LIBERAMENTE 2/2014

 

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Il numero 2/2014 di Liber@mente, la rivista aperta di informazione e diffusione di conoscenza, edita dalla Fondazione Vincenzo Scoppa

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di Lorenzo InfantIno EDITORIALE SCELTA INDIVIDUALE E LOGICA DELLO SCAMBIO "Se la prima esperienza di libertà che abbiamo provato nei tempi mederni dovesse rivelarsi un fallimento, ciò non sarà perché la libertà sia un ideale impraticabile, ma perché abbiamo provato nella maniera errata". (Friedrich A. von Hayek) C i sono parole che pronunziamo e ascoltiamo tutti i giorni, senza sapere quale sia il loro significato. “Libertà” è una di tali parole. Come “società” e “potere”, la usiamo a ogni piè sospinto, dando a intendere di essere perfettamente consci di ciò che esprime. Ma non è così. Sarebbe sufficiente un momento di riflessione e di sincerità con noi stessi, per vedere i dubbi di fronte ai quali quella parola ci pone. Un primo aiuto ci può venire da Benjamin Constant, che nel suo celebre “discorso” ha mostrato come Atene sia stata il luogo dell’antichità che è riuscito “più simile ai moderni”. In tempi più vicini a noi, la tesi di Constant è stata riaffermata, solo per citarne alcuni, da Glotz, Jaeger, Pohlenz, Ehrenberg. Muoviamo così un primo passo in avanti. Ma ciò ci pone subito davanti a un interrogativo: in che cosa consiste la “libertà dei moderni”? Con ragione, Constant riteneva che essa dovesse identificarsi con la “libertà di scelta”. Il che ci consegna il vero significato della parola. Sì, perché la nostra “libertà” coincide con la “libertà individuale di scelta”, che utilizziamo in ogni momento della nostra vita, ma di cui al tempo stesso abbiamo un’idea confusa. Né è tutto: se andiamo infatti ai presupposti, cioè alle condizioni che rendono possibile la nostra libertà, le cose si complicano ulteriormente. Come uscire dal groviglio? Ovunque si sia affermata, la libertà individuale di scelta ha puntualmente prodotto delle reazioni. A ciò si aggiunga che quanti ne beneficiano non sempre si rendono conto della sua importanza per la crescita della condizione umana. E coloro che l’avversano non sempre comprendono quale inevitabilmente sarebbe la loro vita in assenza di autonomia individuale. Capita così che i consapevoli “difensori” della libertà non siano molti. Ed è accaduto, come ha scritto Lord Acton, che «in tutti i tempi, rari siano stati i sinceri amici della libertà. Il suo trionfo si deve a minoranze che hanno prevalso associandosi con ausiliari, il cui fine differiva spesso dal loro; e questa associazione, che è sempre pericolosa, è stata a volte disastrosa, offrendo agli avversari validi motivi di opposizione». Per evitare qualunque equivoco, occorre allora avere consapevolezza non solamente del significato da dare alla parola “libertà”, ma anche delle condizioni che la rendono possibile. Platone, primo grande nemico della libertà individuale di scelta, riteneva che i filosofi comunicassero direttamente con Dio e che fossero pertanto gli unici depositari della Verità. E proponeva per la sua Repubblica l’abolizione della proprietà privata. Il programma di Marx non differisce da quello di Platone. Anziché comunicare con Dio, il filosofo legge nel libro della Storia. C’è però in tutt’e due i casi il monopolio della Verità, che legittima il potere e che rende contestualmente illegittima qualunque altra posizione, che è poi “paralizzata” dalla soppressione della proprietà privata. Capovolgendo tale posizione, si hanno esattamente le condizioni che rendono possibile la libertà indi- viduale di scelta. La mancanza del monopolio della Verità, porta a collocare gli individui nella stessa posizione di ignoranza e di fallibilità, cioè su un medesimo piano gnoseologico, che diviene la ragione dell’uguaglianza dinanzi alla legge. Il che rende legittima l’autonomia di scelta di ciascuno, che è sorretta dalla proprietà privata, dalla possibilità quindi di mobilitare risorse proprie per il perseguimento dei propri fini. Ecco perché, com’è ben noto, Friedrich A. von Hayek ha scritto che «chiunque abbia l’esclusivo controllo dei mezzi deve anche decidere quali fini debbano essere realizzati, quali valori debbano essere considerati come superiori e quali inferiori: in breve, cosa gli uomini devono credere e a che cosa aspirare». Due sono pertanto le condizioni che rendono possibile la libertà individuale di scelta: la mancanza del monopolio della Verità, la mancanza cioè di un “punto di vista privilegiato sul mondo”, e la proprietà privata. Nessuna delle due condizioni può autonomamente garantire la scelta individuale. Occorre che coesistano. Nel caso del nazismo, in cui stando a Werner Sombart il Führer prendeva ordini direttamente da Dio, la proprietà privata non era stata soppressa. Aveva però un’esistenza puramente formale: perché il potere totale, che significava anzitutto conoscenza totale, poneva in essere profondi e sistematici interventi su di essa. Ossia: pur non sopprimendola formalmente, il “punto di vista privilegiato sul mondo” rende in effettiva la proprietà. La posizione di ignoranza e di fallibilità, da cui discende l’uguaglianza dinanzi alla legge, e la proprietà privata permettono allora la libertà individuale di scelta. E questa fa in modo che nessuno sia l’unico offerente e nessuno sia l’unico richiedente. È la competizione, il mercato. Libertà individuale di scelta e mercato sono perciò due aspetti della stessa realtà. Luiss “Guido Carli” - Roma infantino@fondazionehayek.it 2 - 2014 3

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di CarLo LottIerI IL PUNTO SENZA MERCATO NON C’È LIBERTÀ La libertà esige il mercato e quindi proprietà e libera scelta "La libertà ha non solo nemici che sconfigge, ma anche amici perfidi, come la democrazia assoluta e il socialismo, che le portano via i frutti delle sue vittorie". (Lord John Acton) I l mercato è un’istituzionale fondamentale di ogni economia libera. In definitiva, nel momento in cui si usa l’espressione “mercato” ci si riferisce all’insieme degli scambi e dei contratti che hanno luogo quando individui liberi si accordano tra loro in maniera volontaria, e ovviamente alle istituzioni che rendono possibile tutto ciò. Il contrario del libero mercato è la pianificazione centralizzata dell’economia e di conseguenza della società, da cui discende una gestione sempre più programmata della vita di ognuno. Certamente il mercato è anche uno spazio fisico: un’area adibita a favorire l’incontro di chi vende e di chi compra, di quanti producono e di quanti consumano. In effetti, in varie piazze di grandi città e di piccoli paesi – così come nei centri commerciali e in molti altri posti – hanno luogo di continuo quelle transazioni che sono l’essenza stessa di un’economia libera e che permettono a ognuno di noi di trovare soluzioni ragionevoli ai problemi più complessi. Senza il mercato non sarebbe possibile alimentare, vestire e mille altre cose in città come New York o Londra. Ma su cosa si regge il mercato? Un modo per provare a rispondere a questa domanda consiste nell’enfatizzare due elementi istituzionali, strettamente correlati tra loro. Il primo di questi pilastri è certamente la proprietà privata. Un libero mercato non è pensabile senza proprietà. In effetti la distruzione dell’economia libera passa dalla collettivizzazione di ogni proprietà (a partire dai mezzi di produzione) e dalla regolazione dell’utilizzo di ogni bene. Quando le proprietà sono sottratte ai loro possessori legittimi o anche sottoposte a una fitta legislazione, è chiaro che siamo al di fuori di ogni logica di mercato. Ma cos’è, in defini- tiva, la proprietà? Come rilevarono alcuni tra gli autori fondamentali nella storia del liberalismo – da Antonio Rosmini a Frédéric Bastiat – la proprietà è il cuore del diritto. Quando si parla di proprietà ci si riferisce a ciò che un uomo può fare e, di conseguenza, a ciò che non può fare. La proprietà interpreta la questione cruciale del “limite”: di ciò che è oltre le nostre possibilità e che quindi dobbiamo rispettare. Senza proprietà, per giunta, si entra insomma nel regno dell’arbitrio: dove qualcuno (il ceto politico) dispone di tutto e quindi di tutti. Quando si avversa il libero mercato e si mina la sacralità della proprietà, ne discende una progressiva distruzione dell’autonomia individuale e di ogni possibile giustizia. In questo senso va detto che la proprietà non è mai da pensare come un arbitrio illimitato (non posso considerarmi privato della mia libertà se non posso appropriarmi con la forza del lavoro altrui...), ma come la facoltà di disporre di sé e dei beni detenuti legittimamente. L’altro pilastro del mercato, egualmente importante e difficilmente separabile, è il contratto. I due soggetti che comprano e vendono alcuni chili di arance sviluppano la loro relazione a partire dalla proprietà, ma anche sulla base del convincimento che entrambi dispongano del diritto di negoziare: di scegliere in un senso o nell’altro. Non solo uno dei due è legittimamente il titolare di quelle arance, ma entrambi possono modificare il mondo grazie a intese volontarie e a decisioni consensuali. Se la proprietà implica il riconoscimento dell’altro e del limite che egli rappresenta, il contratto apre la strada a un moltiplicarsi di interazioni che sono il frutto della scelta, dell’inventiva, della capacità d’interagire e d’intendersi. Proprietà e contratto si muovono di pari passo, quindi, ma al tempo stesso ci aiutano a comprendere come la libertà abbia varie sfaccettature. Talora viene sottolineato, e a ragione, come l’assenza del mercato causi povertà e conflitti. Non esiste società aperta e plurale che possa fare a meno del mercato. Ma ancora più importante è comprendere che il mercato affonda nella natura stessa dell’uomo e della società. La forza della Scuola Austriaca dell’economia, allora, è in primo luogo nell’aver colto questa dimensione istituzionale e prima ancora antropologica del mercato: che è sì efficiente, ma ancor prima è giusto e in sintonia con la natura umana. Università degli Studi di Siena lottieri@tiscalinet.it 2 - 2014 5

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di aLessandro VItaLe IL MERCATO È LIBERTÀ, LO STATALISMO È OPPRESSIONE Il mercato e lo scambio sono la quintessenza della cooperazione sociale tra individui, che è un gioco a somma positiva, che cioè reca vantaggio a tutti i partecipanti D a tempo, e sempre più di frequente - complice un’errata analisi delle cause della crisi economica mondiale - è tornato in auge il vecchio ritornello della “tirannide”, dello “strapotere”, della “dittatura neoliberista” del mercato. Lo si sente ripetere sino alla nausea anche da studiosi che nei decenni scorsi avevano affrontato seriamente lo studio di Paesi devastati dallo statalismo selvaggio e integrale del Novecento (come quelli “di socialismo reale”) e che oggi, disorientati dalle trasformazioni in atto e dalla fine di quell’inferno, finiscono addirittura per equiparare quel contesto distruttivo – che ha lasciato come uno tsunami gravissimi strascichi per le popolazioni coinvolte – fatto di rapporti di comandoobbedienza, corruzione, protezione-obbedienza e dittature violente ma decorate da “fini sociali”, a quello in cui timidamente e fra difficoltà inaudite cercano di riaffacciarsi la globalizzazione, la libertà di scelta, la spontanea cooperazione sociale, i rapporti di contratto-scambio, liberi da tutele, da imposizioni e da costrizioni asfissianti dei poteri pubblici. Questa epidemia di fraintendimenti, dovuta alla totale mancanza di fonda- menti teorici solidi nel campo economico, della teoria politica, giuridica e sociale, impedisce un’analisi coerente e conduce direttamente all’assurdo nelle conclusioni. Per questi analisti un dominio assoluto dello Stato, della classe politico-burocratica che detta legge su tutto, impedisce di lavorare a chi non obbedisce e l’economia di mercato sono sullo stesso piano. Forse dovrebbero provare la differenza che passa fra un incarceramento, un campo di concentramento, il Dove è assente il libero mercato prosperano il primato del potere politico e dello Stato sulla persona e la pretesa delle classi politiche di imporre un punto di vista assoluto e superiore lavoro forzato, o al limite una bastonata nei sotterranei di qualche Lubianka e l’andare in un supermercato a scegliere un prodotto o subire una martellante pubblicità commerciale. Solo un malato di mente potrebbe asserire che sono la stessa cosa. Eppure la tesi è proprio questa, per di più in un mondo ancora integralmente dominato da Stati che controllano più del 50% delle risorse prodotte (una condizione che espelle ipso facto dalla civiltà occidentale), mediante tassazione e regolamentazione, interventismo economico sfrenato, protezionismo allo stato brado, strutture gerarchico-verticali pesanti come macigni, legislazione a ciclo continuo e a discrezione di politicanti ottusi, confini invalicabili, compressione dello spazio di autonomia dei singoli e delle comunità (asservite a burocrati irresponsabili che ne decidono il destino), democrazie espropriatici e parassitarie, potere politico senza limiti efficaci. La realtà è che dove si ha assenza di libero mercato prosperano il dilagare del potere, la mancanza di diritti ai frutti del proprio lavoro, la pianificazione e la programmazione dall’alto, il primato del potere politico e dello Stato sulla persona, la pretesa delle classi politiche e dei loro aiutanti di imporre a tutti un punto di vista assoluto, superiore a quello di tutti gli attori che intendono cooperare liberamente fra loro. Questo si è realizzato pienamente dove lo statalismo è dilagato, travolgendo ogni autentica libertà e lasciando strascichi di danni materiali e morali incalcolabili: sia nelle forme hard (regimi “amministrati”, come li definiva Ludwig von Mises), che in quelle soft (Welfare, stato so- 6 Liber@mente

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ciale, assistenzialismo ecc.), come è facile notare nelle nostre società. Chi vede nelle interazioni di scambio (le più naturali e spontanee che esistano) come un “dominio”, non sa distinguere fra potere aggressivo, violenza, minaccia della forza fisica da una parte e relazioni spontanee e volontarie dall’altra, alle quali viene dato inizio proprio perché vantaggiose per entrambe le parti che le mettono in atto. Laddove il mercato non sia ostacolato, sono solo le scelte dei consumatori a orientarlo, sulla base della libera possibilità degli individui di stabilire i propri fini, senza sottostare all’obbligo di realizzazione di obiettivi imposti da altri. Il mercato e lo scambio sono la quintessenza della cooperazione spontanea fra persone differenti per idee, obiettivi, valori, religioni. Sopraffazione e aggressione, che intervengono sempre con il divieto di scambiare o con l’imposizione relativa a cosa e come qualcosa vada scambiato (come con l’interferenza devastante nei contratti) non possono essere messi sullo stesso piano. Fanno parte di due universi in contrapposizione logica e reale fra loro. Rifiutare il mercato è invocare pianificatori e burocrati dalle presunte qualità super-umane di conoscitori dei bisogni, è sottomissione e schiavitù, è cessione al paternalismo: è in altri termini abdicare alle proprie capacità più propriamente umane. Lo scambio e il mercato sono rispetto dei diritti di tutti. Come ha scritto Pascal Salin, c’è solo un principio universale per valutare una situazione in maniera noncontraddittoria: chiedersi se le persone abbiano agito liberamente o sotto costrizione. Il risultato di un’interazione è stato ottenuto con la libertà contrattuale sulla base dei diritti di una proprietà legittimamente acquisita (senza aggredire il prossimo) o dietro costrizione? Quando gli individui si scambiano beni, lo fanno perché ne beneficiano reciprocamente. Il mercato è tutto qui. Combatterlo e proibirlo è avallare l’aggressione e preferirla alle relazioni volontarie, non aggressive e mutualmente vantaggiose. Tertium non datur. Lo “sfruttamento degli acquirenti da parte dei venditori” è una favola risibile. Lo sfruttamento è parte dell’universo opposto, quello della politica e del dominio, nel quale il guadagno di alcuni implica una perdita per gli altri, esclusi dal gioco espropriativo consentito dalla violenza monopolizzata. Sarebbe ora che se ne prendesse atto. Università degli Studi di Milano alessandro.vitale@libero.it LIBERARE LA SCUOLA DAL MONOPOLIO DELLO STATO di M ARCO FARACI analisi politica, e in generale il pubblico dibattito, attribuiscono una grande rilevanza al concetto di scelta democratica, quella che si manifesta attraverso il voto elettorale. Per il singolo individuo, tuttavia, l’effettiva possibilità di incidere sull’esito di una consultazione è molto limitato. Addirittura, è stato calcolato che la probabilità che il voto di una persona sia decisivo per il risultato di un’elezione è persino inferiore alla possibilità che la stessa persona muoia investita da un’auto mentre si reca al seggio. Pertanto si è desunto che un elettore dovrebbe andare a votare solo quelle volte in cui l’importanza che attribuisce alla vittoria di un certo candidato sia superiore all’importanza che attribuisce al fatto di rimanere vivo. Quel che è certo è che le elezioni ci consentono – e solo una volta ogni cinque anni - di concorrere per una minima parte alla selezione della “meno peggiore” tra due opzioni politiche. In generale il governo uscito dalle urne sarà considerato “sbagliato” dagli elettori che non l’hanno votato, mentre gli elettori che si troveranno dalla parte “vincente” difficilmente troveranno le proprie aspettative pienamente corrisposte dal governo che dovrebbe rappresentarli. Uno degli ambiti in cui più frequente è l’insoddisfazione generale è quello della scuola. L’attuale sistema scolastico, per una ragione o per un’altra, non piace né alla destra né alla sinistra, e le riforme che si succedono non fanno altro che incrementare la frustrazione delle famiglie, degli studenti e dei docenti. C’è chi ritiene che la scuola sia strutturata in modo troppo antiquato e chi invece vorrebbe tornare a un’organizzazione più tradizionale. Chi invece sostiene che i programmi abbiano un bias ideologico di sinistra e chi al contrario vorrebbe renderla più “progressista” di quanto lo sia oggi. Ancora, chi si lamenta perché non si fa abbastanza inglese e chi si lamenta perché non si studia più la storia dell’arte. C’è pure chi ritiene che vi siano troppi sprechi e chi invece protesta contro i continui tagli. Il problema è che alla fine il nostro sistema è strutturato perché tutte le decisioni sui curricula, sull’articolazione dell’insegnamento, sul budget complessivo e sulla sua ripartizione siano ricondotte in via ultimativa a una gestione centrale monopolistica e burocratica. Questo vuol dire che se ognuno di noi coltiva una propria visione di come dovrebbe essere la scuola, alla fine quello che possiamo fare è solo tifare a favore o contro l’ultima decisione della Gelmini o della Giannini. In un settore come la scuola, quindi, dovrebbe apparire, ancora più evidente che altrove, qual è il valore aggiunto che il mercato potrebbe portare in termini di libertà di scelta. Se anziché un’offerta monopolistica fosse disponibile, nel mercato, una pluralità di opzioni formative, i genitori potrebbero scegliere le formule che ritenessero più efficienti. Potrebbero esercitare fattivamente il diritto a decidere sulla scuola dei propri figli, piuttosto che limitarsi a protestare contro l’inadeguatezza di questo o quel ministro. È dunque nel mercato che i problemi della scuola potrebbero trovare risoluzione, non attraverso l’implementazione top-down di una qualche “visione”, bensì più efficientemente nella concorrenza tra offerte educative diverse. Naturalmente una soluzione di mercato per la scuola da un lato è culturalmente estranea alla mentalità italiana, dall’altro sarebbe avversata dai principali stakeholder dell’attuale sistema pubblico, cioè il personale docente e non docente. Per questi motivi è assai improbabile che bel breve periodo cambi davvero qualcosa. E torna in mente quanto ha scritto Luigi Sturzo: «Fino a quando in Italia la scuola non sarà libera, neppure gli italiani saranno liberi» mfarac@tin.it L’ 2 - 2014 7

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di aLberto oLIVa ELZEVIRO L’EPISTEME PLATONICA, IL SEME DELLO STATALISMO Nel pensiero di Platone, il promotore della reazione contro la società aperta della democrazia ateniese, il programma politico dello statalismo moderno A lfred Whitehead non ha esagerato quando, in Processo e re- premo di giudizio – l’interesse dello Stato. Nel Dialogo delle Leggi altà, ha scritto che «tutta la tradizione filosofica europea del filosofo greco troviamo non solo la difesa dell’olismo metafisico non è che una serie di note a margine su Platone». In modo ma anche del collettivismo inteso come dottrina del primato della schematico, divido i pensatori in due grandi gruppi: i “platonici” collettività sul singolo. Nel Dialogo della Repubblica Platone doe i “socratici”. La mia intenzione è caratterizzare la concezione ge- manda: chi deve comandare? I pochi o i molti? La sua risposta è nerale di conoscenza dei “platonici” e quella dei “socratici” al fine che deve comandare il migliore. Il migliore, per l’autore, è il filodi individuare in che modo sviluppano le loro teorie politiche. sofo: «ci sarà un buon governo solo quando i filosofi diventeranno Platone stabilì una netta e rigida separazione tra episteme e re o i re diventeranno filosofi». Al filosofo è concesso il potere di doxa. Per Platone, la doxa, traducibile come opinione, è prigio- gestire la polis non perché sia saggio, o il più saggio, ma perché posniera delle immagini ingannevoli delle cose che cambiano. Es- siede l’episteme. Platone fa la veemente difesa del governo dei fisendo ritratti delle circostanze fugaci, le doxai sono credenze losofi in ragione di stabilire un legame tra conoscenza vera e instabili e scartabili. Solo l’episteme, con il suo potere di svelare la definitiva ed esercizio legittimo, giusto e competente del potere. realtà essenziale delle cose, è vera e certa. Catturando le proprietà L’esistenza dell’episteme rende inevitabile dare il potere al filosofo invarianti della realtà, l’episteme arriva alla verità ultima e alla in quanto il solocapace di possederla e di avere il compromesso spiegazione definitiva. Infallibile, l’episteme è la guida sicura per etico di impiegarla a beneficio di tutti. Più che conoscenza irreprentutti tipi d’azione, compresi quelli interventisti dei governanti. sibile, l’episteme è ritenuta il sostegno incontestabile dei progetti La subordinazione della politica alla filosofia può di completo rimodellamento della vita politico-sociale. essere considerata la tesi centrale di Platone nella ReEd essendo un ingegnere sociale, il filosofo agisce in pubblica. È meritevole il suo tentativo di produrre una conformità di un piano o progetto definito per la cui legittimazione del potere fondata sull’autorità della esecuzione lo Stato svolge il ruolo cruciale. La conoconoscenza. Lo stesso si può dire della preoccupascenza definitiva porta con sé prescrizioni concernenti A dispetto delle zione di basare l’attività di governare sulla conoprofonde differenze il come deve funzionare la società. E le prescrizioni del scenza. Ciò che è necessario mettere in discussione filosofiche con Platone, filosofo in disaccordo con l’ordine spontaneo saranno è il concetto che la conoscenza che Platone sup- Marx è da considerare seguite dalla comunità solo se imposti dallo Stato. pone possibile conquistare (definitiva) è invocata il suo principale erede Senza il suo potere, l’episteme è soltanto bios theoretikos, da esso per legittimare programmi interventisti vale a dire, impotente a produrre cambiamenti comdi governo. Impiegando il termine totalitarismo plessivi, o strutturali, nella società. Il possesso dell’epiin maniera elastica, Karl Popper nella Società steme non deve essere associato alla meritocrazia aperta e i suoi nemici ritiene che «il programma pocome la concepiamo oggi, ma a un’aristocrazia filosolitico di Platone, lungi dall’essere moralmente superiore al fica che crede di avere legittimità per definire come deve essere totalitarismo, sia fondamentalmente identico ad esso». riorganizzata la vita sociale per ottenere un funzionamento ideale. È innegabile che abbandonare l’autorità della conoscenza Crediamo importante avanzare un’obiezione alla convinzione come fonte di legittimazione della politica può fare prevalere la vi- platonica che si possa arrivare all’episteme e che essa possa essere sione che le scelte dei cittadini, dei politici e dei governanti siano impiegata non solo per fare un buon governo come anche per riprive di razionalità. Se la politica si riduce a lotta cieca per il potere, fare del tutto l’ordine sociale. Il filosofo è il governante ideale per la conoscenza non sarà mai in grado di legittimarla. Platone ha il Platone anche perché, a suo avviso, il vero e il bene coincidano. La merito di cercare una soluzione complessiva – filosofica, politica, persona che sa cosa è la virtù non ometterà di praticarla. Non esiste culturale ed economica – al problema della legittimazione del po- un saggio non virtuoso, tanto che il signore della conoscenza è tere facendo notare che solo la conoscenza può rendere razionale anche una vestale morale. Il governante che possiede l’episteme l´attività politica. In teoria, è salutare sottomettere il potere all’au- ha legittimità non solo per amministrare la res publica ma anche torità della conoscenza per trovare padroni universali di valuta- per introdurre profondi mutamenti nella vita sociale. zioni chiaramente distinguibili da giudizi basati esclusivamente “Platonici” sono tutti quelli che si credono possessori dell’epiin interessi circostanziali. Il problema è che lo stesso Platone invoca steme e competenti per tradurla in prassi al servizio della completa il possesso dell’episteme per riconoscere soltanto un criterio su- e radicale riorganizzazione della vita politica, economica e sociale. 8 “ “ Liber@mente

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Per conseguenza, la conoscenza definitiva è condicio sine qua non di conoscere non abbiamo che delle verisimiglianze. E il disperarsi per legittimare il potere politico concentrato e i progetti interven- del fatto che sia così, significa disperarsi del fatto di essere uomini. tisti. I “platonici” sono sicuri che l’applicazione dell’episteme ren- Perché questa è una delle più inflessibili leggi della nostra natura». derà razionali, efficienti e giusti i processi della vita sociale ponendo Più che le altre correnti filosofiche, politiche ed economiche, il fine alle distorsioni di un ordine politico-economico creato ed evo- pensiero liberale è in conformità con la visione che la scienza è luto a margine della conoscenza. un’attività che si auto-corregge. Come rileva Popper, non esiste un Ritenendo difettose le istituzioni formate senza la “pianifica- grande scienziato – e si può pensare a scienziati sommi come Gazione della ragione”, i “platonici” combattano ogni vestigio di or- lileo, Keplero, Newton, Einstein, Darwin – che non abbia comdine spontaneo nella vita sociale. A dispetto delle profonde messo errori. Nell’Azione Umana Ludwig von Mises mette in risalto differenze filosofiche con Platone, Marx è il suo principale erede che la conoscenza intesa come spiegazione ultima o verità defininella misura in cui crede non solo in una conoscenza che arrivi alle tiva non è accessibile all’uomo: «Non v’è perfezione nella conoessenze ma anche in una prassi rivoluzionaria guidata dalla cono- scenza umana e, per questa ragione, in qualche altra realizzazione scenza. Ne Il Capitale disprezza come economia classica borghese umana. L’onniscienza è negata all’uomo. La teoria più elaborata le principali tesi dei pensatori liberali sostenendo che, prigionieri che sembra soddisfare completamente la nostra sete di sapere può dell’ideologia capitalista, non hanno interesse a raggiungere le de- essere un giorno emendata e soppiantata da una nuova teoria. La terminazioni nascoste o ultime dei fenomeni. Pur essendo storico, scienza non ci dà una certezza assoluta e definitiva». In sintonia e non metafisico come quello di Platone, l´essenzialismo di Marx con Mises e Tocqueville, Popper sostiene che ci sono ben pochi presuppone il potere della conoscenza di svelare la realtà cosi campi del comportamento umano, per non dire nessuno, che siano com’è. Ne Il Capitale Marx sostiene che «ogni scienza sarebbe su- indenni dalla fallibilità umana. Per il fallibilismo, ciò che riteneperflua, se la forma fenomenica e l’essenza delle cose coincides- vamo ben fondato o addirittura certo, può, in seguito, risultare non sero immediatamente». Concedendo al materialismo storico la del tutto corretto e bisognevole di correzione o di sostituzione. capacità di attingere le essenze, Marx rileva che Bastiat, Adam Contro la fede nella conquista dell’episteme, Popper sostiene che Smith e gli altri economisti liberali si soffermano nei impariamo dai nostri errori. E impariamo per via di fenomeni che si manifestano nella superficie della tentativi ed errori, e ci rendiamo conto di quanto poco vita sociale. Tutte le teorie sono errate, tranne la sua, sappiamo; che nessuno è esente dal commettere errori perche non riescano ad andare al di là delle appae che la cosa importante è riuscire a imparare da essi. renze. E sono ideologiche perche nascondono l’inTuttavia, riusciamo a imparare dai nostri errori solIl liberale è un tima struttura della società capitalista legittimandola “socratico”, il quale si tanto se non ci leghiamo a un’ideologia che ci rende nella sua forma storica presente. Come “platonico”, considera un ricercatore ciechi ai difetti delle teorie. L’ideologo ha tanta fede Marx concepisce il materialismo storico come teoria della verità, e non un nelle sue teorie, recitati acriticamente, e non si sente bicapace di raggiungere la struttura essenziale della possessore della verità sognoso di imparare più niente. Questo naturalmente realtà economico-sociale e come strumento di radiè il più dannoso di tutti gli errori possibili. Nello stesso cale trasformazione della società. modo dell’ideologia, la credenza nella conquista della Il liberale non è “platonico”, bensì “socratico”. Riconoscenza definitiva rende superfluo imparare. Conconosce la sapienza del detto di Socrate: «Io so di non tro i “platonici”, che propongono pesanti programmi sapere». Il “socratico” si considera un ricercatore della verità, non d’ingegneria sociale legittimati nella presunta conquista dell’epiun possessore della verità. A differenza dello scettico, il liberale è steme, il liberale – “socratico” – difende il riformismo cauto e grafallibilista nel senso che, pur riconoscendo che una teoria abba- duale in ragione della fallibilità di tutti i nostri sforzi di stanza confermata possa essere vera, ritiene ingiustificabile valu- comprensione della realtà. Non si giustifica l’ambizione ingegnetarla vera mentre prosegua la ricerca. Il liberale è consapevole che ristica di rimodellare radicalmente la società si non conosciamo anche una teoria ampiamente appoggiata dai fatti può, in alcun con esattezza le cause che la fanno essere così com’è. Peraltro, momento, inciampare in un contro-esempio. La Teoria della Rela- la completa ricostruzione della vita sociale esige enorme contività di Einstein può essere vera, ma saremo in grado di saperlo centrazione di potere; col pretesto di edificare la società persoltanto dopo aver esaurito tutte le possibilità di testarla. Allonta- fetta, i “platonici” considerano legittimo riordinare a tutti costi nandosi della mainstream filosofica, il liberale riconosce che la co- le relazioni sociali, anche se il processo di trasformazione sbocnoscenza è finita e l’ignoranza infinita. E per quanto riguarda il chi nella soppressione della libertà. potere, la questione fondamentale è come limitare e controllare il Il liberale, riconoscendo la fallibilità e la dispersione della copotere. L’enfasi non ricade nella concessione del potere a un’intel- noscenza, ha la convinzione che ciò che importa non è tanto conligentia signora dell´episteme, ma nei meccanismi istituzionali, nei segnare il governo ai saggi, ma l’esistenza d’istituzioni che, essendo checks and balances, in grado di evitare la concentrazione di potere protettivi della libertà individuale, rendano possibile sia governare che minaccia la libertà degli individui. Il socratismo epistemologico sia controllare coloro che governano. è uno dei tre pilastri centrali dell´edificio liberale. La convinzione Università Federale di Rio de Janeiro (Brasile) che la conquista dell’episteme sia irraggiungibile ha un chiaro e aloliva@uol.com.br forte impatto su le teorie politiche ed economiche dei “socratici” liberali. Alexis de Tocqueville è eloquente nella sua difesa del fallibilismo: «Ho finito col persuadermi che la ricerca di una verità assoluta dimostrabile, al pari della felicità perfetta, fosse uno sforzo verso l’impossibile. Ciò non significa che non vi siano delle verità che meritano la convinzione totale dell’uomo. Ma sicuramente sono pochissime. Per l’immensa maggioranza di ciò che ci importa 2 - 2014 “ “ 9

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di PasCaL saLIn PRIMO PIANO L’OPPRIMENTE TIRANNIA DELLO STATO ESATTORE L’importanza e l’attualità del tema della fiscalità, che si pone in una relazione inversa con la libertà personale , ed è tanto più pericolosa in quanto scarsamente compresa dovrebbe essere ostili alla tassazione in generale, per principio, il che implica che si dovrebbe sempre cercare di capire come sostituire la tassazione e la spesa pubblica con attività private. Ora, queste ragioni sono numerose, ma le successive sembrano particolarmente importanti ed essere considerate come specifici aspetti del carattere generalmente tirannico della tassazione: La doppia distruzione degli incentivi produttivi per tassazione e spesa pubblica Gli esseri umani sono esseri agenti, come sottolineato da Ludwig von Mises (in particolare nel suo capolavoro L’Azione Umana). Ogni azione è il risultato di un processo di pensiero con cui un individuo tenta di sostituire a uno stato di affari vigente uno futuro più favorevole. Pertanto, decidere di agire dipende dalle aspettative attese da tale azione, ma anche dalla rischiosità di questa aspettativa. La tassazione esula dal risultato dell’azione umana e, come tale, distrugge gli incentivi produttivi: l’incentivo a lavorare, innovare, intraprendere, risparmiare e investire in determinate attività risulta sempre essere più basso all’aumentare della tassazione. Questa distruzione degli incentivi, inoltre, è incrementata dal fatto che la tassazione accresce il rischio d’azione. Ma c’è un’altra ragione per cui gli incentivi produttivi sono distrutti dalle attività pubbliche: lo Stato fornisce beni apparentemente gratuiti o quasi gratuiti (poiché non vi è alcun legame tra ciò che un individuo paga allo Stato e quello che ottiene). Pertanto si è meno indotti a compiere sforzi al fine di ottenere beni e servizi se questi si possono ottenerli dallo Stato. Dunque, se c’è un sistema pubblico di assicurazione sanitaria e le persone pagano contributi proporzionali ai redditi, queste sono meno propense ad aumentare il loro reddito. Al contrario, in un sistema ad assicurazione privata, le persone sono indotte «Volete voi sapere perché mai uno sciame di parassiti o di meretrici possano vivere nelle corti? Perché l'ignoranza e l'intrigo vi si possano portare in trionfo, il sapere e la virtù vi siano respinti e derisi [... ]? L'imposta racchiude e spiega tutto l'enigma. L'imposta è la grande sorgente di tutto ciò che un governo corrotto possa speculare in danno de' popoli; l'imposta mantiene la spia, incoraggia il partito, detta gli articoli di giornale» (Francesco Ferrara) P uò sembrare eccessivo parlare di “tirannia fiscale” riferendosi alla situazione vigente in molti Paesi, specialmente in Europa, ma così non è. In realtà, un tiranno è qualcuno che non è rispettoso degli altrui diritti, in particolare dei diritti di proprietà. Ora, qualsiasi analisi sulla tassazione dovrebbe prendere come punto di partenza che una tassa è un pagamento obbligatorio. Si è spesso ritenuto che la tassazione sia il prezzo pagato dai contribuenti al fine di ottenere beni e servizi prodotti dallo Stato. Ma questo è un pericoloso ed erroneo pa- ragone: il prezzo che si accetta di pagare in un libero mercato è volontariamente accettato dal soggetto che personalmente beneficia di ciò che acquista. L’imposta pagata dal contribuente non è un pagamento volontario, lo Stato la ottiene grazie alla costrizione. Inoltre, il contribuente che paga una tassa non paga per quello che personalmente riceve, ma per quello che tutti i cittadini ricevono dallo Stato. Quindi abbiamo bisogno di un cambiamento radicale di prospettiva nel modo in cui la tassazione viene analizzata. Generalmente viene considerata come il modo legittimo con cui lo Stato è in grado di fornire quelli che vengono chiamati “beni pubblici”, sicché è sufficiente considerare ciò per chiamarla talvolta “tassazione ottimale”. Al contrario, la si dovrebbe piuttosto considerare, per la sua vera natura, quale tassazione tirannica: priva gli individui della loro proprietà attraverso la costrizione. Essendo stato accettato questo modo di pensare , si potrebbe comunque pensare ci possa essere, a dispetto di questa effettiva natura della tassazione, qualche giustificazione per sostituire la tassazione e la spesa pubblica con una libera legittima interazione degli individui sui mercati. Non possiamo ora prendere in esame questo problema, ma sarebbe necessario spiegare perché i termini “beni pubblici”, “solidarietà”, “assistenza sociale”, “interesse generale”, ecc. sono più che discutibili e non possano portare alcuna concreta giustificazione al processo di tassazione e di spesa pubblica. Per il momento abbiamo solo sottolineato alcuni aspetti inevitabili del carattere tirannico della tassazione. Non puntiamo qui e ora a discutere la caratteristica più o meno dannosa delle differenti tasse, ma sottolineiamo le ragioni per cui si 10 Liber@mente

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a lavorare di più per ottenere risultati migliori in modo tale da avere una migliore assicurazione. Dunque la sostituzione di quest’ultimo sistema al primo comporterebbe una maggiore prosperità per tutti. Il carattere destabilizzante delle imposte La tassazione aumenta il rischio d’azione umana e per questo motivo distrugge anche gli incentivi produttivi. In realtà, contrariamente ai comportamenti privati, nei quali gli individui devono essere rispettosi dei loro contratti, lo Stato può cambiare in modo discrezionale, in qualsiasi momento, il contesto fiscale dei cittadini, attraverso la creazione di una nuova tassa o con l’aumento del tasso di un’imposta esistente. Si può anche dire che questa instabilità costituisce uno dei principali rischi della vita economica del nostro tempo (nonostante lo Stato pretenda che uno dei suoi principali compiti sia quello di creare stabilità!). E mentre è possibile avere un’assicurazione contro la maggior parte dei rischi della vita, non si può ottenerne una contro il rischio che lo Stato aumenti le tasse da pagare! La tassazione contrae gli scambi Lo scambio rende possibile la specializzazione degli individui nelle attività in cui sono relativamente più produttivi, e per questo motivo è uno strumento molto importante per la prosperità. Per ragioni solamente pratiche, le amministrazioni fiscali tassano solo quelle attività che vengono gestite attraverso i mercati, dal momento che è poi possibile per lo Stato valutarle e prendere parte del valore scambiato, contrariamente a quanto accade con le attività autarchiche degli individui. Pertanto la tassazione induce le persone a fare da soli quello che potrebbe essere meglio fatto da altri. Per esempio qualcuno cucinerà da sé i suoi pasti anche se è un pessimo cuoco, anziché andare in un ristorante e impiegare quel tempo per le attività in cui è efficiente. C’è solo un tipo di imposta che evita questa conseguenza: una tassa dello stesso ammontare per ogni individuo, che sia pagata da ogni cittadino indipendentemente dal suo reddito, dalla sua ricchezza, o dal livello dei suoi scambi. Essa non distrugge gli incentivi ad agire e lo scambio, ma non è mai adottata al giorno d’oggi; il pregiudizio per la ridistribuzione induce le persone a dimenticare completamente i processi di creazione della ricchezza. La tassazione è priva di trasparenza Quando due individui commerciano tra loro, ognuno sa quanto paga per ciò che ottiene. La tassazione distrugge questa tra- sparenza, poiché una caratteristica importante di qualsiasi tassa è che non si può mai sapere con precisione chi effettivamente ne sopporta il carico. Infatti, chi paga una tassa non è necessariamente colui che ne sopporta il costo finale. Prendiamo il caso di un contratto di lavoro tra datore e salariato, e supponiamo che inizialmente non vi sia alcuna imposta. Supponiamo che lo Stato decida di chiedere al datore di pagare una tassa (o un contributo) proporzionale al salario che viene pagato. Nel breve periodo ovviamente il datore sopporterà il peso di questa tassa, dato che aveva promesso un salario quando non era a conoscenza della creazione di questa tassa, ma certamente proverà a trasferire parte di questo costo sul salariato. Come può farlo? Egli lo può licenziare e assumerne un altro con un salario più basso, o, molto più probabilmente, nel corso del tempo non aumenterà il salario del dipendente tanto quanto avrebbe invece fatto in assenza della tassa, a seguito del miglioramento della produttività lavorativa. Così, dopo un tempo più o meno lungo, senza saperlo, il salariato sopporterà parte del peso della tassa. Facciamo un altro La tassazione esula dal risultato dell’ azione umana e, come tale, distrugge gli incentivi produttivi: l’incentivo a lavorare, innovare, intraprendere, risparmiare e investire in determinate attività esempio tra i molti possibili. Quasi tutti credono che l’IVA venga pagata dai consumatori anche se è pagata dai percettori di reddito (si tratta di un’imposta sul valore creato dalle imprese, la controparte della quale è composta dai redditi). Ai governi piace proprio perché le persone non sanno di pagare l’IVA (o non ne conoscono in quale misura la pagano), così come tutte quelle tasse che si presume siano carico delle imprese ma che in realtà sono pagate dagli individui. Dato che l’azienda non ha diritto di voto, è facile per i politici affermare che “le imprese pagheranno le tasse”. Ma una azienda è un insieme di contratti e un contratto non paga le tasse: esse vengono pagate da coloro che firmano i contratti, ma in proporzioni che sono a loro sconosciute! Da questo punto di vista si dovrebbe riconoscere che le pubbliche menzogne sono alla base stessa di qualsiasi sistema fiscale. Che differenza con quanto avviene nei rapporti privati! Lo spreco di risorse con la tassazione Questo spreco è la prima conseguenza del considerevole costo dell’amministrazione fiscale, in particolare nei sistemi fiscali molto complessi come quelli che esistono in Francia e in Italia! I contribuenti devono sopportare anche un notevole costo (non misurato) in termini di tempo e risorse per informarsi, conformarsi a tutti gli obblighi dell’amministrazione, cercare di prevedere i cambiamenti nella legislazione fiscale e decidere dei propri investimenti (che spesso si basano più sulla tassazione che sul rendimento reale). Lo spreco deriva anche dal fatto che le risorse ottenute dallo Stato mediante la tassazione sono spese da persone che agiscono da irresponsabili, in quanto non pagano esse stesse le conseguenze delle loro decisioni. Il carattere ingiusto delle imposte Per sua stessa natura una tassa è ingiusta perché è un attacco ai legittimi diritti di proprietà, i quali sono la condizione della libertà. Le cose sarebbero differenti se mai ci fosse un consenso verso la tassazione. L’idea secondo la quale, a dispetto di tutte le insidie che abbiamo analizzato, la tassazione sarebbe giustificata dal fatto che viene decisa da persone che sono state elette democraticamente risulta essere una finzione. Infatti è sempre possibile trovare una maggioranza che derubi una minoranza. Tale spoliazione, benché sia legale, non risulta essere meno illegittima, essendo un attacco ingiustificato ai diritti di proprietà. Il processo politico rende possibile, ad esempio, spiegare perché esiste la progressività delle imposte. Non vi è alcuna giustificazione etica o utilitarista per tale caratteristica, essa esiste solo perché è il risultato di una decisione della maggioranza senza il consenso della minoranza. In ogni sistema fiscale, ci sono un sacco di misure specifiche che lo rendono molto complesso e, soprattutto, profondamente ingiusto. Pertanto la tassazione è distruttiva e “antidemocratica” a causa del suo essere arbitraria, ingiusta, destabilizzante e priva di trasparenza, il che dovrebbe giustificare la realizzazione di una rispettabile riforma fiscale che implichi sia una diminuzione molto consistente delle imposte eccessivamente gravose che la soppressione della maggior parte delle tasse ingiuste e distruttive. Le caratteristiche nocive e sleali della tassazione dovrebbero costituire uno sprone per ricercare sempre nuovi modi per sostituire il sistema pubblico di tassazione e di spesa pubblica con libere decisioni dei privati. In una parola vi è un urgente bisogno di alleggerire e, se possibile, eliminare la tirannia fiscale. Università di Paris-Dauphine (Francia) pascal.salin@gmail.com Traduzione a cura di Luca Fusari 2 - 2014 11

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di nathaLIe Janson LIBERARE LE BANCHE DAI LACCI REGOLAMENTARI E MONETARI Per avere sistemi monetari stabili il primo passo necessario da compiere è porre in essere un regime di libertà bancaria, il quale è basato sul principio di responsabilità N on è facile parlare di libertà bancaria in un periodo in cui i banchieri sono più spesso criticati che apprezzati; diverso sarebbe se si comprendesse il funzionamento di un sistema di banche libere. In realtà, la libertà bancaria è basata sul principio di responsabilità che certamente non caratterizza il comportamento dei banchieri contemporanei. Libertà bancaria significa che le banche stesse producono la propria moneta, cioè le banconote. E la moneta emessa da una banca sarà detenuta dai clienti solo per le proprie qualità: dovrà ispirare fiducia. Al contrario di quanto è riportato nella storia ufficiale, la fiducia nella moneta non è stata creata solamente grazie allo Stato. La fiducia nella moneta privata si poggiava sulla reputazione dei banchieri che la emettevano, in particolare era commisurata al loro grado di responsabilità. Anche se in un regime di libertà bancaria le banche possono emettere moneta, non è detto che tutte decideranno di farlo perché si tratta comunque di un’attività molto onerosa (le banche dovrebbero emettere, detenere moneta e gestire delle riserve in una valuta di livello superiore). Se si guarda alla storia, le monete private erano delle banconote convertibili in oro. Oggi le monete private sarebbero rappresentate non soltanto delle banconote, ma anche da moneta elettro- nica o altri mezzi di pagamento. È difficile oggi immaginare la loro convertibilità in oro, anche se l’oro rimane un bene-rifugio per eccellenza (come ne attesta l’aumento dopo la crisi), ma non viene più usato come moneta nelle transazioni. Quindi, se oggi si dovesse scegliere una moneta di riferimento, sicuramente la scelta cadrebbe su una moneta di comprovata stabilità, come il Franco svizzero, ad esempio. Il vantaggio di avere un sistema di E SI TORNA A PARLARE DI AUSTERITÀ... di MarCo ParIsI Nell’opinione pubblica si rispolverano antichi dogmi e si punta il dito contro un nemico che non esiste Italia e il mondo occidentale hanno imparato a familiarizzare con il termine “austerità” durante gli anni settanta, quando i Paesi arabi appartenenti all’OPEC (Organization of the petroleum Exporting Countries), in seguito alla guerra del Kippur (1973), ridussero drasticamente le esportazioni di petrolio verso l’Occidente, spingendo il prezzo del greggio alle stelle. Gli Stati importatori, oltre a cercare di diversificare le fonti di approvvigionamento, imposero misure restrittive sui consumi di energia. Erano anni difficili, ma di crescita per l’Italia. Essa non aveva gli attuali problemi di finanza pubblica, il rapporto debito/PIL si aggirava intorno al 60%, la spesa pubblica al 40%, con una pressione fiscale preriforma al 30%. Purtroppo di quegli anni ci si ricorda solo delle domeniche a piedi... A quarant’anni di distanza, in un periodo economico buio, si è tornati a utilizzare questo termine, non sempre in modo corretto. Passata la fase di “scoppio” della crisi, in cui i privati cittadini insolventi hanno rappresentato il punto debole, è stata la volta dei debiti degli Stati nazionali. Le economie più fragili sono andate in affanno anche a livello pubblico, mettendo in discussione addirittura la sostenibilità dei debiti sovrani (con i successivi downgrade da parte delle agenzie di rating). Per evitare il tracollo è stato necessario avviare una fase di consolidamento fiscale, che in Italia ha sempre e solo significato “fare L’ 12 Liber@mente

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libertà bancaria sta nella diversità dei si richiede alle banche di rispettare albusiness model che si svilupperebbero. cuni requisiti patrimoniali, avere un Non facendo più parte di un sistema ratio minimo di liquidità, di capitale, centralizzato come quello attuale, le ecc..). Non perché decentralizzato, saimprese bancarie avranno bisogno di rebbe un sistema senza regole. differenziarsi per attirare i consumaLa critica più frequente mossa tori. La molteplicità di valute che si contro un sistema di libertà bancaria è avrebbe, non necessariamente com- di condurre ineluttabilmente ad una porterebbe la moltiplicazione dei tassi sovraemissione di moneta: le banche di cambio tra di loro. Inavrebbero un incentivo a fatti, le banche emittenti sovraemettere per domiavrebbero un incentivo a nare il mercato. Vista la siconcludere degli accordi di tuazione attuale è poco “mutua accettabilità”, in Libertà bancaria vuol dire probabile che un sistema limodo da aumentare la pro- che le banche emettono bero faccia peggio! L’argopria capacità di circola- propria moneta, che poi mento, avanzato da alcuni, zione. Inoltre, per facilitare sarà detenuta dai clienti della sovraemissione mole compensazioni giorna- solo per le proprie qualità stra la limitata comprenliere avrebbero vantaggio a sione del funzionamento creare una camera di comdell’attività di emissione pensazione, simile a quella monetaria. Infatti, se una che una banca centrale utibanca decidesse di aumenlizza per la gestione della liquidità, tare la propria emissione di moneta, lo che nei periodi di crisi di liquidità po- farebbe attraverso un aumento dei trebbe anche fare da prestatore di ul- suoi prestiti al pubblico, che provochetima istanza (in modo temporaneo) rebbe un aumento delle compensacosi da limitare la creazione moneta- zioni bancarie, dato che i clienti che ria. Queste “camere” avrebbero delle riceverebbero i prestiti li userebbero regole di funzionamento da rispettare per eseguire nuove transazioni. Que(come oggi, per gli accordi di Basilea, sto, a sua volta, farebbe crescere la do- cassa”. I contribuenti, già tartassati, sono stati vessati con una serie di balzelli dai nomi più improbabili, che hanno appesantito una pressione fiscale già insostenibile (non si ricorda nella storia recente una reale riduzione del prelievo fiscale). In questa situazione la spesa pubblica è cresciuta del 50% nell’ultimo decennio, superando quota ottocento miliardi (con un incremento dovuto solamente alla spesa primaria), e i consumi “privati” hanno registrato una contrazione attesa e fisiologica durante una crisi. In questo quadro c’è chi parla di austerity e la ritiene la causa dei problemi attuali. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, intervenendo lo scorso febbraio al Parlamento europeo, ha affermato: «si ritiene che una politica di austerità a ogni costo non regga più, anche se era servita per il riequilibrio dei conti pubblici e non si poteva sfuggire a una disciplina di bilancio rimasta carente dopo l’introduzione della moneta unica». Di quale politica di austerità abbia parlato il Capo dello Stato non è ben chiaro. Ciononostante ha espresso un pensiero attualmente condiviso da molti economisti e politici, secondo cui lo Stato sta ostacolando la crescita perché non sostiene adeguatamente i consumi aggregati (in compensazione della riduzione dei consumi del settore privato) aumentando ulteriormente la spesa. Per fare ciò bisognerebbe liberarsi dai vincoli imposti da Bruxelles. Forse una crescita annua della spesa del 50% li soddisferebbe. Forse. Questa stortura ricorda molto quella secondo cui “il troppo mercato e la deregulation hanno dato origine alla crisi”. Persino la BCE, in una nota di marzo, ha così richiamato l’Italia: «la raccomandazione della Commissione del novembre 2013 indicava la necessità di ulteriori misure di risanamento per 2 - 2014 “ “ manda di moneta di riferimento e non permetterebbe alla banca di sostenere l’aumento dei prestiti. Si potrebbe anche supporre che l’aumento sia il risultato di un accordo di cartello tra le banche ma, come ci insegna la teoria monetaria, il cartello è un accordo instabile quindi il rischio di avere questa situazione a lungo termine è poco probabile perché una delle banche aderenti al cartello avrà sempre l’incentivo di decidere di adottare la strategia del “passeggero clandestino” e non rispettare l’accordo. Neoma Business School - M.S. Aignan (F) njanson@free.fr assicurare l’osservanza del Patto di stabilità e crescita […] finora non sono stati compiuti progressi tangibili per quanto riguarda la raccomandazione della Commissione». In Italia la spesa pubblica rappresenta circa il 52% del PIL. Per giustificare questa cifra spaventosa parte la guerra dei numeri e si dice che il rapporto spesa/PIL in Italia è poco sopra la media UE. Naturalmente non si dice che “alla destra” dell’Italia si trovano i Paesi scandinavi non paragonabili al nostro per dimensione (si noti che la Danimarca ha gli stessi abitanti del Lazio) e senso civico; la Grecia, su cui c’è poco da aggiungere, e la vicina Francia, simile all’Italia per moltissime cose: Spesa pubblica e tasse da record inchiodano l’economia francese, titolava il Sole 24 Ore sul finire dello scorso anno. Senza aggiungere che in Italia buona parte della ricchezza prodotta è semplicemente distrutta o distratta. Il ritorno a un keynesianesimo, che in realtà non è mai andato via, è dovuto al fatto che la classe politica per favorire la ripresa, non potendo fare ricorso a misure impopolari che metterebbero a repentaglio la propria rielezione, preme per utilizzare lo strumento più semplice: l’aumento della spesa. Finanziato da molti, meglio ancora se appartenenti alle generazioni successive. A ciò si deve anche il tentativo di forzare i vincoli di Maastricht, già allentati negli ultimi anni. Ci troviamo di fronte ad un altro dèjà vu. Si stanno rispolverando i “presupposti di Harvey Road”, con Paul Krugman dalle colonne del New York Times nei panni di Lord Keynes, eletto a guru teorico sul quale poggiare ambizioni politiche. Per completare il quadro dei ricordi il presidente Napolitano potrebbe dire:“Siamo tutti krugmaniani!”. marco.parisi@fondazionescoppa.it 13

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di sandro s CoPPa LA DECRESCITA NON È MAI FELICE La disamina mette in luce gli elementi di una teoria non scientifica che rappresenta un mero paradosso utipico D a qualche tempo trova spazio nei media, persino in televisione, e in alcuni settori dell’opinione pubblica la credenza che la crescita economica non sia sostenibile per l’ecosistema della terra e che le risorse naturali siano in via di esaurimento. Sottesa a ciò, c’è l’idea che la civiltà tenderebbe all’autodistruzione. Lo osservava già l’economista rumeno Nicholas Georgescu-Roegen, fondatore della bioeconomia, secondo cui l’obiettivo fondamentale del processo economico, ossia la crescita illimitata della produzione, in quanto basato sull’impiego di risorse energetiche e materiali non rinnovabili, è in contraddizione con il secondo principio della termodinamica. Si assume che, in ogni produzione fisica, una parte dell’energia impiegata passi necessariamente da una forma disponibile a una indisponibile. In altre parole, si ritiene che, alla fine di ogni processo, la quantità dell’energia, ovverosia la possibilità che l’energia possa essere ancora utilizzata, sia sempre inferiore rispetto all’inizio. Per l’economista rumeno, la decrescita economica sarebbe perciò la conseguenza inevitabile dei limiti imposti dalla leggi di natura. Attorno a siffatta credenza, si è formata una corrente di pensiero politico, economico e sociale, della quale l’economista francese Serge Latouche è considerato uno dei suoi maggiori esponenti. «La società della crescita - sostiene il medesimo Latouche - non è né sostenibile né auspicabile. È dunque urgente passare a una società della decrescita, se possibile serena e conviviale». A tale scopo, «bisogna uscire dalla religione dell’economia, dall’imperialismo della crescita, per diventare degli agnostici, degli ateisti dell’economia». In sostanza, è necessaria la riduzione controllata, selettiva e volontaria della produzione economica e dei consumi, al fine di stabilire relazioni di equilibrio fra l’uomo e la natura, nonché di equità fra gli esseri umani stessi: «La decrescita dovrebbe essere organizzata non soltanto per preservare l’ambiente, ma anche per ripristinare il minimo di giustizia sociale senza la quale il pianeta è condannato all’esplosione». Nonostante il concetto di decrescita sia relativamente nuovo (si è iniziato a parlare I teorici della decrescita non si rendono conto che la diminuzione da essi invocata delle risorse a nostra disposizione ridurrebbe di molto il livello della qualità della vita di decrescita nel 1972 con la riunione del Club di Roma), altri studiosi in passato avevano delineato teorie similari, come a esempio l’economista e demografo inglese Thomas Robert Malthus, il cui Saggio sulla popolazione (1798) rappresenta il lavoro originario dal quale hanno preso spunto gran parte delle moderne teorizzazioni. Come si comprende, si tratta di un concetto che, seppure sotteso a una teoria sviluppata in ambito economico, sconfina nella filosofia e persino nella religione e nel misticismo, sino a diventare oggetto di culto e devozione. Diviene così un concetto privo di scientificità e rappresenta un mero, pericoloso, paradosso utopico, che ambisce a ri- disegnare radicalmente la società. Latouche attribuisce alla propria posizione una matrice marxista. Egli afferma: «è un progetto politico di sinistra, perché si fonda su una critica radicale del liberalismo, si ricollega, denunciando l’industrialismo, all’ispirazione originaria del socialismo e mette in discussione il capitalismo, secondo la più stretta ortodossia marxista». Condivide inoltre con il marxismo l’obiettivo ultimo e universale, cristallizzato nella frase di Karl Marx: «da tutti secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni». In pratica, il ”paradiso in terra” con un benessere diffuso, un lavoro ridotto e la possibilità di occuparsi liberamente di hobby e piaceri personali. Chiaramente, la decrescita non potrebbe essere realizzata senza una rivoluzione (dei costumi, della cultura, dei valori, della politica, e di tutto quello che riguarda le abitudini degli individui) e una svolta autoritaria. Questa, a sua volta, dovrebbe sfociare in un enorme leviatano, a cui affidare il compito di guidare e controllare tutti gli individui sia nelle scelte di consumo sia nelle scelte di produzione. Infatti, qualora sia intesa non come una somma di libere scelte individuali, bensì di politica unitaria, è necessario affidarsi a un Grande legislatore o pianificatore per imporre lo stesso tenore di vita a tutti e, nello stesso tempo, riconvertire la produzione e limitarla, fino a rendere la società statica (Hayek). Ovviamente, i teorici della decrescita muovono dal presupposto che i «limiti della crescita» siano già definiti: «sia dalla quantità disponibili di risorse naturali non rinnovabili, sia dalla velocità di rigenerazione della biosfera» (Latouche). Essi non considerano neppure minimamente che le risorse non sono dati fissi, ma qualcosa di dinamico, ignoto, da scoprire e valorizzare, e che il loro limite è teoricamente spostabile all’infinito, grazie all’ingegno umano e alla tecnologia. Sfugge a costoro che l’uomo non è un semplice distruttore di risorse, ma piuttosto uno scopritore, un inventore, un

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innovatore coraggioso e, pertanto, un generatore di risorse. E non solo. Le risorse soggiacciono alle leggi del mercato, che svolge una funzione primaria nella conservazione e nell’incremento delle risorse naturali. In particolare, il mercato canalizza le attività degli individui nella direzione in cui esse servono meglio i bisogni umani, scopre sistemi per lo sfruttamento di risorse al- ternative, quando una risorsa diventa particolarmente scarsa, e stimola la ricerca e l’innovazione tecnologica, che a sua volta permette di fare “più e meglio con meno”. I teorici della decrescita non si rendono conto che la diminuzione da essi invocata delle risorse a nostra disposizione ridurrebbe di molto il livello della qualità della vita, a cominciare dagli standard sanitari, per cui ci ritroveremmo a vivere in un’epoca preindustriale, nella quale il benessere sarebbe livellato verso il basso e le aspettative di vita inferiori a quelle attuali. Inevitabilmente aumenterebbe la disoccupazione e la povertà, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Ha senso ancora parlare di decrescita? sandro.scoppa@fondazionescopa.it di PaoLo LuIgI b urLone e r ICCardo de C arIa IL BITCOIN, LA VIA PER LA LIBERTÀ Semplice e intuitivo, non fa uso di un ente centrale e si basa sul principio del P2P I n tema di crittovalute (o crittomonete), sebbene la rete sia assai ricca di informazioni tecnico pratiche circa la loro creazione (estrazione) e le relative possibilità di utilizzo, ben poco propone in materia qualificazione giuridica e fiscale. Si sta perciò sviluppando un dibattito globale in merito alla definizione e conseguente colorazione legal-fiscale dei bitcoin. Con un paper sviluppato per l'Istituto Bruno Leoni, si è cercato di darne una prima analisi calando la fattispecie nell'ampio e complesso sistema normativo vigente in Italia. Si è visto che, ancor prima di avviare una qualsivoglia lettura giuridica, bisogna aver ben chiaro cosa sia effettivamente una crittovaluta (macro categoria di cui il Bitcoin è la declinazione maggiormente diffusa): essa non consiste in un file, bensì in una “scrittura contabile” conservata all’interno del Blockchain ricevuta quale compenso per la soluzione di una funzione crittografica che dice chi possiede, riceve e trasferisce cosa. Chiarito ciò, il percorso intuitivamente più logico sembrerebbe quello dell’assimilazione giuridica delle crittomonete al denaro e alle valute FIAT; il Bitcoin viene, infatti, impiegato tipicamente per soddisfare le quattro esigenze fondamentali cui risponde il denaro, ovvero fungere da riserva di valore, mezzo di scambio, unità di conto e strumento per pagamenti futuri. Tuttavia, in un mondo di monete a corso forzoso, il denaro in senso tecnico è solo quell’insieme di banconote e monete che viene emesso, o autorizzato – nel caso del denaro bancario – dalle banche centrali, e che da esse riceve valore legale. Esclusa questa assimilazione, anche quella relativa ai “prodotti finanziari” sembrerebbe impropria: in senso tecnico, possono cosi dirsi solo quelli che rientrano nella definizione fornita dal TUF secondo il quale sono tali «gli strumenti finanziari e ogni altra forma di investimento di natura finanziaria» con la precisione che «i mezzi di pagamento non sono strumenti finanziari». Ebbene, se è vero che i Bitcoin hanno anche finalità di investimento, è pur vero che in essi predomina la funzione di mezzo di pagamento, per cui la disposizione ora ricordata sembra costituire un ostacolo insor- montabile alla riconduzione degli stessi alla categoria di “strumenti finanziari”, almeno per ciò che attiene l’ordinamento italiano. La qualificazione più calzante sembra quindi essere quella dettata dal legislatore all’art. 810 cc: «sono beni le cose che possono formare oggetto di diritti». I bitcoin sono quindi beni, per la precisione, immateriali come la proprietà intellettuale e il diritto d’autore in cui la natura di bene si manifesta nell’opera piuttosto che nella corporeità del supporto. Analizzando la fattispecie dal profilo fiscale, si giunge alle medesime conclusioni. Guardando ai soggetti protagonisti, il creatore di critto valute non è certamente assimilabile né all’emittente di denaro né a quello di strumenti finanziari:, non esiste tassazione applicabile al reddito da signoraggio e non è paragonabile la posizione degli stessi a degli intermediari. Se si accoglie, invece, la qualificazione di critto valute come beni, risulta allora immediata la riconduzione dell’estrattore a quella dell’imprenditore commerciale che colloca il prodotto della propria opera sul mercato e che di conseguenza vedrà assoggettati a tassazione i propri utili. Per quanto riguarda la figura dell’utilizzatore, inteso qui come persona fisica, si può applicare analogicamente la tassazione sostitutiva della sola plusvalenza per chi specula nel mercato delle valute e dei titoli, ancorchè non dovuta se la consistenza totale di bitcoin, equiparandoli alle sole valute estere, non supera gli € 51.645 per almeno 7 giorni in un anno. Di contro l’utilizzatore sarà estraneo a tassazione se dimostra la riconducibilità dei bitcoin ad un bene proprio o altrimenti verrà assoggettato a tassazione piena se l’intenzione speculativa fosse predominante nelle ragioni di compravendita con realizzo di utile. Inoltre, l’imposta sul valore aggiunto gioca un ruolo chiave: non risulta dovuta tanto per il denaro quanto per gli strumenti finanziari a causa dell’espressa esenzione prevista dal legislatore ma diviene inevitabilmente applicabile per il bene, seppur immateriale. Appare evidente quanto il quadro normativo sia complesso e quanto la corretta applicazione della normativa tributaria dipenda indissolubilmente dall’assimilazione giuridica per la quale si decida di propendere. Se il legislatore stabilisse di intervenire regolamentando la fattispecie, sarebbe auspicabile che prevedesse l’assimilazione di chi crea crittovalute all’imprenditore, esentandolo dall’IVA onde evitare un costo ulteriore che il mercato extra eu non riconoscerebbe, e che riconoscesse a chi utilizza lo strumento un intento speculativo equivalente a chi opera sul mercato delle valute, distinguendo così il soggetto fortemente patrimonializzato dal piccolo risparmiatore. pburlone@gmail.com riccardo.decaria@gmail.com 2 - 2014 15

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