N° 73

 

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Rivista di Psicologia Analitica Nuova serie n. 21 Volume 73/2006

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passione e vita psichica a cura di Paolo Aite e Pina Galeazzi Antonella Anedda Maria Teresa Colonna Geraldina Colotti Pier Claudio Devescovi Romano Màdera Giuseppe Maffei Angelo Malinconico Maria Ilena Marozza Barbara Massimilla Marcello Pignatelli Lella Ravasi Luigi Turinese

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La Rivista di Psicologia Analitica nuova serie è curata da un gruppo di Psicologi Analisti Redazione Paolo Aite, Stefano Carrara, Stefano Carta, Maria Teresa Colonna, Pier Claudio Devescovi, Pina Galeazzi, Romano Màdera, Angelo Malinconico, Barbara Massimilla, Marcello Pignatelli, Lella Ravasi, Lidia Tarantini, Luigi Turinese. Direzione Paolo Aite (Responsabile) Romano Màdera Barbara Massimilla ©2006 Edizioni Scientifiche Ma.Gi. srl Via Bergamo, 7 – 00198 Roma tel. 06/8542256 – 8542072 fax 06/85356274 e-mail: ediz.sc.magi@flashnet.it www.magiedizioni.com È vietata la riproduzione, anche parziale o a uso interno o didattico, con qualsiasi mezzo effettuata, compresa la copia non autorizzata. I volumi possono essere richiesti in abbonamento alla “Associazione Gruppo di Psicologia Analitica” Segreteria c/o Emanuela Ferreri Via di Porta S. Sebastiano, 16 – 00179 Roma Tel. 06/7003835 nariff@aliceposta.it – www.rivistapsicologianalitica.it c/c postale n. 94717006 intestato alla Associazione Gruppo di Psicologia Analitica, Vicolo dei Serpenti, 14 – 00184 Roma Per i numeri arretrati – presso la Casa Editrice La Biblioteca di Vivarium, Via Caprera, 4 – 20144 Milano – consultare il Sito: www.rivistapsicologianalitica.it Per la pubblicità sulla Rivista di Psicologia Analitica: Edizioni Magi, Via Bergamo, 8 – 00198 Roma – Tel. 06/84242445 Registrazione Tribunale di Roma n. 210 in data 3 maggio 1996 Periodicità semestrale ISBN: 88-7487-207-0

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INDICE Premessa Unʼimmagine per iniziare Paolo Aite, Pina Galeazzi 7 13 15 29 41 47 57 Senza titolo Antonella Anedda La caducità e le difese dalla vita psichica Giuseppe Maffei Sorprendersi in analisi: la passione del cercare ancora Paolo Aite Risonanze e note a margine al «Sorprendersi in analisi» Maria Ilena Marozza Le ardue vie dellʼanima Marcello Pignatelli Le ombre di Giano e lʼelogio della curiosità Passione per la vita psichica nei Servizi per la tutela della salute mentale Angelo Malinconico La passione è la stella polare Lella Ravasi 77 85 97 111 Vita psichica Pina Galeazzi «Lo sguardo interno» di Edvard Munch Barbara Massimilla Considerazione per la psiche Pier Claudio Devescovi 5

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La ricerca del sacro nelle forme estreme di manipolazione corporea Il corpo come luogo di ierofanie Luigi Turinese 119 133 145 154 Lʼescursione e il vagabondare metafore per lʼanima Maria Teresa Colonna Goli Taraghi: leggere Jung a Teheran Geraldina Colotti Nella memoria di Bianca Marcello Pignatelli opinioni Che cosa è lʼanalisi biografica a orientamento filosofico? Romano Màdera 157 avvenimenti culturali Guerra e trauma, il difficile cammino verso la riparazione Un progetto per il Rwanda Pier Claudio Devescovi 179 recensioni Pier Claudio Devescovi Le vocabulaire de Carl Gustav Jung (A. Agnel, M. Cazenave, C. Dorly, S. Krakowiak, M. Leterrier, V. Thibaudier) La casa di psiche. Dalla psicoanalisi alla pratica filosofica (U. Galimberti) Riflessioni ed esperienze religiose in psicoterapia (G. Benedetti) Al di là della parola (A. Malinconico, M. Peciccia) Triad. Psicoanalisi, fisica, cabala: le radici del pensiero del Novecento (T. Keve) Su anima e terra. Il valore psichico del luogo (E. Liotta) Culla di parole. Come accogliere gli inizi difficili della vita (L. Aite) 181 Marcello Pignatelli Massimo Diana 182 184 Nicola Malorni Luigi Turinese Laura Branchetti Nadia Neri 188 194 195 197 201 203 La Biblioteca della Redazione RPA Gli Autori 6

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Premessa Un’immagine per iniziare Paolo Aite, Pina Galeazzi Paolo: Nel presentare al lettore il tema di questo numero della nostra Rivista dedicato alla «passione e vitalità psichica», mi viene spontaneo anzitutto rivolgermi al pensiero mitico. Come ha descritto il mito questa emozione tipicamente umana? È noto che la ricerca analitica fin dai suoi esordi con S. Freud e C. G. Jung si è subito rivolta alle configurazioni mitiche per tentare di avvicinare e comprendere meglio i grandi movimenti emozionali che mettono in scena e strutturano il divenire della psiche. Nel mito è in atto un pensare per immagini che permette di cogliere delle relazioni tra parti che solo dopo il pensiero verbale riesce a distinguere e a usare come strumento concettuale di grande capacità comunicativa e trasformativa. A proposito di «passione» il mio ricordo mitico va subito al Fedro di Platone che ci offre unʼarticolata e splendida configurazione per immagini di questa emozione. Come nel principio di questo racconto, in tre parti distinguemmo ciascuna anima, due aventi forma di cavallo e la terza di auriga, anche ora conserviamo questa ripartizione. Dei cavalli lʼuno, diciamo, è buono, lʼaltro no: quale la virtù del buono e la malvagità del cattivo non dicemmo, ma ora bisogna dirlo. Quello di loro che è nella posizione migliore, è diritto nellʼaspetto e ha giunture ben definite; testa alta, nari curve, bianco di colore, occhio nero, amatore di gloria con temperanza e pudore, compagno dʼopinione verace: senza batterlo basta un incitamento e una parola per guidarlo. Lʼaltro, invece, è storto, grosso, e fatto male: nuca dura, collo corto, 7

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faccia schiacciata, nero di colore, grigio dʼocchi, sanguigno, compagno di violenza e millanteria, orecchi pelosi, sordo, cede appena alla sferza dei pungigli. Quando lʼauriga vede lʼamoroso viso, riscaldato per tale vista in tutta lʼanima, di solletico e punture di desiderio si riempie. Quello dei cavalli che è obbediente allʼauriga, sempre e anche allora dal pudore frenato, si trattiene dal saltare sullʼamato; ma lʼaltro, né a punture di aurighi né a colpi di sferza si volge, e saltando a forza si lancia, e molta molestia procurando al compagno di giogo e allʼauriga, li costringe ad andare verso lʼamato e a fare menzione del contraccambio dei doni di Afrodite1. Platone, Fedro, a cura di A. Guzzo, Milano, Mursia, 1984. 1. Il «cavallo nero» che scatta violento e crea difficoltà sia allʼauriga che al docile «cavallo bianco»: mette in scena la forza prorompente della passione. Nellʼimmagine la spinta imperiosa nasce quando lʼauriga coglie con lo sguardo «lʼamoroso viso». È un momento di rischio vitale ma si può ancora sfuggire. La passione infatti può essere negata per lo sconvolgimento che crea e, scissa nel profondo di noi stessi, può dare segno di sé nella sofferenza. Il termine «passione» esprime a un tempo la presenza di un movimento, di una forza vitale tesa a uno scopo, ma racchiude in sé anche la radice greca pathos che ci fa pensare alla sofferenza, alle infinite forme di patologia fisica e psichica che toccano la nostra vita quando la respingiamo. Cʼè quindi una passione che tende a trasformare il soggetto e la sua capacità di azione e una passione bloccata, abortita sul nascere, che muore creando sofferenza. Il fenomeno «passione» è tipico dellʼesperienza umana e lʼanalisi è un luogo privilegiato per coglierla e conoscerla nei suoi aspetti vitali trasformativi, come nei suoi fallimenti. La passione accettata e seguita mi fa pensare immediatamente ai momenti in cui in analisi si manifestano emozioni, affetti, sentimenti di vario colore e intensità che coinvolgono sia lʼanalista che lʼanalizzato. È il momento in cui lʼevento può aprire prospettive inattese per entrambi. Quando invece è respinta o negata, sia dallʼanalizzato che dallʼanalista, domina la stasi, la ripetizione, sia nella relazione che nel vissuto dei singoli. Pina: Le tue parole e lʼimmagine mitica eloquente e intensa mi hanno riportato a una domanda, che spesso mi ha accompagnato nel lavoro. Un lavoro che intreccia ricerca, condivisione, responsabilità, tensione etica, capacità immaginativa, coinvolgimento emotivo, ascolto interno ed esterno, 8

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fiducia nella trasformazione. Cosa mi ha appassionato e tuttora è vivo nella scelta di questo «mestiere impossibile»? Perché credo che anche in questa scelta di passione viva si tratti, con il suo duplice richiamo al patimento e al coinvolgimento, con la necessità costante di apertura allʼascolto e di tenuta (lʼauriga che mantiene le redini…). Quando ho iniziato questo lavoro, la prima forte emozione è coincisa con la scoperta di quanta vicinanza poteva stabilirsi con una persona sconosciuta. Non smetto di stupirmi, di sorprendermi ogni volta, durante il primo colloquio, per lʼintensità di unʼintimità con chi pochi minuti prima era estraneo. Un disvelamento. Lʼincanto non illuda… si torna ad essere distanti in un ignoto, ma cʼè qualcosa in quel primo incontro che lascia un segno, un cifra peculiare tra due anime, e si perde e si rinnova. Unʼaltra emozione intensa appare quando ciò che viene comunicato non è mai stato condiviso con altri. Delicato e sacro momento, quando si avverte il tremore fragile nella voce dellʼaltro e la responsabilità di una consegna speciale. Spazio e tempo hanno un diverso spessore, allora, si è insieme, ma è presente tanto Altro. Forse oggi posso dire che la passione per il mio lavoro corrisponde a una passione per la singolarità che nella sua unicità attinge sempre allʼuniversale. E aggiungerei che in fondo è una passione per lʼumano, una domanda costante su cosa sia lʼumano a muovermi. Mi ritrovo nelle parole di Luce Irigaray: Forse essere un umano equivale a essere capace di darsi un proprio mondo senza fermarsi a subire ciò che già esiste. E ancora, in consonanza con il mito platonico citato da te, continua: sarebbe umano chi è capace di trasformare la sua energia tramite progetti che comportano un certo grado di libertà rispetto sia alla situazione ambientale che ai propri bisogni istintivi. Coltivare con cura uno spazio – quello della relazione analitica – che vive di tempo, di durata e di intimità, mi sembra assumere un valore che forse trascende lʼambito strettamente terapeutico e può riguardare metaforicamente la cura e la passione per la vita psichica in generale. 9

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Paolo: Mi domando ancora se la metafora poetica del Fedro può arricchire la nostra comprensione e permetterci di comprendere meglio come si attiva lʼascolto in analisi. La splendida immagine del Fedro coglie il momento dellʼemozione, della comparsa improvvisa della passione. La rappresentazione, nella sua complessità dinamica, mette in scena un gioco di tensioni emotive che si accendono a vari livelli quando si apre la possibilità di un incontro trasformativo con gli affetti condivisi in analisi. Usare la metafora mitica per cogliere gli elementi di unʼesperienza complessa come la passione che si desta tra due individui non è un espediente retorico, ma una via per vedere e cercare di capire di più quanto accade. Affermare in termini concettuali che nella relazione tra me e lʼaltro emergono segni che si caricano di affettività e diventano segnali di affetti attivati ma non visti nella relazione è sicuramente corretto. Allo stesso modo è corretto dire che mi dispongo a cogliere i segni affettivi e pulsionali che vanno oltre il linguaggio condiviso, ma tutto ciò rimane distante dalla vitalità dellʼesperienza che trovo invece raffigurata nella immagine proposta dal Fedro. La metafora di Eros mi permette, infatti, di distinguere e mettere in relazione vari livelli del modo in cui mi accade di percepire lʼascolto come evento. I due cavalli possono essere visti come i rappresentanti della pulsionalità, di quella carica che ancora non ha raggiunto la simbolizzazione nel campo analitico, ma che il corpo di entrambi, analista e paziente, registra. Tra i due il cavallo bianco, docile ai comandi, mi fa pensare alla capacità di riconoscere gli impulsi emergenti nel campo, quelli che percepisco con intensità, ma che riesco anche a riconoscere e controllare. Il cavallo docile ben rappresenta ciò che della mia impulsività ho imparato a conoscere e a controllare. Il cavallo nero invece può raffigurare la pulsionalità non dominata, quella che sotto la spinta emozionale dellʼevento può scattare indipendentemente dalla mia volontà e sfuggirmi. Quando mi accorgo di dire e fare nel campo analitico qualcosa che mi sorprende, non corrispondente alle regole che mi sono dato e che credevo definitivamente acquisite, compare lʼimpulsività del cavallo nero. Esso può sviare e 10

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far perdere la posizione analitica, può impedire lʼapertura alla dimensione simbolica. È vero però che, quando ciò accade, si crea anche una possibilità di conoscenza, sia pure sofferta e difficile da riconoscere. Platone sottolinea come il cavallo che sfugge al controllo: […] li costringe [lʼauriga e il cavallo bianco] ad andare verso lʼamato e a far menzione del contraccambio dei doni di Afrodite. Il daimon che appare ridimensiona la sicurezza dellʼIo, a volte la sua hybris, e lo apre allo stupore di uno sguardo che va oltre il consueto e il già noto. Lʼimmagine dellʼauriga può suggerire alcune considerazioni sul campo dʼascolto cui lʼanalista deve poter tendere. Il terapeuta, come lʼauriga, cerca di aprire la strada della comprensione nella turbolenza emozionale del campo analitico, sostenendo la duplice spinta dei cavalli. Ma se asseconda solo il cavallo bianco, negando la presenza in se stesso del cavallo nero, rischia la monotona e rassicurante ripetizione di ciò che corrisponde allʼopinione degli altri. Se, invece, cede allʼillusione e abbandona il controllo del cavallo nero, egli esce di strada e farà del male al paziente come a se stesso. La biga è lo spazio dellʼincontro analitico, a un tempo profondamente intimo ma anche retto da regole osservate con lo scrupolo di un rito teso alla trascendenza. È proprio questa contraddittorietà che lo rende a un tempo «finto» come il teatro, ma anche capace di portare alla luce della rappresentazione bisogni umani di fondo. È la biga dellʼanalisi che, ben condotta, permette di riconoscere il compito di una condivisione profondamente etica. È questa disciplina che permette di capire: cosa, come e quando intervenire per comprendere lʼaltro e se stessi. È un mezzo che devo sempre rinnovare, che devo mettere a punto ogni giorno nel momento stesso in cui mi rendo conto della differenza tra ciò che dico di fare e ciò che mi accade di fare realmente. Pina: Ci sentiamo vivi, infatti, quando non siamo separati da noi stessi. Quando il dialogo interno, la domanda, la ricerca riescono a mantenere aperto lo spazio interiore per comprendere e ascoltare ancora, dentro e fuori. Ci sentiamo vivi, anche, quando riusciamo a mantenere il 11

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contatto con le nostre emozioni, a comprenderle, a riconoscerle. Il campo emotivo è particolarmente carico di un vissuto di ambivalenza: temiamo la carica di intensità che rischia di travolgerci, ma sappiamo che senza emozione, tentando solo di distaccarci da essa, perdiamo una parte viva di noi stessi, un sensore prezioso. Lʼauriga, nel confronto con i due cavalli, mi sembra la raffigurazione della possibilità di mantenere una guida nella conoscenza, di una capacità di «tenere le redini», tentando una modulazione delle forze presenti nel campo. Accade che molta energia sia impegnata nel tentativo di comprimere e controllare le emozioni, per paura della loro invasività e intensità, giudicate eccessive. Ma le emozioni solo «domate» e trattenute, congelate, persistono e ingombrano il mondo psichico. Lʼesperienza emotiva vissuta e accolta rimanda, mi sembra, a un accettare di vivere il più pienamente possibile ciò che accade di vivere, senza astenersi dal sentire. Questo numero della Rivista nasce dalle domande stimolate dallʼarticolo di Giuseppe Maffei sulle difese dalla vita psichica. Che senso ha unʼemozione ingombrante come il dolore, oggi? E forse un accento forte cade proprio sullʼoggi. Oggi, quando esistono infinite scorciatoie per annullare il dolore, innumerevoli strategie di anestesia e un richiamo violento a consumare in tempi rapidissimi ogni esperienza. Per questo penso che alcuni aspetti del campo analitico assumano oggi un valore che trascende lʼambito terapeutico. Un esempio: lʼanalisi richiede a entrambi i suoi soggetti una capacità di abbandono, una fiducia e una con-fidenza con sé e con lʼaltro nella relazione intima, ma anche una costante attenzione allʼautocontrollo, al riconoscimento di regole e una sopportazione della frustrazione del bisogno immediato. Si crea un campo tra assenza e presenza che rimanda a un duplice richiamo, tra reggere e lasciare, tra chiudere e aprire, tra prendere e dare. Mi sembra che questa capacità, faticosa da acquisire, a cui necessitano tempi lunghi, abbia a che vedere con il vivere, con lʼimparare a vivere psichicamente. 12

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Senza titolo Antonella Anedda Silence is so accurate. M. ROTHKO Quante volte abbiamo visto amore sollevarsi in volo, uscire in fretta da una porta e scolpire in un unico blocco di marmo abbraccio e separazione. Siamo nudi e scomodi esposti agli sguardi di chi ruota intorno a noi, bianchi di spavento e luci. Non prima, ma durante la ricerca di chi è fuggito, lei diventa forte. Quando si sporge dalla torre per morire le stesse mura parlano e le insegnano a scendere nellʼAde. Lʼolio dellʼerrore è cocente, ma lʼustione non impedisce il cammino. «Sette paia di scarpe ho consumato, sette fiale di lacrime ho versato». Impara a impastare le focacce con il vino, la fame del cane-buio si placa. «Paga», dice. «Scambia», aggiunge. «Attraversa il fiume dei cadaveri», ordina. «Guarda, scendi, ritorna». Ci sono boschi, fiumi, pecore selvagge. Gli insetti aiutano, esistono attimi pietosi come formiche. Non sempre lʼaquila ruba gli agnelli. Il sonno sorprende, il vaso è vuoto ma Psiche soffia sulla morte, la trasforma in pesce di cui lei (a questo somiglia la scrittura del suo nome in greco) è la lisca. Dipinge una tela su cui stempera le nuvole con acqua di cipresso. Muove lʼombra. Impara. 13

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La caducità e le difese dalla vita psichica Giuseppe Maffei Diversi anni fa conobbi un signore che aveva una figlia psicotica e che aveva chiesto aiuto al Servizio nel quale svolgevo allora unʼattività di consulente. Era una persona apparentemente affabile e sensibile, molto caratterizzato dal non avere assolutamente elaborato il dolore provato per la malattia della figlia; al di là dellʼapparenza, che era quella appunto di una correttezza e di una gentilezza superficiali, nel più intimo di sé era rabbioso, freddo e disperato. Me lo rappresentai allora (e ancora, dopo tanti anni, me lo rappresento) come lʼesempio più evidente di un quadro di rinuncia a una vita psichica viva. Rabbia, freddezza e disperazione sono vissuti psichici, ma nella mia psiche io li vivevo piuttosto come vissuti psichici morti. La morte non riguarda solo la vita fisica, riguarda anche la vita psichica. Dopo traumi o particolari vicende esistenziali, si può morire anche soltanto psichicamente. Questo signore, fisicamente vivo, psichicamente era già morto. Non aveva più altra possibilità psichica che quella di sopravvivere con modalità stereotipate. Una delle tesi che sosteneva con particolare determinazione consisteva nellʼaffermazione, appunto stereotipata, che per la figlia non cʼera niente da fare in quanto la natura «lʼaveva fatta così». Quando la natura vuole una cosa, è del tutto inutile cercare di opporsi; la natura è forte, fa quello che vuole, non tiene conto della sofferenza che provoca, persegue suoi fini imperscrutabili. Lʼaiuto che lui richiedeva al Servizio pubblico era soltanto un aiuto pratico, 15

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