N° 60

 

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riflessioni sulla conclusione l’istanza del finire: a cura di g. maffei p. aite m. carito a. carotenuto s. cavicchiolo l. cunico f. dalle mura p. c. devescovi g. maffei r. maglione f. menaldo p. montella g. morandini a. pasqualini r. passaro s. peruzzi m. pignatelli l. ravasi bellocchio la biblioteca di V l. tarantini m. trevisiol s. tucci vivarium

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Il gallo di Asclepio: l’atto di finire una analisi Lidia Tarantini, Roma (1) Per una analisi ragionata ed esauriente della letteratura sull’argomento vedi il n. 46/ 92 della Rivista di psicologia analitica, curato da Giuseppe Maffei, dal titolo «La conclusione dell’analisi». In molti modi si può definire la conclusione di una analisi, ma è solo a posteriori che possiamo veramente renderci conto del perché essa si sia conclusa e perché proprio in quel momento (1). Detto in altri termini, è solo al momento della conclusione che si esplicita la domanda inconscia inscritta, fin dall’inizio, nel movimento iniziale, movimento che ha portato due perfetti sconosciuti a mettere in scena un rapporto, nel corso del quale, per comune accordo, ognuno dei due, a diversi livelli di consapevolezza, avrà «giocato» per l’altro tutta una serie di ruoli e avrà fatto agire scomodi fantasmi del passato che, dopo tale rappresentazione potranno, forse, lasciare la scena per sempre. È in questo senso che si può dire che la fine dell’analisi coincida con il suo fine, con la finalità inconscia che con tale fine, appunto, si esplicita. Con la conclusione dell’analisi finiscono, a fortiori, anche le interpretazioni, ed anche per l’atto interpretativo si potrebbe sostenere che esso termina quando il suo fine si realizza. Ma esiste una «ultima» interpretazione che, con il suo stesso apparire, conclude inevitabilmente tutto il processo? Il rischio di una interpretabilità infinita e, di conseguenza, di una analisi inconcludibile è strettamente connesso con la posizione mentale con la quale ci accostiamo a quel particolare testo che è la narrazione del paziente. La seduzione che essa attua è quella di indurre il pensiero ad abitarla e a penetrarla infinitamente, senza mai uscirne, decostruendola 13

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e ricostruendola, in una sorta di infinito rilancio, alla ricerca di un ulteriore, ultimo, senso, senza nessun referente se non interno, in modo del tutto autoreferenziale. Prigionia della mente, proprio nel momento in cui proclama la sua illimitata libertà di attribuitrice di significato. Ciò che viene, ovviamente, messo fuori campo è la cosiddetta verità oggettiva, sia essa trauma, ricordo rimosso, o qualsivoglia problema connesso al «luogo delle origini»: tutto il passato esiste, analiticamente, solo nel momento in cui sono in grado di ri-significarlo nel qui ed ora della relazione. Alla interpretazione viene, insomma, a mancare quello «zoccolo duro» su cui poggiarsi e morire e la conclusione finisce per essere una de-cisione, un taglio arbitrario o, al massimo, condiviso e accettato da entrambi gli attori. Si è parlato, a proposito di questa modalità interpretativa, di «deriva narratologica» (da parte dei detrattori) o di «costruzionismo narratologico» (dai sostenitori). Una uscita «forte» da questa posizione consiste nel presupporre, invece, come fondamentali i fatti raelmente accaduti, di cui il rapporto analitico non sarà che una ripetizione con variante, la variante sarà determinante affinché la ripetizione non sia tale del tutto, ma possa, invece, innescare un movimento mutativo. L’analista, insomma, non sarà «propriamente» il padre (o la madre ecc.) ma è come se lo fosse. E il come-se fa tutta la differenza. Resta comunque fondamentale la fiducia che sia esistito nella vita del paziente qualcosa di reale, di segreto e sconosciuto alla coscienza, che questo qualcosa sia rintracciabile nella sua oggettività, che in questa rivelazione consisterà la guarigione e che la guarigione coincida con la scomparsa dei sintomi e con la conclusione dell’analisi. Una visione del processo più articolata mi sembra sia quella di Modell che vede nel transfert non solo la ripetizione del vecchio, ma l’attivazione di elementi inediti, collegati alla capacità di vivere, nell’attualità del rapporto, emozioni, intuizioni, pensieri, mai avuti prima, e che in quel rapporto hanno un senso reale. Nella relazione analitica, insomma, secondo Modell, non agirebbero solo fantasmi, ma anche persone, nella loro realtà del momento. Questo è il «paradosso» dell’analisi: in ogni relazione analitica coesistono vari livelli di realtà, che riguardano sia il paziente che l’analista. 14

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(2) Arnold H. Modell, Per una teoria del trattamento psicoanalitico , Milano, Cortina, 1994. (3) Arnold H. Modell, op. cit., p. 149. Un livello che si potrebbe definire «noumenico», quello cioè che i due sono in sé e per sé, ed è inconoscibile, un altro è quello che essi sono nel loro privato, un terzo, quello che essi sono, come ruoli, nel rapporto (uno paziente e l’altro analista) e infine quello che sono nella relazione transfert/ controtransfert. Secondo Modell tutti questi livelli sono significativi e compresenti, ed è nella capacità di muoversi attraverso essi che consiste il buon funzionamento della terapia (2). Mi sembra interessante questa posizione di Modell perché sottolinea come attività fondamentale la capacità metaforica della mente, capacità di sapersi muovere in un mondo di «finzione» e di verità, in un mondo «comese» e di fare di questa attitudine lo strumento analitico per eccellenza, quello che permetterà ai vissuti «duri» e indigeribili del paziente di trasformarsi in più accettabili metafore sulla propria vita. Da questa prospettiva, l’analisi finirà quando, preso atto che non esiste, per definizione, una verità da conoscere, ma che il racconto che si è riscritto insieme contiene sia un accettabile grado di illusorietà, sia una significativa quota di verità intersoggettiva, ognuno dei due protagonisti ridiviene ciò che era all’inizio, un individuo capace di restituire ad ognuno dei livelli di realtà, compresenti e confusi durante la cura, il posto che gli compete. «Il riconoscimento del paradosso conduce all’accettazione dell’idea secondo la quale il setting psicoanalitico (cioè qualcosa che è reale nel senso che è qui, nel tempo presente) può anche attualizzare simbolicamente aspetti di stadi più precoci della relazione madre-bambino. Riconoscere la natura paradossale del transfert consente di chiarire il concetto di regressione e getta nuova luce sulla controversia inerente il fatto se il transfert sia una ripetizione del passato o sia qualcosa del qui ed ora... Il transfert come ripetizione e il transfert come qui ed ora possono essere considerati livelli complementari della realtà» (3). Una «buona fine» dell’analisi sarebbe, allora, quella che permetta ad entrambi di ritenere sufficientemente accettabile la narrazione che hanno costruito insieme, capace, cioè, di rendere conto sia di quel qualcosa effettivamente accaduto nel passato, sia di quel qualcosa di effettivamente vissuto nella relazione e che tra le due serie di eventi esiste una connessione comprensibile per la coscienza. 15

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Lacan sostiene che all’inizio il paziente parla di sé, altre volte parla all’analista... quando riuscirà a parlare di sé all’analista, vorrà dire che l’analisi è conclusa. Come dire che lo stabilirsi di una normale comunicazione interpersonale mette fine a quel dialogo mancato che è il rapporto analitico. Solo in quanto manca al suo scopo, cioè ad una comunicazione sulla realtà, il dialogo analitico può mantenersi in contatto con quella sfera del non-realizzato che è l’inconscio, ma non per realizzare, attraverso una sorta di traduzione e di re-descrizione totale, una narrazione definitiva, che sia in grado di svelarlo definitivamente, bensì per veicolare ognuno di noi verso l’esercizio infinito della propria autonoma capacità di essere l’analista di se stesso. La traversata dei fantasmi dà inizio, perciò, ad un percorso analitico inconcludibile. In qualche modo l’analisi termina quando diventa interminabile. Flournoy parla, infatti, di atto di passaggio e non di conclusione di qualcosa, atto denotato dalla sorpresa e dal tradimento di ogni possibile teoria che abbia fatto da sostegno all’analisi stessa. Ed è proprio in questo tradimento che consiste la vera separazione, e lo stupore che ad essa si accompagna esprime l’accettazione dell’impossibilità di una teorizzazione sulla conclusione. Dice Flournoy: «L’analista in presenza dell’atto di passaggio è preso dallo stupore, è senza parole di fronte a qualcosa dell’ordine dello sconosciuto, dell’insolito, del misterioso, dello straordinario, del sacro... Il silenzio rimane allora il ‘discorso’ privilegiato per salvaguardare l’impressione di bene senza consegnarla ai demoni semantici della interpretazione e per non rimettere contemporaneamente in moto il movimento etico. L’analista non può comunicare la sorpresa, può solo viverla e sperimentarla nel silenzio della intersoggettività» (4). E ancora: «La specificità dell’atto di passaggio sta nell’istante in cui l’analista, moralmente in accordo con se stesso, si trova, essendo il suo funzionamento mentale di analista in sospensione, con la mente disponibile di fronte all’altro. L’analista è in armonia con un analizzando diventato una persona che prende in mano il proprio destino, senza che egli debba intromettersi nel destino in questione...» (5). La decisione della fine sarebbe l’atto del «genitore fallico mancante» che ritorna per annunciare la sua definitiva sparizione dalla scena analitica. 16 (4) O. Flournoy, L’atto di passaggio, Milano, Cortina, 1994, p. 66. (5) Ibidem, p. 112.

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Cala il sipario. Non più genitori, non più bambini: colui che era un analizzando diventa ciò che non ha mai smesso di essere: una persona. C’è bisogno di una presenza «spettrale», di un revenant che annunci la fine, di una figura di morte. Ma se stupore, sorpresa e silenzio sono le cifre distintive dell’evento fine, cioè vissuti emotivi che per definizione pongono fuori questo evento da ogni possibile previsione e quindi teorizzazione, l’atto di passaggio che funziona da cerniera apparirà come un evento indecidibile e appartenente ad un livello di conoscibilità diverso dal resto del processo. Apparirà, cioè, appartenere ad un altro ordine di pensiero, quello che i mistici medioevali chiamavano il senso spirituale, il quod, il fatto che esiste un ultimo senso (il fatto che esiste la fine) che uscendo dalla cattiva infinità della interpretazione infinita (e di una conclusione impossibile perché infinitamente interpretabile) si ponga come pura esteriorità, come il fatto che avviene, e non perché avviene (il quid). Secondo me questo particolare statuto di indecidibilità appartiene proprio alla conclusione dell’analisi, a prescindere dalla teoria o dal modello di riferimento che l’analista ha avuto e nel quale crede. Per poter veramente finire, una analisi deve attivare un vissuto di inquietante estraneità rispetto a tutto il resto del percorso: lo scioglimento della rappresentazione comporta che i protagonisti, dismesse le loro vesti di attori-narratori, tornino al loro quotidiano, e ciò non può che arrivare di sorpresa e senza un perché, giustificato solo dal suo accadere, come evento che si pone quasi fuori dalla portata del pensiero. Come la morte, o meglio, come l’esperienza della propria morte; essa può essere in qualche modo pensata, ma finché la penso essa non è, e quando essa è non la posso pensare. Era questo il pensiero tranquillizzante di Epicuro sulla morte ed è questo il pensiero sottinteso alla conclusione dell’analisi: teorizzandola ne differiamo indefinitivamente il vissuto, proprio perché continuiamo a cercare una corrispondenza tra quello che riteniamo teoricamente debba essere il momento conclusivo (l’ultima interpretazione!) e quel momento che riteniamo riconoscere all’interno del percorso che stiamo facendo con il paziente. Quello che ci chiede, invece, la domanda inconscia del paziente, è di riuscire a fare esperienza della pro17

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pria morte, non di pensarla, ci chiede, senza saperlo, di viverla nella relazione. Si potrebbe dire che l’esperienza dell’analisi è resa possibile (e in questo consiste il suo fine) proprio dal suo in-sistere sulla conclusione, in-sistere nel senso di essere insediata su, anche se questa in-sistenza è un non-detto, così come un non-detto di tutta la nostra vita è la morte. Nessun paziente, infatti, viena da noi dicendoci: «Vorrei fare una analisi perché vorrei concluderla, vorrei vivere perché debbo morire». Eppure sappiamo che questo avverrà, ma vogliamo che questo evento, quando sarà, ci colga di sorpresa, come se appartenesse ad un altro ordine logico rispetto a quello del vivere (o del fare analisi). Solo se nei confronti della fine dell’analisi accetto che niente c’è da spiegare, da chiarire, da interpretare, che non ci sia pensiero, posso forse farne esperienza, perché ogni pensiero su di essa funge da differimento o peggio da rimozione: non sono io che finisco e muoio, ma quell’altro di cui ora parlo e teorizzo. Se può essere oggetto di pensiero, la fine diventa reversibile, riconsegnata alla sfera del quid, alla infinita possibilità della sua interpretazione, riferita sempre ad un altrove; rimessa in qualche modo nelle mani di Dio. Un pensiero coerentemente laico non può che affermare il non-senso di ogni fine e di ogni morte (nel senso di una teoria e di una decidibilità). «Perdere di vista, dice Pontalis, è ciò che rende il lutto della persona cara più insopportabile, ma spesso è un lutto impossibile da elaborare perché vari sono gli escamotages che usiamo per non perdere mai di vista ciò che si sottrae allo sguardo, per non accettarne la morte, solo quando la perdita è nella vista cessa di essere un lutto senza fine». Cessazione, dunque, non solo della parola, ma anche dell’immagine, della possibilità di rappresentare. Finché c’è ancora spazio per dar forma ad una immagine, la conclusione, il lutto è ancora una volta differito, perché c’è un ancora-da-vedere, da rappresentare, da dire, da interpretare. È difficile pensare alla conclusione in questo modo così radicale, assoluto, paradossale, quasi un esercizio di libertà assoluta, quasi esperienza limite. Perdere nella vista e guardare la morte in faccia sono esperienze di cui è difficile rendere ragione teorica: sono esperienze che possiamo solo intravedere con sguardo obliquo, dimenticandole subito dopo, presi dal fluire della vita. Sono una 18

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(6) Fedone, 114d, 6-7. linea di confine, un velo calato sul volto, come quello di Alcesti, al termine della tragedia che porta il suo nome. L’Alcesti che torna, dopo la morte, accompagnata da Eracle, alla casa del marito Admeto, è in realtà una donna velata e muta, quel velo che la vela, ri-vela l’impossibilità di svelare ciò che all’uomo non è possibile vedere: il volto della propria morte. Non può esserci, dunque, ri-velazione sulla morte, e un discorso su di essa non sarà un ragionamento, ma tutt’al più una narrazione verosimile, conterrà, cioè, al massimo uno scioglimento narrativo. Catastrofé della parola razionale, che deve scegliere se arroccarsi difensivamente su una spiegazione o arrendersi e arenarsi di fronte al nonsenso. Socrate si congederà dai suoi discepoli raccontando una storia verosimile, un mito, una speranza: «È opportuno, per chi sta per andarsene da questo mondo, congedarsi raccontando storie su questo viaggio, su come ci immaginiamo che esso sia... ad esse possiamo credere perché il premio è bello e grande è la speranza. Con tali parole dobbiamo fare una specie di incantesimo su noi stessi» (6). La parola che incanta e racconta è, nel caso di Socrate, un mito cosmologico, una grandiosa allegoria della Terra e del luogo dove le anime dei giusti si recano per ricevere il giusto premio, luogo di contemplazione così bello che non è facile da descrivere. L’incantesimo di un bel discorso è, allora, quanto possiamo dire intorno alla conclusione dell’analisi, affinché essa sia davvero una esperienza di eutanasia e non una consolante deviazione. Perseo, volendo sconfiggere la morte-Gorgone, non può che usare lo stratagemma della distrazione dello sguardo, una ri-flessione che permette di sviare l’inevitabilità della fine, di rimandarla altrove. Accettare un racconto che non spieghi, né illumini, ma che solamente indichi il fatto che un giorno, non pensato, non teorizzato, ma forse «saputo» fin dall’inizio, di fronte a colui o a colei che ci è stato seduto davanti per tante e tante volte, potremo dire semplicemente «È finita, è così», scacco della teoria, di qualsivoglia teoria, che abbia fondato la sua sapienza anche sulla possibilità di esercitare un controllo sulla morte. Qualsiasi parola che tenti di dire, coerentemente, contenendolo dentro di sé, cosa sia il finire, è una parola che, lungi dall’incantare e dal liberare, riporta dentro 19

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e imprigiona. «Ormai la regione addominale del suo corpo era fredda. Allora Socrate, scoprendo il volto, pronunciò le sue ultime parole: Critone, dobbiamo un gallo ad Asclepio, pagate questo debito, non dimenticatevene» (7). La maestosa «banalità» delle ultime parole di Socrate, la loro ammiccante polisemicità, il loro rinviare altrove rispetto alla lettera, contiene l’ultima verità che è possibile dire sull’esperienza della vita: abbiamo un debito nei suoi confronti, debito che dobbiamo saldare accettando di perderla senza un perché, e non solo accettandone la fine, ma assumendoci la responsabilità della nostra morte. L’ultimo debito che il paziente ci salda con l’ultima parcella rappresenta, rispetto a tutti gli altri debiti saldati e rinnovati durante il trattamento, le sue ultime parole, il suo gallo sacrificato ad Asclepio che lo libera dal contratto di appartenenza alla relazione. Solo dopo potrà veramente «morire» alla relazione analitica, ridivenendo padrone del suo transfert che, come suggerisce Laplanche, potrà trasferire altrove: «L’analisi è limitata dall’inconscio; si può guadagnare terreno su di esso, ma mai abolirlo. Proprio perché è limitata, l’analisi è infinita: il processo interpretativo è potenzialmente infinito. Ma questo non significa che essa come situazione e come cura debba essere infinita. Proporrei il termine di ‘terminazione’, ma questa terminazione non significa dissoluzione del transfert, ma solo il trasferimento di questo processo in uno o parecchi altri luoghi o relazioni. Si potrebbero proporre due immagini: quella del ponte trasbordatore e quella del lancio di un razzo verso Saturno... Ci sono delle ‘finestre’ temporali definite durante le quali si può inviare un razzo verso Saturno. Ci sono momenti nei quali la fine dell’analisi può essere decisa». Mi colpisce il fatto che, a distanza di migliaia di anni, due esseri distanti tra loro ‘sideralmente’ usino una immagine cosmologica per evocare l’esperienza della fine, della vita l’uno, dell’analisi l’altro... Si potrebbe anche dire che concludere l’analisi sia una esperienza di morte a cui manca il morire, come nel racconto di Blanchot L’instant de ma mort, in cui si racconta il passaggio dall’attesa di essere fucilato dai tedeschi, di fronte al plotone di esecuzione, ad una inaspettata salvezza. Dall’attesa di morire alla continuazione in-attesa della vita. «So, 20 (7) Fedone, 118a, 5-8.

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immagino, dice Blanchot, che questa sensazione, non analizzabile, abbia cambiato quanto gli restava di esistenza». Dopo non è più come prima. «Come se la morte non potesse da allora che scontrarsi con la morte in lui. E un giorno le due morti si incontreranno: l’incontro della morte e della morte». E alla fine l’io narrante (chi è? Forse un amico, forse un nostro paziente, forse noi stessi) conclude il racconto dicendo: «Sono vivo. No, sei morto». Di questa esperienza rimane «la sensazione di leggerezza che è la morte medesima o, per essere più precisi, l’istante della mia morte da allora e per sempre in istanza (in attesa)». Tutto il resto è perduto e dimenticato, non resta traccia nella memoria, impossibile ricostruire con il pensiero, se non questa sensazione. Il testo, nella sua consequenziale complessità è andato perduto, l’istante della mia morte non lo posso pensare, se non sentendolo come già da sempre avvenuto, già da sempre saputo. L’analisi comincia dalla sua fine e per la sua fine, fine da sempre programmata, ineluttabile, attesa e tuttavia sempre inaspettata. Questo istante di morte senza il morire, che la fine dell’analisi rappresenta, quando veramente si conclude, permette di fare un’esperienza che sappiamo essere allo stesso tempo assolutamente personale e universale, sappiamo che possiamo anche parlarne, ed essere capiti perché ognuno contiene inscritto dentro di sé l’istante della propria morte, o come dice Blanchot, la propria morte en instance, in attesa. Possiamo parlarne ed essere capiti, ma non con l’uso della razionalità e ancor meno richiamandoci ad una teoria. La conclusione dell’analisi permette di fare l’esperienza dell’assoluto distacco, dopo il quale nulla sarà come prima. Forse meglio di altre, la parola poetica riesce a dire qualcosa su questo vissuto, su questa esperienza dell’istante della mia morte, che rappresenta il senso ultimo della domanda impronunciata di analisi, e della vita stessa. Euridice, condotta da Ermes, segue Orfeo che, rifiutando la morte, vuole ricondurla alla luce, vuole farla tornare «come prima», viva tra i vivi, dimentica dell’esperienza di morte, dell’atto di passaggio, del rito del distacco, che l’aveva condotta dall’altra parte: Ma tenuta per mano da quel dio, 21

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con il passo frenato dalle lunghe bende funebri, ella camminava incerta, mite e senza impazienza. Raccolta in sé e come trasognata non pensava a colui che le era davanti, né alla strada su verso la vita. Era raccolta in sé e la impregnava il suo stato di morte quella sua grande morte la colmava, così nuova che nulla lei coglieva. E quando all’improvviso il dio la fermò e con dolore pronunciò le parole: si è voltato!.. lei non comprese e disse piano: Chi?... In quel «Chi?» c’è tutto il genio poetico di Rilke, in esso si riassume «l’istante della mia morte» e la conclusione di ogni analisi. Quel monosillabo è la voce stessa dell’oblio, e l’oblio, dice Brodskij, è il primo grado dell’infinito (8). Tutta la poesia di Rilke potrebbe rappresentare la metafora dell’estraneamento totale tra due persone prima coinvolte in un intenso rapporto di amore, estraneamento anche come esito di una esperienza totale, che si trasforma in tensione verso l’infinito e l’assoluto. Non c’è possibilità di comunicazione e di riconoscimento tra la dimensione del finito, verso cui muove Orfeo e quella di Euridice, ormai «impregnata» dal suo stato di morte: la sua domanda e il suo contemporaneo, ineluttabile, volgersi indietro sono l’atto inaugurale del rimettersi a scorrere del tempo lineare, del tempo della vita, quello a cui Orfeo sarà riconsegnato. Ogni paziente, alla fine dell’analisi, lascia nella stanza analitica la sua parte «euridice», quella che ha fatto l’esperienza della morte, quella grazie a cui potrà continuare la sua strada su, verso la vita, in compagnia del suo «orfeo» interno, un orfeo che non sarà mai più come prima, un orfeo che ha la morte nella vista, e che dovrà accettare che morte, abbandono e separazione faranno da sfondo ineliminabile e indimenticabile al suo esistere. Mentre l’esser-lì dell’analista, un analista-ermes silenzioso, servirà ad accogliere quel «chi?», che decreterà, nel momento stesso in cui entrerà in scena, l’inizio di quel cammino di separazione e di fine della rappresentazione che, se pur da sempre aspettato, ci avrà colti, una volta ancora, di sorpresa. (8) Iosif Brodskij, Dolore e ragione , Milano, Adelphi, 1998. 22

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Le seconde analisi Marcello Pignatelli, Roma Dire «le seconde analisi» significa indicare una successione temporale e quantitativa di interventi, senza specificarne priorità di valore: significa comunque confrontarsi con l’intreccio di vicende esistenziali e di notazioni tecniche. Nello statuto classico della psicoanalisi si afferma che l’analisi vera, quella giusta è una sola; il che, opportunamente rivisitato, può sostenersi anche oggi. Ma i fattori ambientali e culturali, le componenti socio-economiche e di conseguenza la teoria di detto statuto sono talmente modificati nel corso del secolo, da costringere ad una trattazione articolata dell’argomento. Innanzi tutto, per rimanere aderenti al contesto di questo libro, bisogna avanzare la distinzione fondamentale tra interruzione e conclusione dell’analisi: in quest’ultimo caso non dovrebbero darsi seconde analisi, tuttavia potrebbero presentarsi alcune eccezioni, di cui in seguito parleremo e che introducono il pensiero contemporaneo, nutrito di dubbio e di relativismo, nelle crepe del blocco freudiano. Cominciamo con il soffermarsi sulle analisi successive ad una interruzione della precedente, riconosciuta come tale non soltanto al momento della chiusura, ma anche da ulteriori riflessioni del paziente, che puntualizzano i difetti determinanti quella chiusura. È chiaro che i motivi dell’interruzione ricadono in modo particolare sulla terapia successiva. Il caso più interessante è quello che si definisce semplici23

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sticamente di transfert negativo: con questa definizione intanto si vuol ricordare che il transfert negativo non è causa sufficiente di interruzione, in quanto si suppone che possa essere elaborato e risolto nel trattamento; ma quando questo non succeda a distanza congrua di tempo e di impegno reciproco, conviene prenderne atto senza ostinarsi in una illusione di onnipotenza e nel rifiuto della perdita. Il paziente può allora cercare subito con ansia e rivalsa reattiva il nuovo analista, oppure far sedimentare lo scacco emotivo per considerare meglio le cause della separazione e fare una scelta meditata del nuovo terapeuta. Questi si trova davanti ad un problema complesso, comunque diverso a seconda della durata della precedente terapia. Se questa si è protratta a lungo investigando le vicende storiche, la dinamica familiare-genitoriale e quella più generale in corso, è evidente che lo sviluppo del nuovo dialogo non debba ripercorrere pedissequamente l’anamnesi, ma recuperarla solo quando i sogni e le associazioni del paziente vi riportino; in caso contrario già la noia della ripetizione formale costituirebbe una falsa partenza. L’approccio del paziente poi può essere alternativo: o mette tra parentesi l’esperienza precedente, omettendo di commentarla oppure si profonde in estese descrizioni dense di emotività, caute o aggressive, colpevolizzando l’altro o autoesaminandosi. L’analista ascolta e ovviamente sa che la stessa analisi precedente va considerata alla stregua di qualunque altro fatto della vita del paziente, non può né trascurarla perché è una patata bollente, né attaccarla, ma assumere il solito atteggiamento di rilievo fenomenologico e di ricerca interpretativa. Il passato, qualunque passato, è un prologo: nel presente non raccogliamo prodotti di seconda mano o già scontati, ma solo anticipazioni del futuro. Tuttavia la cosa è particolarmente ardua: oltretutto il terapeuta può venire a conoscenza del nome del precedente analista, o perché viene dichiarato, non richiesto, dal paziente o perché facilmente riconoscibile da indizi forniti collateralmente. Se questo succede la figura dell’inviante forzoso si accampa nello spazio terapeutico, condizionandolo a seconda della stima e dell’apprezzamento affettivo a lui attribuiti dal nuovo analista: dato che, nonostante tutti gli 24

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sforzi e le petizioni di principio, è utopico supporre un ambito psicologico vuoto da pregiudizi. Cosicché accade uno spostamento automatico lungo la linea della responsabilità del danno, pendendo a favore dell’uno o dell’altro dei referenti. Ciò posto, la raccomandazione abituale di analizzare il controtransfert non riguarda soltanto quello verso il paziente ma anche particolarmente verso l’altro, che ho chiamato una volta «il fantasma del terzo», il quale, al di là della sua conoscenza reale, attiva elementi proiettivi mossi dalla dinamica dell’analisi attuale. Quando poi l’analista nutrisse un eccesso di autostima o si basasse su valutazioni oggettive (anzianità, curriculum professionale), può comparire la tentazione presuntuosa, che insinua «sono più bravo io». Con ciò si va a contraddire il principio forte dell’analisi; infatti ogni trattamento è assolutamente peculiare, esclude graduatorie di merito, non è verificabile dall’esterno se non con ipotesi approssimative e dettagliate insieme, come si cerca di fare nelle supervisioni. Inoltre tale presunzione può sembrare giustificata, perché il paziente ha premesso di aver abbandonato il collega per cercarne uno più adatto-migliore. L’analista può raccontarsi che l’altro sia stato troppo rigido, oppure, soprattutto se portasse i gradi di didatta, può applicarsi a richiamare il canone moralistico della regola, pensando che l’altro non sia stato ortodosso, quindi troppo disinvolto o trasgressivo; si dedica scrupolosamente a correggere, magari con discrezione allusiva, gli errori dell’altro, trovando un campo fertile nella collusione con il paziente. Quest’ultimo infatti è indotto ad atteggiamenti precostituiti, intenti a demonizzare il vecchio terapeuta ed osannare il nuovo con un meccanismo di idealizzazione, difensivo rispetto al dubbio che può aver investito la decisione di cambiare, fideistico rispetto all’attesa che si proietta comunque sul cambiamento. Accenno appena ad una circostanza, alquanto ostica, dove il transfert negativo diventa dramma, perché capovolge una situazione fino allora sin troppo positiva nelle apparenze: mi riferisco al transfert erotico, quando l’analista, talvolta anche patentato, non sa contenerlo e utilizzarlo a vantaggio del paziente. Si passa quindi ad agirlo in quei rapporti 25

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sessuali che spezzano il processo con una grave ferita, per sanare la quale ci si rivolge ad un secondo analista oppure, generalizzando, si condanna l’intera classe dei terapeuti. Il peggio è che qualche terapeuta, lungi dall’analizzare l’errore e i problemi irrisolti personali che l’hanno prodotto, tenta di teorizzarne l’efficacia, assumendolo come significativa eccezione al metodo: si consolida così il danno, contribuendo ad una catastrofica confusione di idee. La condizione fin qui descritta riguarda, come dicevo sopra, l’interruzione compiuta dal paziente per una critica svalutante del precedente rapporto, talora anche attivata o esplicitamente proposta dallo stesso analista, che avesse ritenuto inopportuno e scorretto proseguire un trattamento fallimentare. Ma vanno presi in esame i tanti altri casi, in cui sembra che l’analisi si debba interrompere per motivi esterni alla qualità del rapporto, fino alla situazione limite ineluttabile della morte del terapeuta. Cito i casi più frequenti: carenze economiche, circostanze esistenziali sconvolgenti, trasferimento dell’analista o del paziente. Dicevo che solo la morte dell’analista adduce una ragione definitiva; perché anche il trasferimento è causa opinabile, dato che dipende dalla distanza che si è stabilita tra i due interlocutori e dalla valutazione che ne dà l’analizzando. Ad esempio a me è capitato che il trasferimento a Milano, rispetto a me che lavoro a Roma, abbia consentito di continuare l’analisi con una pendolarità settimanale per due sedute, una alla sera e l’altra al mattino successivo. La cosa diventa quasi impossibile se il trasferimento avviene oltr’Alpe, per esempio a Parigi e tanto meno oltre Oceano; ma l’esempio citato sopra richiede, oltre che una forte determinazione o necessità psicologica, anche una disponibilità finanziaria e pratica nei riguardi degli impegni di lavoro e familiari. Io credo che la realtà costituisca un forte polo di attrazione, di fronte al quale il disagio psicologico, o per usare lo stesso termine, la realtà interna deve valutare le proprie capacità ed evitare il rischio di rimanere in analisi insediandosi in un distacco fantasmatico dal contesto storico, che rasenta la follia, magari con un ricorso all’archetipo dell’eroe o del santo. Ricordo il caso di un mio paziente quarantenne, molto dota26

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