N° 68

 

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La psicoanalisi junghiana (*) Christian Gaillard, Paris (*) Il testo qui tradotto dall'originale francese è stato pubblicato quale capitolo d'un lavoro collettivo, intitolato Psychanalyses, psychothérapies: les principales approches, a cura di Mony Elkaïm, Paris, Seuil, 2003. (1) J. Laplanche e J.-B. Pontalis, Vocabulaire de la psychanalyse, Paris, PUF, 1967; E. Roudinesco e M. Plon, Dictionnaire de la psychanalyse, Paris, Fayard, 1997, nota all’articolo «Freudisme», p. 361-363; Dictionnaire international de la psychanalyse, A. de Mijolla editore, Paris, Calmann-Lévy, 2002, con 25 lemmi per la «psicologia analitica» junghiana. (2) C. G. Jung, Métamorphoses et symboles de la libido, Paris Montaigne, 1927, un’opera oggi difficilmente trovabile; la traduzione francese pubblicata con il titolo di Métamorphoses de l’âme et ses symboles, Genève, Georg, 1973, corrisponde di fatto con l’edizione largamente rimaneggiata da Jung nel 1952 e intitolata allora Simboli della trasformazione. La psicoanalisi non è più, evidentemente, quella che era. Ne fanno fede le più importanti recenti pubblicazioni che si propongono di presentare e di esplorare dall’interno la sua attuale configurazione. Se l’Enciclopedia della psicoanalisi di J. Laplanche e J. B. Pontalis, nella maggior parte delle sue analisi e per quanto riguarda l’essenziale del suo corpus, si riferisce ai testi di Freud e il Dizionario della psicoanalisi di E. Roudinesco e M. Plon suddivide e presenta sei grandi «correnti» o «componenti» del movimento psicoanalitico – l’annafreudismo, il kleinismo, l’Ego Psychology, gli Indipendenti, la Self Psychology e il lacanismo –, il recentissimo Dizionario internazionale di psicoanalisi di A. de Mijolla allarga il campo e dà spazio ad analisti che hanno come referenti C. G. Jung, A. Adler, S. Ferenczi o F. Dolto e che sono stati incaricati di presentare i concetti, le personalità più incisive, le opere e le istituzioni della corrente di cui fanno parte (1). La psicoanalisi è dunque, oggi, plurale. Ma da quando lo è? Almeno dal 1911-1912. Dopo la pubblicazione sul Jahrbuch für psychoanalytische und psychopathologische Forschungen, e successivamente per i tipi di Deuticke a Vienna e Lipsia, di Wandlungen und Symbole der Libido, di Metamorfosi e simboli della libido (2); dopoché Jung, per analizzare e comprendere meglio le appena accennate emozioni amorose di una giovane donna – un po’ troppo ricca e romantica per impegnarsi nella vita che le 13

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si presentava davanti –, si è lanciato, fino a perdere il respiro, in una moltitudine di miti, di riti e di racconti di diversa provenienza che evidenziavano situazioni stranamente simili a quelle che questa giovane donna aveva difficoltà ad affrontare (3). Questo libro segnò la sua rottura con Freud e le organizzazioni freudiane, una rottura senza appello e senza possibilità di ritorno. Il 27 ottobre 1913 Jung dette le dimissioni da capo-redattore del Jahrbuch e il 20 aprile 1914, alla vigilia della guerra e seguito dalla presidenza dell’Associazione Internazionale di Psicoanalisi, nel luglio dello stesso anno (4), dalla sezione di Zurigo. Ma questa rottura data veramente dal 1911-1912? Non sarebbe piuttosto databile dal 1910? Il 17 giugno 1910, in effetti Jung, che aveva ricevuto da poco, da Freud, Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci, gli rispose molto rapidamente per comunicargli la sua prima reazione alla lettura di questo saggio: «Il Leonardo è splendido», dichiarò in questa lettera. «Ho subito letto il Leonardo da capo a fondo e presto lo riprenderò in mano ancora una volta. Il trapasso all’elemento mitologico affiora da questo scritto per necessità interna». E aggiunge, cosa che non poté non determinare in Freud una certa perplessità: «[...] è propriamente il primo dei Suoi scritti con le cui linee direttrici interne io mi sento a priori in perfetta sintonia» (5). La sua reazione alla lettura di questo saggio fu dunque inizialmente entusiasta. Ma non si può non essere sorpresi quando si legge che questo, fra gli scritti di Freud letti fino ad allora, sarebbe stato il «primo» verso il quale Jung aveva il sentimento di potersi completamente associare. Si è ancora più sorpresi del fatto che Jung arrivasse a scrivere quest’altra inquietante frase: «Sarebbe piacevole per me fermarmi ancora su queste impressioni e abbandonarmi tranquillamente ai pensieri che vogliono collegarvisi e svilupparsi a catena». Dei pensieri vogliono collegarvisi e svilupparsi a catena, scrive. Ecco dunque che emergono, minacciano di emergere dei pensieri, a quel che sembra, in gran misura ancora inconsci, ed appare il timore che essi possano turbare presto il buon ordine della psicoanalisi; un ordine del resto già ben stabilito. Occorre ricordare che gli Studi sul14 (3) V. Ch. Gaillard, Jung, Paris, PUF, coll. «Que saisje ?», Terza edizione 2001, e in particolare i cap. 3 e 4. Questo libro è tradotto in più lingue, tra cui l’italiano. (4) Cf. H. F. Ellenberger, Histoire de la découverte de l’inconscient, Paris, Fayard, 1994. (5) S. Freud, C. G. Jung, Correspondance, vol. II, Paris, Gallimard, 1975, p. 65.

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(6) S. Freud, L’interprétation des rèves, Paris, PUF, 1950, p. 207 not. l’isteria, la Traumdeutung, la Psicopatologia della vita quotidiana, i Tre saggi sulla teoria sessuale, che costituiscono la base della psicoanalisi freudiana, sono già stati pubblicati nel 1910. E che il movimento psicoanalitico è già solidamente costituito sotto l’autorità del padre fondatore con Jung che, nell’organizzazione, riveste un ruolo importante, il ruolo del figlio privilegiato, del delfino incaricato delle funzioni più importanti nelle istituzioni della psicoanalisi. Cosa dire se non che l’inconscio, l’Es pensa? E in modo largamente autonomo. Col suo ritmo. Molto spesso a nostra insaputa. E soprattutto a suo modo. Occorre prestargli attenzione, fargli posto. Ed anche, sicuramente, metterci le mani – voglio dire la penna, e dunque delle parole. Ma non soltanto: possiamo anche pensare, contenere il suo pensiero e tentare di dargli forma attraverso delle immagini. Freud, a dire il vero, lo sapeva molto bene. Fu anzi il primo a saperlo; e a farlo sapere quando parlò, a partire dal 1900, nell’Interpretazione dei sogni, della necessità di tenere in conto il lavoro di figurazione proprio del lavoro inconscio: Rucksicht auf Darstellbarkeit, scrive – ciò che si traduce in francese, un po’ pesantemente, con prise en considération de la figurabilité. Ciò significa, a leggere Freud, che il lavoro del sogno consiste sostanzialmente nel formare delle immagini, nel metterle in scena, nel drammatizzarle fino a rendere percepibile, rappresentabile e, per quanto si può, riconoscibile e in definitiva vivibile, proprio ciò che non si voleva né sapere né riconoscere. Freud, a questo proposito, parlò lui stesso di «pensieri del sogno», pensieri che possiamo imparare ad avvicinare, a raggiungere, a ricevere ed anche a comprendere (6). Il cuore, il fondamento e l’asse di ogni psicoanalisi consiste nel lavoro inconscio o, più esattamente, nella relazione con questo lavoro, nell’esperienza della relazione con il lavoro inconscio. A rischio di contraddire il primo progetto di Freud, il suo Progetto scientifico del 1895, si potrà dire della psicoanalisi che essa ha come oggetto non il funzionamento psichico, ma la relazione con l’inconscio. Lo specifico della psicoanalisi consisterà così nel creare una relazione con 15

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l’inconscio regolata, teorizzata e all’occorrenza terapeutica. Tuttavia una precisazione: in psicoanalisi ci sono diversi modi di pensare, esistono diversi modi di praticare e di pensare la relazione con l’inconscio. Ciò che distingue e oppone tra loro le diverse tradizioni che compongono il movimento psicoanalitico non riguarda tanto l’una o l’altra condizione del suo esercizio – l’uso o no del divano, un problema ad esempio oggi tra i più cruciali su cui occorrerà ritornare – quanto l’essenziale: a seconda se siamo freudiani, kleiniani, lacaniani, junghiani o ancora «altri», non pratichiamo e non pensiamo la relazione con l’inconscio nello stesso modo. La pratica clinica e il pensiero di Jung non sono naturalmente quelli di Freud. Vediamo più da vicino. Un altro punto di partenza e un altro punto di vista. E’ Freud che a proposito del lavoro del sogno ha parlato per primo di regressione, figurazione, drammatizzazione e simbolizzazione. Ma Jung, nel corso dei suoi lavori a Zurigo, giunse a scavare al di sotto della lezione freudiana. E questo a partire dalla propria esperienza, esperienza di clinica e di clinica di se stesso, con il rischio di rendere pericolante l’edificio così pazientemente e così gelosamente costruito da parte di Freud. Una delle maggiori conseguenze del suo lavoro e del suo procedere teorico è una specie di rovesciamento del punto di vista, ad un tempo pratico e epistemologico, a proposito della relazione con l’inconscio. Seguendo la via che Jung ha aperto alla psicoanalisi, l’inconscio non è più appreso e concepito come dovuto soltanto alla rimozione – rimozione della sessualità e della sessualità infantile in primo luogo – e alla rimozione originaria. E’ accolto, osservato e soprattutto praticato da una posizione di stupore, di sorpresa, d’accoglimento e d’accompagnamento, posizione che lo considera – l’inconscio – come primario, iniziale e sempre rinnovantesi, largamente autonomo e soprattutto autoctono, vivente cioè ampiamente, a partire dal proprio fondo, di una propria vita. La sorpresa di cui abbiamo parlato e la problematica che ne consegue, non riguardano tanto le condizioni nelle quali l’inconscio si trova prodotto – ciò che ha a che fare con la problematica 16

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(7) Vedi le Experimentielle Untersuchungen, nel secondo volume delle sue Gesammelte Werke, 20 volumi di cui uno di bibliografia e uno di indice, pubblicati da Rascher Verlag a Zurigo et Stoccarda e da Walter Verlag a Olten. La traduzione inglese detta Collected Works pubblicata da Routledge and Kegan a Londra e dalla Princeton University Press, obbedisce alla stessa organizzazione cronologica e tematica. In francese, le edizioni Albin Michel hanno iniziato la pubblicazione completa delle sue opere, ma con un ordine diverso. freudiana relativa alla rimozione – ma anche e più ancora il fatto che, a partire dall’inconscio, la coscienza emerge e qualcuno, qualcuna nasce: un soggetto singolo, alle prese con ciò in cui era ed è ancora captato, assoggettato dalla storia, ampiamente transgenerazionale, da cui proviene; con questa storia può però anche confrontarsi e misurarsi man mano che questa stessa storia avanza e che lui stesso la fa avanzare. Con e dopo Jung l’attenzione della psicoanalisi si orienterà più sul divenire conscio che sul divenire inconscio: ciò che in effetti, nella psicoanalisi, costituisce un capovolgimento, una rivoluzione ad un tempo clinica ed epistemologica, uno dei cui effetti è che l’inconscio viene considerato come in un corso, che, a nostra insaputa, avanza e si impone con la propria consistenza e insistenza, obbedendo a una propria organizzazione. Una delle caratteristiche fondamentali dell’attitudine junghiana è quella di apprendere l’inconscio e di tentare di darne conto in termini ad un tempo di processo e di strutture. Preciseremo questo punto più avanti. A dire il vero, Jung si occupò di questo problema già molto prima del 1911-1912 e prima, anche, dell’anno 1910, anno in cui la lettura del saggio di Freud su Leonardo lo portò a interrogarsi in modo così particolare. Se ne occupò comunque a partire dell’anno 1900, precedentemente alla sua prima scoperta degli scritti di Freud e del suo incontro con lui, quando, assistente di E. Bleuler nella celebre clinica psichiatrica universitaria del Burghölzli a Zurigo, si dedicò, con lui, alle ricerche sperimentali sulle associazioni (7). Tutto sommato, queste ricerche obbediscono essenzialmente a un protocollo molto semplice: si tratta di rispondere, il più rapidamente possibile, a una parola induttrice arbitrariamente scelta con un’altra parola, di cui si prende nota, misurando il tempo che passa prima dell’enunciazione della parola indotta; si misurano anche, all’occorrenza, diverse altre reazioni fisiche concomitanti. I risultati ottenuti dimostrano che la più piccola parola, anche la più anodina, può toccarci sul vivo, nel modo più inatteso, e quasi senza possibilità di controllo, costellando intorno a sé tutto un insieme di altre parole e immagini apparen17

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tate, tutto un campo semantico e tutto un insieme di rappresentazioni e di reazioni che costituiscono l’universo interno proprio a ciascuno di noi, come si è formato ampiamente a nostra insaputa, a seconda della nostra storia, storia che spesso abbiamo dimenticato o voluto dimenticare. Ciò che Jung scopre e porta alla luce nei suoi studi sulle associazioni di parole, sono dunque gli effetti non controllati, e il più spesso perturbatori, di ciò che da allora è stato chiamato «complesso ad alta carica emotiva» (gefühlsbetonte Complexe). (In italiano si usa dire complessi a tonalità affettiva, n.d.t.). Si tratta di insiemi, di nodi, di concrezioni, di condensazioni di rappresentazioni fortemente collegate tra loro e annodate intorno ad un punto sensibile, emozionalmente sovraccarico, in cui si raccoglie e si condensa il ricordo spesso inconscio di un momento di vita particolarmente significativo. Questi «complessi» sono connessi a un funzionamento psichico molto sensorializzato, radicalmente infraverbale, quasi organico, tanto refrattario ad ogni controllo, tanto ostinato e spesso tanto ripetitivo che non lo si può osservare che sul vivo o riconoscendo i suoi effetti seguendo le tracce, i segni che lascia nella storia di una vita. Ciò che mobilizza la ricerca e la riflessione di Jung, è, dall’inizio, la realtà viva, attiva, organizzatrice delle nostre rappresentazioni, delle nostre relazioni e dei nostri comportamenti. Una realtà straordinariamente tanto attiva, effettiva e tanto efficiente che egli si compiacerà, lungo tutta la sua vita, di utilizzare a questo proposito il termine tedesco Wirklichkeit, molto più attivo, appunto, di quello di Realität. Ma questa realtà spesso è anche dissociata e potenzialmente dissociante; dell’universo interno di ognuno crea ciò che ognuno è nella sua singolarità, con la suscettibilità, le disposizioni, il gusto, le attese, gli slanci, le paure o i rifiuti e le rappresentazioni che gli sono proprie, in funzione di ciò che ognuno ha vissuto per molto tempo e cammin facendo. Questi lavori sperimentali sulle associazioni e i «complessi» si collegarono d’altronde e si appoggiarono sulle sue osservazioni di giovane psichiatra, osservazioni che lo avevano condotto a riconsiderare in una prospettiva a un tempo fenomenologica e psicogenetica ciò che allora si chiamava «demenza precoce» e 18

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(8) V. il volume I delle Gesammelte Werke o dei Collected Works, e in francese, Psychogénèse des maladies mentales, Paris, Albin Michel, 2001. Dopo i suoi primi lavori in psichiatria dal 1900 al 1908, un secondo gruppo di lavori nello stesso campo si estende dal 1914 al 1939; si trovano poi le sue ultime riflessioni in questo campo nei suoi libri e articoli degli anni 50. (9) S. Freud, C. G. Jung, Correspondance, 2 vol., Paris, Gallimard, 1975. che sotto la spinta di Bleuler e sua, era ormai divenuta la «schizofrenia». In questo periodo l’osservazione da sperimentale si fece prevalentemente clinica e le conclusioni di Jung relative alla forte autonomia dei «complessi» lo condussero a considerare la psiche, da psicopatologo e più generalmente da psicologo e clinico, come un universo frammentato, composto di unità parcellari potenzialmente capaci di mettere in crisi la supremazia e il desiderio di unità dell’Io; Io che venne considerato lui stesso come un «complesso» alle prese con molti altri e costantemente minacciato (8). Jung scoprì, incontrò Freud e si associò al suo movimento, ricco di queste acquisizioni. Segnalò l’importanza della Traumdeutung subito dopo la sua pubblicazione e divenne un appassionato difensore di Freud sulla scena internazionale di una psichiatria più che reticente, in quel periodo, rispetto alla psicoanalisi. Si unì a Freud per rinforzare le posizioni della nuova psicoanalisi con i dati raccolti attraverso i suoi metodi di osservazione e di studio, sviluppati sia nel suo laboratorio di psicologia sperimentale che in ambiente ospedaliero. Per l’uno come per l’altro, per Jung come per Freud, è in effetti chiarissimo, e da subito, che la memoria è strettamente dipendente dalla carica emozionale che investe le nostre rappresentazioni in relazione alla nostra storia; l’oblio è evidentemente un effetto della rimozione. Tanto sembra evidente a Jung che, per quanto riguarda i complessi, si abbia a che fare con una ricerca e con una scoperta di verità di cui non si vorrebbe sapere niente, o che si vorrebbe nascondere, che egli giunge a impostare i suoi lavori, per un certo tempo, in una prospettiva criminologica. Continua così ad avanzare nel suo particolare cammino. In questo momento della sua vita e della sua opera, lo studio dei «complessi» potrebbe essere benissimo, così come quello dei sogni, e forse ancor più, la «via regia» verso l’inconscio. Una lettura attenta, e soprattutto retrospettiva, dei lavori di questo periodo (e anche quella dell’appassionata corrispondenza con Freud dal 1906 al 1914) (9), permette di notare delle sensibili differenze di accento, e soprattutto di punti di vista, di prospettive e di 19

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modalità di lavoro clinico, differenze che costituiscono uno scarto tra il suo cammino e quello di Freud e poi, al giorno d’oggi, tra la psicoanalisi junghiana e quella freudiana. Presente, passato e divenire. Si può notare che abbastanza presto il rapporto di Jung al presente, e a partire da questo al passato, prende una direzione che è diversa da quel ritorno all’infanzia che caratterizza inizialmente e classicamente la psicoanalisi freudiana. E questa diversità appare, ingrandita e sottolineata, nel suo modo di trattare i fantasmi, le diverse fantasie create dalla giovane donna che lo impegna nelle sue «Metamorfosi e simboli della libido». Infatti ciò che gli interessa di questa giovane donna – che ha diciannove anni – sono le sue difficoltà attuali a dare spazio ed a fronteggiare gli avvenimenti interni ed esterni della sua età e il movimento di regressione, manifestato dai suoi scritti, verso stati precedenti e pertanto evidentemente superati. Questa regressione, per lui, ha sicuramente a che fare ancora con un attaccamento alla madre, ma, ancor più, rimanda all’attrazione verso un’inclusione reciproca e a una indifferenziazione in cui Jung riconosce un movimento della libido che esplora come collegato a problematiche di incesto e di sacrificio (10). Nel corso di questo movimento di regressione, esiste una grande promessa di godimento che reclama ostinatamente ciò che è dovuto e che è sostenuta dalle esperienze forti e nutrienti della primissima infanzia, e soprattutto, ancora più radicalmente, dalla nostalgia di una partecipazione perduta al mondo stesso della natura, una partecipazione presumibilmente e idealmente senza storia; viene sognata un’inclusione muta, animale, anche vegetale o ancora più elementare, fino ad una dissoluzione, addirittura, negli elementi più precoci della madre-natura. L’altro tema che è presente in tutto il libro, il tema dell’eroe, emerge (e Jung lo dimostra a proposito delle poesie e dei fantasmi della giovane donna) come a contrario. Questo tema che segna tutta la sua vita e particolarmente i suoi rapporti con Freud e con le istituzioni della psicoanalisi, Jung continuerà ad elaborarlo nel corso della 20 (10) Cf. Geneviève GuyGillet, «Inceste et sacrifice», in C. G. Jung, Paris, L’Herne, 1984.

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(11) Cf. Ch. Gaillard, «Ulysse et Moïse», Cahiers de psychologie de l’art et de la culture, ENSBA, n 3, printemps 1978 e n 5, automne 1979, e «Analyse ou syncope», Cahiers Jungiens de Psychanalyse, n 67, 1990. (12) Cf. in particolare il suo Aïon. Etudes sur la phénoménologie du soi (1951), Paris, Albin Michel, 1983. (13) S. Delord-Kacirek, «Aux origines de la théorie jungienne de la régression», Cahiers Jungiens de Psychanalyse, 47, 1985. sua opera, nella sua solitaria immersione, senza possibilità di punti di riferimento e di rifugio, sia in quel «confronto con l’inconscio» cui si affiderà dal 1913 al 1916/1918, sia nelle sue appassionate esplorazioni – a partire dal 1935/1936 fino alla sua morte, nel 1961 – delle avventure solitarie degli alchimisti. Egli mostrò appunto che gli alchimisti nei loro laboratori ed oratori erano alle prese con una ricerca da loro iniziata, a tastoni e fuori delle verità apertamente affermate in quel momento dalla Chiesa. Questo cammino di Jung, questa sua «immersione» lo portò anche fino ad un contatto prima profondamente ambivalente, poi entusiasta e infine pacato, con gli avanzamenti liberatori e creativi di Joyce nel suo Ulisse, Ulisse che in uno dei più importanti testi di psicoanalisi dell’arte oppose, nel 1932, alla celebrazione da parte di Freud della figura esemplare del Mosè di Michelangelo (11). La cruciale problematica dell’eroe orientò del resto l’insieme delle sue analisi critiche del cristianesimo e, in particolare, del gesto di Cristo. Nella dinamica delle sue elaborazioni concettuali e all’interno delle sue prospettive di clinico, la problematica dell’eroe, troverà poi la sua migliore espressione nelle sue ultime proposizioni a proposito del rapporto tra l’Io e il Sé (12). Quanto alla sua insistenza, a partire dai suoi primi lavori scritti dopo la rottura con Freud, sull’attenzione da dare ai conflitti attuali – Actualconflict – occorre segnalare due conseguenze importanti per ciò che riguarda le sue posizioni teoriche nei confronti dell’orientamento della sua pratica clinica e della psicoanalisi (13). Da questi lavori e dai loro ulteriori sviluppi emerge innanzitutto la concezione di una libido che, quando si trova in una situazione di stasi, senza un’apparente possibilità di apertura, o quando ha a che fare con un conflitto senza soluzione, si ripiega su vissuti del passato largamente superati; questi vissuti sono ad un tempo fantasmatici e iscritti sensorialmente nella memoria del corpo, manifestamente al di qua della sua organizzazione in pulsioni differenziate. Quanto ora detto dovrebbe condurre tra l’altro, oggi, a superare finalmente quel falso dibattito che è a lungo consistito nell’interpretare la problematica junghiana della libido come un rifiuto della teoria freudiana della sessualità; quest’ul21

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tima, dopo i lavori di M. Klein, si è essa stessa approfondita, trasformata e differenziata. Per Jung, comunque, il ripiegamento di fronte alla prova di realtà si rivela tanto difensivo quanto regressivo, e può farsi pesantemente patologico. Può del resto accadere che, se accompagnato e analizzato dal clinico, questo ripiegamento si conflittualizzi ancora di più e possa comparire una dinamica fino ad allora lasciata a maggese, una dinamica largamente indifferenziata e quindi ad espressione molto arcaica, che può presentemente rinnovare le modalità del rapporto in atto. In questo modo la riviviscenza, nello stesso momento, di un passato superato e l’attivazione di una vita simbolica fino ad allora poco sviluppata e potenzialmente creatrice, possono presentarsi come un ritorno a stadi o a capacità fuori tempo, ma possono anche, altrettanto bene, rappresentare un ricorso a potenziali emotivi e rappresentativi tanto più richiesti quanto più l’Io si è progressivamente irrigidito in una forma e in una economia decisamente difficoltosa e troppo costosa per il soggetto ed il suo ambiente. Avremo modo di valutare più avanti gli effetti di una tale radicalizzazione della teoria della libido a proposito delllo stesso setting analitico. A partire da quanto ora detto si comprende la seconda principale conseguenza, nella clinica junghiana e post-junghiana, di questo accento posto, nello stesso tempo, sul conflitto del momento e sulla regressione analitica: l’accompagnamento e l’analisi del transfert ne sono direttamente influenzati. Jung, in effetti, prese atto, man mano, del necessario superamento di una concezione della relazione transferale che non considerasse il transfert soltanto come ripetizione, proiezione ripetitiva di rappresentazioni e scelte di oggetti legati alla precedente storia del soggetto, ma come una delle possibilità offerte dalle condizioni del lavoro analitico. E, nel 1946, scrisse un libro, di lettura assai complessa, in cui, appoggiandosi ad una serie di incisioni di un libro alchemico del sedicesimo secolo, si occupò di esse esplorandole come qualcosa di presente; in molti casi – particolarmente in quelli, assai numerosi, che oggi chiamiamo borderline – il loro corso rinvia infatti a mancanze o a influenze negative della storia. Si presenta an22

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(14) C. G. Jung, Psychologie du transfert (1946), Paris, Albin Michel, 1980. che come esperienza attuale, spesso insperata e flessibile, aperta, di una modalità di rapporto umano e di rapporto all’inconscio fino ad allora non vissuta, ma implicitamente richiesta (14). Il transfert, allora, chiede lui stesso di essere vissuto, sostenuto e riconosciuto da tutte e due le parti (analista e analizzante) come una relazione nuova ed intima, come una storia che spesso non ha mai avuto luogo e dunque come un processo aperto e relativamente avventuroso – sempre da una parte e dall’altra e, naturalmente, nelle condizioni tecniche ed etiche proprie della pratica dell’analisi – dei cui rischi, falsità, scoperte durante il lavoro e soprattutto, posteriormente, alla fine dell’analisi, occorre prendere atto. L’analisi del transfert consisterà allora, in gran parte, nel riconoscimento del cammino compiuto durante l’analisi e percorso nello stesso tempo in cui il soggetto era anche diversamente impegnato. Anche in questo caso, come in quello dei dibattiti sui rapporti tra la teoria junghiana della libido e la lezione freudiana relativa alla sessualità, il vocabolario ordinariamente utilizzato nelle controversie tra le diverse tradizioni che compongono il movimento psicoanalitico, necessita di essere riconsiderato. Questo vocabolario che oppone il cammino «riduttivo» di Freud a quello «teleologico» di Jung – opposizione che viene spesso proposta negli ambienti junghiani – impedisce in effetti la possibilità di interrogarsi. Indipendentemente dal fatto che il rapporto al passato, inaugurato, praticato e insegnato da Freud, non può essere racchiuso in un aggettivo peggiorativo (anche se nel pensiero di Freud, spirito formatosi nelle problematiche scientifiche del suo tempo, esiste l’attesa di un causalismo o di un’eziologismo idealmente soddisfacenti), qualificare il cammino di Jung come teleologico (è Jung che ha del resto utilizzato questo termine) è lasciare intendere che, praticamente, un discorso, un’azione o un progetto finalistico gli sarebbero connaturali. Non è così. Il pensiero e la pratica clinica junghiani, differentemente da un proiettarsi in un avvenire atteso, non possono essere detti prospettici che attraverso il ricorso, del resto rischioso, al potenziale più arcaico di ognuno. Creano nel presente, nel presente di un processo in corso, di una re23

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lazione transferale, le condizioni di un divenire ancora da venire e da essere messo in opera e perciò stesso tanto imprevedibile quanto inconcepibile. In effetti, se Jung, nel suo lavoro di clinico e nella sua frequentazione di miti e riti che hanno animato a loro modo, in altri tempi, la nostra storia collettiva, stabilisce un rapporto con le formazioni più arcaiche che non cessano di assillarci, a nostra insaputa, dal fondo del nostro passato più lontano, ciò avviene perché, per dare l’avvio al percorso di un divenire che è in un vicolo cieco, egli cerca e trova nella memoria nascosta di ognuno (così come nelle messe in scena tanto espressive quanto enigmatiche di arti e letteratura apparentemente superate) un’espressione drammatizzata, e perciò stesso emozionalmente mobilizzatrice, dei conflitti più ordinari, ma sempre singolari e di cui lui stesso ha dovuto fare esperienza. Una caratteristica del cammino di Jung è quella di drammatizzare, anche deliberatamente, il rapporto con l’inconscio. Questa drammatizzazione, si potrà anche dire questo «lavoro di drammatizzazione», che vive nel presente e che organizza il rapporto al passato così come l’impegno incerto, ma rinnovato, verso il divenire, si manifesta anche nelle modalità molto particolari del suo pensiero più concettuale. Una problematica doppiamente drammatizzata. Colpisce molto la constatazione che uno dei primi testi fondamentali che si possono qualificare come veramente junghiani – prodotti da Jung nel 1916, dopo il lungo periodo di disagio intenso e anche pericoloso che lo portò alla rottura con Freud ed all’esilio da Vienna – sia un testo interamente organizzato intorno a un doppio movimento di elaborazione che Jung non cesserà di mettere in opera, in molti modi, – e di rimettere poi in cantiere – nei suoi scritti successivi: movimento che consiste nello sforzarsi di comprendere (Jung utilizza qui il termine tedesco Verstehen), movimento che procede in tutt’altro modo e che consiste nel mettere in forma, nel dare un’espressione visiva, plastica o coreografica a ciò con cui si ha a che fare (parla allora di Gestaltungen) (15). Lui stesso, d’altronde, durante questi anni (e poi in diversi altri momenti critici della sua vita) si fa calligrafo, disegna, dipinge, scolpi24 (15) C. G. Jung, «La fonction transcendante» (1916), in L’âme et le soi, Paris, Albin Michel, 1990.

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(16) Cf. A. Jaffé (a cura di), Bild und Wort, Olten und Freiburg in Breisgau, Walter Verlag, 1978; e Ch. Gaillard, Le musée imaginaire de Carl Gustav Jung, Paris, Stock, 1998. Sta per essere tradotto nei tipi della Mretti&Vitali. sce la pietra e si dà a tutti i tipi di giochi di costruzione. Su più grande scala, concepisce e realizza le diverse trasformazioni della propria abitazione di Bollingen, sulla riva del lago di Zurigo, inizialmente in forma di torre, dove passa, il più spesso solitariamente, buona parte del suo tempo mentre sviluppa le sue ricerche estremamente erudite e lavora sui libri che ha in cantiere (16). Questa elaborazione che cerca di collegare allo stesso ritmo e allo stesso gesto della spesso incerta realizzazione manuale e artigianale, la messa in forma delle rappresentazioni più inattese e la mobilitazione e la metabolizzazione delle emozioni e degli affetti che sono loro collegati, è anche strettamente associata al proprio progetto di una comprensione scientifica. Con la conseguenza che il lavoro materiale, quello dell’affetto e quello della comprensione maggiormente concettualizzabile, finiscono per far parte di uno stesso movimento, attivo, impegnato e spesso lungamente sospeso; sospensione che cerca la soluzione e la risoluzione di una tensione accettata e praticata per tutto il tempo necessario. Si tratta della tensione del rapporto di forze che nasce dalla difficoltà in cui ci troviamo quando cerchiamo di raggiungere, di creare, anche nel lavoro del pensiero, il miglior rapporto possibile con ciò che di noi stessi ci sfugge e che però, talora controvoglia, ci anima, ci ossessiona, ci abita e ci struttura, cioè con l’inconscio. Il vocabolario teorico di Jung risulterà segnato da questi primi momenti della sua espressione. In questo stesso testo il suo vocabolario ne parla in termini quasi guerreschi. A proposito degli effetti più brutali e dirompenti dell’inconscio, egli parla infatti di Gegenwirkung, di azione contraria alla coscienza, o perlomeno contrariante. In termini più calmi ed aperti, parla invece di Mitwirkung, parola che si potrebbe tradurre con cooperazione. E’ nella stessa direzione di una lotta inopinata e di una possibile sinergia che occorre intendere il vocabolario della compensazione, della complementarietà e della contraddizione, termini che si ritroveranno poi lungo il corso della sua opera teorica. Possiamo ricordare che egli, a partire dagli anni ‘40, si approprierà anche di espressioni latinizzanti molto caratteristiche del lessico degli alchimisti, quelle, in particolare, di 25

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contradictio e di complexio oppositorum. Deriva da quanto fin qui detto che in nessun momento il pensiero di Jung cercò mai di farsi metapsicologico nel senso freudiano del termine. La problematica di Jung ha questa particolarità: non cerca di produrre, costruire delle «topiche». Non è questo il suo scopo. Non è indirizzata a rappresentare teoricamente, come desiderava Freud, «istanze» del funzionamento psichico. Qualunque cosa si dica, niente è più estraneo inoltre a Jung che la promessa di un’integrazione o di una compiuta perfezione, perfezione che può far tanto sognare certi lettori evidentemente troppo solleciti. Al contrario. Attraverso gli stessi termini che abbiamo evocato, il suo più costante vocabolario teorico rinvia costantemente all’evidenza di uno squilibrio, di una tensione, di una incompiutezza sempre ripresentantesi (17). A questo primo gruppo di concetti che possono essere detti dinamici, in quanto indicano rapporti di forza o di relativa sinergia – rapporti di compensazione, complementarietà e contraddizione –, se ne aggiunge un secondo che riunisce concetti che si iscrivono anch’essi nel lavoro congiunto, caratteristico del percorso junghiano, di comprensione e di messa in forma; questi ultimi concetti, per il fatto che hanno a che fare con un pensiero espressamente e deliberatamente immaginante (e per questo animato ed anche personificante), drammatizzano anch’essi, ma in altro modo, il rapporto con l’inconscio. Questo vale, in particolare, per il termine di Imago forgiato e proposto da Jung a partire dal 1912, in seguito alla lettura – spesso effettuata dagli psicoanalisti del tempo – del romanzo, pubblicato nel 1906, dello scrittore svizzero Carl Spitteler (18). Quando Jung utilizza questo termine, lo fa per aiutarsi e per aiutare il suo analizzante a reperire quelle figure del padre, della madre, del fratello, della sorella che si sono formate nella psiche di ognuno nel corso e per merito dell’esperienza con i primi protagonisti della propria vita. Secondo Jung, le Imago che popolano l’universo di ognuno possono essere pensate come situantesi a mezza strada tra il mondo esterno e il mondo interno. Questa posizione intermedia fa sì che esse possano sia proiettarsi su chi entra in contatto ed ha qualche somiglianza con i 26 (17) Così al termine tedesco Vollkommenheit, che ha a che fare con perfezione, Jung opporrà espressamente quello di Vollständigkeit, che si riferisce a un insieme che tende a compiersi. (18) Per una curiosa ironia degli eventi nel corso delle vicende psicoanalitiche, Freud che quasi non utilizzerà questo termine di imago, ricorrerà a questo stesso termine per battezzare la rivista che creò, proprio nel 1912, con Hans Sachs e Otto Rank. Questo stesso termine si ritroverà poi nel vocabolario di Melanie Klein e infine in quello di Jacques Lacan.

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primi oggetti d’amore, sia ritrovarsi – se ben circoscritte e riconosciute – su una scena che potrebbe allora essere qualificata come scena interna. Una delle funzioni del lavoro analitico consisterebbe del resto, appunto, nel provvedere alla costituzione di questa scena interna. Nel primo caso, senza che nemmeno venga posta loro grande attenzione, le Imago tendono a insistere e la vita quotidiana, amorosa o professionale, manifesta conseguentemente una fastidiosa tendenza alla ripetizione. Nel secondo caso, se ci si familiarizza, se le si ritrova, riconosce e frequenta, se le si valuta e le si giudica e se le ricordiamo e riviviamo quali furono presenti nei momenti più importanti dell’infanzia, alcune di loro possono essere decisamente obsolete e progressivamente svanire; possono restare anche nella memoria e cambiare e trasformarsi. Uno dei piaceri dell’analisi, così orientata e animata, consiste nel familiarizzare con i personaggi che sono in tutti presenti, nel riconoscere il posto e il ruolo dei primi protagonisti della propria vita, nel liberarsi da indebite proiezioni e soprattutto nell’assistere, partecipare e contribuire alla trasformazione o all’evoluzione di ciò che è chiamato l’universo interno o la scena interna; ciascuno di noi può scoprirsi così portatore di personaggi, paesaggi e storie capaci di divenire evolutivi. Delle presenze. Tuttavia, secondo Jung, questo lavoro non sarebbe sufficiente a porre ciascuno nel rapporto più giusto e aperto con la diversità e le risorse della sua vita interna e, tramite questa, della vita simbolica. Su questo punto il pensiero di Jung e la clinica junghiana sono palesemente audaci, ed epistemologicamente inattesi. E questo, soprattutto, a livello pratico. Il modo di Jung di prendere radicalmente sul serio la competenza dell’inconscio relativamente alla figurazione, drammatizzazione e simbolizzazione, ha conseguenze decisive sulla sua pratica di clinico e sul suo pensiero. Nel corso degli anni venti, la teoria si anima infatti ancora più stranamente (19). Appaiono nuovi concetti – persona, anima, ombra, Sé – tanto figurativi, tanto espressamente drammatici e, particolare curioso e inquietante per dei concetti, tanto personificati dall’essere quasi sessuati, da apparire inizialmente 27 (19) Vedi E. G. Humbert: L’homme aux prises avec l’inconscient. Retz: Paris 1992, cap. 1 e 2.

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