N° 69

 

Embed or link this publication

Description

RPA

Popular Pages


p. 1

La perdita e i suoi destini Pia De Silvestris, Roma «E tu piccolo eri e io giovane». (Anna Achmatova) «J’ai souvent, à genoux que je suis sur les tombes, La grande vision du sort; et par moment Le destin m’apparaît, ainsi qu’un firmament, Où l’on verrait, au lieu des étoiles, des âmes». (Victor Hugo) Il problema della perdita ha inizio con l’origine dell’umanità: Adamo ed Eva cacciati dal paradiso terrestre e condannati a guadagnarsi il pane con il sudore della fronte. La vita quindi nasce da una perdita. Nella nostra cultura, dalla tradizione biblica passiamo al mito individuale in cui il bambino che nasce perde l’unione con la madre. Per la psicoanalisi questa esperienza di perdita si rinnova lungo tutta l’infanzia del bambino: lo svezzamento, il distacco dalle feci, la dentizione, i primi passi, le prime parole; tutto questo rappresenta un modo per significare la perdita che mano a mano ci allontana dagli inizi. Il lutto è una delle modalità psichiche con cui l’essere umano si trasforma dopo una perdita. S. Freud ha, come noto, dedicato il suo saggio Lutto e melanconia al problema della perdita. 25

[close]

p. 2

«Il lutto è invariabilmente la reazione alla perdita di una persona amata o di una astrazione che ne ha preso il posto, la patria ad esempio, o la libertà, o un ideale o così via. La stessa situazione produce in alcuni individui – nei quali sospettiamo perciò la presenza di una disposizione patologica – la melanconia invece del lutto» (1). (1) S. Freud (1915), Lutto e melanconia, OSF, 8. La differenza tra lutto e melanconia sarebbe determinata dal tipo di scelta oggettuale: la scelta oggettuale per appoggio il primo o il tipo di scelta oggettuale da definirsi narcisistica la seconda. Mentre nel lutto si spostano gli investimenti per farli continuare a vivere, nella melanconia la perdita è un traguardo insuperabile: «L’ombra dell’oggetto cade sull’Io». La perdita del melanconico coincide con l’istinto di morte, mentre il lutto segnala l’impegno di Eros ad avere il sopravvento sulla perdita. Nel melanconico l’ombra dell’oggetto cade su un Io rudimentale che non è riuscito ancora a costruire se stesso come patrimonio energetico proprio, per cui non può elaborare la perdita di qualcosa che non ha. In questo senso l’ombra dell’oggetto deve intendersi come il negativo degli investimenti che l’oggetto fino a quel momento aveva operato sul soggetto. Questo, essendo ancora povero di libido, ha come unica sorgente di vitalità quella che proveniva dall’investimento dell’oggetto. La perdita è sempre un’esperienza al limite: nel momento che si verifica è un vissuto che mozza il fiato, come se si dovesse morire insieme all’oggetto perduto, ma se un attimo dopo si respira, quell’aria è solo nostra e vuol dire che si è sopravvissuti. Sopravvivere alla perdita equivale ad essere portatore di un trauma, che isola il nucleo doloroso della perdita senza elaborarlo, perciò è destinato a rinnovarsi continuamente in forme ripetute anche se attenuate dall’isolamento. Forse nella melanconia, come dice Freud, il soggetto è oscurato dall’oggetto e tiranneggiato da un Super-Io crudele, per cui si può parlare propriamente di perdita di sé. «Nella cura del paziente melanconico il problema è la mancanza di elaboratività e di simbolizzazione. I melanconici si accaniscono contro la visibilità dell’opera per cui essa viene continuamente oscurata. Quello del melanconico è un corpo che si nega perché ha paura di incontrare uno sguardo assente. Se l’analista deve trovare un senso, là dove viene negato, si aggrappa al corpo che viene in seduta, che continua a riman- 26

[close]

p. 3

(2) L. Albrigo, P. De Silvestris (2002), «L’opera e lo sguardo assente», in P. Cupelloni (a cura di), La ferita dello sguardo, F. Angeli, Milano. dare il suo senso di essere lì e non può far altro che legittimare una presenza senza un senso apparente. Il noumeno del corpo del melanconico si dà nella necessità di chi lo ha concepito. E’ l’anonimato, la caduta di senso che dà paradossalmente al melanconico il potere di esserci attraverso la legittimazione del terapeuta» (2). Le persone che vengono in terapia sperano che l’analisi sia un’occasione di risarcimento di un vissuto di perdita che si può esprimere sia a livelli concreti che a livelli simbolici. A volte si tratta non di una perdita ma della denuncia di una mancanza, che spostata in un contesto attuale, significa contemporaneamente affermare il possesso dell’oggetto insieme all’evenienza della sua perdita, autorizzando così, attraverso lo spostamento, sempre una richiesta di risarcimento. La denuncia della perdita riguarda una presunzione di possesso. Potremmo dire che la perdita dell’amore, che si incontra frequentemente in analisi, è la perdita della completezza come sinonimo della totalità originaria, così ben rappresentato nel mito dell’androgino narrato da Aristofane nel Simposio di Platone. Secondo M. Klein il soggetto che ha elaborato nell’infanzia la posizione depressiva può affrontare meglio le esperienze luttuose della vita. Scrive la Klein: «Il bambino attraversa stati psichici equivalenti al lutto degli adulti o, più precisamente, una volta che più tardi nella vita si prova tale cordoglio si rivive il lutto infantile» (3). (3) M. Klein, (1921-1958), «Il lutto e la sua connessione con gli stati maniaco-depressivi», in; Scritti, Boringhieri, Torino, 1978, p. 327. La perdita del seno sentita dal bambino come conseguenza della sua avidità rimane come emblema di ogni perdita futura. «La sofferenza e la preoccupazione per la perdita temuta degli oggetti buoni costituisce la posizione depressiva che è anche per un verso fondata dalla persecuzione (da parte degli ‘oggetti cattivi’ ) e dalle peculiari difese contro di essa, e per l’altro dallo struggimento per l’oggetto d’amore (‘buono’)» (M. Klein 1940). Ogni volta che nell’età adulta si vive una perdita, la cui reazione è un vissuto luttuoso, si ripropone la situazione depressiva infantile. La conseguenza di questa importante affermazione riguarda la modalità con cui si è affrontata la posizione depressiva infantile. Se si è riusciti a elaborarla, ci si è distinti dall’oggetto, per cui ogni volta che 27

[close]

p. 4

si sperimenta la perdita, essa non viene vissuta come perdita di sé. Tutto questo però non riguarda le grandi perdite che hanno sempre, almeno in parte, anche una quota di investimento narcisistico. Ciò che concerne l’infanzia è la messa in moto di una grande dimensione tragica che ha come elementi d’inaugurazione sia l’esperienza temporale che quella spaziale. L’accelerazione della temporalità provoca la perdita della propria impotenza infantile: apparentemente sembra di dirigersi verso la conquista di una capacità di autonomia come esprime in modo ironico Ferenczi in «Il sogno del poppante saggio» (4), in cui «il desiderio di diventare sapiente e di sorpassare i ‘grandi’ in conoscenza e saggezza è pur sempre nient’altro che un modo di rovesciare l’opposta situazione del bambino». Questo sogno, riportato da Ferenczi, esprime probabilmente la paura del paziente adulto di vivere in analisi l’esperienza dell’impotenza infantile, che equivale alla paura della follia, della perdita d’identità, della perdita della ragione. Infatti, il vissuto di perdita che si sperimenta nell’infanzia, porta come dice Winnicott, ad una «impensabile angoscia» (5) quando la madre si allontana ed il bambino è troppo piccolo per tenerla nella sua mente. Questo vale soprattutto quando il bambino subisce passivamente questa esperienza, perché non può ancora prevederla, quando invece il bambino ha già interiorizzato la madre nelle sue presenze e nelle sue assenze, come ci descrive Freud in Al di là del principio di piacere, a proposito del suo nipotino, l’assenza della madre viene rappresentata metaforicamente attraverso il gioco della bobina. Il poter fare questo gioco è il segnale che gli eventi sono simbolizzabili e quindi vivibili come effetto di un potere proprio. A proposito di simbolizzazione Anna Freud nel suo articolo Perdere e essere persi (6), parla del concetto di «oggetto transizionale» introdotto da Winnicott nel 1953, che permette un passaggio graduale per spostamento dal seno al pollice, «al soffice animaletto di pezza col quale il bambino gioca». Questi primi oggetti vengono investiti sia narcisisticamente che con amore oggettuale e costitui28 (4) S. Ferenczi (1923), «Il sogno del poppante saggio», in; Fondamenti di psicoanalisi, Guaraldi, Rimini, 1974, vol. III°, p. 174. (5) D. W. Winnicott (1971), Gioco e realtà, Armando, Roma, 1974. p. 168. (6) Anna Freud (1966), «Perdere e essere persi», in; Solitudine e nostalgia, Bollati Boringhieri, Torino, 1993.

[close]

p. 5

(7) J. B. Pontalis, (1988), «Perdere di vista», in; Perdere di vista, Borla, Roma, 1993, p. 302. (8) D. W. Winnicott (1971), «La funzione di specchio della madre e della famiglia nello sviluppo infantile», in; Gioco e realtà, Armando, Roma, 1974, p. 189. scono il passaggio dall’amore per la madre all’interesse per il mondo. Così gli oggetti animati o inanimati rappresentano l’oggetto originario su cui i bambini ed anche gli adulti proiettano la loro rabbia, il loro dispiacere o le loro affezioni. Questi sono spostamenti vissuti come plausibile sostituzione dell’oggetto, almeno in qualche suo aspetto, invece la ricerca compulsiva e feticistica degli oggetti, come nel fenomeno del collezionismo, segnala l’insoddisfazione e l’incapacità di qualsiasi oggetto a sostituire quello originario. Poiché l’investimento o il ritiro di questo, soprattutto sugli oggetti materiali, è sempre presente nella vita dell’individuo, la perdita fa parte delle oscillazioni quotidiane che colorano positivamente o negativamente gli umori degli uomini. Diversa cosa è la perdita di un investimento pressoché totale come il grande amore, perché la sua perdita compromette profondamente la stabilità della persona. Nel saggio Perdere di vista , Pontalis (7) concentra la sua attenzione sul vedere o non vedere più l’oggetto d’amore. Si tratta di un uomo che alla morte della madre dice con dolore ad una persona vicina che «non l’avrebbe più vista e non vedendola, non sarebbe più stato visto da lei». Il soggetto che non è visto non sa di esistere perché non c’è più l’oggetto a confermarglielo, forse non ha mai avuto accesso allo sguardo materno (8) . L’importanza della vista nella relazione con l’oggetto è accresciuta quando c’è l’impossibilità di introiettarlo, da qui la necessità di tenerlo ed essere tenuto a vista. Il bisogno di controllare l’oggetto porta tra l’altro in analisi a quella coazione di ripetizione così difficile da sradicare. «[…] occorre che l’immagine, nella sua presenza obnubilante, si cancelli e al tempo stesso rimanga nella sua assenza. L’invisibile non è la negazione del visibile: è in esso, lo abita, è il suo orizzonte ed il suo inizio. Quando la perdita è nella vista, cessa di essere un lutto senza fine» (9). (9) Pontalis, op. cit, p. 325. Ritornando al bel saggio di Anna Freud, in cui l’accento è messo non solo sulla perdita in sé, ma anche sull’identificazione della persona che perde qualcosa con la cosa perduta, si vede l’importanza che viene data all’identificazione proiettiva (Klein) sugli oggetti e al peso che questi 29

[close]

p. 6

possono avere sulla sofferenza e sulla mancanza. Inoltre, un’altra grande intuizione di Anna Freud è il mettere l’accento sull’essere persi. Quando il bambino sente di non avere l’attenzione costante e l’amore dei genitori può arrivare a perdersi. Perdere e essere persi corrisponde ad un’esperienza traumatica che talvolta ritroviamo nel racconto di pazienti adulti in analisi, anche se questo non è quasi mai un loro ricordo ma è stato loro narrato dai genitori quando erano già più grandi. Una paziente che, nella sua fantasia, non si è mai sentita amata dalla madre, che sembrava preferirle il figlio maggiore, racconta in analisi un ricordo, non sa se completamente suo, molto penoso e traumatico. Aveva cinque anni, era uscita a passeggio con i suoi genitori ed aveva chiesto loro di comprarle un gelato. Al loro rifiuto se ne era andata per conto suo e i genitori non l’avevano rincorsa. Si era persa nel percorso del ritorno a casa e attraversando la strada era stata investita da una macchina. A questo fatto in cui aveva rischiato la morte, seguì poi un periodo di ospedalizzazione e di grande sofferenza, durante il quale ricorda affettuosamente vicino soprattutto il padre. Scrive Anna Freud nel saggio già citato: «E’ soltanto quando i sentimenti genitoriali sono inefficaci o troppo ambivalenti, o quando l’aggressività è più determinante dell’amore, o quando le emozioni della madre sono momentaneamente distratte da qualcos’altro, che il bambino non solo si sente perduto, ma, in realtà, può arrivare a perdersi»(10). (10) Anna Freud, op. cit. , p. 34. Anche un’altra paziente, molto provata da un’infanzia solitaria, riporta in analisi i suoi smarrimenti di bambina piccola. Dopo molti anni, ultimamente, ha pubblicato un libro di poesie e mi ha scritto una dedica «a colei che mi ha condotto sin qui». Qual è dunque il destino della perdita in analisi? Come colmiamo quel vuoto di pensieri e di rappresentazioni? Molto spesso i pazienti vengono perché hanno perduto qualcuno o qualcosa: un figlio, un genitore, un amore, i beni, un’attività lavorativa. Qual è il grande lavoro di trasformazione che avviene nell’analisi? 30

[close]

p. 7

(11) P. Gutton (1991), Le pubertaire, Paris, PUF. Che cosa ce ne facciamo della perdita e come la elaboriamo? Silvia, una ragazza di undici anni, viene in terapia a tre sedute settimanali perché da un anno ha delle gravi crisi di panico: ha difficoltà ad andare a scuola, a praticare uno sport e ad uscire di casa. Ha perso la madre a sette anni e da circa un anno il padre convive con una vecchia amica della madre. Silvia rivive il trauma infantile a posteriori (nachträglich), al sorgere del pubertario (11), in cui l’esperienza luttuosa viene rielaborata in funzione di nuove esperienze e nell’accesso ad un altro grado di sviluppo. Così, anche le esperienze infantili possono acquisire un nuovo senso e quindi una nuova efficacia psichica. Nelle prime sedute mostra una grande difficoltà ad accedere all’incontro con me e pretende che questo avvenga in presenza della donna che ha preso il posto della madre. In genere questo «periodo di esitazione» è il segnale di un precedente traumatico così importante da rendere radicalmente diffidenti nei confronti di qualsiasi esperienza. La delusione di Silvia è rappresentata da un lutto reale e l’unione del padre con l’amica della madre le ripropone in modo forte il trauma stesso. Dopo questa resistenza iniziale, accetta di incontrasi da sola con me e riversa nella situazione analitica una quantità enorme di affetto riponendovi una aspettativa pressoché totale. Silvia sembra poter ricostituire insieme a me quella condizione di illusione prematuramente perduta. La relazione analitica ha come rimesso in moto un sentire che si era arrestato con la morte della madre e Silvia cerca di sostituire quel vuoto incolmabile. Mi porta i suoi giochi preferiti chiedendomi tacitamente di lasciarla vincere e mi parla insistentemente del suo desiderio di avere un cagnolino perché, pur avendo una sorella che ha due anni meno di lei, si sente sola quando nessuno le presta attenzione. La probabile negazione del lutto da parte del padre, sottraendole la possibilità di condividere il dolore in una relazione affettuosa, ha reso evidente la sua solitudine e aggravato la sua condizione di bambina così provata di fronte alla realtà. A volte mi vive nel transfert come quella madre che non è 31

[close]

p. 8

ancora morta, o come quell’oggetto sostitutivo con cui può condividere la mancanza della madre. Un giorno mi porta un sogno in cui va in cielo a trovarla. E anch’io talvolta, nel mio controtransfert, la vivo come una figlia che mi è «caduta dal cielo». Alla fine della seduta utilizzando il commiato, quasi a voler «conservare il senso della continuità del suo esistere» (12), mi dà un bacio sulla guancia e mi ricorda il giorno del nostro prossimo incontro. Questi due segnali sembrano concretizzare la prospettiva della relazione come luogo di ripristino dell’illusione e quindi come luogo di potenziale elaborazione della perdita. Dopo alcuni mesi, Silvia si diverte con il gioco degli scarabocchi che io le propongo, un gioco come dice Pontalis (13): «Per cercare insieme ciò che ignoriamo [...] una concezione della circolazione dei significanti tra due soggetti». In questo gioco compare un pupazzo di stoffa che lei rivela essere quello prediletto da bambina. Mi dice di volermelo portare a vedere: è un pupazzo di quando era piccola, metà cane e metà orso. Sul bavaglino porta scritto «Hug me» (abbracciami) e lei ha chiesto al padre cosa significava. Da quel momento «Huggy» diventa lo spettatore partecipe dei nostri incontri e il mediatore dei nostri affetti. All’inizio della seduta Silvia mi chiede di prenderlo in braccio e di riscaldarlo, quindi lo mette sul tavolo in mezzo a noi e racconta a me di Huggy o ad Huggy di sé. Con la facilitazione di questo oggetto transizionale, recuperato dalla sua prima infanzia, Silvia può comunicare la sua storia passata e i suoi dispiaceri quotidiani. Può rivivere nel transfert l’illusione di creare l’oggetto e di potersene separare perchè lo può anche ricreare. In un secondo tempo il dialogo si semplifica: lei mi parla direttamente di sé, Huggy viene interpellato solo quando l’emozione si fa più forte e lei lo prega di aiutarla a ricordare. L’intuizione di portare Huggy in seduta ha reso la situazione più contenuta e fluida, ricca di avvenimenti narrativi che mi includono, facendomi diventare un personaggio della sua storia. Huggy è una sede di pensiero, un altrove che dinamiciz32 (12) D. W. Winnicott (1945), «Lo sviluppo emozionale primario», in; Dalla pediatria alla psicoanalisi. Martinelli, Firenze 1975; vedi anche la lettura che ne fa M. L. Mascagni (1996), «Studiare Winnicott», in Psicoterapia Psicoanalitica, 3, 1. (13) J. B. Pontalis, op.cit.

[close]

p. 9

za e fa uscire da una dualità talvolta eccessivamente confusiva o eccitante. A volte Huggy mi suggerisce delle cose di lei da interpretare: «Non ti ha detto Huggy che mi sono sentita sola in questo fine settimana?» . Oppure rimprovera le mie incomprensioni: «Oggi Huggy non ti ha spiegato bene. Non ho voluto uscire da sola non perché ho paura di diventare grande, ma perché ho capito che mio padre non voleva». Poiché anch’io, come i genitori, le chiedo di essere grande o piccola secondo le mie aspettative «terapeutiche», Silvia mi aiuta a muovermi con più tatto e intuizione. La fiducia che va così costruendo l’aiuta a parlarmi dei suoi difficili rapporti con la sorella. La storia del rapporto di Silvia con la sorella è quella di un difficile tentativo di dominare una situazione traumatica di rottura di un contesto narcisistico. Silvia confida il suo senso di apprensione raccontando quando da piccola, per dominarla, la legava alla sedia e la spaventava rovesciandola in terra. In quel periodo la madre si era ammalata di cancro e, non tollerando la violenza di questi giochi, le chiedeva di essere responsabile e adulta. La lunga malattia della madre aveva forse inibito la rivalità e la competizione e l’aveva portata a vivere una parte di sè attraverso la sorella. In questa costruzione onnipotente Silvia proteggeva la madre dall’aggressività della sorella, mettendosi al suo posto. La morte della madre aveva messo in crisi questo meccanismo onnipotente e l’aveva messa di fronte alla necessità di riappropriarsi della sua aggressività, non ultima quella della probabile fantasia inconscia di aver contribuito alla morte della madre, appesantita dalle fantasie incestuose nei confronti del padre. Dopo la morte della madre Silvia era stata improvvisamente costretta a diventare una madre reale senza esserlo. Nel registro più superficiale delle sedute Silvia, nei racconti sulla sorella, recita la parte di una madre preoccupata per la figlia e, ad un livello meno cosciente, con il recupero dell’oggetto transizionale rappresentato dal suo cane-orso Huggy, porta parallelamente la difficoltà ad integrare dipendenza ed aggressività «per affrontare i rapporti con i compagni». 33

[close]

p. 10

Una breve malattia della sorella è l’occasione di un ritorno dell’angoscia e di ulteriori movimenti. Durante la seduta in cui si parla di questa malattia, io non interpreto verbalmente la sua preoccupazione come aggressività e la volta successiva mi telefona il padre dicendomi che Silvia è ammalata e non viene. Un mio non interpretare sollecito forse ha concorso ad un ammalarsi di Silvia ed ha incalzato e costretto ad un processo di primo disvelamento. Nella seduta dopo la sua malattia il materiale più esplicito che Silvia porta permette il riconoscimento dei suoi affetti contrastanti. L’ambivalenza la disillude: Silvia diminuisce il controllo sulla sorella trovando il coraggio di rivolgersi verso la realtà esterna nonostante la sua imprevedibilità. E’ di questo periodo, a circa due anni dall’inizio della terapia, l’insorgenza del menarca e di tutta la problematica adolescenziale del fuori (amici e amori). A questo punto del discorso si pone di fronte alla nostra riflessione un problema tecnico che riguarda la dinamica della relazione. Il terapeuta si pone nella disposizione che favorisce l’illusione ed è evidente quanto ciò sia importante per Silvia. Dice Winnicott (14): «La madre, all’inizio con un adattamento quasi del cento per cento, fornisce al bambino l’opportunità di un’illusione che il suo seno sia parte del bambino. Questo è, per così dire, sotto il controllo magico del bambino [...]. L’onnipotenza è quasi un fatto di esperienza. Il compito attuale della madre è di disilludere gradualmente il bambino, ma essa non ha speranza di riuscire a meno che non sia stata capace da principio di fornire sufficiente opportunità di illusione». (14) D. W. Winnicott (1971), Gioco e realtà, Armando, Roma, 1974. Allora, quando si può dire che ci sia stata sufficiente «opportunità di illusione» per incominciare a disilludere e non a deludere, senza rischiare che, protraendo l’assetto illusorio, il meccanismo onnipotente possa, ancora una volta, fallire per intervento della realtà esterna e quindi deludere di nuovo? Per esempio, deve o non il terapeuta interpretare, e quando, che la preoccupazione di Silvia per una malattia passeggera della sorella è determinata dalla sua paura di riconoscere come propria quell’aggressività che la ha generata? 34

[close]

p. 11

Nella relazione, ciò che decide come e quando illudere e disilludere è dato non da una competenza tecnica ma dall’incontro della storia del percorso personale di illusione, disillusione e delusione del terapeuta con la storia transferale del paziente. Inoltre, riguardo alla relazione illusione-disillusione, è possibile elaborarne l’andamento e osservarne a posteriori l’uso che se ne è fatto, ma non si può costruirne un dispositivo tecnico a priori, perché ha a che fare con i livelli emozionali più primitivi e inconsapevoli del terapeuta nella relazione con il paziente. La fiducia di poter illudere risiede in un’esperienza profonda soddisfacente, non minacciata da imprevedibile delusione e fortificata dalla capacità di disilludersi, e ciò permette al terapeuta di non essere sopraffatto da fantasmi distruttivi. Ma non è ugualmente utile per l’«esperienza dell’onnipotenza» l’eventualità in cui, di fronte ad una minaccia di separazione reale, il terapeuta continui a immaginare la relazione come un luogo idilliaco intoccabile. Così il terapeuta, insieme alla potenzialità che si ritrova ad illudere, vigila sull’emergere del bisogno separativo per riconoscerlo, senza sottrarsi alle spinte inconsce utilizzabili nelle varie direzioni. Poiché la capacità di illudere si sovrappone alla disponibilità ad illudersi, la possibilità che le due aree potenziali concorrano a costituire un’area comune crea il fondamento su cui possono germogliare i bisogni separativi senza rottura di continuità, nell’oscillazione fra aspetti di unione e di separazione della relazione. Sempre a causa di quella disponibilità, anche per il terapeuta è difficile uscire dall’area dell’illusione o valutare adeguatamente il momento in cui il paziente può sopportare la disillusione attraverso l’interpretazione. Forse, ciò che è più frequente sia nella coppia madre-bambino che in quella paziente-analista è che l’intervento della realtà, apparentemente esterna, modifica la situazione relazionale. Come la madre reale non può essere sempre presente e sfruttando la condizione di adesione alla realtà, che aiuta il bambino a crescere, si priva e priva di sé il bambino così l’analista utilizzando la propria realtà e quella del paziente riesce a disilludere. Il bambino inventa quindi l’area 35

[close]

p. 12

del gioco, in cui fa proprio uno spazio di illusione-disillusione. Questo perdura nella vita dell’uomo in cui o il gioco rimane gioco o si trasforma nella creatività artistica e nell’uso dell’arte. A proposito dell’arte vorrei mostrare ora come un grande poeta tenta di elaborare la sua perdita. Victor Hugo, tra i suoi più bei versi, ha scritto una poesia dedicata alla figlia morta annegata nella Senna vicino a Villequier. Nel 1843 Léopoldine aveva 19 anni. Il vissuto interiore della perdita e della sua elaborazione ci sembra molto bene espresso da questi versi presi dalla raccolta Les contemplations. «Demain, dès l’aube, à l’heure où blanchit la campagne Je partirai, vois-tu, je sais que tu m’attends J’irai par la forêt, j’irai par la montagne, Je ne puis demeurer loin de toi plus longtemps. Je marcherai les yeux fixés sur mes pensées Sans rien voir au-dehors, sans entendre aucun bruit, Seul, inconnu, le dos courbé, les mains croisées, Triste, et le jour pour moi sera comme la nuit. Je ne regarderai ni l’or du soir qui tombe, Ni les voiles au loin descendant vers Harfleur, Et quand j’arriverai, je mettrai sur ta tombe Un bouquet de houx vert et de bruyère en fleur». Il vissuto di perdita è sempre legato ad un dato di realtà, qualunque sia l’oggetto perduto o il valore e l’investimento che il soggetto gli attribuisce. Quindi se il soggetto vive nella necessità di non poter sopportare il dolore che questo dato di realtà gli infligge, un tentativo possibile è quello di sostituire l’oggetto perduto. Ma quando l’oggetto è caratterizzato anche dal bisogno di fedeltà, ogni tentativo di sostituzione fallisce. In tal caso, al di là della melanconia di cui abbiamo parlato, l’unica forma di compensazione praticabile è il rituale condiviso del «delirio»: portare fiori sulle tombe, praticare riti religiosi, richiedere una partecipazione collettiva alla perdita personale, perseguire tentativi di comunicazione magica e soprannaturale. Come abbiamo visto nel caso clinico riportato, la soluzione più costruttiva e vitale di elaborazione della perdita è il transfert. 36

[close]

p. 13

In una lettera a Ferenczi del 1910, Freud utilizza la favola dei fratelli Grimm, Gianni il fortunato, come metafora del concetto di transfert. Egli scrive: «Ora le voglio esporre una teoria che mi è venuta in mente leggendo la sua analisi. Mi sembra che quando agiamo sugli impulsi sessuali non otteniamo altro che scambi e spostamenti, mai invece la rinuncia, né l’eliminazione o la liquidazione di qualche complesso (questo rimanga strettamente segreto !). Quando uno rivela i suoi complessi infantili, vuol dire che ne salva una parte (l’affetto) in una forma corrente (transfert). Si è tolto una pelle e la consegna all’analista. Dio non voglia che egli rimanga allora nudo, senza pelle! Ciò che guadagniamo con la terapia non è che un baratto, come nella storia di Hans im Gluck (La fortuna di Gianni). L’ultimo pezzo cade nel pozzo solo con la morte [...]». (15) P. De Silvetris (1992), «Baratto e metafora: economia ed etica della trasformazione», in; Quaderni di Psicoterapia infantile, 24, Borla, Roma. In un precedente lavoro (15) prendevo spunto da questa lettera di S. Freud per dire che il transfert è tutto ciò che si muove dalla perdita originaria e che produce tutti i successivi movimenti economici e dinamici della mente. Infatti quei movimenti di spostamento, condensazione, negazione e scissione, o simbolizzazione e sublimazione, tendono tutti al recupero dell’oggetto perduto o perlomeno a compensarne, in maniera compatibile con la vita, la sofferenza della perdita, mentre il transfert rimane continuamente in cerca di quell’oggetto mai raggiunto. Poi, assumendo in senso forte le parole di Freud in quella lettera a Ferenczi, mi sembrava, d’accordo con lui, di poter pensare che «l’ultimo brandello di transfert – dopo molti baratti – si esaurisce solo con la morte». In un senso progressivo l’uomo non ha altra possibilità: scambiare continuamente l’oggetto per mantenere il più possibile l’oggetto originario. Ma, allo stesso tempo, il procedere vitale è anche proprio in funzione di questa capacità di allontanarsi dalla originarietà dell’oggetto. E’ soprattutto in questa prospettiva che si potrebbe intendere l’importanza dell’esperienza analitica come quella possibilità di ripetizione, riduzione, diminuzione del vincolo con l’oggetto originario e quindi come trasformazione attraverso una serie di trasferimenti, spostamenti e cambiamenti di valore di oggetto, intesi come valori di investimento del soggetto. In altri termini, secondo Freud, il transfert è quella forza che mette in moto in più direzioni la vita psichica, che a sua volta si dipana attraverso una molteplicità di baratti e 37

[close]

p. 14

di diversi investimenti che, non coincidendo mai con l’oggetto originario, mantengono, nonostante tutto, il transfert sempre all’opera sino alla morte. Da questo punto di vista l’oggetto originario – ovvero l’oggetto perduto – in quanto fondato nell’area delle fantasie e quindi costituente dell’immaginario del soggetto, prescinde da qualsiasi realtà; l’oggetto-madre non è l’oggetto originario e non è neanche sostituibile con esso, proprio perché non coincide mai con l’oggetto originario, non riuscirà mai ad essere un oggetto sufficiente, anche se concretamente efficiente; pertanto si potrebbe dire che l’oggetto-madre non è soltanto il primo oggetto ma anche il primo transfert del soggetto, come scrive la Klein. Così ogni esperienza clinica è un pezzo di un percorso di transfert, un brano di vita che è tale perché concepisce un suo destino unico, sempre originale e singolare anche se tende a svilupparsi in un solco già dato e che sarà ancora ulteriormente traccia per i successivi tentativi di ripercorrere il già vissuto, per adattare diversamente la vita. Se il transfert è quell’esperienza che contemporaneamente trascina ed è trascinata in una determinata direzione costruttiva ed evolutiva, in un movimento che è sia progressivo nel senso della strutturazione della mente che nel senso della relazione oggettuale è necessario che questa spinta energetica abbia un corso come quello di un fiume. La funzione di contenimento dell’analista è presupposto basilare per lo sviluppo del transfert, da qui prende avvio l’uso dell’analista come funzione d’oggetto in tutta la sua graduale, minore o maggiore complessità. La perdita va sempre al di là di ogni possibile razionalizzazione e pertanto possiamo pensarla più adeguatamente come veicolo di transfert, nel cammino delle sue trasformazioni. 38

[close]

p. 15

«Per sempre gli anni …per sempre l’amore …per sempre le ore» Lella Ravasi, Milano (*) (*) Il testo amplia un capitolo tratto dal mio libro Gli occhi d’oro – il cinema nella stanza dell’analisi, editore Moretti e Vitali, Bergamo, 2004. (1) Il libro di Michael Cunningham, Le ore, che riporta anche brani tratti daMrs Dalloway di Virginia Woolf, è edito da Bompiani, Milano, 2003. Un libro: Le ore di Michael Cunningham. Un film, The Hours, tratto dal testo, girato con attenzione filologica, un racconto nel racconto, in cui si entra, ci si smarrisce, ci si ritrova. Filo conduttore: la perdita. Il sentimento della perdita attraversa il mondo per intero, nel mondo intero di un solo giorno narrato, nelle storie intrecciate di tre donne, unite dalla trama del libro La Signora Dalloway di Virginia Woolf, confuse tra loro, abitate l’una dall’altra, dal daimon che urta negli angoli delle celle delle loro vite prigioniere, che picchia contro le inferriate (1). Storie mescolate e sovrapposte, inquietanti, tra la Signora Dalloway come la immagina e la fa vivere la scrittrice, e Virginia che dando vita a lei la toglie a poco a poco da sé. E poi le altre donne, animate dalla figura immaginaria, in una identificazione che va oltre il tempo: Clarissa Vaughan, editor newyorkese – chiamata per gioco dagli amici Mrs Dalloway, come la protagonista del libro – che cela dietro la sorridente efficienza la dedizione sconfinata per Richard, l’amore di sempre che sta morendo di Aids e che sceglie il suicidio scavalcando il davanzale davanti a lei. E poi c’è Laura Brown, casalinga californiana del dopoguerra americano, tutto torte di crema e eroi reduci dal fronte, finzione tirata a lucido, e la sua tentazione di scomparire per privazione totale di senso, lontana dalla perfezione immaginaria in cui è incastrata. 39

[close]

Comments

no comments yet