pretesa di detenere la conoscenza definitiva che si coniuga con l’atteggiamento autoritario per rivendicare un’elevata concentrazione di potere capace di promuovere la “trasformazione del mondo”. In contrapposizione, il fallibilismo caratteristico della tradizione inaugurata da Socrate, e continuata da Hayek e Popper, sa che poco si conosce effettivamente. Ed è cosciente che la conoscenza é dispersa tra milioni di agenti che compongono un ordine sociale. Perciò, per il liberale Popper è fondamentale capire che l’arroganza intellettuale che si crede capace di conquistare Verità e Certezza si presta alla difesa di progetti di radicale cambiamento della vita politica ed economica che, pur avendo buone intenzioni, vanno verso l’autoritarismo e il totalitarismo. Per conseguenza, il pilastro epistemologico della Società Aperta è il fallibilismo che dà sostegno al riformismo. Università Federale di Rio de Janeiro (Brasile) aloliva@uol.com.br 1 - 2014 15

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