N° 62

 

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L’ultima età della vita e le sue immagini Maria Teresa Colonna, Firenze «Il tempo non può avvizzirla né la consuetudine può rendere insipida la sua infinita varietà.» W. Shakespeare, Antonio e Cleopatra Nel nostro mondo post-moderno, proiettato in una pressoché continua accelerazione, appaiono radicalmente mutate molte condizioni. Apparentemente sembra si ritenga non esistano più nemmeno le varie età della vita. Ci si trapianta un nuovo cuore, un fegato più funzionale ed efficiente, e se si ha anche la fortuna di trovare un donatore giovane, si aprono prospettive illimitate e straordinarie, forse tra poco anche per la nostra mente. Le donne fanno figli a sessant’anni, addirittura si riesce a generare da vedove, con il seme del marito ormai da tempo deceduto, ma oculatamente da tempo messo da parte per tempi più opportuni e migliori, e anche la sessualità, nell’immaginario collettivo, dà l’illusione di prolungare sempre più la vita. Biologicamente si dischiudono straordinarie prospettive, anche se non sembra che parallelamente a tutto questo si accompagni un’equivalente evoluzione psichica individuale. In questa fase, forse solo di apparente confusione, s’è perso il contatto con quelle fasi archetipiche significative della vita che, psicologicamente, in quanto tappe di pas11

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saggio evolutivo, da sempre sono state profondamente significative per l’evoluzione e la trasformazione individuale. Ma non è sempre stato così, gli antichi romani, dopo i sessant’anni, avevano il diritto o l’obbligo di indossare la toga senilis, così sempre verso i sessant’anni di età, in Giappone, si celebra ancora una festa molto particolare, durante la quale al festeggiato viene fatta indossare una veste rossa simile a quella che abitualmente portano i bambini. Le opinioni sulla vecchiaia sono più che varie, dunque è molto difficile decidere se essa sia una benedizione o una vera calamità. Simone de Beauvoir ci racconta in una favola che solo gli umani vollero vivere più di trent’anni e che invece l’asino, il cane e la scimmia regalarono all’uomo i loro anni «superflui». Commentando il racconto, GuggenbühlCraig, con molta arguzia, sostiene che proprio dopo i trent’anni, e per almeno diciotto, l’uomo fa l’animale da soma, si deprime ululando come un cane nei successivi dodici anni, fino a somigliare sempre più ad una scimmia negli anni rimanenti. Poiché abbiamo immagini molto diverse della vecchiaia, dobbiamo domandarci se nella tarda età della vita sia possibile condurre un’analisi come la si intende tradizionalmente, oppure se gli analisti non dovranno inventarsi qualcosa di nuovo. Ma che tipo di terapia potrà essere adeguata? Non possiamo ignorare che tutta la nostra era accelerata e tecnologica è dominata dal mito del progresso e che anche la psicologia del profondo ne è coinvolta. In Jung stesso ritroviamo elementi che ci rimandano a questo mito, l’umanità può divenire sempre più consapevole e cosciente, in un continuo confronto con la propria ombra, il che rappresenterebbe comunque e sempre un progresso, se non altro di natura spirituale. La concezione junghiana che nella seconda fase della vita si manifesti una tendenza verso l’individuazione, o che lo sviluppo dell’individuo si orienti verso un qualcosa di più alto e più elevato, verso il Sé, sottende ancora l’idea e l’immagine di un progresso evolutivo e psicologico. 12

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È la nostra fede nel progresso che ci fa pensare che tutti evolviamo psicologicamente da uno stadio certamente più indifferenziato e primitivo, verso uno stadio invece più evoluto, più differenziato e quindi migliore. Ma la visione di un progresso, non necessariamente di natura psicologica, è troppo unilaterale e può essere dunque rischiosa e forse anche dannosa; si coltiva sempre più il mito del rimanere giovani e per gli anziani allora non rimangono molte vie d’uscita, essi devono continuare ad interessarsi di tutto partecipando a tutto, in modo costruttivo per la società; non si deve rimanere inattivi a coltivare i propri ricordi o fantasie o senza fare niente, il non far nulla viene visto come inattività, quindi i vecchi vanno stimolati, integrati e sempre normalizzati il più possibile. Oggi la popolazione anziana è sempre più numerosa e in una città come Firenze il 26% della popolazione è oltre i sessant’anni, raggiungendo il primato europeo! Aumenterà dunque il numero delle persone anziane che cercheranno un aiuto psicologico, anche se la psicoanalisi e la psicoterapia delle persone anziane non è stata finora troppo popolare nemmeno tra gli specialisti che, con atteggiamento spesso molto conservatore ed elitario, seguendo Freud, hanno spesso ritenuto che gli anziani non fossero molto capaci di un’evoluzione psicologica, quindi del tutto inadatti ad un lavoro di elaborazione analitica. È probabile che invece nei prossimi anni molti anziani si rivolgeranno sempre più alla ricerca di un aiuto psicologico che li possa condurre a qualcosa di diverso dall’integrazione, o dal raggiungimento della saggezza o, peggio ancora, dalla rassegnazione verso una dimensione esistenziale di inutilità. Vi sono anche altri modi molto più creativi di riimmaginare la vecchiaia. Pensiamo a Lucas Cranach, ormai settantaseienne, che ha dipinto un grande quadro (1546) ora esposto a Berlino, dal titolo «La Fontana della Giovinezza». Se osserviamo il quadro, scorgiamo al suo centro una grande vasca circondata da sassi e sabbia, una specie di piscina nella quale zampilla un quadruplice getto d’acqua proveniente da una colonna centrale che sostiene una statua di Venere e Cupido. Dal lato sinistro 13

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giungono su carri lettighe e carriole, donne anziane, portate o solo accompagnate da persone più giovani. Alcune sono curve, appoggiate a braccia amorevoli, una a cavalluccio di un uomo, un’altra adagiata su una portantina giunge le mani in una preghiera. Alcune si vanno già spogliando e una di loro, nuda tranne la cuffia bianca sul capo, è pronta a scendere nell’acqua alla quale si accede da tre gradoni di pietra. Denudandosi, mostrano pelli grinzose e seni afflosciati. Un medico, certo un esperto, con occhiali ed un ponderoso volume, curvo con gesto competente e scrutatore, controlla il grado di anzianità. Poi le vecchie entrano nell’acqua. La piscina è gremita di corpi femminili in grande movimento, nella parte sinistra ancora pallidi e poco differenziati dall’acqua che ha un colore grigio. Nella parte destra della piscina, le ringiovanite, dalle carni rosa e i capelli biondi e luminosi, giocano festosamente, immerse nell’acqua magica con movimenti sciolti ed agili. Uscite dalla piscina dal lato opposto a quello dal quale sono entrate, esse vengono ora ricevute da un elegante cavaliere che indica loro l’ingresso ad una sontuosa tenda rossa e oro, poi all’uscita da questo padiglione riappaiono abbigliate e ornate elegantemente. Davanti a loro la tavola è imbandita, vi siedono intorno dame e cavalieri elegantemente vestiti, iniziano le danze intorno all’albero, gli allegri conversari e gli amorosi corteggiamenti. «La leggenda narra infatti che, mentre le donne ottengono la nuova giovinezza direttamente, immergendosi nella fontana fatata, gli uomini possono attingervi soltanto grazie a un rapporto amoroso. I vecchi probabilmente attendono ansiosi sul lato destro della vasca l’uscita delle ringiovanite - forse nascosti nella tenda, dove accolgono i corpi stillanti in un amplesso da cui ricevono vigore e levigatezza - e solo allora possono partecipare al banchetto e alle danze» (1). Sembra che il quadro sia stato dipinto da Cranach il Vecchio e non da suo figlio come per molto tempo si era creduto, ed è toccante accorgersi con quanto malinconico struggimento egli ci descriva le coppie avvinte in un reciproco sguardo di intesa ritrovata. Ha origine da una leggenda molto antica la credenza che dall’acqua derivi benessere e rinnovamento, come ci proviene dalla tradizione dei culti misterici che nell’antichità 14 (1) Luisa Passerini, La fontana della giovinezza, Firenze, Giunti, 1999, p. 7.

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Lucas Cranach d. Ä., 1472-1533 - Der Jungbrunnen. 1546 - Lindenholz, 122,3 x 186,5 cm Kat. Nr. 593 - GEMÄLDGALERIE - Staatliche Museen zu Berlin

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mettevano in contatto con la vita l’elemento originario (2). Nell’antica Grecia gli iniziati al culto di Era celebravano il rito annuale del bagno, immergendosi ogni anno in una fonte presso Nauplia nel Peloponneso, per rimanere eternamente giovani. La fontana magica fu cercata a lungo soprattutto in Asia, ed anche Alessandro Magno invano la ricercò per lungo tempo in Persia. Nel disegno di Cranach il bagno potrebbe simbolicamente rappresentare l’immersione nelle acque primordiali dell’inconscio collettivo. L ’ acqua della fontana però non riconduceva all’infanzia o all’adolescenza, ma all’età di circa trent’anni, associata a erbe guaritive, appariva spesso custodita da leoni o draghi che ne rendevano difficile la conquista. Negli arazzi e nei quadri del tardo medioevo, spesso la vediamo rappresentata nel consueto schema con le figure dei vecchi sulla sinistra e i giovani a destra, ma nelle rappresentazioni del medioevo e della prima età moderna, l’acqua veniva spesso associata ad orge sessuali, come ci appare da certe rappresentazioni dei bagni pubblici dove «i sogni dei pazzi e dei folli trovavano il loro avverarsi. La fonte era rappresentata nel giardino dell’Eden ma anche quale sfondo di allegoria dei lussuriosi» (3), quasi sempre a significare che l’attività sessuale avrebbe consentito di rimanere eternamente giovani. Al di là degli aspetti devastanti e limitativi che la vecchiaia propone e che ci sono stati ben descritti dalla mitologia popolare, emerge anche un’immagine alquanto diversa. Molto ottimisticamente, saggezza e vecchiaia sono state sempre connesse e unite, dando valore all’antica e diffusa idea dell’anziano come «antenato», un modello per i giovani, il portatore della memoria culturale e delle tradizioni della società. Jung e gli junghiani parlano spesso del Vecchio saggio, o della Vecchia saggia, identificando esperienza ed età, come se solo gli anziani potessero essere più vicini al proprio Sé, forse non tenendo conto che il processo verso l’individuazione non è mai un processo lineare, nel corso della vita vi è un continuo avvicendarsi di avvicinamento ed allontanamento dal proprio centro, in modo poi assolutamente indipendente dal fattore cronologico temporale 16 (2) Ibidem, p. 8. (3) Ibidem, p. 9.

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dell’età. È indubbio (e forse da questo nasce l’equilibrio di un’equivalenza tra saggezza e vecchiaia) che l’individuo più in là negli anni, sempre più consapevole di se stesso, guarda al mondo da un’ottica più distaccata. Nel linguaggio della psicologia junghiana ciò significa che si è certamente più vicini al proprio Sé in quanto l’Io tende sempre a subordinarsi al Sé stesso. Ma insorgono anche dei dubbi sulla saggezza della vecchiaia. James Hillman nel suo ultimo libro, The Force of Character, si chiede perché mai i vecchi divengano tanto moralisti, sentimentali e radicali e spesso anche molto aggressivi. Col passare degli anni, vi è probabilmente come un indebolimento del contatto sia con la coscienza che con l’inconscio collettivo del presente, si diviene dunque incapaci di cogliere in senso positivo il mondo contemporaneo, trasformandosi sempre più in figure del passato, sempre più disorientate e ignare di ciò che sta succedendo nel mondo attuale. Le mitologie collettive e le immagini infatti mutano ad ogni generazione, e sempre fungono da guida per gli uomini; gli anziani spesso perdono il rapporto e il contatto con l’inconscio collettivo e quindi con le tendenze più nuove del loro tempo. La psicoterapia dell’anziano dovrebbe cercare di mantenerlo più a contatto con l’inconscio collettivo, che è un modo diverso di mantenerlo giovane. Comunque anche se molte persone anziane hanno saputo trovare in se stesse la capacità di divenire sagge, la saggezza non è legata né dipende dall’età. Jung a proposito sia del Vecchio saggio che della Vecchia saggia, ne parla come di un archetipo, poiché il tema è diffuso in molte e varie culture, si tratta certamente di un mito archetipico. È indubbio che tra gli esseri umani vi sia della saggezza, anche se questa non è esclusivamente una prerogativa della vecchiaia, poiché anche i bambini o gli adulti possono essere saggi. Hillman d’altra parte ci ha da tempo messo sull’avviso che i miti soffrono anch’essi di una loro patologia: il mito del Vecchio saggio può manifestarsi con la sofferenza di una sua eccessiva unilateralità, sino ad arrivare a quella pro17

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spettiva che Guggenbühl-Craig chiama del «mito corrotto» (4). L ’ immagine che egli ci dà della vecchiaia, se da un lato è molto sconfortante, col suo sguardo insistito su ciò di cui si viene deprivati, ci propone altri risvolti interessanti nuovi e stimolanti. Per sottrarsi all’unilateralità del mito del Vecchio saggio, come immagine complementare egli introduce quella del Vecchio stolto. Per Guggenbühl-Craig «Il mitologema del vecchio stolto non è una tirannia. La persona anziana non è obbligata a diventare stolta, ne ha facoltà». Sotto l’influsso di questa immagine, la persona anziana potrà vivere in maniera interiormente indipendente, libera dalle convenzioni nel parlare e nell’esprimersi come più desidera, manifestando consenso o dissenso, vestendosi come più gli piace, senza più alcun obbligo (se non lo desidera) di rimanere in forma, purché abbia la fortuna di non cadere nelle mani protettive di qualche assistente agli anziani che cercherà di normalizzarlo ed attivarlo secondo gli schemi collettivi del riadattamento. Se intorno a lui gli altri, come ci dice Guggenbühl-Craig, non saranno resi confusi dal mito del Vecchio saggio, riusciranno ad accettare il suo modo bizzarro e inconsueto di esistere. Non avendo più l’obbligo di rimanere giovani e prestanti, sarà allora concessa anche la paura, senza dover per forza esibire sempre un’assurda serenità. Dunque per «chi è stolto la paura non è una vergogna», dimostrarsi eroici non sarà più necessario, perché cosa da giovani, e i vecchi, anche se non sono obbligati a guardare con coraggio alla morte, possono farlo, «e finalmente la stoltezza può tornare a prendere la parola» (5). Allora si potrà forse scoprire che vale ancora la pena di diventare vecchi poiché, liberi finalmente dal potere e dalle responsabilità, si potranno esporre con semplicità opinioni, idee, ricordi che possono avere ancora un valore per gli altri perché arrivano da persone di epoche diverse. Una psicologia che tenda nel suo riadattare ed estraniare la persona d’età dalla propria singolarità individuale, allontanandola dalla peculiarità del suo carattere, è una psicologia che, anche se in apparenza liberatoria, è ancora infirmata e sottesa da un tratto senex, caratterizzata dunque da concettualizzazioni che credono allo sviluppo 18 (4) Adolf Guggenbühl-Craig, Il vecchio stolto, Bergamo, Moretti e Vitali Editori, 1977, p. 129. (5) Ibidem, p. 155.

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(6) 347 Gravures: 16.3.68 / 5.10.68n Galerie Louise Leiris, 18 décembre 1968-1 février 1969, catalogue n° 23 Série A, Maîtres Imprimeurs Draeger Frères, dicembre 1968. (7) T. S. Eliot, Four Quartets, East Coker. dell’individuo sempre e ancora attraverso tappe evolutive ed ideali. Molte sono le istituzioni che si occupano di assistere le persone anziane. Guggenbühl-Craig lamenta che purtroppo il mitologema del Vecchio stolto sia poco conosciuto ed accettato a causa di quello che egli considera un atteggiamento psicologico dominato dalla mitologia corrotta del Vecchio saggio. La psicoterapia più attenta al deficit non aiuta gli anziani a vivere con leggerezza e serenità la propria condizione, cogliendone anche gli aspetti positivi dei ricordi e delle esperienze passate che potrebbero invece essere rivissute insieme al terapeuta senza l’aspettativa di radicali cambiamenti psicologici. Non dimentichiamo che le fantasie dei pazienti di una certa età sono molto spesso più singolari di quelle dei giovani, a volte forse anche più spaventose e creative e come sempre le immagini possono insegnarci molta psicologia più di quanto spesso non riescano a farlo i concetti. Comunemente si ammette con molta difficoltà che un anziano abbia fantasie sessuali e i tentativi della nostra cultura di accettarle si sono poi sempre risolti in giudizi moralistici e dispregiativi del tipo «vecchio sporcaccione», «vecchio dongiovanni» o peggio ancora. Nel 1968 Pablo Picasso eseguì una serie di disegni che sono una straordinaria testimonianza delle fantasie sessuali di un vecchio, esse rappresentano le fantasticherie erotiche di un anziano, ma la potenza creativa della sua arte ci deve far riflettere (6). E quanta ragione aveva T. S. Eliot (7) quando scrisse che i vecchi devono essere esploratori! Picasso, prossimo ai 90 anni, ci racconta attraverso le sue fantasie la storia di una vecchiaia vissuta in modo totalmente diverso dall’abituale. Questi disegni ci manifestano la psiche di un genio creativo, giunto ormai alla fine della sua esistenza, che fu però a lungo creativo facendo arte con le sue fantasie sessuali. Le immagini che colmano i suoi disegni sono immagini archetipiche e l’eredità che egli ci ha lasciato ci racconta come la vecchiaia abbia una maniera peculiare di vivere le fantasie sessuali. Rafael Lopez-Pedraza, che ha realizzato uno studio molto avvincente su queste immagini, ha notato quanto 19

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esse possiedano una dimensione archetipica, all’interno dei limiti della psiche storica di Picasso, considerando che alle sue origini ci sono soprattutto la Spagna e il Rinascimento. Da una sessualità vissuta sempre in modo molto personale, ci accorgiamo che le sue fantasie divengono sempre più archetipiche nel loro contenuto: i disegni di Picasso ci suggeriscono che le immagini sessuali si riscontrano nell’esplorazione della psiche di un anziano «nello stesso modo in cui sono presenti in qualsiasi altra esplorazione psicologica» (8). Nella serie di questi disegni appaiono molti momenti: la sessualità di un clown, la riflessione sulla propria nudità osservata allo specchio, come se sogno e realtà fossero una cosa sola, la lascivia di un satiro verso una giovanetta, la presenza di un cavaliere che sembra appartenere ad un quadro mistico di El Greco, assorto a guardare una modella nella sua nudità, un freak sessuale in abito barocco, gente immobile per strada che osserva in modo sonnolento una donna nuda. Da questo insieme multiforme di immagini, sembra che l’uomo e la donna si riflettano perennemente attraverso l’atteggiamento dei loro corpi e le fantasie a questo connesse. Questa insistita produzione di immagini erotiche di Picasso nell’età avanzata non ci appare tuttavia mai noiosa né ripetitiva, perché sempre è arte con uno sfondo archetipico. Con una serie di rappresentazioni insolite che possono turbare la nostra fantasia, secondo Lopez-Pedraza, Picasso ci mostra «la follia vivente attraverso la sessualità, un insieme picaresco di immagini offerte alla fantasia e vissute dalla fantasia, un modo di sopravvivere su quella borderline che corre tra sessualità e follia» (9). E ci racconta il dilemma drammatico del conflitto tra la sessualità ed il religioso nella maniera di vivere dell’uomo occidentale. Picasso rappresenta i suoi personaggi abbigliati in costumi spagnoli e del Rinascimento italiano, mettendo in luce l’incontro inevitabile tra il cristianesimo ed il mondo immaginale pagano. Il polimorfismo perverso di Picasso, quale si esprime nella produzione della sua vecchiaia, suggerisce a Lopez-Pedraza e a noi che ci sono tanti modi diversi di guardare la vita, l’arte, la bellezza e la psicologia, e 20 (8) Rafael Lopez-Pedraza, Hermes e i suoi figli, Milano, Edizioni di Comunità, 1983. (9) Ibidem, p. 108.

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(10) Ibidem, p. 108. (11) James Hillman, The Force of Character and the Lasting Life, Random House Inc., Audiobooks, 1999. (12) Ibidem. che Picasso, con la sua arte dell’età, ci ha consentito di cogliere elementi radicati nella psiche del nostro tempo, «consentendoci di capire meglio sul piano storico il conflitto mai risolto fra cristianesimo e paganesimo, un conflitto che, in un modo o nell’altro, era presente nella psiche di Freud e di Jung e che, inevitabilmente, si trova anche in ognuno di noi» (10). Contrariamente all’attuale determinismo genetico che considera la longevità come uno spreco aberrante creato dalla civiltà, J. Hillman nel suo ultimo libro, The Force of Character and the Lasting Life (11), ci presenta una tesi nuova e abbastanza accattivante: invecchiare non è un impedimento, ma è invece profondamente necessario per la condizione umana indirizzata dall’anima. I cambiamenti della vecchiaia, anche quelli debilitanti, per lui hanno un fine ed una positività: piuttosto ottimisticamente egli interpreta i deficit di memoria degli avvenimenti più recenti come un riconquistare invece più spazio per i ricordi del passato. Spesso non si realizza che la condizione di essere divenuto vecchio è una dimensione archetipica che può aggiungere valore e desiderio per i luoghi che abbiamo sempre amato, per le cose che ci sono care, per il carattere delle persone. Penso che Hillman ci suggerisca di separare la morte dalla vecchiaia; piuttosto che pensare alla morte, nell’età avanzata bisognerebbe guardare alla vecchiaia come «uno stato dell’essere», come una condizione o un fenomeno archetipico con i suoi miti ed i suoi significati, ritrovando così il valore della vecchiaia senza mutuarlo né dalla metafisica né dalla teologia, poiché invecchiare è un avvenimento a sé. Hillman pensa che la nostra società oggi dovrebbe dimostrare un interesse maggiore per la vecchiaia come possibilità archetipica. Aprendo la nostra immaginazione all’idea dell’antenato, invecchiare può affrancare dalle convenzioni, trasformando l’anziano in una forza più naturale per la società nel suo modo sempre più libero di esprimere i propri convincimenti profondi. Cosa serve dunque invecchiare? Hillman (12) ribatte e ci suggerisce che il carattere ha necessità di questi anni, per così dire supplementari, poiché è proprio in questi 21

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anni che si porta a compimento il carattere, inteso sempre come riferito alle qualità distintive dell’individuo. Diveniamo infatti sempre più peculiari in ciò che veramente siamo, semplicemente perdurando negli anni tardi; più si diviene vecchi, più prende forma la nostra natura più vera, così gli anni finali della vita portano a compimento uno scopo molto essenziale: la realizzazione e la configurazione del nostro carattere. Per Hillman, il non essere più necessari, il sentire di non servire più, va affrontato esteticamente, riimmaginando la vecchiaia come «una trasformazione in bellezza» (13), un invecchiare che può divenire anche un’attività estetica ed una forma d’arte. Se accettiamo questa ipotesi, l’ultima età della vita diviene non solo il momento cruciale nel quale si realizza la propria individualità e il proprio daimon, ma da questa immagine la vecchiaia, come ipotizza Hillman, consiste proprio nella realizzazione del carattere. Forse a questo punto potranno farsi strada in modo spontaneo alcune domande scomode, su cosa desideravamo essere e se invece abbiamo fallito le aspettative. Questi interrogativi non significano una perdita di illusioni né un disincanto, ma l’acquisizione che è in quel guardarsi indietro attraverso gli anni, caratteristico della crisi dell’età avanzata, che si scopriranno e si sveleranno più cose di se stessi. Il carattere, diceva Eraclito, è il destino; per Hillman il carattere indirizza anche la fisiologia. Biologia e psicologia sostengono cose molto diverse, non dovremo fermarci solamente all’approccio biologico, si può tentare di andare oltre, consapevoli che vi può essere per la vecchiaia un approccio sia biologico che psicologico e che gli anni della vecchiaia permettono una seconda e più sottile lettura dei problemi biomedici. Perché i vecchi divengono spesso così moralisti e radicali nei loro giudizi, risentiti ed anche rabbiosi e spesso limitati dalla depressione? La mente per sua natura ama le idee, dunque cerchiamo di tenerla attiva, perché è ancora possibile invecchiare bene ridando forza e vitalità all’idea del carattere che stimola la fiducia nell’unicità individuale. Per cogliere la forza del carattere all’opera si deve essere coinvolti nel processo dell’invecchiare, e sono necessarie 22 (13) Ibidem.

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(14) James Hillman, IX Seminario di Aim, S. Andrea in Percussina, Firenze, 16.5.1999, pp. 1-10. (15) Ibidem. la curiosità e la capacità di abbandonare le vecchie idee avendo anche il coraggio di rimanere curiosi. L ’ invecchiamento dovrebbe avere i propri Dei come l’infanzia e la giovinezza, ma nel mondo attuale manca quella riflessione interna sull’idea del carattere che potrebbe invece introdurre un compenso alla tecnologia così esasperata; l’immagine del carattere, se venisse presa in maggior considerazione e fosse più approfondita, potrebbe condurci in terreni abbastanza inesplorati. Nell’età avanzata vi è un ritirarsi sempre più in se stessi e nei ricordi, in una rigorosa concentrazione verso la propria ghianda, sempre più alla ricerca dell’essenza e della propria forma. Forma oggi riassume in un’unica parola vari concetti: essenza, energia, potenza attiva, sostanza, realtà, carattere per Hillman è la traduzione nel linguaggio psicologico del concetto metafisico di forma. Può essere che la forma ci si riveli però solo nei momenti più tardi della vita, quando il processo evolutivo di conoscenza ha già fatto il suo corso. Mi sembra che Hillman ci stimoli allora a liberare l’idea di vecchio dal tema di quell’invecchiare ancora connesso ad un concetto relativo al tempo, e a guardare invece al vecchio (14) come ad una qualità dell’essere, con una propria significatività archetipica, al di là dunque sia dei processi dell’invecchiare biologico, che da quella sua naturale conclusione che è la morte. Potremo, allora, accorgerci che le cose che riteniamo vecchie esprimono invece un carattere senza età, immortale. Vecchio è una condizione riconoscibile, ma indipendente dagli anni, vecchio e anima per Hillman si evocano e non possono fare a meno l’uno dell’altro, vecchie parole, vecchi quadri, vecchie case o giardini, ci rammentano non tanto la morte e il decadimento, ma l’immortalità, poiché nel tempo sempre più si accresce il loro significato e il loro valore per noi. Così dal vecchio deriva uno straordinario senso di piacere e appagamento, il suo carattere ci dà conforto poiché è in quell’insieme di tante complesse stratificazioni, ricco di connessioni con una grande quantità di ricordi che ce lo rendono unico e specifico. «Il vecchio» rivela carattere, dà carattere e nelle nostre espressioni sostituisce la parola «carattere» (15). Per 23

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rimanere più aderenti al proprio finale, per restare nel proprio carattere di persone più vecchie, bisogna guardarsi dagli atteggiamenti giovanili, mi sembra allora che per Hillman la vecchiaia divenga come un lavoro a tempo pieno dal quale non si può mai andare in pensione. Vecchio è una parola molto molto antica e origina da un’espressione indoeuropea che significa «nutrire», l’invecchiare ci avvicina al vecchio, ed il mondo ci nutre quando riusciamo a percepirne la vecchiezza che ci si svela e ci manifesta il suo carattere, quando ne facciamo esperienza e ne riconosciamo la vecchiezza. «L ’ anima del mondo è una vecchia anima» - ci dice Hillman - «non possiamo comprendere l’anima senza un senso del vecchio, né il vecchio senza un senso dell’anima». Così questa idea archetipica, il vecchio, che gli anziani nel loro destino di invecchiare rappresentano, più che un termine per lui è un’immagine, costituita da dense stratificazioni, per questo vecchio è l’espressione più giusta per definire le persone avanti nella vita: «Vengono chiamate ‘vecchie’ non solo per il loro invecchiamento, ma soprattutto per il loro valore in quanto immagini di vecchiezza. La vecchia età significa essere arrivati alla condizione di immagine, una rivelazione di quell’unica immagine che è il nostro carattere». E l’idea di Aristotele della forma come enérgeia ci può dare una buona spiegazione per quella tipica vitalità, quell’energia immateriale dei vecchi, che può apparire anche caotica, impegnativa, capricciosa e indisciplinata. Perciò questi Vecchi Maestri, come Cranach, Picasso, Guggenbühl-Craig, Hillman, colpiscono per la loro delicata ma resistente indistruttibilità, nel loro manifestare l’enérgeia della forma, così questi grandi vecchi ci sembrano sempre più straordinari e numinosi, con la loro perspicacia, con la loro acutezza di pensiero e di sguardo, anche se a volte appaiono davvero vecchi, esili e ricurvi. Dice infine Hillman: «Quando il caso si conclude, quando la sua evoluzione si ripiega in sé stessa in un decadimento evolutivo, il vecchio diventa lui stesso un’apocalisse, uno squarciarsi dei veli, l’attualizzazione di una forma metafisica rivelata, puramente un’immagine - completamente un’immagine» (16). (16) Ibidem. 24

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L’invecchiamento fra emarginazione e creatività Bruno Callieri, Roma «Gioventù ampia, lussureggiante, piena di fascino e di vigore, lo sai che la vecchiaia può succederti con uguale grazia, fascino e vigore, splendido giorno fiorito di attività?» Walt Whitman, Foglie d’erba, 1855. La sociopsichiatria fenomenologica, fondandosi sulla psicologia dell’intersoggettività, apre orizzonti di vasto significato per la comprensione di molti fatti della vita associata: l’invecchiarsi è uno di questi. Lo psichiatra, osservatore-partecipe, vi si trova naturalmente impegnato in quanto egli stesso fa parte del medesimo ciclo vitale. L ’ aumentato interesse per il vecchio non si spiega solo con l’aumento della popolazione vecchia né con l’urgenza pressante di istanze sociali, assistenziali, ecc. Si potrebbe pensare ad un vero e proprio fenomeno di contraccolpo, per controbilanciare l’eccessiva enfasi posta dalla propaganda sulla giovinezza, intesa sia come aspetto somatico che come capacità di apprendimento. La svalutazione dell’accumulo personale di esperienza umana, l’opinione che dopo i venti anni si verifichi un deterioramento mentale, il predominante concetto cibernetico di un processo di memorizzazione puramente meccanico-statistico, costituiscono altrettanti elementi di ostacolo per una valutazione globale positiva dell’età 25

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