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Rivista di Psicologia Analitica Nuova serie n. 22 Volume 74/2006

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rivista di psicologia analitica nuova serie a cura di Angelo Malinconico Virginio Baio Gaetano Benedetti Antonio Di Ciaccia Giuseppe Maffei Giuseppe Martini Barbara Massimilla Clara Monari Maurizio Peciccia Lella Ravasi Simona Taccani cure analitiche e psicosi polifonia per ofelia

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La Rivista di Psicologia Analitica è curata dalla Associazione Culturale «Gruppo di Psicologia Analitica» Redazione Paolo Aite, Stefano Carrara, Stefano Carta, Maria Teresa Colonna, Pier Claudio Devescovi, Pina Galeazzi, Romano Màdera, Angelo Malinconico, Barbara Massimilla, Marcello Pignatelli, Lella Ravasi, Lidia Tarantini, Luigi Turinese. Direzione Paolo Aite (Responsabile) Romano Màdera Barbara Massimilla ©2006 Edizioni Scientifiche Ma.Gi. srl Via G. Marchi, 4 – 00161 Roma tel. 06/8542256 – 8542072 fax 06/85356274 redazione@magiedizioni.com www.magiedizioni.com Registrazione Tribunale di Roma n. 210 in data 3 maggio 1996 Periodicità semestrale ISBN: 978-88-7487-221-3

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INDICE Per introdurre il lettore Angelo Malinconico 7 11 39 69 87 119 149 Uno spazio per Ofelia Angelo Malinconico Incontrarsi senza comprendersi Giuseppe Martini Un esempio di psicoanalisi applicata Antonio Di Ciaccia, Virginio Baio Principio del piacere e psicosi Maurizio Peciccia, Gaetano Benedetti Sulle cure infinite Barbara Massimilla Paul-Claude Racamier e la clinica della psicosi Simona Taccani, Clara Monari Rappresentatività e psicosi. Appunti sul linguaggio nel funzionamento mentale psicotico Giuseppe Maffei 167 183 188 Ofelia e la culla delle acque Lella Ravasi In memoria di Mariella Loriga 5

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recensioni Romano Màdera Sogni senza sbarre (L. Ravasi Bellocchio) Le parole ritrovate (M. Breccia) Il velo e il coltello. Lʼaggressività femminile fra cura e cultura (M. C. Barducci) Il Vincolo. Con un testo di Karl Jaspers (Aite, Boccanegra, Buchli, Ciminale, Desideri, Fabozzi, Gargani, Iacono, La Forgia, La Via, Longo, Pulejo, Rainone, Rossi, Sarno) La colomba nello studio dellʼanalista. Lʼisteria e lʼAnima in Bollas e Jung (G. Mogenson) 191 194 197 199 Pier Claudio De Vescovi Camilla Albini Bravo Laura Branchetti Luigi Turinese 205 La Biblioteca della Redazione RPA a cura di Emanuela Ferreri 207 Gli Autori 209 6

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Per introdurre il lettore Angelo Malinconico 1. W. Shakespeare, Amleto, Garzanti, Milano, 1984, p. 185. Parla di niente, eppure il suo parlare sconnesso convince chi lʼascolta a trovarvi un senso… E quelle parole che lei accompagna dʼammicchi, di cenni e gesti, in verità fanno pensare che ci sia un senso in esse, niente affatto chiaro, e comunque molto triste1. La scelta di attribuire a Ofelia il ruolo di mentore per questo scritto prescinde dalle speculazioni nosografiche cui potrebbe indurre il poliedrico personaggio shakespeariano. Sono gli attributi di fondo, quelli che scelgo di utilizzare, come fossero cantati da un Aedo innamorato e simbiotico, caduto in un lutto che sembrerebbe allontanarlo dalla realtà, eppure capace di indurre «chi lʼascolta a trovarvi un senso», come recita il Gentiluomo di inizio scena quinta dellʼAmleto: la repentinità della follia; lo sgomento del non essere presente a se stesso, al mondo, in un tempo condiviso; lʼimpatto con un dolore così violento da essere intollerabile e, principalmente, inenarrabile («infandum», per dirla con Enea, costretto a ri-raccontare a Didone della distruzione di Troia). Perché Ofelia, quindi? Il mondo di Ofelia è sospensione del tempo; è separazione da ciò che non cʼè, ma contemporaneamente non ha avuto fine. È il dolore reso carne, che rimane pregnante e imbarazzante a posizionarsi, come paratia, tra la logica rassicu7

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rante del pensiero lucido e la non-logica delle emozioni legate al corpo, sbattute in faccia al mondo, senza pudore. La follia di Ofelia affascina e seduce con la sua incapacità, rivolta allʼuniverso perplesso, di vivere il dolore riferendolo a un ricordo. Il ricordo della figlia di Polonio è incapace di darsi al mondo in quanto fatto psichico; esso è insolente nel permeare spazio, mani, corpo, musiche, rumori, sensazioni; è spudorato nel coniugare un corpo irrispettoso con un linguaggio altrettanto irriguardoso, tanto da indurre impaccio e meraviglia nei sovrani, icone dellʼadesione alla ordinarietà della compostezza. Ofelia agisce la memoria; la rende oggettivazione olistica. Ofelia sospende il tempo, «sapendo» che accettando lʼora e il non ancora si lacererebbe nel distacco incontemplabile, cederebbe allʼacquiescenza di ieri, e si rassegnerebbe a considerarlo tutto ciò che resta. Quindi rimane sospesa, nellʼattesa impossibile, agendo il ricordo, e così tenendolo stretto (non separato da sé). Il senso di quellʼattesa è nella speranza (onnipotente e misera, al contempo) di ritornare alle origini, prima fermando e poi annullando il tempo. Mi sottraggo a esegesi sullʼintrapsichico (che poco interessano il Lettore e sostano nel segreto delle stanze analitiche, nelle quali mille volte le ho raccontate), ma non nego che le vicende del castello dʼElsinore hanno incoraggiato la mia appassionata curiosità per la psicosi. Tenterò di rimanere quanto più possibile adeso allʼalbero maestro della misura, seguendo le tessiture intuite, coniugando lʼaffettivo al culturale, partendo da C. G. Jung e a lui tornando, in un percorso che condivido con altri che si saggiano nel trattamento analitico delle psicosi. Rimarco: altri che non parlano di psicosi, ma che curano le psicosi, che dedicano cioè una parte consistente del proprio tempo a percorrere, fianco a fianco con lo psicotico, strade sconnesse e in penombra. Fuor di intenti da ecclesia, mi sono riproposto, nel mio lavoro editoriale, di leggere i contributi dei colleghi analisti di altre scuole e di proporre note su quanto in 50 anni Jung ha detto, scritto, ipotizzato, embrionalmente proposto. Tenterò di evidenziare radici comuni che, con o senza con8

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sapevolezza, ci consentono di tenerci barbicati in un progetto comune. Una citazione, tra tante, conforta la mia scelta: chi legge attentamente Jung, scopre nelle sue pagine osservazioni psicopatologiche acute, che, o vengono riedite come nuove da autori successivi, o sono state ingiustamente dimenticate2. G. Benedetti, «Jung e la schizofrenia», Rivista di Psicologia Analitica, IV, n. 2, Padova, Marsilio, 1973, p. 406. 2. Da qui, quindi, la polifonia del titolo di questo numero della Rivista. Jung, Freud, Lacan, Racamier, Benedetti: in «prima persona» o attraverso lʼinterpretazione di appassionati epigoni, offrono al Lettore unʼesibizione che mi auguro possa risuonare come sufficientemente armoniosa. Così come mi auguro che ogni interprete possa assimilare energie per nuove partiture, proprio a partire dalla com-partecipazione, cui tutti gli autori fanno riferimento, con coerente reiterazione, a proposito dellʼapproccio allo psicotico. Bene, chi vuole accompagnarci è gradito compagno di viaggio. 9

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Uno spazio per Ofelia Angelo Malinconico Premessa Il dichiarato intento degli scritti che seguono consiste nella riflessione, da parte di tutti gli autori, sulla utilità dei trattamenti analitici rivolti ai pazienti dello spettro psicotico, ivi compresi i disturbi affettivi gravi. Naturalmente, al di là dei consistenti benefici raccontati, è tuttʼaltro che opzionale un atteggiamento non diffidente, rispettoso e interattivo verso la ricerca del versante genetico-biologico. Nellʼintrodurre questo mio contributo, avverto senza indugio che urgono delle precisazioni (anche se non posso che farvi solo cenno), delle doverose delimitazioni di campo, in relazione allʼoggetto di cui si parla. Così come, riferendosi ai trattamenti, reputo sempre fondamentale una determinazione dei luoghi che accolgono lo psicotico, con trame più o meno terapeutiche, nonché lʼattestazione di pari dignità a titoli e denari che devono comporre dette trame. Intendo rinviare, con questa metafora, agli individui che a vario titolo entrano nei procedimenti di cura, a volte molto articolati, anche se attuati in contesti diversi dalla classica stanza dʼanalisi. Riterrei innanzitutto necessaria una revisione nella direzione dei disturbi deliranti (le paranoie). Sul piano psicopatologico, le classiche distinzioni fra queste e le schizofrenie vertono principalmente attorno al tema dellʼaffettività e dellʼinteressamento delle funzioni cognitive, che si deteriorerebbero nelle une e non nelle altre. Credo sia più cor11

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retto parlare di quantità della psicopatologia poiché, al di là di situazioni chiaramente inquadrabili nellʼuno o nellʼaltro gruppo, notevoli sono i punti di convergenza tra i due tipi di disturbo. Del resto, nella pratica clinica si possono rinvenire classiche psicosi schizofreniche che non mostrano gravi livelli di deterioramento cognitivo e affettivo, così come si incontrano psicosi deliranti che conducono il soggetto verso una graduale riduzione della quantità-qualità degli affetti e del funzionamento socio-relazionale. È fuor di dubbio che richieda quindi una contestualizzazione lʼuso del sostantivo psicosi. Chiarisco subito che, per la maggior parte degli autori di questo volume, il termine è utilizzato come sinonimo del gruppo delle schizofrenie. Troppo spesso, però, in scritti provenienti dal mondo analitico, il termine psicosi vuole includere quadri psicopatologici inerenti le schizofrenie, i disturbi deliranti cronici e acuti, i disturbi affettivi, persino i disturbi gravi di personalità, definiti di «cluster A» dal DSM IV TR1. Personalmente reputo opportuno che si dichiari a quale quadro psicopatologico specifico ci si riferisca. Spesso, infatti, rischiamo di inquinare la nostra sana visione olistica con un atteggiamento contrappositivo rispetto alle categorizzazioni. In realtà, così facendo, cadiamo nella trappola del fondamentalismo, del ragionar per antinomie e, di fatto, categorizziamo. Unʼopportuna attenzione diagnostica ci tiene lontani dal rischio della indialogabilità con altri approcci e, pur lasciando viva la nostra volontà di cimentarci, ci mette al riparo da eroismi spesso costosi per noi e per chi crediamo di curare. Se il nostro impegno tecnico-etico ci fa riferire allʼanalizzando quale individuo uno dentro di noi (o dentro unʼéquipe terapeutica eu-funzionante), egli non diventa un anonimo tassello di quel puzzle che è il DSM IV solo per il fatto che è riconducibile anche a una diagnosi nosografica. Posizioni antinomiche rispetto alla definizione diagnostica del paziente isolano e agevolano fantasie salvifiche o, come contraltare, escludenti. In particolare, il confronto con analisti appartenenti ad altre scuole e la fruibilità delle esperienze risultano spesso inaccessibili anche a causa del rigetto di inquadramenti nosografici che caratterizza proprio noi analisti junghiani, come fanno notare, con onestà intellettuale, Maffei e Zanda: «Non è tuttavia solo un 12 1. American Psychiatric Association (2000), DSM IV TR, Milano, Masson, 2005.

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2. G. Maffei, G. Zanda, «La psicoterapia dei disturbi schizofrenici secondo la Psicologia Analitica», in Psicobiettivo, Milano, Cedis, 1989, p. 19. problema di confrontabilità di tecniche; vi è, soprattutto, il fatto che nella stragrande maggioranza dei casi gli autori junghiani espongono le loro esperienze terapeutiche evitando di fare riferimento alle categorie cliniche comunemente usate»2. Infine, come dicevo sopra, la pluralità di teorie e di ricerche etio-patogenetiche non deve incongruamente far ritenere che determinati quadri psicopatologici siano di pertinenza esclusiva dellʼuno o dellʼaltro approccio. Il lavoro pionieristico di Jung Lʼinteresse di Jung per le psicosi caratterizzò tutta la sua vita, non limitandosi solo al periodo psichiatrico (19001907) e a quello psicoanalitico (1907-1913). Egli scrisse sette lavori specifici sulla schizofrenia3. In questa ampia produzione è rintracciabile la sua originale concezione della psicosi, densa principalmente di generose intuizioni rispetto al trattamento. Infatti, anche se è nota lʼidiosincrasia di Jung verso la sistematizzazione di riferimenti al modello, è indubbio che le sue riflessioni nacquero da unʼempiria pionieristica, da un contatto quotidiano con gli psicotici, senza deleghe e deroghe, tanto da non risparmiargli infezioni. Il trattamento, quindi, e non mere enunciazioni da accademia, rappresentava per Jung quel nucleo e quellʼimpulso che ritengo accomuni anche tutti gli autori che hanno condiviso con me questo volume. Le ipotesi di Jung sulla psicogenesi della malattia mentale fanno riferimento a un comune substrato nelle diverse affezioni psichiche: fu con quelle prime indagini che la psicologia giunse a riconoscere nella malattia mentale la centralità dello psichismo e, nei contenuti, la presenza di unʼaffettività scissa e dissociata dallʼinsieme delle funzioni coscienti dellʼIo. Il rimando è, ovviamente, al complesso autonomo a tonalità affettiva, eredità diretta delle ricerche pionieristiche junghiane, che dimostrano ancora oggi tutta la propria validità concettuale. Come ricorda Gullotta: il rapporto con gli psicotici richiedeva che, quale fondamento della vita psichica, fosse riconosciuta una funzione globale, che penetrasse la vita fin 3. C. G. Jung, in Opere, vol. III, Torino, Boringhieri, 1971: (1907) «Psicologia della dementia praecox»; (1908/14) «Il contenuto delle psicosi»; (1914) «Importanza dellʼinconscio in psicopatologia»; (1928) «Malattia mentale e psiche»; (1939) «Psicogenesi della schizofrenia»; (1957/59) «Nuove considerazioni sulla schizofrenia»; (1958) «La Schizofrenia». 13

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dalle sue radici. Questa funzione era lʼaffettività, il cui concetto Jung derivò in gran parte da Bleuler. Jung portò alle estreme conseguenze i presupposti freudiani di «affetto». Il termine affekt nellʼuso che ne fece Jung, ha delle connotazioni semantiche che investono la totalità del vissuto psicosomatico4. Con il concetto di complesso, lʼaffettività può qualificare, nella teoria junghiana, le strutture fondamentali della psiche: gruppi di rappresentazioni, pensieri, emozioni, percezioni, sensazioni sono concepite da Jung come insiemi di vettori strettamente associati, a partire da un comune tono affettivo; tali complessi svolgono per lo più vita autonoma rispetto alle funzioni della psiche cosciente. Lʼaffettività guadagna finalmente il suo legittimo valore eziologico nella psicogenesi della malattia mentale. È proprio la qualità affettiva del complesso a determinarne, quindi, la scissione dallʼattività cosciente, qualora il vissuto di perdita, di lutto, di traumatica separazione superi la capacità di tolleranza dellʼIo. Con lʼesperimento di associazione verbale Jung aveva compreso che i complessi: interferiscono con lʼintenzione della volontà e disturbano lʼattività della coscienza; provocano disturbi della memoria e blocchi nel processo di associazione; affiorano e scompaiono obbedendo a una loro propria legge; ossessionano temporaneamente la coscienza, oppure influenzano in maniera inconscia la parola e lʼazione. Si comportano quindi come esseri autonomi, cosa questa particolarmente evidente in stati abnormi5. C. Gullotta, «Gli antecedenti psichiatrici», in A. Carotenuto (a cura di), Trattato di Psicologia Analitica, Torino, UTET, 1991, p. 181. 4. Un neo-junghiano, D. Kalsched, ha approfondito il tema della dissociazione psichica, a partire dallʼesperienza maturata nel campo della psicologia del trauma: La dissociazione è un tiro che la psiche gioca a se stessa; un espediente che consente alla vita di proseguire, spezzettando lʼesperienza intollerabile e distribuendola in compartimenti della mente e del corpo, soprattutto negli aspetti «inconsci» della mente e del corpo […]. Lʼimmaginario mentale (mental imagery) può essere scisso dallʼemozione (affect ), oppure affetti e immagini possono dissociarsi dalla conoscenza inconscia […] ma gli strascichi psicologici del trauma continuano a tormentare il mondo interiore, e lo fanno, come Jung ha scoperto, nella forma di particolari immagini che si affastellano intorno a un affetto forte – sono quelli che Jung ha chiamato «complessi a tonalità affettiva». Questi complessi tendono a comportarsi in modo autonomo come «esseri» interiori terrificanti e sono rappresentati nei sogni come «nemici violenti, animali feroci» ecc.6 5. C. G. Jung (1936), «Determinanti psicologiche del comportamento umano», Opere, vol. VIII, Torino, Boringhieri, 1971, pp. 139-140. 6. D. Kalsched (1996), Il mondo interiore del trauma, Bergamo, Moretti e Vitali, 2001, p. 42. 14

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Del resto Benedetti e Peciccia propongono in questo volume una lettura del dramma psicotico che indica nellʼaffettività un blocco e una frammentazione del processo primario; tali soluzioni di continuità fanno sì che le cose, i contenuti inconsci, i pezzi di «corpo-immagini» slegati, disconnessi e svuotati dagli affetti, finiscono per non attrarsi più reciprocamente, aprendo lacune, vuoti, falle sempre più incolmabili, assenza di movimento; alla fine, la perdita del principio di piacere. La frammentazione psicotica sembra in altri termini il risultato di una dissociazione di contenuti psichici dallʼattività integratrice della coscienza. La vita autonoma del complesso e la sua forza costellante sulle funzioni egoiche sembrano inoltre assegnare una particolare caratteristica allʼesperienza simbolica nello psicotico. Come ricorda anche Martini, le immagini simboliche, quandʼanche ricche e immaginifiche, rischiano unʼesistenza anarchica, sganciata dal soggetto che le produce. Ricordando Jung, possiamo affermare con Martini che lʼautonomia del complesso inconscio sembra qualificare una produzione simbolica «senza simbolizzatore». Tornando al complesso autonomo a tonalità affettiva, è deducibile come esso risulti in grado di fecondare, per contiguità, altra ricerca e determinare ulteriori aperture. Fu proprio la comprensione psicologica del paziente psicotico e la teoria del complesso a permettere a Jung di dotare la sua Psicologia Analitica (che prima era definita Psicologia Complessa) di prerogative semantiche che concernevano la totalità psicosomatica dellʼuomo. Jung durante tutto il proprio percorso di ricerca si lascia guidare dallʼidea dellʼesistenza di cause psichiche comuni per le nevrosi e per le psicosi o, almeno, di percorsi psicologici molto simili, evitando etichette classificatorie che tracciassero un solco netto. Egli ipotizza una condizione psicopatica di fondo, che oscilla tra unʼulteriore e più grave disposizione strutturale e un vero e proprio danno metabolico, che ritiene provocato da una specifica noxa patogena, che azzarda a definire tossina, con unʼintuizione assolutamente geniale. In definitiva, egli ritiene che gran parte della vita psichica sia riconducibile alle relazioni che si instaurano tra il com15

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