N° 64

 

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Qual è l’oggetto della psichiatria? Eugenio Borgna, Novara Una premessa Vorrei fare qualche considerazione sugli orizzonti di conoscenza e di senso della psichiatria; nel momento in cui il dilagare, e la vertiginosa ascesa, delle neuroscienze sembra svuotare la psichiatria della sua autonomia e della sua ragione d’essere psicologica e umana. La ricerca farmacologica, in particolare, tende fatalmente ad esorbitare dai suoi confini conoscitivi e metodologici, e tende a cancellare ogni psichiatria ermeneutica (psicoanalitica e fenomenologica); ogni psichiatria cioè, che nell’ascolto e nel dialogo, nella interpretazione e nella alleanza con altre discipline umane, riconosce una delle radicali e indispensabili significazioni del fare-psichiatria, sia nel contesto delle esperienze neurotiche, sia in quello delle esperienze psicotiche. Vorrei, insomma, svolgere qualche riflessione sull’oggetto, che è in realtà un soggetto, della psichiatria. Il nocciolo del discorso (1) E. R. Kandel, «A new intellectual framework for psychiatry», in American Journal of Psychiatry, 155, 1998,pp.457-469. In un suo articolo (1), scritto con molta chiarezza e con manichea determinazione, Eric M. Kandel, muovendo, del resto, da problematiche fondazioni filosofiche (anche la psichiatria apparentemente più neutrale a questo riguardo, come la psichiatria biologica, ha in sé premes25

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se filosofiche), sostiene che ogni funzione della «mente» riflette funzioni del cervello e che questa tesi, ovvia ed indiscutibile, non può se non identificare e immergere la psichiatria nell’area delle neuroscienze tout court: «specifiche lesioni del cervello producono specifiche alterazioni nel comportamento, e specifiche alterazioni nel comportamento si riflettono in caratteristiche modificazioni funzionali nel cervello». Il cerchio si chiude definitivamente: come i sintomi di una malattia «somatica» (una polmonite, una pleurite una gastroenterite) derivano da una lesione sottostante di questo o di quell’organo, così non c’è disturbo, di cui la psichiatria si occupi, che non nasca da una alterazione, da un’alterazione, organica o funzionale, delle strutture cerebrali. La psichiatria torna ad essere una disciplina medica, e si dissolve nella sua natura: rientrando, e facendo parte, delle neuroscienze. Non c’è bisogno di tenere distinte neurologia e psichiatria: due immagini di una stessa medaglia. La psichiatria o è psichiatria biologica o non è psichiatria. Ci sono disturbi psicotici condizionati geneticamente, e ci sono disturbi psichici condizionati, invece, nella loro insorgenza, da fattori ambientali, ma gli uni e gli altri sono intrecciati reciprocamente, nel senso che, in ciascuna malattia psichica, le condizioni genetiche e quelle ambientali sono diversamente rappresentate: talora prevalenti le une e talora le altre. Ma, in ogni caso, al di là delle loro componenti ereditarie o ambientali, i disturbi psichici non sono se non la risultante fatale di alterazioni strutturali del cervello. Il celeberrimo assioma di Wilhelm Griesinger (2), fondatore della psichiatria scientifica, secondo il quale le malattie psichiche sono malattie cerebrali, rinasce così, con una radicale sovrapposizione ideologica e mitologica, come l’ha definita Karl Jaspers (3) una volta per tutte. Certo, l’autore di questo articolo non disconosce, almeno in parte, l’influenza della psicoterapia e della socioterapia sulla formazione e sulla evoluzione dei disturbi psichici, ma riconduce questa influenza al fatto che l’una e l’altra trascinino con sé, sia pure attraverso meccanismi enigmatici ed oscuri, alterazioni strutturali nel cervello. 26 (2) W. Griesinger, Die Pathologie und Therapie der psychischen Krankheiten, Krabbe, Stuttgart, 1861. (3) K. Jaspers, Allgemeine Psychopathologie, Springer, Berlin-Güttingen-Heidelberg, 1959.

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Il trattamento psicofarmacologico, a sua volta, può aiutare a consolidare le modificazioni biologiche causate dalla psicoterapia. Excursus filosofico sulle relazioni fra mente e corpo Al di là di ogni sua intenzione, le tesi espresse così drasticamente da Kandel hanno un background di natura filosofica, problematico come ogni discorso filosofico. A questo riguardo vorrei citare brevemente quello che, di recente, ha scritto Carlo Sini (4), filosofo «laico» di formazione fenomenologica, ma aperto ad ogni riflessione culturale, e comunque non filosofo metafisico. Nel contesto di un convegno su «corpo e psiche», convegno interdisciplinare, egli in particolare, dice: «Abbiamo visto, per esempio, molte diapositive; sempre si vedono molte diapositive quando ci si incontra con i colleghi scienziati, quando si dialoga, per esempio, con i neurobiologi. Abbiamo ammirato, bisogna sottolinearlo con forza, il loro splendido lavoro, consistente in analisi complicatissime, tecnicamente raffinate, che si riferiscono a quello che possiamo chiamare, per intenderci, apparato cerebrale, neuronale ecc. Tutto questo è di straordinaria rilevanza e non riconoscerlo sarebbe una incomprensibile sciocchezza, peraltro commessa in passato, talvolta, dai filosofi: su questo dobbiamo soltanto batterci il petto e chiedere scusa», (4) C. Sini, «L’immagine del corpo», Corpo e psiche. L’invecchiamento, a cura di, A. Dentone, Bastogi, Foggia, 1998, pp. 171-180. ma aggiunge poi: «Dopo questa mirabile presentazione di come la scienza neuronale progredisca e metta a disposizione di tutti le sue conoscenze, ascoltiamo però, frasi di questo genere: «Il pensiero non è che l’espressione dell’attività neuronale». Ecco, questa frase è una pura sciocchezza. Bisogna dirlo con franchezza: questa è una frase che non ha senso alcuno, è una frase destituita di ogni significato». Il discorso di Kandel, ovviamente, non è nemmeno sfiorato da pensieri, da congetture, da riflessioni, che un grande filosofo, come Carlo Sini, propone con la tagliente rigorosità che gli è consueta. Ma dal testo di Sini vorrei stralciare una ultima citazione: «Quello che invece dobbiamo paventare è il dogmatismo delle opinioni che vengono fuori dalla scienza. Ciò che non va sono i discorsi confusi che gli scienziati fanno quando frequentano, non la loro pratica e la loro scrittura, attenendosi a quel che davvero fanno, ma quando pretendono, in quanto sono anche esseri comuni come tutti noi, di passare a proposizioni di senso generale che sono soltanto superstizioni, dogma- 27

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tismi intollerabili, cose che bisogna guardarsi bene dall’insegnare ai giovani nelle scuole. Bisogna guardarsi dall’allevare milioni e milioni di pappagalli conformisti che credono che la scienza sia fatta da proposizioni insensate del tipo: ‘Queste sono le sinapsi che presiedono alla memoria’. Le sinapsi ‘siedono sopra’ la memoria? Ma cosa vuol dire? Che senso ha quest’immagine barocca?». Non si tratta, certo, di aderire alla filosofia di Sini, o alla filosofia di Kandel, ma non si può non avere coscienza della problematicità e della relatività di ogni scienza: delle fondazioni epistemologiche di ogni scienza. La psichiatria non è la neurologia Dalla filosofia ritorniamo alla psichiatria: dal pensiero filosofico al pensiero psicopatologico e clinico. La psichiatria non può essere dissolta, non può risolversi, nella neurologia. In un suo lontano lavoro, ancora oggi attualissimo (5), Kurt Schneider ha scritto considerazioni decisive a questo riguardo: «Si è cercato di indagare il cervello come l’organo della vita psichica: si è creduto di aver trovato la via che doveva portare alla fine, alla localizzazione e ad una spiegazione dei disturbi psichici e, di conseguenza, ad una articolazione scientifico-naturale delle malattie psichiche e si è giunti ai sistemi teorici di un Meynert e di un Wernicke». (5) K. Scheneider, «Reine Psychiatrie, symptomatische Psychiatrie und Neurologie», Zeitschrift für die gesamte Neurologie und Psychiatrie, 57, 1919, pp. 159-166. Ma egli ha aggiunto: « Nel 1903, Gaupp ha sottolineato la incompatibilità di principio dei processi materiali e dei processi psichici, e ha affermato quello che molti, ancora oggi, si vergognano di dire: la psichiatria non è solo un ramo della medicina scientifico-naturale. L’istologia patologica non potrà mai realizzare qualcosa di essenziale per la comprensione delle manifestazioni psichiche». (Certo, la neurofisiologia e la neurochimica non sono se non articolazioni tecnologiche sofisticate e moderne di quella che è stata, nella prospettiva concettuale della psichiatria dell’inizio del secolo, l’istologia microscopica: con le analoghe tentazioni assolutistiche che si colgono oggi nei postulati teorici e ideologici delle psichiatrie biologiche). Un’ultima citazione dal lavoro di Kurt Schneider, uno dei 28

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grandi psichiatri clinici del nostro tempo: «I fenomeni psichici ed i fenomeni somatici sono separati da un’ area infinita di fenomeni sconosciuti. Ciò che è psichico, in quanto tale, deve essere studiato autonomamente e non ammette alcun confronto con ciò che è somatico. Né i fatti psichici possono essere tradotti in fatti anatomici: non c’è un solo processo cerebrale a cui sia correlato, in un manifestarsi immediato e parallelo, un processo psichico». Le considerazioni di Kurt Schneider, e quelle non lontane concettualmente di Carlo Sini, non hanno un semplice significato teorico ed astratto; perché esse consentono di rimettere in discussione le rigide tesi biologistiche che, identificando fenomeni psichici e fenomeni cerebrali, come fa ad esempio, Kandel, disconoscono fatalmente ogni autonomia conoscitiva alla vita psichica, normale e psicotica, e praticamente, esauriscono la psichiatria nel contesto delle neuroscienze. E la riducono implacabilmente nell’area della farmacopsichiatria. Le tesi aggiuntive, che la psicoterapia e la socioterapia abbiano comunque, un loro valore nella misura in cui abbiano ad agire biologicamente sulle strutture celebrali, sembrano escamotages (giochi di prestigio), che non possono nascondere la realtà di una psichiatria così teorizzata: quella di una disciplina farmacodipendente e sottratta ad ogni sua dimensione psicologica ed umana. Con quali fenomeni psichici ha a che fare la psichiatria Mettendo fra parentesi ogni discorso teorico e filosofico, del resto indispensabile al fine di chiarire le confusioni ed anche le mistificazioni possibili, la pratica clinica ci mette di fronte, in psichiatria, non a sintomi che, come la febbre, possano essere ricondotti a semplici (unidimensionali) disturbi somatici, ma a sintomi infinitamente più complessi: a fenomeni, cioè, che non hanno la immobilità e la immediatezza, la costanza e la rispondenza farmacoterapeutica, dei fenomeni somatici. Ci sono sintomi psicopatologici, anche i più eclatanti come i deliri e le allucinazioni, che cambiano (si attenuano o si accentuano) a seconda dei modi con cui i pazienti che ne siano portatori, si abbiano a trovare in ambienti accettanti, o in ambienti rifiutanti, in ambienti (psico)tera29

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peutici o anti-terapeutici, e questo al di là del modificarsi delle terapie farmacologiche. I sintomi psicopatologici sono, in fondo, esperienze vissute che nascondono in sé, come loro struttura portante, un disturbo della comunicazione, e che hanno una dimensione interiore (soggettiva) ed una esteriore (oggettiva): l’una e l’altra essenziali, sia al fine di diagnosticarne la natura, sia al fine di orientare e scegliere le opportune strategie terapeutiche. Queste non sono mai solo farmacoterapeutiche, ma anche e contestualmente, psicoterapeutiche e socioterapeutiche (6). L’oggetto della psichiatria non può non essere, se essa intende mantenere la sua ragione d’essere tematica e la sua autonomia clinica, la soggettività, la interiorità, dei pazienti, ed in modo ancora più radicale la psichiatria non può non essere tematizzata dalla intersoggettività: dalle infinite relazioni psicologiche e umane, culturali e sociali, che intercorrono fra chi è curato e chi cura. La psichiatria, del resto, si confronta permanentemente con la storia della vita dei pazienti, e non solo con la loro storia clinica, che si limita ad analizzare ed a descrivere le vicende esteriori della vita: le malattie e non le modalità soggettive con cui le malattie sono, di volta in volta, vissute ed elaborate. Nel contesto della psichiatria, di ogni psichiatria che si riconosca nella sua dilemmatica significazione di scienza naturale e di scienza umana, non si può mai fare a meno della parola (della relazione) che abbia ad accompagnare ogni somministrazione farmacologica, o che abbia anche a sostituirla, e non si può fare a meno della riflessione critica sulla fenomenologia del mondo sociale in cui vivano i pazienti. Se la psichiatria, invece, si costituisce come radicale psichiatria biologica, essa non può non sconfinare e identificarsi nella neurologia. Ovviamente, la conclusione comune alle diverse psichiatrie biologiche è quella (non ci sono davvero dubbi su questo) che la terapia radicale, in psichiatria, è la terapia farmacologica e che, appunto, la psichiatria non è se non farmacopsichiatria: inserendosi la psichiatria fra le neuro30 (6) E. Borgna, Come se finisse il mondo. Il senso dell’esperienza schizofrenica., Feltrinelli, Milano, 1995.

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scienze. Ora, gli psicofarmaci modificano le infrastrutture emozionali dei disturbi psichici; ma, se si esclude il discorso più problematico e dialettico sulle depressioni unipolari e bipolari, non c’è terapia causale delle schizofrenie e, tantomeno, delle esperienze neurotiche. Nelle une e nelle altre la farmacoterapia neurolettica e ansiolitica, ha una azione sintomatica e non causale; nelle une e nelle altre il decorso è radicalmente influenzato dal contesto sociale e familiare, nel quale ogni paziente abbia a vivere la sua sofferenza psichica. Scotomizzare queste incontestabili risultanze, dicendo che anche le influenze psicoterapeutiche e socioterapeutiche agiscano nella misura in cui abbiano a trascinare con sé modificazioni cerebrali, mi sembra essere una radicale e insostenibile forzatura metodologica ed ideologica. Al di là di ogni aspetto teorico e filosofico del discorso, la psichiatria ha in sé metodi conoscitivi, modelli diagnostici e terapeutici, strutture di significato, incompatibili con quelli delle neuroscienze, la integrazione fra queste e quella è, invece, indispensabile. Le conclusioni Non c’è, dunque, discorso più ovvio di quello che sottolinei l’importanza, in psichiatria, di strategie (integrate) farmacoterapeutiche e psicoterapeutiche, e nondimeno molte ombre si addensano in questo discorso apparentemente improblematico. La più importante è quella che ci confronta con la necessità di differenziare, almeno euristicamente, la vita psichica, come area di influenza della psicoterapia, dalla vita biologica, come area di intervento della farmacoterapia. Solo se ammettiamo queste diverse dimensioni della condizione umana, riconosciamo uguale dignità alla farmacoterapia ed alla psicoterapia, in psichiatria. Cosa, questa, che è invece, esplicitamente o implicitamente, contraddetta dalle tesi finalizzate a sostenere che la psichiatria abbia a che fare solo con alterazioni organiche, o funzionali, delle strutture cerebrali e che essa, di conseguenza, abbia a fare parte integrante delle neuro31

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scienze, identificandosi, in fondo, con la neurologia. Nel contesto di queste tesi viene negata alla psicoterapia ogni autonoma ragione d’essere terapeutica (ogni orizzonte di senso), venendo essa interpretata come una forma di relazione, ancora oscura nei suoi meccanismi di azione, che non agisce se non mediante modificazioni strutturali del cervello: non diversamente da quello che fa, con immediatezza e drasticità radicalmente più evidenti, la farmacoterapia. La tendenza a inserire, e a dissolvere, la psichiatria nelle neuroscienze si fa, oggi, sempre più forte, ma è una tendenza che ha in sé, come in questo lavoro si è cercato di indicare, radicali antinomie e insanabili contraddizioni. Stanno a fondamento di questa tendenza problematiche concezioni filosofiche e dilaganti ideologie sulla natura della psichiatria, intesa come disciplina che non abbia a che fare se non con alterazioni cerebrali e con terapie (solo) farmacologiche. Confrontandosi con questi aspetti del problema, il lavoro viene sostenendo l’autonomia della psichiatria nei riguardi delle neuroscienze, sia in ordine al suo oggetto di conoscenza, sia in ordine alle sue modalità terapeutiche. 32

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Jung psicologo della psichiatria. * Questo articolo riproduce, con qualche variazione, il testo di una conferenza tenuta presso il Centro Psicanalitico di Roma il 31 Gennaio 2001. La psicologia analitica come sistema di modelli in evoluzione* Concetto Gullotta, Roma Nel panorama culturale e scientifico dell’Europa degli inizi del ventesimo secolo, il pensiero di Jung presentava diversi stimoli innovativi. In particolare, per ciò che concerne il rapporto tra visione della psiche e psichiatria (intesa quest’ultima sia come disciplina scientifica che come attività terapeutica finalizzata alla cura dei disturbi mentali), egli pose in maniera molto chiara la questione della soggettività di ogni teoria e di ogni pratica terapeutica. Per questo motivo Jung può essere definito «psicologo della psichiatria»: egli ha infatti riconosciuto che all’interno del processo conoscitivo implicito nel fare e pensare psichiatrici è presente in maniera ineludibile il fattore rappresentato dalla personalità soggettiva del terapeuta. I nuclei essenziali del pensiero junghiano si aprono pertanto ad una prospettiva evolutiva, e una delle caratteristiche della psicologia analitica è quella di presentare al suo interno un panorama multiforme, in parte dovuto al fatto che molti autori junghiani tendono ad integrare nella psicologia analitica modelli teorici provenienti da altre scuole. Questo fenomeno è in parte ascrivibile alle caratteristiche stesse del pensiero di Jung, il quale ha sempre insistito sulla natura soggettiva di ogni psicologia, e dunque sulla molteplicità di teorie psicologiche possibili. In una conferenza del 1935, egli affermava: «Ogni caso nuovo è per me quasi una nuova teoria, e non sono affatto 33

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convinto che questo punto di vista sia sbagliato, soprattutto se si considera quanto sia recente la psicologia moderna. Talvolta ho addirittura l’impressione che la psicologia non abbia ancora capito né le dimensioni immani del suo compito, né la natura sconcertante e angosciosamente complessa della sua materia: la psiche» (1). Naturalmente molte cose sono cambiate da quando Jung faceva queste affermazioni, e la nostra conoscenza delle dinamiche psichiche si è notevolmente approfondita. Ma questa impostazione metodologica, che si riassume nell’asserzione di Jung: «La psicologia deve abolirsi come scienza, e proprio abolendosi raggiunge il suo scopo scientifico»(2), rimane tuttora valida e ne troviamo conferma nel pensiero di altri autori. Ad esempio, Kohut riteneva che ogni analista dovrebbe considerare le diverse teorie psicologiche come espressione di differenti funzioni analitiche da utilizzare in maniera creativa nei singoli casi; e anche Giuseppe Maffei, nel 1989, afferma: «All’interno di una impostazione analitica le teorie si potrebbero considerare non come portatrici o meno di verità assolute, ma come portatrici di verità sulle modalità di relazione che gli analisti istituiscono con l’altrui realtà psichica» (3). (1) C. G. Jung (1935), «Fondamenti della Psicologia Analitica», Opere, vol. 15, Bollati Boringhieri, Torino, 1991, p.22. (2) C. G. Jung (1946/54), «Riflessioni teoriche sull’essenza della psiche», Opere, vol. 8, Bollati Boringhieri, Torino, 1983, p.240. In ogni caso, a prescindere dalla psicologia analitica, è un fenomeno diffuso quello per cui diverse visioni del funzionamento psichico vanno incontro ad un reciproco rispecchiamento, non con l’intento di affermare la propria verità in contrapposizione ad altre supposte verità, ma fondamentalmente con la consapevolezza di contribuire, secondo la propria specifica angolazione, ad un discorso collettivo sulla psiche. Questo concetto potrebbe essere espresso in maniera inversa, e si potrebbe dire che è la psiche stessa che pronuncia il proprio discorso ed esprime la propria complessità anche attraverso le molteplici letture che noi ne possiamo dare. Non si tratterebbe allora di riconoscere quale sia la teoria più o meno vera, ma piuttosto di considerare le singole visioni che noi abbiamo della psiche come modalità differenti, storicamente e culturalmente determinate, attraverso le quali si esprime il carattere polimorfo della vita psichica, che non può mai essere ricondotto ad una sorta di monoteismo teorico. Uso la metafora del monoteismo perché ho sempre avuto 34 (3) G. Maffei, «La dementia praecox e la moderna concezione della psicosi», in P. Aite, A. Carotenuto (a cura di), Itinerari del pensiero junghiano. Cortina, Milano, 1989, p. 197.

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l’impressione che, fatte le debite proporzioni, vi fossero grandi analogie tra le discussioni e i conflitti teorici che si instaurano tra esponenti di diverse scuole psicoanalitiche, e le dispute teologiche di cui abbiamo testimonianza. E mi ha fatto molto piacere leggere le affermazioni di Pontalis, che in Limbo ha scritto: «Mi dico che la teologia è una scienza che può sembrare folle a noi miscredenti [...] una scienza però che si accanisce a sottomettere alla ragione ciò che è fuori dal suo ambito. Mi dico che tutti i nostri dibattiti, quelli sul marxismo, a cui mi interessai in passato, quelli sulla psicoanalisi, a cui mi interesso oggi, sono di natura teologica e non occorrerà che passi molto tempo perché il loro senso ci sfugga e si arrivi a considerarli irrisori» (4). (4) J. B. Pontalis (1998), Limbo, Cortina, Milano, 2000, p. 26. Dato il carattere relativo di verità a cui siamo abituati nella nostra disciplina, ho sempre pensato che una parte delle controversie teoriche prendano origine da un fondamento affettivo, generato dalla difficoltà di rinunciare alla fatica, esperienziale e teorica, che è costato il raggiungimento di una visione della psiche nella quale noi ci riconosciamo, visione che in parte costituisce la struttura portante della nostra identità professionale. Nessuno vuole rinunciare alla fatica dell’elaborazione teorica fatta dal proprio gruppo di appartenenza, la fatica fatta dal lògos per giustificare il fondamento da cui prende origine la sua esistenza e la sua razionalità. Per offrire un’immagine più precisa del pensiero junghiano, ho pensato di esporre gli aspetti principali della ‘teoria dei complessi’, che ho sempre considerato ‘nucleo forte’ della teoria junghiana e che percorre l’intero corpus dell’opera di Jung, dai primi scritti di stretta pertinenza psichiatrica fino agli ultimi lavori degli anni cinquanta. Affronterò questo argomento non solo da un punto di vista teorico, ma accennerò anche ad alcuni aspetti della biografia professionale di Jung legati al periodo in cui egli per la prima volta delineò la teoria dei complessi. Mi riferisco ai primi anni del secolo, durante i quali Jung lavorò all’Ospedale Psichiatrico di Zurigo, il Burghölzli, sotto la direzione di Eugen Bleuler. I rapporti tra Jung, Bleuler e Freud, così come le reazioni della cultura psichiatrica coeva, possono aiutarci a comprendere meglio l’atmosfera emotiva entro la quale egli pose le prime basi teoriche 35

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del suo pensiero. Le formulazioni iniziali di Jung su questo argomento avrebbero poi subito importanti trasformazioni, ma lo sviluppo successivo del suo pensiero non ha mai abbandonato i fondamenti teorici che sono alla base della teoria dei complessi. Per questo motivo ho sempre considerato la teoria dei complessi, sia da un punto di vista teorico che storico, come una sorta di filo rosso che permette di seguire una linea coerente nell’ambito peraltro molto variegato del pensiero di Jung. Nel suo insieme, l’opera junghiana non si presenta come lo sviluppo organico di un pensiero persistentemente coerente. Essa appare invece come una trama complessa, dove temi di ricerca ed intuizioni diverse rimangono paralleli nel corso degli anni, per incontrarsi poi in occasione di un nuovo scritto, e tornare successivamente a seguire traiettorie distinte, ognuno integrato in un nuovo filone di pensiero. Una di tali linee tematiche è rappresentata dagli studi psichiatrici, che coprono oltre cinquant’anni della sua attività, dalla tesi di dottorato sulla psicologia dei fenomeni occulti del 1902, al primo lavoro di più ampio respiro (Psicologia della dementia praecox del 1907), e così di seguito fino all’ultimo scritto di carattere psichiatrico, la relazione tenuta al Congresso Internazionale di Psichiatria di Zurigo del 1957. In questi lavori Jung affrontò soprattutto il problema della schizofrenia, che aveva rappresentato il suo principale campo di studio e di interesse durante gli anni di lavoro presso il Burghölzli, l’ospedale psichiatrico di Zurigo diretto a quel tempo da Eugen Bleuler, dove Jung lavorò dal 1900 al 1909. Durante la permanenza al Burghölzli Jung pubblicò Psicologia della dementia praecox, nel quale, oltre ad affrontare il tema delle psicosi, pose le basi teoriche di tutti gli sviluppi successivi del suo pensiero. Introdusse, innanzitutto, il concetto di «complesso di rappresentazioni a tonalità affettiva» per indicare un’unità psichica funzionale dotata di un certo grado di specificità ed autonomia. Un complesso di rappresentazioni è costituito da un agglomerato di contenuti psichici (rappresentazioni percettive, ideative, emotive) in stretta relazione associativa gli uni con gli altri sulla base della comune 36

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tonalità affettiva. L’affetto, che costituisce il nucleo energetico del complesso, agirebbe come una sorta di centro gravitazionale attorno al quale si addensano i contenuti psichici che hanno in comune quella particolare tonalità affettiva. Per usare le parole di Jung, il complesso a tonalità affettiva è l’immagine d’una determinata situazione psichica caratterizzata in senso vivacemente emotivo. «Questa immagine possiede una forte compattezza interna, ha una sua propria completezza e dispone inoltre di un grado relativamente alto di autonomia, il che significa che è sottoposta soltanto in misura limitata alle disposizioni della coscienza e si comporta perciò, nell’ambito della coscienza, come un corpus alienum animato» (5). (5) C. G. Jung (1934), «Considerazioni generali sulla teoria dei complessi», Opere, vol. 8, Bollati Boringhieri, Torino, 1983, p. 113. Il modello della psiche cui Jung fa riferimento, riconosce l’affettività quale elemento fondamentale dell’energia psichica. Il concetto di affettività era quello elaborato da Bleuler, che nel 1906 aveva pubblicato un libro dal titolo Affettività, suggestionabilità, paranoia. In Psicologia della dementia praecox Jung afferma: «Il fondamento essenziale della nostra personalità è l’affettività. Pensiero e azione non sono, per così dire, che un sintomo dell’affettività» (6). (6) M. Isserlin, «Ueber ‘Jung’s Psychologie der Dementia praecox’ und die Anwendung Freud’scher Forschungmaximen in der Psychopatologie», in Zentralblatt für Nervenheilkunde und Psychiatrie, XXX, n.s., 18, maggio 1907, p. 46. (7) Ibidem. E Bleuler, citato da Jung, aveva a sua volta asserito: L’affettività, molto più della riflessione, è l’elemento che funge da propulsore in ogni nostra azione e omissione. Probabilmente noi agiamo solo sotto l’influsso di sentimenti di piacere e di dispiacere; le riflessioni logiche derivano la loro energia motrice solo dagli affetti a esse collegati (7). Questa concezione poneva già delle differenze rispetto al pensiero di Freud, cosa che quest’ultimo non mancò di far notare fin dalle prime lettere del loro epistolario (si veda ad esempio la lettera del 7 Ottobre 1906). Infatti la concezione di Bleuler, in gran parte accettata da Jung, considerava tutti gli affetti alla stessa stregua, senza riconoscere ad alcuni (in particolare quelli legati all’istinto sessuale) un ruolo qualitativamente diverso nell’ambito dell’economia psichica. Nei successivi sviluppi del suo pensiero Jung elaborò progressivamente il concetto di affettività, spogliandolo degli aspetti più concretistici, per privilegiarne essenzialmente l’aspetto energetico. Cioè per Jung l’affettività ha essenzialmente un’accezione energetica, è cioè quella tensione in grado di generare vita e tra37

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sformazione psichica (8). I complessi di un individuo sono organizzati in maniera eliocentrica attorno al complesso dell’Io che, nel soggetto normale, è «l’istanza psichica suprema». Dice Jung che con il termine complesso dell’Io si deve intendere ‘la massa di rappresentazioni dell’Io, che noi immaginiamo accompagnata dal potente e sempre vivo tono affettivo del proprio corpo’ (9). (8) C. Gullotta, «Unicità psicotica e molteplicità del disturbo mentale», in P. AIte, A. Carotenuto (a cura di), Itinerari del pensiero junghiano, Cortina, Milano, 1989. (9) M. Isserlin (1907) op. cit., p. 48. Pur essendo sottoposti al predominio dell’Io, i complessi sono dotati di una relativa autonomia, che si manifesta, ad esempio, nei sogni o in tutte quelle situazioni nelle quali una minore forza dell’Io o una particolare intensità affettiva connessa ad un complesso fa sì che la coscienza sia invasa da contenuti complessuali estranei all’Io. Il caso più eclatante è quello delle personalità multiple (e Jung fa spesso riferimento a Janet). Come dicevo, la teoria dei complessi è esposta nel saggio del 1907 sulla dementia praecox, e ad essa Jung avrebbe continuato a far riferimento nel corso degli anni, pur operandovi significative modificazioni le quali peraltro non sono revisioni radicali delle proprie opinioni precedenti, ma piuttosto giustapposizioni continue, stratificazioni successive che vanno ad integrare un nucleo teorico iniziale. Psicologia della Dementia Praecox è in sostanza un testo nel quale non è propriamente esposta un’interpretazione psicologica della schizofrenia, ma piuttosto una visione generale della psiche. Cioè le manifestazioni psicopatologiche della schizofrenia vengono utilizzate per porre in evidenza la struttura complessuale della psiche, la dissociabilità dei singoli complessi e la componente affettiva che ne costituisce il fondamento energetico. Minore attenzione è rivolta invece ai meccanismi psicogenetici che possano giustificare l’insorgere di quella specifica forma di disturbo mentale. Riguardo alla genesi della schizofrenia, Jung oscillò sempre tra un’ipotesi costituzionale (l’esistenza di una tossina che avrebbe provocato la disgregazione della personalità e l’invasione caotica della coscienza da parte di contenuti complessuali inconsci), oppure una genesi puramente psicogena (un affetto particolarmente intenso che avrebbe provocato la persistente invasione della coscienza da parte delle 38

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rappresentazioni percettive ed ideative ad esso collegate) o, ancora, una miscela delle due (l’intensità dell’affetto è responsabile della secrezione di una tossina, che a sua volta determina la persistente disgregazione della personalità). Naturalmente queste ipotesi teoriche non erano suffragate da verifiche operate secondo un metodo scientifico, né potevano fare affidamento sugli studi che sono stati effettuati nel corso dei decenni successivi. Come dice Gaetano Benedetti: «Ci sembra oggi semplicistico parlare di una ‘particolare intensità dell’affetto’, di una ‘forza dell’inconscio». E aggiunge ancora che Jung «non può aver avuto l’esperienza di quella psichiatria più recente, che nella strutturazione dell’Io vede il confluire di fattori sia fisiologici, neuropsicologici come anche biografici e interpersonali» (10). (10) G. Benedetti, «Jung e la schizofrenia», in Rivista di Psicologia Analitica, IV, 2, 1973, pp. 399-413, cit. pp. 402-403. Le osservazioni di Benedetti sono molto misurate, e pongono il pensiero di Jung in una prospettiva storica dalla quale non possiamo prescindere. Ma, in ogni caso, è necessario riconoscere che l’impostazione metodologica di Jung non era rivolta ad individuare la specificità psicodinamica delle singole forme di disturbo mentale, ma piuttosto a riconoscere l’analogia dei contenuti presenti nella psiche umana. Egli concentrava la sua attenzione sulla possibilità di comprendere il contenuto delle psicosi, mentre la descrizione delle forme psicopatologiche svolgeva un ruolo secondario nel suo lavoro. Nella sua autobiografia egli ricorda: «Il mio scopo era di mostrare che idee deliranti ed allucinazioni non erano proprio dei sintomi specifici di malattie mentali, ma avevano anche un significato umano» (11). (11) C. G. Jung (1962), Ricordi, Sogni, Riflessioni di C. G. Jung, a cura di Aniela Jaffè, Rizzoli, Milano, 1984, p.136. Le distinzioni nosografiche non vengono pertanto considerate secondo una classificazione che permetta di riconoscere entità morbose discrete, ognuna delle quali caratterizzata da una specifica dinamica psicogenetica, ma piuttosto come modalità tipiche che si collocano lungo un continuum che va dalla normalità fino alle forme più gravi di psicosi. E’ per questo motivo che in passato ho affermato che Jung adottò i termini della nosografia psi39

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