LIBERAMENTE 3/2014

 

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Il numero 3/2014 di Liber@mente, la rivista aperta di informazione e diffusione di conoscenza, edita dalla Fondazione Vincenzo Scoppa

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di Lorenzo InfantIno EDITORIALE IL LIBERALISMO NON PUÒ ATTENDERE “Il liberalismo prima che una questione di più o di meno in politica, è un’idea radicale della vita; è credere che ogni essere umano debba essere libero di soddisfare la propria individualità e il proprio destino intrasferibile“. (Ortega y Gasset) L a cultura politica italiana è affetta da una gravissima tara, costituita dalla perniciosa illusione che il potere pubblico possa risolvere ogni problema. E ciò è a sua volta l’esito di una più bassa e perversa credenza, secondo cui i vantaggi devono essere sempre realizzati a spese altrui. Ovviamente, si ha cura di mascherare il tutto con la “formula magica” del “bene comune”, unilateralmente deciso dalla mano pubblica, ossia dai politici al potere e dal loro seguito di mestieranti. La credenza che ogni problema possa essere risolto per via politica è una vera e propria superstizione, che ha lungamente tiranneggiato la vita degli uomini. Essa ha come base l’idea dell’esistenza di esseri umani “superiori”, portatori di conoscenze e capacità privilegiate, a cui bisogna affidarsi o di cui bisogna implorare l’intervento. Il che rende la vita sociale il permanente luogo dello “straordinario”, i cui fili vengono mossi da creature “uniche”. Tutto ciò è stato tuttavia inesorabilmente colpito dall’acido dissolvente delle moderne e più avvertite scienze sociali. Già in pieno Settecento, Adam Ferguson scriveva: «le nazioni inciampano in istituzioni che sono sì il risultato dell’azione umana, ma non l’esecuzione di un qualche disegno umano»; e ancora: «i fondatori delle nazioni hanno svolto soltanto un ruolo eminente fra quanti sono stati disposti ad abbracciare le stesse istituzioni. Probabilmente, la rinomanza che essi hanno lasciato alla posterità li ha fatti passare per gli inventori di una molteplicità di procedimenti, che erano già stati utilizzati prima di loro, e che hanno contribuito a formare i loro costumi e il loro genio, come pure quello dei loro concittadini». Quelli di Ferguson sono concetti affermati nella fase formativa delle moderne scienze sociali, che sono esattamente nate per abbattere la mitologica credenza nell’intervento degli uomini “straordinari”. Tali scienze ci hanno insegnato che i problemi si possono avviare a soluzione solo se riusciamo a individuare le condizioni che rendono possibile o impossibile il raggiungimento degli obiettivi che ci prefiggiamo di conseguire. Ma l’opera di quasi tre secoli non ha dato grandi risultati nel nostro Paese. Continuiamo a cre- dere nelle creature “uniche”: perché ciò ci offre la possibilità di affrancarci da ogni nostra responsabilità. Dobbiamo solo attendere che l’uomo “straordinario” compia i suoi “miracoli”, che andranno comunque e sempre a vantaggio dei più “devoti” e a scapito degli altri (che occorre illudere e ingannare). Di qui i tanti che vivono di politica e la loro camaleontica storia. Luigi Einaudi aveva ben compreso i dati della questione. Sapeva che la credenza nella politica come variabile risolutiva costituisce il presupposto culturale di un habitat in cui allignano schiere di “filibustieri”. La sua idea era ben altra. E si comprende il perché. Le scienze sociali e il liberalismo sono nate da un unico processo, da cui abbiamo appreso che la nostra prosperità non discende dai “miracoli” dell’uomo “straordinario”, ma da quanto ciascuno è in grado di fare per gli altri. Il miglioramento della nostra condizione non dipende quindi da quel che sottraiamo ai nostri concittadini. Il gioco non è a somma zero. Ciò significa che i miei vantaggi non escludono i tuoi, perché ognuno vive rendendosi utile agli altri. Il che migliora, sia pure in varia misura, la posizione di tutti. E non solo. Una certa quantità di risorse può produrre sviluppo, stagnazione o decrescita. Tutto sta nel modo in cui le risorse sono impiegate. Se la loro allocazione avviene in modo competitivo, esse sono canalizzate verso i settori più produttivi. Se la loro allocazione avviene in forma politica, esse vengono destinate ai gruppi più “vicini” alla mano pubblica e da questa protetti. Ne consegue che la variabile politica non è quella risolutiva dei nostri problemi. Anzi, essa è la causa di quel che ci affligge in termini di mancato sviluppo e di decadimento del livello di pubblica moralità. Il che accade all’interno di un contesto di competitività globalizzata, in cui c’è un continuo aumento della produttività e in cui il ritmo di crescita degli altri può marginalizzare il nostro Paese. Se vogliamo dare un futuro ai nostri figli, dobbiamo voltare le spalle alle vecchie mitologie e affidarci a quanto sappiamo fare per gli altri, a quel che con nome più complesso chiamiamo cooperazione sociale volontaria. Cioè: se teniamo al benessere delle più giovani generazioni, non possiamo frapporre ostacoli alla libertà individuale di scelta. Il liberalismo non può attendere, perché sono i nostri figli a non potere attendere. Luiss “Guido Carli” - Roma infantino@fondazionehayek.it 3 - 2014 3

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di CarLo LottIerI IL PUNTO SOLO LA RIVOLUZIONE LIBERALE PUÒ DARCI UNA SPERANZA È ormai chiaro come sia inutile qualsiasi gradualismo e che soltanto scelte radicali possano disboscare la giungla dei tributi e ridurre la spesa pubblica "Non c’è nessun contrasto tra il dovere morale e l’interesse personale. Ciò che l’individuo dà alla società per permetterle in quanto tale di esistere, egli lo dà non in vista di fini a lui estranei, ma nel suo interesse”. (Ludwig von Mises) L e ultime elezioni europee hanno dato a Matteo Renzi un risultato sorprendente: oltre il 40 per cento. Sostanzialmente disperati, molti nostri concittadini hanno provato a dare fiducia al “rottamatore”, nella speranza che in maniera graduale egli possa rimettere in piedi l’Italia. Si tratta di un’illusione e sono bastate poche settimane ad aprire gli occhi di molti. A metà giugno, infatti, una gran parte di italiani è stata costretta a fare i conti con una serie di scadenze fiscali. Se già a maggio non si scherzava (versamenti di Irpef e Iva, contributi Inps e Inail, bollo auto, ma la lista completa sarebbe troppo lunga), a giugno si è stati chiamati a pagare gli acconti dell’Imu, la nuova Tasi e la Tari, l’Iuc e molti altri versamenti di vario tipo. In definitiva, sul contribuente si è abbattuta una gragnola di colpi le cui conseguenze si sono fatte sentire. Qualcuno ora inizierà ad aprire gli occhi. Comincerà a capire che il riformismo renziano, tanto premiato dalle urne, non può salvare un’economia come la nostra, che sta attraversando una crisi profonda. Quello che il ceto politico non vede e non capisce è che qui si muore di tasse. Per due motivi strettamente connessi. In primo luogo l’entità delle risorse che lo Stato sottrae al mondo produttivo è tale che il sistema delle aziende non regge. Al di là dei balletti sulle cifre, tra chi colloca al di sopra o al di sotto del 50% il peso dello Stato sull’economia, è evidente che nell’Europa dell’ultimo secolo abbiamo visto quintuplicare la pressione fiscale e che in Italia l’impennata dei prelievi tributari è stata particolarmente significativa. Un’alta tassazione comporta che la maggior parte delle decisioni non sono assunte dai privati, ma dall’apparato politico e burocratico. Sull’utilizzo delle risorse complessive conta sempre meno chi produce, rispetto a chi gli sottrae quella ricchezza usando l’apparato tributario. Il disastro del fisco italiano obbliga tutti a prendere atto che unicamente scelte radicali insieme a una coraggiosa riduzione della spesa pubblica possono permetterci di sperare nel futuro Un effetto tra i principali di tutto ciò è il diffondersi di comportamenti parassitari. E se un certo parassitismo è fisiologico in ogni società, è pur evidente che quando si supera una data soglia non c’è più futuro per nessuno. Oltre alla dimensione quantitativa di un sistema fiscale che ormai è esoso oltre ogni ragionevolezza, c’è pure – e questo è il secondo punto – la questione qualitativa. Chi in Italia cerca di creare ricchezza è distrutto dalle dimensioni del prelievo, senza dubbio, ma anche dal fatto che le regole sono sempre più complicate, barocche, astruse, tortuose. Alla fine, questo è un altro costo aggiuntivo. Ormai le sigle dei tributi si moltiplicano e quasi nessuno è in condizione di dire quanto deve pagare per questo o quel nuovo balzello. In sostanza, si ha la sensazione di essere vicini al collasso. Le imposte si moltiplicano, la quantità di risorse sottratte cresce ininterrottamente e al tempo stesso il debito pubblico registra un record dopo l’altro. In tale fase, si misura facilmente l’inutilità di ogni gradualismo: dato che solo una vera rivoluzione liberale può darci una speranza. Il disastro del fisco italiano obbliga a prendere atto che unicamente scelte radicali, che disboschino la giungla dei tributi, e solo una coraggiosa riduzione della spesa pubblica – tale da comportare un netto abbassamento del carico tributario – possono permetterci di sperare nel futuro. Il “renzismo” oggi in voga, al pari di simili moderatismi del centro-destra, incarna l’ingenua illusione che ci si possa rimettere in piedi senza intaccare i privilegi cresciuti attorno alla spesa pubblica, senza tagliare i finanziamenti al Sud e alle imprese, senza procedere a un deciso ridimensionamento degli organici della funzione pubblica. Una cosa è chiara: molti tra coloro che a giugno hanno visto svanire i loro soldi e hanno perso ore nella compilazione di moduli su moduli, mai sicuri di non aver fatto errori, non hanno la consapevolezza che quella loro pena personale rappresenta, in realtà, la questione politica cruciale. Se acquisissero tale consapevolezza, la situazione potrebbe cambiare in tempi davvero rapidi. Università degli Studi di Siena lottieri@tiscalinet.it 3 - 2014 5

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di aLessandro VItaLe IL TEMPO DELLO STATALISMO È TRAMONTATO L’invadenza statale, che è un seguito dello statalismo novecentesco, paralizza l’ordine spontaneo che scaturisce dal mercato e dalla libera cooperazione sociale A nche un bambino capisce che il tempo è scaduto. Gli strascichi dello statalismo novecentesco trascinano i residui di civiltà verso l’abisso. Non si tratta solo del consumo e della distruzione di capitali (la cui ricostituzione è un’impresa difficile e richiede innumerevoli decenni: basta constatare cosa è rimasto nella terra bruciata lasciata dai regimi di “socialismo reale”), che la concentrazione del potere nello Stato continua a produrre, grazie all’illimitata possibilità, nelle democrazie moderne, di sfruttare la ricchezza prodotta e i sui produttori a vantaggio di sterminate categorie parassitarie. Non si tratta solo dell’emergere di Stati predoni, mossi da un’ipertassazione da confisca delle risorse economiche, il cui unico limite è la voracità delle classi politiche e dei loro questuanti. Come scriveva Frédéric Bastiat: «Lo Stato non ha risorse proprie. Esso non ha nulla e non possiede che ciò che sottrae ai lavoratori. Nel momento in cui si intromette in ogni cosa, sostituisce all’attività privata la trista e costosa attività dei suoi funzionari». Una fiscalità crescente e una burocrazia divorante, prodotte da un intermediario esoso e scroccone, sono ostacoli non solo alla ricchezza e alla civiltà, ma anche intralci. Infatti, l o stata- lismo leviatanico continua a produrre sistematici arbitri, violazioni dei diritti e delle libertà individuali, una progressiva erosione della libertà dovuta alla redistribuzione effettiva e sempre più visibile del potere dagli individui allo Stato. Il Leviatano contemporaneo continua a indossare sgargianti panni ricamati, a imbellettarsi con finalità sociali e solidaristiche – accettate e propagandate anche da legioni di servitori che si proclamano “liberali” - mentre di fatto rimane la macchina di una tirannide che non ha paragoni nella storia. Contrariamente alla retorica sulla globalizzazione, questa macchina, fatta di individui in carne e ossa e dalle loro decisioni e normazioni debordanti, continua a cercare di produrre una politicizzazione globale (e un soffocamento) dell’economia e della civiltà, il cui unico risultato è la schiavitù e, proprio nelle sue formule welfariste e assistenziali (che creano molta più miseria di quanto non pretendano di curarne), anche la proliferazione dei germi del totalitarismo. L’invadenza statale, spesso abilmente mascherata, paralizza, a favore di sempre più ampie categorie parassitarie e assistite (umiliate da questo legame e anch’esse schiavizzate da una dipendenza simile a quella di tossicodipendenti), l’ordine spontaneo che può scaturire dalla volontaria cooperazione sociale e di mercato da una parte, ma anche la libertà alla quale per secoli i popoli occidentali sono stati abituati e che a fatica hanno cercato di preservare. Fino al Settecento era chiaro a tutti gli strati intellettuali che cosa fosse la tirannide, in presenza della quale sarebbe stato un diritto e un dovere ricorrere alla resistenza aperta: un attacco ai diritti individuali e alla proprietà (indisponibile da parte del principe, in quanto solo incaricato di difenderla) e la distruzione delle fondamenta e dei vincoli di un’associazione politica, sia contro il giuramento prestato che contro la pietà e la giustizia, in modo ostinato e perseverante. L’elenco dettagliato delle condizioni di tirannide che Johannes Althusius inserì nel suo capolavoro Politica Methodice Digesta (1603), corrisponde per il 90% alla condizione nella quale versano i popoli inglobati nello Stato italiano. Controllare per constatarlo: una pressione fiscale mostruosa, una spesa pubblica irresponsabile e senza alcuna considerazione per i suoi effetti, una burocrazia dilagante in un sistema ipercentralizzato, il rifiuto di tagliare gli sprechi che dipendono dalla classe politica e dai suoi assistiti, un uso illecito dei beni pubblici, elargendoli, dissipandoli, alienandoli, esaurendoli e dilapidandoli fino alla rovina, l’abuso del lavoro, della fatica, del sudore e dei beni dei sudditi per il vantaggio dei percettori di rendite politiche, la fuga inarrestabile del lavoro, dei talenti e dei capitali, un debito pubblico prodotto dalle spese statali che ipoteca il destino delle nuove generazioni, un interventismo regolamentatore sfrenato – per quanto verniciato di solidarismo - l’azione devastante di classi 6 Liber@mente

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politiche irresponsabili e incontrollabili, la riduzione in povertà di ampie categorie di cittadini, affinché «Intenti al lavoro per procurarsi da vivere, non si ribellino e non pensino a riconquistare la libertà» (Althusius), la devastazione degli istituti di cultura e delle Università, il rifiuto della giustizia nell’attribuzione di premi e pene, «La trasformazione della comunità politica in un ladrocinio o in un’associazione a delinquere» (Althusius), il mettere i cittadini deliberatamente gli uni contro gli altri, alimentando la diffidenza fra i sudditi per avvantaggiarsene ostacolandoli nel cercare di comune accordo di opporsi alle ingiustizie e alla vio- lenza tirannica, la persecuzione e l’oppressione di uomini onesti, retti, savi e innocui a fronte dei favori elargiti a mediocri, corrotti, e adulatori. Ma si sa, oggi i popoli ammirano le loro catene credendo che siano gioielli. La realtà però non cambia: ogni giorno che passa produce un’erosione di ricchezza, di prosperità e di libertà. Ormai si è capito quale strada lo statalismo del secolo scorso abbia imboccato e quale sia il capolinea. Il tempo è scaduto. Il liberalismo non può più attendere. Università degli Studi di Milano alessandro.vitale@libero.it LO SVILUPPO ECONOMICO NON PARTE DALLA MONETA di n athaLIe Janson Anche tra gli economisti è diffusa la credenza che la politica monetaria abbia il potere di rilanciare l’attività economica e di conseguenza creare sviluppo L e recenti decisioni della Banca Centrale Europea confermano che la deflazione è da combattere a ogni costo e soprattutto che la politica monetaria ha il potere di riattivare l’economia della zona monetaria europea. Queste due idee sono errate perché basate sull’ipotesi secondo la quale la moneta è creatrice di ricchezza. Quello che sorprende di più è che queste idee sono difese oggi, dopo tanti anni di apparente consenso tra gli economisti sul fatto che la politica monetaria debba essere neutra. Credere nel potere della politica monetaria per rilanciare l’attività economica è come credere che basti la pioggia per fare crescere il grano. La pioggia non basta, perché per ottenere il grano è essenziale avere un terra fertile e seminare. Il caso della moneta è simile. Essa facilita l’attività economica come la pioggia contribuisce a far crescere il grano. Senza pioggia, i semi non si sviluppano e alla fine non c’è grano da raccogliere. Allo stesso modo la moneta non è mai stata l’origine dello sviluppo economico. L’economia si sviluppa perché esistono degli imprenditori che prendono dei rischi per produrre e commercializzare beni e servizi. Ovviamente per mettere in moto nuovi processi di produzione si devono avere a disposizione dei finanziamenti che possono provenire o dal risparmio degli imprenditori stessi oppure da un prestito, quindi dal risparmio di qualcun altro. La moneta funge da mezzo di scambio: contribuisce a scambiare beni e servizi in modo molto più efficace rispetto al baratto. Già solo comprendendo ciò, diviene difficile credere negli effetti positivi dell’attivismo monetario sfrenato delle maggiori banche centrali al quale assistiamo oggi. Negli anni sessanta Milton Friedman ha dimostrato quanto la politica monetaria sia inefficace a lungo termine e come quelli che vengono considerati effetti positivi siano solamente errori di previsione compiuti dagli individui che non comprendono sempre correttamente le conseguenze dell’azione pubblica. La celebre curva di Philipps ne è una illustrazione. La stessa dimostra che esiste una relazione inversa tra inflazione e disoccupazione. Questa legge empirica ha conè necessario mettere in evienza che l’economia si sviluppa perché esistono degli imprenditori che scoprono bisogni e prendono dei rischi per produrre e commercializzare beni e servizi dotto a delle politiche economiche "attiviste" di stop and go degli anni sessanta. Ma alla crisi petrolifera ha fatto seguito nei Paesi avanzati un'inflazione a doppia cifra, accompagnata contemporaneamente da alti tassi di disoccupazione: si è verificata cioè la stagflazione. Solo allora ci si è ricordato della critica di Friedman. Infatti, non è semplice per gli individui comprendere il funzionamento dell’economia soprattutto quando intervengono politiche economiche "attiviste". Ad esempio, una politica monetaria espansiva porta a un aumento del tasso di inflazione. Se il tasso atteso dagli individui è più basso di quell’effettivo, allora gli in- dividui sono vittime dell’illusione monetaria che li conduce a prendere decisioni errate come quella di aumentare l’offerta di lavoro (quindi una diminuzione del tasso di disoccupazione) e di aumentare la domanda di beni di consumo (aumento della domanda e quindi dell’attività economica) malgrado il fatto che la loro remunerazione reale è diminuita. Questo accade perché si sbagliano sul livello d’inflazione atteso. Appena si rendono conto dell’errore, rivedono le previsioni e di conseguenza offrono meno lavoro e riducono la domanda di beni e servizi. Il livello di attività torna al livello precedente come il livello di disoccupazione. In conclusione, la politica monetaria espansiva ha un impatto a breve termine solo se gli individui si sbagliano nelle loro previsioni. In base a questo principio, il monetarismo si è diffuso come teoria dominante nel campo della politica monetaria. Quindi dagli anni ottanta quasi fino all’inizio del nuovo secolo, la politica monetaria delle principale banche centrali occidentali aveva come obiettivo principale quello di stabilizzare i prezzi perché essa era considerata come una condizione necessaria allo sviluppo dell’attività economica. Come mai le crisi successive dei subprime e dei debiti sovrani hanno rovesciato completamente l’opinione degli economisti ed esperti al punto che tutti difendono le folli decisioni delle banche centrale statunitense, giapponese ed europea? Questo rimane un vero mistero... ! Neoma Business School - M.S. Aignan (F) njanson@free.fr 3 - 2014 7

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di Alberto olivA ELZEVIRO QUANDO LA TIRANNIA SI CELA DIETRO LA LIBERTÀ La democrazia perde del tutto la sua identità liberale quando consente alla maggioranza di usare la sua sovranità per imporre la propria volontà alla minoranza I liberali fanno coro con Cervantes (Don Quijote de la Mancha, - nel campo della vita comunitaria era non avere in pratica una LVII): «la libertà è uno dei doni più preziosi dal cielo concesso vita privata. E questo era normale in un’epoca in cui, mancando agli uomini: i tesori tutti che si trovano in terra o che stanno ri- l'individualismo, non si faceva una chiara distinzione tra pubblico coperti dal mare non le si possono agguagliare: e per la libertà, e privato. L’ipertrofia della politica ha portato atrofia economica: come per l'onore, si può avventurare la vita, quando per lo con- quanto più perfetta diventava la democrazia più poveri diventatrario la schiavitù è il peggior male che possa arrivare agli uomini». vano i cittadini. E per compensare la scarsa produzione di ricAllo stesso tempo i teorici del liberalismo sono stati i primi a fare chezza, l’unica uscita era confiscarla. Il perseguimento della “piena un’avvertenza simile a questa di Pirandello (Il fu Mattia Pascal, cittadinanza” culmina nell’esacerbazione del “homo politicus” a XI): «la causa vera di tutti i nostri mali, di questa tristezza nostra, scapito del “homo economicus”. sai qual è? La democrazia […], cioè il governo della maggioranza. Trascurando i fatti storici rilevati da De Coulanges e Sartori, Perché, quando il potere è in mano d’uno solo, quest’uno sa d’esser socialisti e comunisti sono del parere che la democrazia rappreuno e di dover contentare molti; ma quando i molti governano sentativa serve solo a legittimare lo sfruttamento economico. Crepensano soltanto a contentar se stessi, e si ha allora la tirannia più dono che l'assenza di una piena uguaglianza sostanziale tra gli balorda e più odiosa: la tirannia mascherata da libertà». uomini riduca la democrazia a un meccanismo di potere politico La cosiddetta concezione madisoniana di democrazia è in- sempre sottoposto agli interessi economici della classe dominante. teressata specialmente nella dimensione dello Stato giacché è In conformità a questo tipo di diagnosi, non hanno mai esitato a sensibile alle minacce alla libertà poste dalle diverse sacrificare la democrazia con il pretesto di eliminare forme di concentrazione del potere. Al contrario, la gli elementi borghesi e capitalisti della società. Kelsen visione oggi prevalente di democrazia favorisce un (Vom Wesen und Wert der Demokratie) sottolinea che ampliamento del raggio d’azione dei governi in «i marxisti, alla democrazia fondata sul principio di Non è "democratica" nome, per esempio, della costruzione di una “somaggioranza, da essi considerata democrazia formale, la forma di governo che cietà più giusta e uguale”. Non riteniamo approborghese, oppongono la democrazia sociale o prolepromuove la crescente priato qualificare come "democratica" la forma di taria, cioè, un ordine sociale che garantirebbe agli incontrazione del campo governo che, in nome dei presunti interessi della dividui non soltanto una partecipazione, formalmente delle scelte individuali maggioranza, promuove la crescente contrazione uguale, alla formazione della volontà della collettività, del campo delle scelte e delle iniziative individuali. ma anche un’uguale quantità di ricchezze». Secondo La filosofia sociale collettivista ignora che la deKelsen, questa opposizione deve essere respinta nel mocrazia è nata da una concezione individualistica di modo più assoluto: «è il valore della libertà e non società opposta alla Weltanschauung organica dominante nel quello dell’uguaglianza a determinare, in primo luogo, l’idea di Mondo Antico e nel Medioevo. De Coulanges (La Cité Antique) democrazia». Un modo per screditare la democrazia è, in suo parla de “l'omnipotence de l’état” in tal modo che ”les anciens nome, fare delle rivendicazioni che vanno oltre il suo dominio di n'ont pas connu la liberté individuelle”. Il cittadino era in tutto di- competenza. Se soddisfatte, esse causano la diminuzione della lipendente dallo Stato, dava allo Stato il suo sangue in guerra, il suo bertà o un'involuzione economica; se non lo sono, la democrazia tempo in pace. Non era libero di mettere da parte gli affari pubblici è accusata di avere un valore soltanto formale o addirittura di giuper dedicarsi ai propri interessi. Come sottolinea De Coulanges, stificare le ingiustizie socio-economiche. I socialisti ritengono che gli uomini passavano la loro vita a governare se stessi in tal modo nelle democrazie la libertà sia illusoria perché credono che solo la che la democrazia poteva sopravvivere soltanto se tutti i cittadini completa uguaglianza materiale tra i soci li renda liberi. Contro avessero dedicato alla vita pubblica il loro incessante lavoro. questo tipo di argomentazione, Kelsen rileva che l' idea di uguaNelle democrazie dirette, osserva Giovanni Sartori (The glianza, alquanto diversa dall´idea dell’uguaglianza formale nella Theory of Democracy Revisited), governare se stessi significava libertà, cioè dell’uguaglianza dei diritti politici, non ha niente a che trascorrere la vita governando. E il prezzo della partecipazione fare con l’idea di democrazia. L’uguaglianza materiale – non permanente - di essere quello che Dahrendorf chiamò total citizen l’uguaglianza politica formale - può essere realizzata, come lo 8 “ “ Liber@mente

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stesso avverte, altrettanto bene e forse meglio in regime dit- tismi che tentano legittimarsi in base alla promessa di fare corretatoriale, autocratico che in regime democratico. Come ci zioni “sistemiche” che portano a una società presumibilmente più insegna il medesimo Kelsen «la teoria marxista [...] vuole giusta. Nei Federalist (§ 51) troviamo l’avvertenza che «se gli uoappunto sostituire all’ideologia della liberta l’ideologia mini fossero angeli non sarebbe necessario nessun governo e se gli della giustizia, servendosi della parola ‘democrazia». angeli governassero non sarebbe necessario nessun controllo, né Visto come un complesso processo di scelta, l'economia di esterno né interno, sul governo [...] prima si deve dare al governo mercato può essere presa come modello di un sistema basato su il potere di controllare i governati, e poi obbligarlo a controllare se libere decisioni individuali. Secondo Mises (Human Action, Cap. stesso». Nonostante i problemi insiti nel meccanismo della rapXV), con ogni centesimo speso i consumatori determinano la di- presentanza - il distacco dei rappresentanti dai rappresentati, rezione di tutti i processi di produzione e i dettagli dell'organiz- l'avanzamento dei governi sul campo delle decisioni individuali zazione delle attività economiche. Questo stato di cose è stato con il pretesto di correggere disuguaglianze sociali, gli interessi descritto definendo il mercato come una democrazia in cui ogni corporativi che si sovrappongono alla collettività, l'impreparazione centesimo dà diritto a un voto. Sarebbe più corretto dire che una degli elettori, ecc. - non si giustifica la difesa della democrazia dicostituzione democratica dovrebbe essere uno schema per asse- retta. Con il pretesto di porre fine alle differenze economico-sociali, gnare ai cittadini, nella condotta del governo, la stessa suprema- tutte presumibilmente derivate dalla proprietà privata dei mezzi zia che l'economia di mercato dà loro nella qualità di di produzione, sono state create le più grandi tirannie di tutti i consumatori. Tuttavia, il confronto è imperfetto. Nella democra- tempi. La pianificazione centralizzata ha generato ineffizia politica soltanto i voti dati al candidato della maggioranza cienze produttive e la soppressione della libertà in nome sono efficaci nel configurare il corso delle cose. I voti dati dalla della piena uguaglianza sostanziale tra gli uomini. minoranza non influenzano direttamente le politiche. Sul merSempre Sartori pone in risalto come la libertà contro il potere cato invece nessun voto è dato invano. A differenza di quanto dello Stato non può derivare della frazione infinitesimale di quel accade nel mercato, il processo politico non è soggetto al mecca- potere che ci permette di collaborare con gli altri nella creazione nismo di distruzione creativa attraverso il quale il peggiore è so- dei norme alle quale ci dovrermo sottomettere. Pertanto, la listituito dal migliore. In politica, le idee sbagliate e le mitazione e il controllo del potere che le nostre depratiche inette vengono riprese anche dopo aver mocrazie liberali rendono possibile non sono causato grandi danni economici e sociali. I primi liimprese minori rispetto alla democrazia greca. La berali hanno combattuto battaglie memorabili per sfida è conciliare ordine sociale e limitazione del posottomettere il monarca a un insieme sempre più tere; la società veramente democratica adotta e apVisto come un processo di ampio e definito di leggi in grado di porre fine alla plica leggi che garantiscono rispetto della privacy, scelta, l'economia di mercato sua arbitrarietà. I vecchi despoti non sono riusciti ad autodeterminazione e libertà di scelta degli indivipuò essere presa come modello accumulare tanto potere quanto dittatori come Hidui, stabilendo chiaramente i limiti entro i quali il di un sistema basato su libere tler, Mussolini, Stalin, Mao Tse-Tung, ecc.. Quando governo deve agire. Il principale scopo della demodecisioni individuali proclamò “l'état c’est moi”, Luigi XIV non poteva crazia è tutelare la libertà dell'individuo adottando immaginare che il culto della personalità dei duci come assioma il principio kantiano secondo il quale dei totalitarismi del XX sec. - avrebbe reso ancor più l’uomo deve essere sempre trattato come un fine. vicina alla realtà la sua dichiarazione megalomane. In contrasto con cosa succedeva nel Mondo Antico, Dei 170 milioni di persone uccise in situazioni di non-bellige- la libertà non può derivare, come rileva Constant (De la Liberté ranza - i governanti che eliminano i propri avversari politici - nei des Anciens Comparée à celle des Modernes), dell'assoggettaprimi ottanta anni del secolo scorso, il 99% si è verificato in regimi mento dell'individuo al potere dell’insieme. autoritari e totalitari. Nel suo libro L'intolleranza, l'ex ministro sveNonostante Madison utilizza il termine ‘repubblica rappredese Per Ahlmark mostra che delle 353 conflitti combattuti dal 1815 sentativa’, e mai ‘democrazia’, Dall (A Preface to Democratic a oggi, non esiste un solo caso in cui due democrazie sono scese in Theory) caratterizza come madsoniana la democrazia che si diffeguerra. Se, da un lato, è vero che la soppressione della democrazia renzia per l'introduzione di meccanismi di freno del potere e per favorisce sanguinose lotte di potere e guerra tra le nazioni, dall’al- abbracciare l'ideale costituzionale dello Stato limitato dalla Legge tro, la democrazia può essere manipolata, soprattutto in società - o del governo delle leggi in contrasto con il governo degli uomini. con istituzioni deboli, per legittimare interventismi e dirigismi che Anche se nella storia ci sono stati diversi casi di forme di governo rappresentano gravi attacchi alla libertà. Sartori (The Theory of De- che si "intitolavano" democrazie pur essendo incompatibili con la mocracy Revisited) ritiene che nelle città-comunità dell'antichità, sicurezza personale e i diritti di proprietà, Madison preferisce inla libertà non si esprimeva attraverso l’opposizione al potere statale trodurre il concetto di repubblica rappresentativa. Nei Federalist - poiché non c'era Stato - ma dalla partecipazione all’esercizio col- Papers (§ 51) si osserva con accuratezza che è «di grande imporlettivo del potere. Tuttavia, dal momento in cui si arriva all'esi- tanza in una repubblica proteggere non soltanto la società dall’opstenza di uno Stato distinto della società e che si sovrappone a pressione dei suoi governanti, ma anche proteggere una parte della questa, il problema è invertito, e il potere del popolo può essere società dell'ingiustizia dall'altra parte [...] se la maggioranza è unita soltanto un potere sottratto allo Stato. La democrazia indiretta - in intorno ad un interesse comune, i diritti delle minoranze saranno cui siamo governati da rappresentanti e non da noi stessi - è il pro- minacciati». Seguendo le orme di Dahl, possiamo caratterizzare dotto della storia moderna. Per Madison, la democrazia diretta, l’autentica democrazia come poliarchia, come un sistema che si quella dell’antichità, era equivalente a "un piccolo numero di cit- differenzia per la molteplicità di comandi e per la distribuzione del tadini che si riuniscono e amministrano il governo in persona”. potere. Al contrario, la democrazia populista, il cui principio fonPer essere autentica, la democrazia rappresentativa non può damentale è la sovranità della maggioranza, è soggetto a scivolare permettere una concentrazione di potere che promuova interven- in ciò che Talmon chiama “democrazia totalitaria”, cioè, nell’asso- 3 - 2014 “ “ 9

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lutismo della sovranità popolare. Giacché la politica consiste di decisioni che colpiscono tutti, è cruciale determinare se queste sono indispensabili ed efficienti e se restringono senza necessità le libertà individuali. La democrazia non dovrebbe sponsorizzare un grado di regolamentazione e di intervento dello Stato in grado di provocare il restringimento del potere di scelta degli individui. Il potere senza checks and balances degenera in arbitrio. Le persecuzioni dei dissidenti, i gulag e le uccisioni ideologiche del secolo scorso hanno rappresentato la sconfitta della democrazia come forma di governo che sancisce la limitazione del potere. Coloro che ricorrono all’artificio di invocare il popolo per concentrare sempre più il potere, sono i grandi nemici della libertà e, di conseguenza, della vera democrazia. Centrata sulla libertà dei moderni, la democrazia non impiega i poteri dello Stato contro la libertà degli individui. La priorità della libertà è circoscrive il governo a certi poteri e funzioni, rigidamente definiti, mentre l'uguaglianza che va oltre la giuridico-politica richiede, per essere creata e mantenuta, l’ipertrofia del governo e dello Stato. Quando permette che la maggioranza impieghi la sua sovranità per imporre misure contro le minoranze, la democrazia perde la sua identità liberale. Università Federale di Rio de Janeiro (Brasile) aloliva@uol.com.br LON LUVOIS FULLER, ANTIPOSITIVISTA LIBERALE di a uando un calzolaio si mette a fare un paio di scarpe senza conoscere la misura del piede, egli non finisce certo per fare un canestro di vimini». Questa frase dell’antico filosofo cinese Mencio, che Fuller cita in un suo articolo del 1949, può ben rappresentare, sebbene in forma estremamente sintetica, il messaggio forse più ricorrente nell’opera del filosofo del diritto americano. Nell’idea di Fuller, presente un po’ ovunque nella sua produzione, il significato del diritto non va “ricercato” unicamente nei suoi documenti ufficiali, neanche ndrea PorCIeLLo Docente alla Harward University, l’autore di The Morality of Law è considerato come uno dei quattro più importanti giuristi teorici americani degli ultimi 100 anni «Q quando tale ricerca sia accompagnata dal più grande ed abile sforzo ermeneutico. Esso va bensì reperito, innanzitutto, in una serie di elementi esterni al fenomeno giuridico in senso stretto, quindi extra-legal nel linguaggio e nella concezione positivista, indispensabili all’attività interpretativa, finalizzata com’è, a dare senso compiuto alle disposizioni del diritto - a quelle che i realisti americani definiscono suggestivamente e polemicamente paper rules. Tra questi elementi, non strettamente giuridici a parere del positivismo, ma intrinsecamente appartenenti all’ambito del diritto nell’idea di Fuller, il giurista texano indica innanzitutto la dimensione morale, e in particolare il modo in cui questa viene recepita e metabolizzata dal senso comune. Da ciò la tesi per cui, l’argomento tipicamente positivista teso a mettere da parte il senso comune perché troppo vago, perché “non ci dice tutto”, in una parola perché “impuro”, non debba comportare necessariamente la conclusione che esso “non ci dice niente”. Fuller, come Mencio nella metafora riportata in apertura, ritiene, infatti, che per quanto vaga ed imprecisa la dimensione morale possa essere, per quanto essa non ci fornisca un significato univoco e definitivo del diritto, e per quanto questa prenda spesso la cangiante ed incerta forma del common sense, essa ci dice però molto del fenomeno giuridico e delle esigenze che ne giustificano l’esistenza e, soprattutto, l’obbedienza. E dunque, lo studio del diritto, con buona pace di Kelsen e dei suoi tanti seguaci, non può evitare di includerla tra i suoi principali interessi d’analisi. Ciò non deve però trarre in inganno: Fuller non è un realista, sebbene com’è evidente ne condivida alcune delle premesse più importanti, l’anti-formalismo innanzitutto. I realisti americani, da cui Fuller peraltro ha ripetutamente preso le distanze, partendo da tali comuni presupposti giungono, com’è noto, alla conclusione per cui il diritto, l’unico che meriti in verità tale appellativo, sia quello che prende vita nelle sentenze dei giudici. “Sulla base di tale prospettiva – avverte Fuller - possiamo ritenere che una legge non sia realmente diritto, ma solo una sua possibile fonte, quantomeno finché essa non venga interpretata ed applicata dal giudice. È il giudice che adesso prende il posto del sovrano immaginato da Hobbes – ed il realista - proprio come Hobbes, sembra figurarlo nella sua mente come una creatura in carne ed ossa e non come una astrazione giuridica”. Oppure, alternativamente, i realisti giungono alla conclusione, solo parzialmente sovrapponibile alla precedente definizione e di certo rispetto a quella più raffinata, per cui il diritto non consista in ciò che i giudici decideranno, ma più sottilmente nella “predizione” di ciò che i giudici decideranno. La visione di Fuller è assai più complessa ed articolata di entrambe le varianti del realismo, ed in un certo senso meno sbilanciata verso la sociologia. Il diritto non è nella sua idea semplicemente uno strumento di costrizione, un insieme di leggi o di sentenze che miri a “tenere la gente lon- 10 Liber@mente

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tana dal male o da comportamenti dannosi”. E non è neanche un mero esercizio di psicologia predittiva teso ad anticipare ciò che gli organi giudicanti, in base ai fattori più disparati, potrebbero decidere. È molto di più! È un’attività complessa in cui i cittadini “possono organizzare le loro relazioni in maniera tale da rendere possibile una convivenza pacifica e vantaggiosa”. Tale esito è reso possibile da due fondamentali ulteriori presupposti, entrambi centrali nell’apparato concettuale costruito da Fuller. 1) In base al primo, in cui si manifesta una schietta posizione politica liberale, risulta indispensabile ridefinire la struttura del governo, ed in modo particolare i rapporti di responsabilità ed obbedienza che intercorrono tra governanti e governati. Ne La moralità del diritto, certamente l’opera più nota del filosofo americano, Fuller parla in tal senso della contrapposizione tra due diversi modi di intendere tale rapporto, quello di “direzione manageriale” da un lato e quello strettamente giuridico dall’altro. Nel modello di direzione manageriale, semplificativo secondo Fuller dell’atteggiamento assunto dal positivismo giuridico, “le direttive (…) sono applicate dal subordinato in quanto servono ad uno scopo stabilito dal suo superiore”. Come avviene ad esempio in ambito militare, in cui i subalterni obbediscono ai loro superiori per soddisfare gli interessi del corpo di appartenenza, senza porsi domanda alcuna circa l’utilità o la giustezza del comando ricevuto. In ambito giuridico, quantomeno nell’idea di diritto promossa da Fuller, “il cittadino (…) non applica norme giuridiche per servire fini specifici stabiliti dal legislatore, ma piuttosto segue quelle regole nella condotta dei suoi propri affari”, e nel tentativo, dunque, di realizzare i propri interessi. Da ciò l’idea per cui la direzione manageriale si sostanzi in un rapporto di potere monodirezionale, che dal superiore viaggia verso il subordinato, ed in cui quest’ultimo svolge un ruolo essenzialmente inerte e passivo. Laddove, invece, in ambito giuridico è rinvenibile un rapporto bidirezionale, in cui “l’esistenza di una reciprocità di aspettative relativamente stabile fra chi dà le leggi e colui che è soggetto ad esse è parte dell’idea stessa di un ordine giuridico funzionante” ed in cui, dunque, il cittadino viene concepito come agente attivo e responsabile al pari del governante. 2) Il secondo presupposto, strettamente connesso al precedente, riguarda, in modo specifico, il significato del diritto, e fa leva sul concetto d’obbedienza. Fuller, proprio a partire da questa “nuova” visione dei rapporti di potere, ritiene che gli uomini, nella loro dimensione esistenziale quotidiana, si comportino secundum legem non perché in tal senso condizionati coscientemente dalle sanzioni giuridiche. Crede bensì che “il reale effetto deterrente che influenza la condotta dell’uomo medio derivi dalla morale”, ossia dal significato che le persone, proprio in quanto agenti responsabili, attribuiscono ai concetti di giusto e d’ingiusto. “Il diritto positivo esistente – nell’ottica di Fuller - serve solo a colmare quella relativamente stretta Nell’idea di Lon L. Fuller, presente un po’ ovunque nella sua produzione scientifica, il significato del diritto non va “ricercato” unicamente nei suoi documenti ufficiali area di possibili dispute in cui i conflitti non vengono automaticamente risolti attraverso il riferimento a concezioni di correttezza generalmente accettate”. Nella convinzione, però, che tali concezioni morali vengano sostanzialmente plasmate e forgiate a loro volta dall’ordine giuridico nel suo svolgimento pratico, in primo luogo dall’attività giudiziale. Anche in questa dimensione è la reciprocità a far da padrona: i cittadini obbediscono al diritto per ragioni morali, ossia per il loro senso morale di doverosità, e tali ragioni sono indirizzate a loro volta dal diritto. Il quale, come già anticipato, viene interpretato alla luce della dimensione morale. “Gli uomini d’affari – sintetizza Fuller - adempiono ai loro contratti, non per paura di un’azione legale, ma perché sentono che è moralmente giusto farlo. Ma esisterebbe la medesima percezione del dovere morale se non esistesse un contratto?”. La riposta che implicitamente Fuller offre a tale domanda retorica è ovviamente negativa. Ciò che ne deriva è un concetto di diritto concepito alla stregua di un circolo virtuoso fatto d’interazioni reciproche, di rimandi continui dalla sfera morale a quella giuridica e viceversa. Un concetto di diritto che perde il carattere “fattuale” voluto dal positivismo giuridico, e che soprattutto smette di essere concepito come un artefatto che può essere studiato con metodo scientifico, descrittivo e avalutativo, alla stregua di qualsiasi altro fatto o evento naturale. Un concetto di diritto, insomma, che rinuncia definitivamente alla sua “purezza” divenendo, bensì, “attività”, “interazione responsabile”, e che può essere valutato anche e soprattutto alla luce della dimensione morale, da cui esso ricava il proprio significato ed in parte i propri contenuti. E la morale, a sua volta, non è più “una creatura fatta di carta, inchiostro e immaginazione filosofica”, né una scomoda appendice extragiuridica da tenere lontana dagli studi sul diritto e dalle valutazioni dei giudici, essa viene ora concepita come una dimensione “intimamente e organicamente” connessa con il “funzionamento dell’ordine giuridico”. Università “Magna Graecia”di Catanzaro andreaporciello@hotmail.com * Il presente contributo anticipa la pubblicazione della traduzione in italiano, a cura di Andrea Porciello, del primo libro di Lon L. Fuller, The Law in Quest of Itself, nonchè il prossimo lavoro monografico, del medesimo autore, dedicato proprio al pensiero giuridico del filosofo americano 3 - 2014 11

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di stefano MoronI PRIMO PIANO LA CITTÀ VOLONTARIA, UNA REALTÀ POSSIBILE Esistono valide alternative alla programmazione politica del territorio, sul quale per millenni l’uomo ha creato il proprio ambiente di vita e realizzato opere meravigliose H o proposto di definire “comunità contrattuali” quelle cettando in tal modo le medesime regole d’uso di spazi ed edifici forme organizzative a base territoriale (ossia, legate a una e l’obbligo di versare periodicamente una quota associativa. Quespecifica porzione di territorio) a cui i membri aderiscono sto modello interessa soprattutto realtà immobiliari residenziali. volontariamente alla luce di un contratto unanimamente accolto Le homeowners associations, ossia le associazioni residenziali e in vista dei benefici che ciò garantisce loro. Il contratto stabilisce, di proprietari che hanno ripreso a svilupparsi a partire dagli più precisamente, i diritti e i doveri dei membri della comunità Stati Uniti, sono una sottoclasse di questo modello. Il cohoucontrattuale: tra i doveri rientrano il rispetto di determinate regole sing è un’altra sottoclasse rilevante, caratterizzata dal richiedi convivenza (regole d’uso degli immobili e degli spazi, e regole dere che sia il gruppo stesso di individui coinvolti ad avviare di condotta e di procedura di carattere più generale) e l’obbligo a l’operazione immobiliare in questione, prendendo parte attiva versare un contributo per garantire il funzionamento della comu- anche alla fase di progettazione. nità contrattuale stessa; tra i diritti sono ad esempio presenti l’uso Il secondo modello, che possiamo definire “comunità contratdi determinati beni e la disponibilità di servizi di vario genere. tuale di affittuari”, prevede invece un proprietario unico di una Come noto, il termine “comunità” è impiegato in varie ac- porzione di territorio che, dopo averla opportunamente infrastrutcezioni. Tra quelle possibili, assumo la seguente. Per avere turata e organizzata, ne affitta parti a una pluralità di individui, una “comunità” devono darsi tre elementi: un gruppo di in- continuando ad occuparsi della gestione e valorizzazione unitaria dividui con uno o più interessi in comune; una del complesso. Il proprietario unico ha ovviamente porzione di territorio identificabile che accoglie le interesse a gestire adeguatamente il complesso al fine attività di detti individui; un sistema organizzadi elevarne il valore e potersi così assicurare adeguati tivo, ossia un quadro di regole che disciplina le atversamenti dagli affittuari. Questo modello, un tività dei singoli al fine di garantire il Riconoscere la possibilità tempo caratteristico della trasformazione immobiliare funzionamento nel tempo della comunità stessa e la rilevanza di forme varie di alcune città (ad esempio, la Londra del diciottesimo (stabilendo, ad esempio, di quali risorse e spazi gli di comunità contrattuali e diciannovesimo secolo), è stato riproposto nel noindividui possono fruire in modo esclusivo e quali invita a ripensare il ruolo vecento dal formato organizzativo dei centri commerdel soggetto pubblico sono invece in comune). Nel caso in questione, ciali, per estendersi poi a parchi tematici, centri per questi tre aspetti sono definiti e resi espliciti in un uffici e complessi residenziali. qualche tipo di “contratto”: e questo rende raNel caso del terzo modello, che possiamo degione dell’adozione dell’espressione – apparentefinire “comunità contrattuale di comproprietari”, mente ossimorica – “comunità contrattuali”. In la proprietà immobiliare in oggetto è posseduta termini generali, i modelli di comunità contrattuale sono fon- collettivamente e i membri hanno privilegi d’uso e obblighi damentalmente tre, o, comunque, riconducibili ad una qualche a tal riguardo. Proprietà territoriali collettive e cooperative variante di essi – tenendo presente che il riferimento qui è residenziali sono sottoclassi interessanti di questo modello. esclusivamente a realtà sociali a base territoriale (ho approfon- Le proprietà collettive erano un tempo forme consuete di utidito questo punto, con Grazia Brunetta, nel libro Libertà e isti- lizzo di terre comuni; tuttora permangono e hanno un ruolo tuzioni nella città volontaria, 2008). in diverse realtà locali anche nel nostro paese. Il primo modello, che possiamo definire “comunità contratRiconoscere la possibilità e la rilevanza di forme varie di cotuale di proprietari”, prevede un gruppo di individui che possie- munità contrattuali invita a ripensare profondamente il ruolo del dono unità immobiliari singolarmente e aree di servizio comuni soggetto pubblico e a immaginare una nuova suddivisione dei gestite da un corpo elettivo. I membri entrano automaticamente a compiti tra quest’ultimo e i soggetti privati. Le comunità contratfare parte dell’associazione all’atto d’acquisto di un immobile, ac- tuali potrebbero in particolare essere un elemento fondamentale 12 “ “ Liber@mente

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consolidata tradizionale – tuttora imperante – è che certi servizi possano essere forniti solo tramite grandi strutture centralizzate e estese distribuzioni a rete. La gran parte dell’energia elettrica è ad esempio oggi prodotta in grandi impianti di notevole potenza, collocati lontano dagli utenti finali che vengono raggiunti attraverso lunghissime linee e diramazioni. È invece tecnologicamente possibile oggi lasciare più spazio alla “produzione distribuita” di energia, ossia all’utilizzo di numerosi impianti di piccola potenza, modulari, posti vicino al punto di consumo dell’energia stessa. Questo potrebbe al momento avvenire combinando impianti ancora basati su combustibili fossili e altri che si affidano invece a fonti rinnovabili. Per il futuro potremmo spostare tutto in questa seconda direzione. Anzi, questo sarebbe il solo sistema che permetterebbe l’uso estensivo di fonti rinnovabili. L’elettricità prodotta da un sistema policentrico di generazione distribuita può risultare più costosa al momento a causa della taglia ridotta degli impianti. Ciò però sarebbe controbilanciato dall’assenza di perdite connesse alla trasmissione dell’elettricità per lunghi tragitti. In aggiunta, i sistemi distribuiti possono impiegare in maniera più efficiente il calore di scarto che è possibile recuperare dalla trasformazione dell’energia – calore perso nella grandi cendi un modello politico-sociale basato su una forma radicale di sus- trali (su tutto ciò si veda il bel libro di Federico Butera, Dalla casidiarietà orizzontale (come ho sostenuto nel libro La città respon- verna alla casa ecologica, 2007). Inoltre, gli impianti distribuiti sabile. Rinnovamento istituzionale e rinascita civica, 2013). In avrebbero impatti più limitati sull’ambiente – ad esempio in terquest’ottica, è importante evitare una lettura ideologica dei vari mini di emissione di anidride carbonica – e sarebbero più faciltipi di comunità contrattuali (ossia una lettura pregiudiziale che mente inseribili nel territorio. Per finire, la generazione distribuita ne elogi alcuni – generalmente, il cohousing – e disapprovi altri – garantirebbe un servizio più affidabile, con minori fluttuazioni e solitamente, le homeowners associations – sulla base di criteri ana- ridotti rischi di interruzione. In definitiva – come ha osservato il liticamente irrilevanti), considerandoli piuttosto tutti come classi già citato Federico Butera – allo stesso modo in cui l’universo dele sotto-classi di un fenomeno più generale che presenta aspetti in- l’informatica è stato completamente rivoluzionato passando da teressanti in quanto tale (ho difeso questa prospettiva nel volume, pochi grandi calcolatori ad una miriade di personal computer distribuiti, allo stesso modo il sistema energetico attuale, basato su curato con Grazia Brunetta, La città intraprendente, 2011). In termini di politiche pubbliche si potrebbe in particolare pen- poche grandi unità di produzione, potrebbe essere totalmente risare a non predeterminare tutte le forme possibili, mantenendo ri- voluzionato dalla generazione policentrica a piccola scala. In breve e per ricollegarci al tema di partenza: proprio forme gide e dettagliate legislazioni ad hoc per i tipi permessi, ma a costruire un quadro giuridico astratto e generale – e quanto più varie di comunità contrattuali diffuse potrebbero rappresentare i fulcri e gestori locali di una nuova forma di generaaperto possibile – al fine di favorire la fioritura delle zione (distribuita) dell’energia. Senza approfondire più varie forme di comunità contrattuali. Inoltre, poqui anche quest’altro aspetto, segnalo che ciò potrebbero essere introdotti sconti fiscali per le comunità trebbe accadere persino per l’approvvigionamento contrattuali che sono in grado di autofornirsi attrezForme varie di comunità idrico, grazie a sistemi diffusi di trattamento on site, zature e servizi, incentivando la sperimentazione socontrattuali diffuse potrebbero resi possibili da recenti innovazioni tecnologiche, e ciale in questa direzione e sollevando il soggetto rappresentare i fulcri e gestori gestiti da comunità auto-organizzate locali (Alvin pubblico locale da alcuni impegni. locali di una nuova forma di Lowi e Spencer MacCallum sviluppano in modo inA fronte di politiche volte a favorire la formagenerazione dell’energia teressante questo punto in un contributo che uscirà zione e la sperimentazione più ampia e varia di forme in un libro che sto curando con David Andersson e di comunità contrattuali dovrebbero ovviamente esiche si intitolerà Cities and Private Planning). stere anche misure volte a minimizzare i possibili riIn conclusione: una forma radicale e benefica di schi, ad esempio regole pubbliche volte a impedire sussidiarietà orizzontale – che potrebbe avere al cenbarriere contrattuali palesemente discriminatorie (ossia, regole contrattuali che vietino espressamente l’ingresso a tro tipologie plurime di comunità contrattuali – è non solo poscerti tipi identificabili di persone). Ciò che è importante è che sia sibile, ma addirittura favorita dagli sviluppi tecnologici; misure volte a esaltare i pregi delle comunità contrattuali, sia mi- contemporaneamente, certi sviluppi tecnologici paiono adeguasure volte a contenerne i difetti, risulteranno più credibili ed efficaci tamente sfruttabili solo se si abbandonano certe concezioni orse pensate per affrontare il fenomeno nella sua generalità e non ganizzative e infrastrutturali obsolete cui siamo legati soprattutto forme ideologicamente preselezionate (in positivo o in negativo). per abitudine e che continuano ad essere imposte solo a causa di Tra i vantaggi che una nuova forma policentrica di società ba- interessi costituiti particolari (tra le più interessanti riflessioni su sata su forme multiple di comunità contrattuali potrebbe garantire questi aspetti va ricordata quella di Fred Foldvary e Daniel Klein vorrei soffermarmi qui su uno in particolare: la produzione più ef- nel libro The Half-Life of Policy Rationales, 2003). Politecnico di Milano ficiente e pulita di energia. Problema, come noto, sempre più atsmoroni@aznet.it tuale. Consideriamo dapprima una questione generale. L’idea 3 - 2014 “ “ 13

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di sandro sCoPPa IL MITO DELLA PROGRESSIVITÀ DELL’IMPOSTA SUL REDDITO Il principio di progressività della tassazione del reddito, presente nei sistemi tributari di molti Paesi occidentali, è solo un mito che produce effetti dannosi A l pari di quanto avviene nella maggior parte dei Paesi occidentali, anche in Italia il reddito individuale è assoggettato a tassazione con aliquote progressive, nel senso che esse aumentano in maniera progressiva con l’aumentare del reddito. Il principio è contemplato dall’art. 53, comma 2, della Costituzione, che riguarda l’intero sistema tributario italiano, ed è collegato alla previsione del comma 1 della medesima norma, secondo cui «tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva». Occorre subito rilevare che, se si prescinde da tale previsione, la Carta fondamentale (né altra norma) non indica quale debba essere il tipo, il grado e la misura della progressività da adottare. E non indica alcun limite invalicabile superiore. Come dire che è affidato al legislatore ordinario e, di conseguenza, alla maggioranza al governo, il compito di determinare in concreto la struttura e l’andamento della progressività della tassazione. Lungamente avversato in ogni contesto, tanto da essere persino definito da Marie- Joseph Thiers “un arbitrio odioso” e da John Stuart Mill “una forma moderata di furto”, Il principio di progressività è il prodotto di un’invenzione recente: abbiamo vissuto per molto tempo senza pensare che l’imposta potesse essere più che proporzionale. Alcuni precedenti storici non spostano i termini del discorso. Tra essi uno di più noti è sicuramente quello dell’imposta applicata a Firenze al tempo dei Medici, la “decima scalata” (cioè progressiva), detta anche la “graziosa”, che poneva un onere molto elevato a carico della proprietà, tanto che, nella maggior parte dei casi, i fiorentini abbienti erano costretti a vendere i propri beni per pagare il tributo. L’imposta era applicata con molta discrezionalità, ed era anche utilizzata dai Medici per indebolire i loro avversari politici. Marx ed Engels si ritrovano fra i teorici del principio in questione. E non a caso. Nel Manifesto del Partito Comunista del 1848, si sono espressi apertamente a favore di una tassazione fortemente progressiva, come una delle misure con le quali, dopo il primo stadio della rivoluzione, «il proleta- riato userà il suo potere politico per strappare gradualmente alla borghesia tutti i capitali e centralizzare tutti gli strumenti della produzione nelle mani dello Stato». Il fatto è comunque che, a sostegno del principio di progressività, che appare LA CORRUZIONE IN IT L’IDRA DALLE MOLTE R itorno al futuro: “Tangentopoli” anno 1992. È questo il deprimente tormentone estivo che sta accompagnando gli scandali che emergono dalle ultime vicende politico-giudiziarie italiche. Al centro delle disquisizioni del momento sono la costruzione del Mose a Venezia e la preparazione dell'Esposizione Universale 2015 a Milano. Essi sono finiti in prima pagina non per la fine dell'acqua alta a piazza San Marco né per i superlativi primati organizzativi e promozionali, bensì per gli arresti di funzionari dello Stato e uomini politici i quali, anziché mirare all'ottimale finalizzazione dei rispettivi progetti pubblici, cui erano dedicati, si preoccupavano di incassare proventi illeciti. Sono stati emessi provvedimenti di custodia per il direttore generale dell'Expo e per uomini politici, imprenditori e faccendieri coinvolti nell'inchiesta milanese. Allo stesso modo, nello scandalo veneto, sono finiti tra gli altri il sindaco di Venezia, l’assessore regionale alle infrastrutture, un ex generale della guardia di finanza, oltre a parlamentari molto noti. Scontate le reazioni di condanna da parte dell’opinione pubblica, della stampa, nonché della stessa classe politica. Quanto questo sdegno sia sincero non si sa. Il dito è come sempre puntato contro “una certa politica”, sicuramente scoria da eliminare, ma che ormai è diventata il classico parafulmine di un sistema marcio, enorme e radicato, che opera nella quotidianità. In un banale tentativo di riparo, si è cercato di circoscrivere le vicende a un piccolo gruppo di recidivi, già balzati agli onori delle cronache e dei tribunali ventidue anni fa. Purtroppo così non è. La tangente si è dimostrata un elemento sistemico, non circoscritto né puntiforme. Questa è solo una delle tante “nuova tangentopoli”. Dalla metà degli anni '90 a oggi si sono susseguiti una miriade di episodi di corruzione, sia a livello nazionale che locale, forse solo meno mediatici rispetto a quelli che stanno venendo alla luce ora. Tra i più recenti e noti si ricorda “Bancopoli”, che nel 2009 ha portato addirittura alle dimissioni del governatore della Banca d'Italia (da allora non più un ruolo “a vita”); “Calciopoli”, che nel 2006 ha a messo a nudo la corruzione del governo del calcio; quindi gli appalti del G8 mai tenutosi alla Maddelena; gli sprechi dei Mondiali di nuoto del 2009 a Roma (evocativi del disastro dei Mondiali di Italia ‘90); lo scempio sulla tragedia del terremoto in Abruzzo, con i suoi sciacalli-mazzettari, e ancora il “sistema Sesto”; lo scandalo Finmeccanica, quello dei rimborsi regionali in Piemonte e Veneto, e anche in Calabria, e via elancando. Corruzione di ogni colore, a tutte le latitudini italiane. Tutte vicende con un comune denominatore: il “pubblico affare” (non solo una “certa 14

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ormai universalmente accettato, si è assunto che, per finanziare la spesa pubblica, sia legittimo chiedere di più a quelli che hanno di più. Si vuole cioè realizzare un’uguaglianza di sacrificio, prendendo a pretesto la legge dell’utilità marginale decrescente. Ma ciò è scientificamente insostenibile. Infatti, come ha fra gli altri sottolineato Friedrich A. von Hayek, la teoria economica ha mostrato che l’utilità marginale di un bene - o di un reddito è decrescente per un dato individuo. Ha però escluso che si possa fare un confronto interpersonale delle utilità. Per farlo, è necessario porre il potere pubblico a supremo giudice delle posizioni, dei vantaggi e degli svantaggi personali. Inoltre, il concetto di utilità non può neppure essere applicato ai redditi complessivi, in quanto non è possibile considerare reddito tutti i vantaggi che un individuo trae dall’uso delle sue risorse. C’è di più. La progressività è pure “giustificata” con l’idea che essa permetterebbe di dare soluzione al compito pubblico della solidarietà. Si vuole cioè realizzare una compensazione fra i redditi tramite la loro redistribuzione. Ma neppure tale argomentazione può essere seriamente adoperata per “legittimare” un profondo prelievo dai redditi individuali. Anche qui il postulato è apertamente politico: si pretende di imporre alla società una distribuzione della ricchezza determinato da una decisione della maggioranza. In effetti, non c’è un “reddito nazionale” suddiviso in modo più o meno arbitrario tra gli individui, che andrebbe invece equamente ripartito tramite l’intervento redistributivo del potere politico. Né è possibile ipotizzare l’esistenza di un TALIA: TESTE di M ARCO PARISI politica”). Sono il settore pubblico e il suo indotto il regno della corruzione e della tangente. Solo lì possono svilupparsi e diventare sistemici. “La madre di tutte le tangenti”, la maxi tangente Enimont ne è la dimostrazione più chiara, un’icona! Tra interlocutori privati la corruzione non può ergersi a sistema, ma solo essere costituita da episodi, più o meno grandi, ma sempre sporadici. Questo semplicemente perché le mazzette, e in generale la corruzione, rappresentano un costo. Nel pubblico affare, chi paga la tangente può anche essere un privato che corrompe un funzionario pubblico per avere dei ricavi che altrimenti non avrebbe. Fa parte del “costo dell'opera”, che rimane comunque molto profittevole sia per l'azienda, che altrimenti non l’eseguirebbe, che per il corrotto, che intasca l’illecito provento. Ma questo tipo di affare non è a somma zero né tanto meno a somma positiva. C’è una perdita netta: l’opera pubblica è compiuta da un operatore che in un libero mercato verrebbe superato da un altro operatore, che può e sa far meglio. Questo differenziale è dovuto alla corruzione, è la tangente, il cui costo finale è sostenuto dai contribuenti. Nel settore privato, in un sistema di concorrenza, la “perdita netta” non può essere traslata, e sarebbe sopportata da uno dei partecipanti allo scambio. Ma nessuno è disposto a perderci in uno scambio volontario: «lo scambio è un “gioco” a somma positiva» (Infantino, 1995). Se un dipendente di un’azienda operante in un mercato libero è corrotto viene estromesso dall’azienda e assicurato alla giustizia: è nell'interesse dell’imprenditore farlo, e al più presto. Così un’impresa gestita per lo più col malaffare verrà estromessa dal mercato. La soluzione per non vivere più a Tangentopoli è tanto semplice quanto lontana. Lo Stato deve uscire dall’economia e deve ridurre drasticamente il proprio perimetro legislativo. Fino allora la lista degli scandali aumenterà così come l'ammontare delle tangenti, a danno dei cittadini. E non bisogna stupirsi se un ex presidente del consiglio italiano afferma: «L’India è un paese fuori dalla sfera occidentale [...] La tangente è un fenomeno che esiste non si possono negare le situazioni di necessità se si va a trattare nei Paesi del terzo mondo o con qualche regime». Ovviamente, si scrive India, ma purtroppo può tranquillamente leggersi Italia! marco.parisi@fondazionescoppa.it “reddito adeguato”, che sarebbe la remunerazione legittima e desiderabile per ogni individuo, che andrebbe soprapposta a quella prodotta dal mercato, cioè dalla cooperazione sociale volontaria. Non ci si rende conto che la progressività dell’imposizione e la conseguente redistribuzione determinano conseguenze letali per lo sviluppo economico. Distruggono le risorse esistenti, perché le sottraggono agli impieghi più urgenti decisi dalla cooperazione volontaria e le destinano a un uso politico. Al che si aggiunge la disincentivazione della produzione di nuove risorse, poiché nessuno ha interesse ad agire sapendo che il risultato della sua azione gli verrà sottratto dal fisco. La progressività infrange poi il principio, universalmente riconosciuto, dell’ “uguale compenso per uguale lavoro”, facendo dipendere la remunerazione netta di ogni soggetto dagli altri guadagni dello stesso in un dato periodo (in genere un anno), e appresta una rigida, e anche moralmente ingiustificata, limitazione ai redditi degli individui che con la loro professionalità sanno servire meglio i loro concittadini. Altre argomentazioni si potrebbero validamente opporre all’imposizione progressiva, che mostra sempre più di essere un potente strumento nelle mani del ceto politico. È tanto potente che nessun governo ne vuole rinunciare. Le critiche e i danni sembrano ininfluenti. Ma per quanto? È perciò necessario affermare, prima che sia troppo tardi, un’altra direzione di marcia. Occorrerebbe adottare una minima tassazione proporzionale, ovvero di una falt tax con aliquota unica (tra il 20% e 25%), sul modello adottato da numerosi Paesi dell’Est europeo. I risultati, in termini di crescita e sviluppo economico nonché di semplificazione e di risparmio di tempo e risorse, a tacer d’altro, non tarderebbero a venire. sandro.scoppa@fondazionescoppa.it 3 - 2014 15

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