N° 72

 

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Memorie Marcello Pignatelli, Roma Ricordiamo Aldo Carotenuto, consapevoli che la nostra voce si unisce al coro dei tanti apprezzamenti, delle descrizioni opportunamente elargite dalla stampa e dalla televisione. E’ una voce singola, incisa su pagine che gli appartengono per la storia che Aldo vi ha recitato; parola, che vuole distinguersi, perché forte di un’amicizia calda, di un dialogo assiduo, di una collaborazione stretta durata 35 anni. Questa cifra va calcolata dalla data della fondazione della Rivista di Psicologia Analitica, registrata il 14 novembre 1969; tale data tuttavia rappresenta l’apogeo di uno scambio, attivato molti anni prima nel cenacolo di Ernst Bernhard. La singolarità di queste note non va cercata nella rievocazione di titoli e di opere di Carotenuto, ma nella sequenza di episodi spesso marginali con sapore aneddotico, con uno sguardo dall’interno delle mura domestiche, che ha permesso una conoscenza sempre più profonda, priva di mascheramenti. In famiglia, si sa, ci si vuol bene, ma si è diversi e spesso si litiga: i figli hanno attitudini personali, è difficile suonare accordi consonanti e stabilire gerarchie di valore. Aldo è subito emerso per la sua energia, la forza propulsiva, la capacità creativa, l’efficacia organizzativa, sostenute da un credo assertivo. L’A.I.P.A. dopo la morte di Bernhard si era scissa in due 9

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Associazioni, sembrava una barca allo sbando, priva di un nocchiere, nell’avvicendamento continuo di Presidenti, di Didatti presunti. La pietra della Rivista, lanciata da Aldo, nata dall’onda della contestazione di un piccolo gruppo (era il 1968), costituì un solido punto fermo nella ricostruzione: divenne pietra angolare dell’A.I.P.A.. Il gruppo in questione era inserito nell’Associazione, ma era parallelo ad essa nella sua piena autonomia, sia per la proprietà che per la gestione della Rivista . Tale gruppo fondatore era costituito da cinque analisti: P. Aite, A. Carotenuto, A. Lo Cascio, M. Pignatelli, S. Rosselli; ma Aldo, oltre ad averne avanzato l’idea, ne assunse subito la Direzione per il fervore e la fede con cui portava avanti l’opera. Questi aspetti del suo carattere furono trainanti. Conoscevo di lui un giovane poco più che trentenne, che rispettava la mia maggiore età e la competenza medica; viveva a Napoli, pilotava una piccola Fiat 500, faceva il pendolare con Roma: mi disse che fin dall’adolescenza sapeva che si sarebbe interessato di psicologia, che sarebbe diventato analista. Tale determinazione, l’urgenza di affermazione e di rivalsa sociale lo spinsero a recarsi negli Stati Uniti, grazie anche ai contatti stabiliti con l’Olivetti di Ivrea. Erano gli anni sessanta, in America conobbe Eduard Whitmont, che lo iniziò al linguaggio del simbolico e dell’analisi: così, precocemente, imboccò la strada della ricerca, affacciandosi sulle aperture del mondo anglo-americano. Esplodeva intanto la passione per i libri, con il piglio del collezionista, ma anche del lettore, rapido sia nel cogliere il senso, nel memorizzare le frasi, che nel raggiungere il testo corrispondente arrampicandosi sullo scaffale ed estraendo magicamente le parole citate. La sua biblioteca è imponente, specialistica e non, un vero patrimonio. Il gruppo della Rivista intanto si era esteso e ben compattato, così da costituire una colonna portante dell’ A.I.P.A. Nel 1973 organizzò per conto proprio, con iniziativa distinta dall’A.I.P.A., il primo Congresso Internazionale Junghiano sotto l’egida dell’Enciclopedia Treccani, dell’Istituto Italiano di cultura e dell’Istituto Italo-Svizzero. Fu il primo momento, in cui il Maestro zurighese, fino allora pressoché sconosciuto al grande pubblico, apparve alla 10

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ribalta della conoscenza generale. Nel 1974-75 il Comitato di Redazione siglò lo Statuto dell’A.I.P.A., che formalizzava in termini precisi e rigorosi la Scuola di formazione per i futuri analisti, conferendo dignità e valore esterno ad un’associazione fino allora privatistica. La fantasia e l’originalità di Aldo ne caratterizzavano i comportamenti, ma lo conducevano talora su terreni impervi, non tanto perché fossero controcorrente, ma perché ne estremizzavano il pensiero, fino a teorizzare spaccati di dottrina e di prassi, difficilmente condivisibili: non si trattava di essere fuori dell’ortodossia, ma di sottovalutare le ricadute dannose su pazienti ed allievi, d’altronde facili da prevedersi. Tutto questo lo portò alle sue dimissioni dall’A.I.P.A., ma anche a vivaci dissensi all’interno della Redazione della Rivista, senza compromettere la sostanza di un’amicizia sperimentata. Pertanto dopo 25 anni della sua brillante Direzione si è deciso un avvicendamento, comunque auspicabile dopo un periodo così lungo. I momenti pubblici, frequentati con disinvoltura, i libri scritti, l’università, sono noti e sono stati ricordati ampiamente nell’occasione della morte. A me piace riprendere le pieghe del suo carattere, in particolare le facce di una marcata ambivalenza, che rendeva difficile un giudizio ultimativo. Il commento di Luigi Cancrini sul Messaggero mi è parso corrispondente: «un uomo schivo, complesso nelle relazioni interpersonali e sicuro di sé, invece, coraggioso e vitale nelle situazioni di studio e di lavoro». La sua sicurezza rivelava un fondo narcisistico, del resto da lui ammesso e sostenuto, e ipercompensava una sofferenza ed un travaglio intensi: tale disagio proveniva certo dalla storia famigliare, ma era rinforzato dalle tante domande, che si poneva senza ricevere una risposta soddisfacente; fenomeno, che ogni volta lo sorprendeva nonostante i tentativi ripetuti di superare i limiti della conoscenza e le delusioni conseguenti. Sfumature di onnipotenza, che avvicinano l’uomo a Dio. Una frase a lui cara recitava «la ferita-feritoia», dove crudamente denunciava l’apertura cruenta nelle carni dell’anima, ma anche affermava la possibilità di guardare fuo11

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ri, verso orizzonti ampi, lontani da sé. Un’istanza di conquista mai sazia. Si è parlato del suo approccio umanistico, esplicitato nel Gruppo, da lui istituito, di «Psicoanalisi e Letteratura». Da tale assunto consegue il passaggio alla sua umanità, intesa nel senso di disponibilità a qualsiasi richiamo, di generosità disinteressata, che talora sembrava più dettata dal compiacimento di donarsi, che non da attenzione all’altro. Comunque sono tante le offerte, culturali e operative, che ha diffuso intorno a sé. Sempre per iniziativa di Aldo il Comitato di Redazione della Rivista ha fondato nel 1977 il «Giornale storico di psicologia dinamica»: si andava pronunciando la sua tendenza a presentare e praticare una psicoterapia olistica, che cercava di coniugare le premesse della psicoanalisi con interventi direttivi attraverso cenni di comportamentismo e di pedagogia. Prevaleva l’intento di giovare al paziente usando con scioltezza modi imprevisti, quasi sposando il precetto machiavellico che «il fine giustifica i mezzi». Qui, nei molti confronti, spesso contraddittori, si manifestava la differenza delle formazioni reciproche degli interlocutori storici della redazione, filosofiche-psicologiche da una parte, clinico-mediche dall’altra. Gli esponenti di estrazione medica, forti della lezione imparata nel contatto con la «malattia», sostenevano che, al di là del sostegno temporaneo di pronto soccorso, importava il risultato stabile a distanza, privilegiando una cura per quanto possibile esauriente e rinunciando a qualsiasi pretesa sul paziente soccorso. Nelle proposizioni di Carotenuto tuttavia insistevano alcune idee forti, che ritrattavano e aggiornavano i capisaldi antichi della psicoanalisi, in particolare di ascendenza freudiana; idee da considerarsi con molta attenzione: avanzavano riserve sul principio di neutralità dell’analista e sostenevano la priorità della relazione con i suoi contenuti affettivi, per ottenere un buon risultato. Naturalmente bisogna intendersi sui modi e sui momenti adatti per derogare dalla neutralità e sulle vie di trasmissione dell’affetto: tutto si basa sulla solidità e sulla lettura corretta del controtransfert. 12

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In conclusione di questo ricordo sono certo di portare con me un sentimento di profonda amicizia e di riconoscenza, insieme con la convinzione di aver incontrato una persona di qualità. Non mi piace il termine «personaggio», tanto meno se accompagnato dall’aggettivo «geniale»: mi basta sottolineare la sua autonomia di pensiero, l’elan vital, che riusciva a superare di slancio gli errori indotti dall’ottimismo della volontà. 13

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Sull’ascolto in analisi: riflessioni per corrispondenza tra Paolo Aite e Romano Màdera Caro Romano, interrogarsi oggi sull’ascolto, sullo strumento percettivo e trasformativo del lavoro analitico, mi sembra di grande attualità. La cura della psiche con mezzi psichici secondo il modello analitico sta segnando il passo davanti ai grandi progressi delle scienze naturali e al dilagare di varie forme di psicoterapia. Lo scopo di questo numero è stimolare un dialogo che approfondisca sempre più lo specifico del lavoro analitico ma al tempo stesso apra un confronto con altre discipline che credono nell’ascolto come fondamento di un dialogo trasformativo. La partecipazione a questo numero di analisti di altra scuola (Ferro e Salvo) come di studiosi esterni all’analisi (Sclavi), sono un primo segno del nostro desiderio di confrontarci per guardare attentamente il fenomeno e studiarlo. Dopo la lettura degli articoli e la riflessione condivisa con i colleghi della redazione, si sono riattivate in me alcune domande di carattere generale. E’ come un partire dalle origini, rivisitare dei termini che sono serviti alla ricerca analitica per delimitare la complessità dell’evento «ascolto». Te ne faccio un semplice esempio: ho ben compreso la parola-immagine suggerita da Freud di «ascolto fluttuante»? Credo che la metafora della fluidità vada ancora appro15

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fondita. Prevale nell’ascolto analitico l’attitudine al «sospetto» o a quel «guardare con attenzione» proprio di chi è in attesa di riconoscere una forma che si imponga dando significato ad un insieme ancora confuso? Come vedi sono domande di carattere generale che portano il segno di metafore spontanee emerse nella ricerca analitica fin dai suoi esordi. Ritrovandole in letteratura, in modo a volte esplicito o implicito, mi domando se queste immagini metaforiche, opacizzate dal tempo e dall’uso, non racchiudano invece una potenzialità che non abbiamo ancora reso esplicita. La vitalità del pensiero del ricercatore si esprime all’inizio sempre per immagini e solo dopo diventa concetto. Penso ad esempio all’immagine sottesa alla «identificazione proiettiva», alla metafora geniale di M. Klein, di parti che vengono espulse e riconosciute proiettivamente nell’altro. Il concetto può perdere il rapporto con l’immagine iniziale da cui è derivato e ridursi negli scritti analitici al ruolo imprigionante di un «supposto sapere» che non permette di vedere più a fondo in un certo contesto clinico. La definizione «per meccanismi» aiuta al momento a contenere gli affetti condivisi, ma può indurre anche nell’analista una gabbia concettuale che gli toglie la possibilità di percepire e rappresentarsi quanto sta accadendo. In altre parole le difese dell’analista all’ascolto si manifestano in un bisogno precoce di spiegazione che allontana dal fenomeno psichico vissuto. La tendenza a racchiudere le immagini che appaiono nei sogni, nelle fantasie del paziente o nella rêverie dell’analista in una sorta di letteralismo simbolico, è un altro aspetto, ricorrente tra noi junghiani, della presa di distanza dalle emozioni ed affetti condivisi. Il bisogno di spiegazione anche in queste attitudini impedisce di collegare le immagini al campo analitico in cui appaiono. Non si riconosce così l’impatto che quelle forme hanno sia sul paziente che sull’analista. Come si predispone a percepire e pensare l’analista che ascolta? Tutti oggi condividiamo l’idea che riuscire a delineare i segni emergenti della complessità di un vissuto individuale 16

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in analisi dipenda sostanzialmente dalla personalità del terapeuta che, costantemente in ogni nuovo incontro, deve interrogarsi sulle proprie reazioni conscie ed inconsce all’evento condiviso con chi si rivolge a lui. A questo proposito Jung affermava: «Perciò, per il risultato di un trattamento psichico, la personalità del terapeuta (così come quella del paziente) è spesso infinitamente più importante di ciò che il terapeuta dice o pensa, anche se quanto egli dice o pensa può essere un fattore non disprezzabile di perturbamento o di guarigione». e aggiungeva ancora: «Non giova affatto a chi cura difendersi dall’influsso del paziente, avvolgendosi in una nube di autorità paternalistico-professionale: così facendo, egli rinuncia a servirsi di un organo essenziale di conoscenza» (1). (1) C. G. Jung, «I problemi della psicoterapia moderna» (1929), Opere, Bollati Boringhieri, Torino, vol. 16, p. 80. La domanda di fondo è chiedersi «come» viene applicato l’ascolto, inteso da Jung come «organo essenziale di conoscenza» della comunicazione in analisi. Nella letteratura compare spesso l’idea di un’indagine basata sul «sospetto» per descrivere l’atteggiamento di fondo dell’analista che riflette ed usa lo strumento dell’ ascolto. E’ un termine che corrisponde alla storia iniziale della ricerca analitica quando Freud sosteneva, in modo assiomatico, che il sogno è sempre il mascheramento di un desiderio rimosso. Da questo punto di vista le condensazioni e gli spostamenti che strutturano l’evento onirico occultano l’emozione inconfessabile che va smascherata poco a poco. Col tempo si è fatto sempre più strada tra gli analisti un altro modo di intendere l’ascolto. «Il vero scoglio non è ‘capire’ ma far risuonare in noi stessi le parole dell’altro, nel mentre ascoltiamo noi stessi per dare senso, il nostro personale, genuino senso vissuto a quei messaggi. Con il che si offre una funzione ‘maieutica’, più che ‘investigativa’, si offre un campo di possibilità semantiche, caratterizzato da una disponibilità a lasciar accadere una generazione spontanea di senso, più che interpretare un significato nascosto» (2). (2) A. Di Benedetto, «L’ascolto pre-verbale come principio degli affetti», Riv. Psicanal. , vol. 37, 1991, p. 405. Questo modo di porsi nel campo analitico descritto da Antonio Di Benedetto lo trovo sostanzialmente dominante nella ricerca analitica attuale, come negli articoli contenuti in questo numero della Rivista. Esso mi appare prevalen17

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te anche se la cornice teorica conscia di riferimento varia tra gli autori. Condividere questo modo di vedere segna un radicale mutamento nell’atteggiamento dell’analista. Ne vediamo un segno, ad esempio, nel modo di concepire i processi di condensazione e spostamento, messi in luce dalla ricerca analitica. Essi, in questa prospettiva, tendono alla definizione progressiva di una forma simbolica, diventano strumenti espressivi di un metabolismo degli affetti. In altre parole entrano nell’universo di un linguaggio per immagini che trasforma il rapporto con emozioni ed affetti. L’attenzione alla forma diventa sostanzialmente diversa rispetto ad un atteggiamento che coglie in essa solo una deformazione occultante. Credo che l’attitudine al sospetto vada oggi intesa come capacità dell’analista di cogliere, nelle proprie reazioni affettive, una forma che dia senso e organizzi l’esperienza vissuta di momento in momento nella relazione analitica. Salvo nel suo contributo ci fa comprendere proprio questo passaggio nella storia del pensiero analitico. Compito dell’ascolto da questo punto di vista, è allora la distillazione progressiva del passaggio dal caos movimentato della emozione (e-motio appunto!) alla definizione di un affetto in forma visiva, in immagine che appare nei sogni, nelle fantasie spontanee come nell’ascolto prima di poter essere espressa in parole. Paolo Caro Paolo, ricordo un incontro di qualche mese fa, eravamo a un seminario del Laboratorio Analitico delle Immagini, quando fui colpito da una frase tua, semplicissima, che pure ha avuto subito una grande risonanza in me. Più o meno dicesti: «Quando un collega giovane mi chiede cosa cura in analisi, oggi dico: la condivisione». Questo mi convince. Vorrei cercare di spiegare quanto questa espressione semplicissima possa far pensare, senza peraltro pretendere di esaurirne il senso, ma solo per indicare alcune tracce possibili. Se la condivisione è il centro della cura e quindi lo scopo cui deve tendere l’analista, allora l’ascol18

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to è l’alfa e l’omega del processo. Mettere l’accento sulla condivisione non cancella la funzione della interpretazione – satura o insatura che sia – ma la disloca. Potrei dire che la disposizione a condividere orienta il modo dell’interpretazione ancor prima che questa si attui, ma, soprattutto, che l’interpretazione si debba poi misurare con la capacità di esprimere e di pensare la condivisione. Chi vuole condividere deve anzitutto ascoltare sapendo di voler «dividere con l’altro», di voler spartire con lui le molteplici pieghe della sua esperienza. Questa postura dell’anima non può, in prima istanza, sospettare di nulla. La misura ideale credo sia quella di un ascolto insieme «attento e sospeso». Attento. Non intendo una «attenzione inconscia» che, francamente, al di là delle vaghe indicazioni di Freud e di altri, non capisco cosa mai possa essere. Intendo un’attenzione deliberatamente esercitata a disporsi sullo sfondo della scena e del discorso. Un’osservazione e un ascolto che si muovano al ritmo dell’evento. Questo potrebbe far pensare anche all’ascolto di una musica o di una poesia, se ti fermi su una battuta o su un verso hai perso il senso dell’espressione. Ma questa attitudine è necessaria a comprendere il senso, a seguire il flusso del discorso senza frammentarlo in parti. Noi non siamo più abituati a questo esercizio: gli ascoltatori prendono appunti, tanto poco si fidano delle loro orecchie, le immagini hanno i replay e le moviole, tutto deve essere risentito come sezionabile e ripetibile. Gli uomini delle culture orali facevano l’inverso forse, all’inverso forse, ascoltavano il senso prima e poi si aiutavano a memorizzare con qualche supporto. Insomma, detto con un termine delle tradizioni filosofiche che mi sono care: esercitare la «prosoché», questo tipo di attenzione. Ma per farlo bisogna saper esercitare l’«epoché», la sospensione, la messa fra parentesi. Di che? Di ogni giudizio. Si tratta, qui di uno sforzo, di un equanime disporsi ad accettare, almeno in un primo momento, che l’espressione altrui sia importante in ogni dettaglio, senza gerarchie prestabilite. Naturalmente, proprio per questo, bisogna che tutto scorra senza che ci si preoccupi di nessun dettaglio. Ascolto attento e sospeso, dunque. E quindi benevolente, non come qualità emotiva da produrre a forza, 19

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ma come apertura accogliente prodotta da un lungo convincimento per esperienza propria e con altri. Convincimento che nessuna trasformazione possa avvenire senza prima aver testimoniato all’altro che la sua è parola ascoltabile senza essere rifiutata, parola di difesa o di offesa, di pulsione o di censura che sia. Questo è l’ascolto passivo che è «primo» ma non sufficiente. La condivisione non è soltanto passività accogliente, anzi essa da sola sarebbe un porsi in una situazione eccessivamente «alta», cioè umanamente finta: un ascolto che condivide si mette, anzi sta nei panni dell’altro, e quindi è teso a farsi «ascolto inventivo». Perché inventivo: perché rinviene nuove connessioni, perché restituisce una diversa prospettiva. Il mio esempio prediletto è quello della pittura anamorfica: lo stesso dipinto rivela nuove e diverse figure se guardato con un taglio prospettico diverso. Allora condensazioni e spostamenti diventano per intero modi che, rielaborati, servono a produrre una nuova immagine proposta a una ulteriore condivisione. Con questo lavoro che è poi il gioco delle metafore, delle metonimie, delle sineddoche, si possono aggirare le cosiddette difese, rielaborare le cosiddette pulsioni: proporre, in sostanza, nuovi assetti della personalità che passano attraverso un lunghissimo e quasi inavvertibile movimento di variazione sul testo dell’esperienza. Qui andrebbe a proposito la metafora junghiana che la lingua dell’altro/Altro è una lingua straniera – forse sarebbe più preciso dire un idioletto, una lingua quasi individuale (quasi, perché non esistono lingue individuali se non nel solco di quelle comuni), che bisogna apprendere. Ecco, dall’ascolto nasce la comprensione della lingua dell’altro. Una lingua diversa, anche se capace di memoria della lingua materna e della cultura e delle parentele originarie, un lessico duale, della coppia analitica, un nuovo «lessico familiare». Solo questo processo può aprire le porte di quello che ritengo il cuore, la sistole e la diastole della condivisione: memoria e riconoscimento. Memoria dalla quale sola può originare un nuovo senso – era la madre delle arti – e riconoscimento, perché si tratta di una conoscenza di sé e dell’altro diversa e nuova rispetto ad ogni altra fino allora 20

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sperimentata. Credo che sia questo il segreto dell’incontro. Chi è riconosciuto esiste finalmente per sé e per l’altro, diventa una storia degna di essere vissuta e raccontata, dunque degna di esistere come vicenda veramente umana. Allora ci si sente «curati», perché ci siamo presi cura della nostra esistenza, abbiamo cercato di sottrarla, almeno in una certa misura e in un certo senso, all’orribile caos che ne costituisce l’ineliminabile minaccia. Adesso però vorrei rilanciarti una domanda che mi sta molto a cuore: tu hai affinato in decenni la pratica dello sguardo, la percezione fine dell’immagine, decisiva nel metodo del gioco della sabbia. Si tratta certamente di un processo di sinestesia fra occhio e orecchio, ma allora cosa potresti dire sull’ascolto ripartendo dal gioco della sabbia? Romano Caro Romano, «riconoscimento» e «memoria» sono due termini che corrispondono profondamente all’esperienza del gioco con l’oggetto. Tramite l’uso del «gioco della sabbia» credo di aver trovato una via per avvicinare e inquadrare meglio il tema complesso dell’ascolto che è l’anima della condivisione in analisi. La nostra storia è inscritta nei gesti corporei, nella mimica come nei toni delle parole ancor prima che nei loro significati condivisi. Il corpo rivela una memoria implicita di isole di esperienza emozionale che non sono mai arrivate alla parola e alla rappresentazione mentale. Il riconoscimento di queste esperienze affettive mai giunte alla coscienza, trova nel gioco con la materia e l’oggetto una via espressiva. Come sappiamo nel gioco spontaneo del bambino c’è la ricerca della percezione corrispondente agli affetti vissuti. Tramite questa esperienza egli riesce prima a contenere e poi a conoscere quanto ha vissuto. Scopo della ricerca con il «gioco della sabbia» è stata proprio quella di riattivare anche nell’adulto questa possibilità espressiva. Il lettore di queste pagine deve sapere che l’attenzione dell’analista che usa il «gioco della sabbia» mira ad 21

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estrarre la forma degli affetti emergenti nella relazione, sia nel divenire della comunicazione verbale che dell’azione di gioco. Sono sempre due i livelli d’ascolto in atto nella relazione. L’affetto si rende presente sia nelle scelte di gioco che nelle variazioni di tono, ritmo, e contenuto della parola. Gli esempi clinici presenti nei lavori di Michelis e Galeazzi che da anni condividono con noi l’uso di questa stessa metodica, aiuteranno il lettore a comprendere il nostro punto di vista. Nel gioco di botta e risposta tra gesto e risposta della materia e degli oggetti percepiti dallo sguardo, avviene l’incontro tra percezione ed affetto emergente. In quel fluido divenire dell’azione ludica con le sue pause, soppesamenti e rapide soluzioni, sta prendendo forma una rappresentazione degli affetti emergenti. Posso affermare che la scena di gioco percepita nel suo divenire spaziotemporale è proprio come un ascolto percepito visivamente. Le sensazioni ancora indefinite, le atmosfere affettive che emergono dallo sfondo nel campo intersoggettivo, alludono ad una rappresentazione in formazione che l’analista cerca di raggiungere ascoltando il tono e il ritmo del dialogo, ma anche guardando con attenzione quanto accade sulla scena di gioco (3). Nel suo ascolto verbale l’analista compone gradualmente la sua scena mentale, come fa il giocatore davanti al campo di gioco. Essa è prima indefinita come un’atmosfera per arrivare a configurarsi in parti distinte e, a un tratto, come percezione d’insieme di una forma ricorrente e riconoscibile. L’attenzione in questo atteggiamento non è caratterizzata tanto dal sospetto, ma dal rilievo delle caratteristiche delle forme emergenti. Nell’ascolto attuato tramite il «gioco della sabbia» emerge con grande chiarezza non solo il modo in cui emergono gli affetti, ma anche la loro progressiva integrazione nel tempo in forme sempre più definite e complesse. E’ per questa ragione che mi corrisponde il termine «maieutica» citato da Di Benedetto nella lettera precedente. Col gioco nasce una forma che evolve verso un’integrazione progressiva fino ad arrivare 22 (3) Nel modo che sono andato definendo attraverso gli anni, invito a fare il gioco solo una volta negli incontri che precedono il vero e proprio lavoro analitico. In seguito, l’uso del gioco è lasciato libero.

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alla parola. Sono convinto che, nel «gioco» descritto, l’uso della materia sabbia è il mezzo espressivo di emozioni profonde che nell’ascolto verbale l’analista avverte solo e prevalentemente a livello corporeo. L’uso dell’oggetto nello spaziotempo della messa in scena o del personaggio che appare, corrispondono ai livelli più integrati dell’ascolto che sono più vicini alla possibilità simbolica verbale. Le percezioni che vanno definendosi a livello corporeo, affettivo o ideativo nell’ascolto analitico verbale, contengono oltre alle difese necessarie, anche i segni di una definizione iniziale, di un concepire, di un pensare che dà sostanza agli affetti vissuti. Il giocatore che costruisce la propria scena nello spazio e nel tempo del gioco sta ascoltando le sue emozioni e nelle sue scelte e collocazioni le sta interpretando per quanto può in quel momento. L’uso dello spazio come le scelte d’oggetto permettono di assistere ad un lavoro di decondensazione di un vissuto emozionale complesso. E’ in atto una definizione di parti che mettono in luce ciò che corrisponde al giocatore o all’opposto rappresentano il «diverso» da sè. In questa costruzione graduale avviene un cambiamento energetico e spesso la parola spontanea lo denuncia chiaramente cambiando tono, esclamando, evocando all’improvviso un ricordo. La costruzione che dà forma alla scena di gioco corrisponde al lavoro trasformativo dell’ascolto. Mi domando se questo nuovo punto di vista ci ha permesso di distinguere meglio alcuni momenti tipici dell’ascolto analitico e di comprendere «quando» esso attivi una trasformazione degli affetti condivisi. In altre parole quale atteggiamento mentale nella relazione analitica provoca l’emergere della memoria implicita e dell’atto del riconoscimento degli affetti sottesi in forma visiva e verbale alla nostra sofferenza psichica? Quali i presupposti di una condivisione trasformante? Proprio per avvicinare questi temi sono tornato alle metafore iniziali usate dagli analisti per descrivere il fenomeno dell’ascolto. Una via difficile da percorrere che si basa sulla convinzione personale che l’immagine è capace di condensare una potenzialità di pensiero che la parola an23

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