Rpa n°81

 

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Rivista di Psicologia Analitica

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rivista di psicologia analitica Nuova serie n. 29 Volume 81/2010

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Rivista di Psicologia Analitica nuova serie A cura della Redazione Camilla Albini Bravo Giulietta Ascoli Laura Branchetti Stefano Carta Maria Teresa Colonna Pier Claudio Devescovi Gianluigi Di Cesare Anna Fabbrini Elvio Fachinelli Franco Fornari Nicole Janigro Domenico Lipari Franco Livorsi Giovanni Lo Cascio Alessandro Macrillò Romano Màdera Barbara Massimilla Lea Melandri Alberto Melucci Letizia Oddo Moni Ovadia Marco Pontecorvo Lella Ravasi Anna Scattigno Franco Riva Silvano Tagliagambe Lidia Tarantini Walter Tocci Psiche e Politica

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Redazione Paolo Aite, Stefano Carrara, Stefano Carta, Maria Teresa Colonna, Pier Claudio Devescovi, Pina Galeazzi, Romano Màdera, Angelo Malinconico, Barbara Massimilla, Daniela Palliccia, Lella Ravasi Bellocchio. Direzione Paolo Aite (Responsabile) Romano Màdera Barbara Massimilla Segretaria di redazione Roberta Canton Comitato Scientifico Internazionale Gaetano Benedetti (Basilea), Eugenio Borgna (Novara), Bruno Callieri (Roma), Ricardo Carretero Gramage (Palma di Maiorca), Domenico Chianese (Roma), Christian Gaillard (Parigi), René Kaës (Lione), Renos Papadopulos (Londra), Andrea Sabbadini (Londra), Mario Trevi (Roma). La Rivista di Psicologia Analitica è riconosciuta come pubblicazione di elevato valore culturale dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali. La rivista di Psicologia Analitica si riceve per abbonamento annuale o biennale; inoltre è distribuita presso Feltrinelli e le migliori librerie da: JOO DISTRIBUZIONE - Via F. Argelati, 35 - Milano. ©2010 Editore Gruppo di Psicologia Analitica Via dei Giordani 18 - 00199 Roma redazione@rivistapsicologianalitica.it www.rivistapsicologianalitica.it Registrazione Tribunale di Roma n. 210 in data 3 maggio 1996 Periodicità semestrale N° iscrizione ROC: 16139 ISSN 0392-9787

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INDICE Psiche e Politica a cura della Redazione pag. >> 9 Confessioni di un politico di Walter Tocci >> 13 Esistere come donna trent’anni dopo di Maria Teresa Colonna >> 33 Un nodo inesplorato. La deferenza delle donne nello spazio della politica di Anna Scattigno >> 41 Doppia violenza sul corpo di Giulietta Ascoli >> 53 L’ombra dell’Europa di Camilla Albini Bravo Pier Claudio Devescovi >> 63 Il corpo del capo come feticcio di Lella Ravasi >> 75 PA-RA-DA una storia vera Intervista a Marco Pontecorvo di Barbara Massimilla >> 89 Le parole sono importanti di Moni Ovadia >> 103 Autenticità e Pseudoautenticità di Alessandro Macrillò >> 107 Continuiamo di Letizia Oddo >> 117 Il politico, l’antipolitico e il post politico. Note e riflessioni di Franco Livorsi >> 125 La politica nello spazio intermedio di Silvano Tagliagambe >> 145

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Etnopsicologia analitica, Psiche, Politica di Stefano Carta >> 167 Non siamo soli al mondo di Lidia Tarantini >> 185 Musica etica. Capacità di generare bellezza concertando persone in un insieme Intervista a Giovanni Lo Cascio di Laura Branchetti >> 191 Abitare di Franco Riva >> 205 In Treatment al tempo della crisi di Nicole Janigro >> 209 Le pieghe della soggettività: Jung e Basaglia di Gianluigi Di Cesare >> 217 «Solo parole abbiamo per trovarci…» di Anna Fabbrini >> 233 Democrazia di Alberto Melucci >> 237 Un socialismo da caserma, una psicoanalisi impotente. L’altra sinistra di Elvio Fachinelli di Lea Melandri >> 245 Destra e sinistra: una coppia simbolica esaurita di Elvio Fachinelli >> 251 La ricerca dell’oro di Elvio Fachinelli >> 255 Psicoanalisi ed etica: Franco Fornari e la dissacrazione della guerra di Lella Ravasi >> 261 Il piacere riempitivo e l’ossessione del nulla; il piacere di vivere e il sapere del limite di Romano Màdera >> 269

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opinioni Oltre la gerarchia: professionalismo, potere, solidarietà locale nelle forme organizzative del post-industriale. Domenico Lipari >> 283 recensioni Giovanna De Carli, Romano Màdera: La bambina nella campana di vetro e le belve feroci Biblioteca di Vivarium, Milano, 2008 di Daniela Bonelli Bassano >> 299 Herta Müller: Lo sguardo estraneo Sellerio editore, Palermo 2009 di Maria Teresa Colonna >> 303 Gianni Kaufman (a cura di): Fra Cristo e il Sé La biblioteca di Vivarium, Milano, 2009 di Pier Claudio Devescovi >> 307 Lella Ravasi Bellocchio: Di madre in figlia. Storia di una analisi Nuova edizione, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1987, 2010 di Pina Galeazzi >> 310 Simonetta Putti: Chirone. Dinamiche dell’identità di genere Alpes Italia, Roma 2009 di Marcello Pignatelli >> 314 Elena Pulcini: La cura del mondo Bollati Boringhieri, Torino, 2009 di Anna Pintus >> 317 gli autori >> 323

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Psiche e Politica A cura della Redazione Se guardassimo alla città, oggi diventata quasi mondo, con gli occhi di una psiche addestrata ad ascoltare l’anima degli individui e dei piccoli gruppi, cosa vedremmo? E, viceversa, se guardassimo la psiche di chi abbiamo di fronte con lo sguardo che cerca di abbracciare le strutture e i movimenti che danno forma alla città-mondo, cosa vedremmo? Già questo doppio movimento, prima ancora delle immagini concrete che ne avremmo, sarebbe importante. Segnalerebbe che una visione unidirezionale è anche unidimensionale, e che dunque la sua parzialità inconsapevole nasconde inganni, deformazioni. Paradossalmente la politica senza psiche appare un incomprensibile guazzabuglio nel quale si passa da analisi della crisi mondiale a sfrenati, indignati, osannanti o demolitori ritratti, debordanti di improvvisati psicologismi, di individui dai quali sembra dipendere il destino delle nazioni o del pianeta. Si direbbe, a una lettura complessiva dei nostri mezzi di informazione, che siamo preda di una dissociazione paurosa: la psiche rimossa dalla visuale della politica tracima da ogni immagine e da ogni articolo. Al tempo stesso, con movimento uguale e contrario, analisi dei sintomi, delle patologie, dei vissuti e delle narrazioni in prima persona, sembrano mantenere una loro fissità esente dalla storia, o, al massimo, sembrano risentire solo nelle loro forme di manifestazione superficiale, del grande scenario che li contiene. 9

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Pare che, secondo la versione di Otto Gross, testimone certo non dei più imparziali, Freud, al primo congresso di psicoanalisi a Salisburgo nel 1908, avesse duramente risposto al suo tentativo di trattare la psicoanalisi come fenomeno storico-culturale e, quindi, inevitabilmente politico: «Noi siamo medici e medici vogliamo restare». Il pericolo era quello di essere confusi per rivoluzionari velleitari, scavando un abisso incolmabile con i già diffidenti rappresentanti della scienza e dell’accademia. Tuttavia la risposta di Freud, oggi, sarebbe drammaticamente cieca. La più significativa innovazione nelle cure della psiche degli ultimi quaranta anni, nel mondo, è stata portata da un medico, Franco Basaglia, che ha compreso che non avrebbe potuto essere veramente medico psichiatra se non avesse provato a scalzare i dispositivi di imprigionamento politico-sociale che contagiavano il pensiero e l’operatività della psichiatria. Viceversa, la città-mondo sembra aver esaurito la credibilità anche delle sue più sobrie e ragionevoli idealità: cadute le ideologie, i nudi fatti si mostrano non meno efferati e le masse sembrano in preda a irrazionali incantamenti, disposte a credere a imbonitori di tutte le specie, oppure narcotizzate e abuliche. Ogni idea di uguaglianza di diritti, di democrazia, di opinione pubblica capace di controllo è usurata dalla frenesia di oscillazioni umorali del tutto prive di capacità critica. Dopo decenni di promesse lo sviluppo di gran parte del mondo sottosviluppato si rivela un’inconcludente demagogia, il solenne impegno a non ripetere mostruosità come il genocidio è stato disatteso sotto gli occhi delle grandi democrazie e non senza la loro complicità (come mostrano il Rwanda e il Congo). Intanto il disgusto per la partecipazione nei paesi egemoni si accoppia al dilagare di un consenso sollecitato ad essere ipocritico, in balia degli annunci, degli shock e degli spot di un confronto politico sempre più simile a una guerra di campagne pubblicitarie. Dobbiamo seriamente chiederci se una politica che non sia capace di una profonda misura dell’anima e non comprenda il suo disagio patologico, potrà mai ridurre almeno il danno che la passione della sopraffazione reciproca, a misura di mondo, continua a perpetrare sul modo di vive10

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(1) C. Lasch, La cultura del narcisismo. L’individuo in fuga dal sociale in un’età di disillusioni collettive, Bompiani, Milano, 1981. re degli uomini e sulla salute del pianeta. Il narcisismo di massa, già individuato da Lasch (1), sembra avvolgere, come una difesa onnipervasiva, individui impauriti dalla insicurezza dei loro riconoscimenti e delle loro relazioni, diventando un collante che stringe governanti e governati in un ripiegamento, funzionale allo svuotamento di ogni controllo e partecipazione, da parte della società civile. Alla religione del culto dell’immagine stereotipata degli io, bulimicamente nutrita dal consumo di cose e di vite virtuali, fa riscontro uno sbandamento percepibile in ogni fase di passaggio della vita, in ogni difficoltà, come se ogni ostacolo potesse creare patologia e, quindi, bisogno di terapia. Ma quando la patologia diventa normalità è il disagio della nostra civiltà che non sopporta più il rimando delle cure necessarie. È sullo sfondo di questo scenario che abbiamo provato a interrogarci sul vincolo che lega fra loro l’indagine e la cura di psiche, da un lato, e la comprensione e la cura della città-mondo, dall’altro. A quaranta anni dal primo numero di questa rivista abbiamo voluto almeno metterci di fronte a queste domande, provando qualche colpo di sonda, per segnalare a noi stessi e alle persone che si interessano alla psiche, che di un confronto serrato hanno bisogno sia l’anima che la città. L’esigenza è così prepotente che non si può richiudersi in nessuno steccato disciplinare, per questo abbiamo chiesto anche a scienziati della politica e a filosofi della scienza di offrire un loro contributo sulla crisi della politica e sul potenziale che la psicologia analitica può sviluppare per fare la sua parte. Abbiamo guardato alla storia, interessati a rinvenirne la tessitura più profonda e nascosta che, nelle figure del mito, non solo la sottende, ma ne diventa anche fonte di implicita auto interpretazione. Cercando di capire cosa è mutato in questioni che danno forma all’insieme dei rapporti sociali e intridono le concezioni, i pregiudizi e i vissuti collettivi, abbiamo ripreso l’interrogazione, già posta più volte nella nostra stessa rivista, sul conflitto di genere e sulla figura femminile nell’epoca della crisi del patriarcato. Non abbiamo evitato il nodo spinoso della attualità politica italiana, che comunque ci muove, e l’abbiamo fatto 11

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mettendo al lavoro le categorie analitiche per dare ragione del fenomeno mediatico e politico del culto del corpoimmagine del capo, straordinario esempio del funzionamento narcisistico della macchina del consenso. Nel lavoro di marca psicoanalitica e sociologica del passato abbiamo segnalato qualche spunto di grande profondità per affrontare il nesso fra bisogni, desiderio e potere, ripubblicando alcuni articoli di Elvio Fachinelli e di Alberto Melucci, come a indicare un esempio eminente della fecondità dell’intreccio fra sguardo psichico e passione partecipativa al destino della città. Ci è parso indispensabile interrogarci sull’eterno ritorno del rimosso, per non lasciarci incantare dallo specchio pietrificante di una realtà appiattita sul reality: con questa realtà conscia e inconscia facciamo i conti quotidianamente. O, almeno, onestamente ci proviamo. 12

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Confessioni di un politico Walter Tocci C'è un verso di Hölderlin che mi accompagna da tanto tempo: … Ho vissuto una volta Come gli dei: e di più non occorre. (1) F. Hölderlin, Le liriche, Enzo Mandruzzato, (a cura di), Adelphi, Milano, 1977. Mi è capitato di dimenticarlo in diversi periodi della vita, ma poi è accaduto che mi tornasse in mente nei momenti più imprevedibili come una folgorazione, ogni volta con risonanze diverse e pur sempre adatte alla situazione mutata nel mio animo o nel mondo. È stato il primo pensiero quando ho deciso di scrivere queste pagine, cedendo alle care insistenze dei miei amici analisti. Così sono andato a riprendere Le liriche nella bella edizione Adelphi (1), turbata da pieghe e sottolineature inserite a suo tempo proprio per non dimenticare. Nostalghia: scherzo della traduzione o del ricordo? Un imprevisto, però, ha messo in discussione il mio incipit, almeno come lo avevo immaginato fino a quel momento. Il verso era scritto al tempo futuro: … Avrò vissuto un giorno come gli Dei, e più non chiederò. Ma come è possibile? È un dolore grandissimo scoprire 13

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che il verso tanto amato non è mai esistito, che la connessione spirituale con il poeta era infondata, che tante suggestioni erano invenzione non poesia. Il primo moto è stato di dare la colpa ad uno scherzo della mia memoria. Mettiamo subito le cose in chiaro: sono portato al senso di colpa. Poi, però, mi sono ripreso e ho cominciato a dubitare della traduzione, finché rovistando nella biblioteca è uscita fuori l’edizione Einaudi degli anni cinquanta, nella bella versione di Giorgio Vigolo, con il verso al passato, nonché, bisogna dirlo, in perfetta corrispondenza con l’originale tedesco (2). Ne ricordavo perfettamente ogni parola, ma avevo dimenticato quella edizione, soppiantata nelle mie letture dalla successiva Adelphi. L’imprevisto ha arricchito l’incipit di una riflessione ulteriore. Bisogna prendere questi incidenti di lettura come segni inviati dal cielo. Il tema allora è come leggere quel verso contemporaneamente al passato e al futuro, come trasformare una forzatura del traduttore in un punto di vista altrettanto legittimo della parola hölderliniana, come rimanere in bilico senza mai confessare se è stato uno scherzo della traduzione o della memoria (3). L’ambiguità è necessaria non solo per comprendere il verso, ma per contenerlo in un’interpretazione anche se arbitraria, evitando così di farsi travolgere dalla sua irruenza. Quando lo lesse, la madre di Hölderlin ne colse istintivamente la profonda inquietudine e rimase molto turbata, fino al punto che il figlio le dovette scrivere una lettera per rassicurarla (4). Noi siamo esposti al pericolo, senza alcuna rassicurazione che non sia la nostra personale meditazione sulla parola poetica. Sono contenute tante cose nelle poche parole del verso. La sua forza è nel conflitto tra due dimensioni temporali: un tempo della pienezza dove la potenza umana raggiunge il divino – il vissuto una volta come gli dei – e un tempo della penuria, dove la povertà è accettata fino al punto di rinunciare a qualsiasi pretesa – il di più non occorre. La pienezza è un momento caduco e irripetibile – l’Einmal che apre il verso nella lingua tedesca – e la penuria è il tempo che resta, è una totalità senza evento, è l’indigenza provocata dalla fuga degli dei. 14 (2) F. Hölderlin, Poesie, traduzione di Giorgio Vigolo, Einaudi, Torino, 1958, p. 27. Il verso tedesco è «Einmal/ Lebt ich, wie Götter, und mehr bedarfs nicht». La traduzione Adelphi ha scelto la continuità temporale con la parte precedente della strofa: «Anche se non mi seguirà la cetra/ sarò appagato», al futuro anche in tedesco. (3) Questo rimanere in bilico tra le diverse versioni allude alla negoziazione come processo della traduzione: «… molti concetti circolanti in traduttologia (equivalenza, aderenza allo scopo, fedeltà o iniziativa del traduttore) si pongono per me all’insegna della negoziazione»; U. Eco, Dire quasi la stessa cosa, Bompiani, Milano, 2003, p. 17. (4) La complessa gestazione della poesia è raccontata nell’edizione completa delle liriche: F. Hölderlin, Tutte le liriche, Luigi Reitani, (a cura di), Mondadori, Milano, 2001, p. 1366.

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Esistere come donna trent’anni dopo Maria Teresa Colonna (1) «Esistere come donna», Rivista di Psicologia Analitica, Marsilio Editori, 1977. Nel 1977, un tempo che ormai sembra lontanissimo, la redazione della nostra Rivista di Psicologia Analitica, dette alle stampe un volume curato da due analiste junghiane, Mariella Loriga e Silvia Rosselli (figlia di Nello Rosselli). Esistere come donna (1) fu il titolo scelto allora come più appropriato e alla stesura del volume parteciparono molte analiste freudiane e junghiane, scrittrici, architetti, tutte le autrici furono donne, diverse certo per formazione o impostazione, ma tutte impegnate nel lavoro analitico, unica eccezione fu Marie Cardinal la scrittrice che, invece, aveva col suo famoso libro dato un contributo piuttosto importante e stimolante sul rapporto tra psicoanalisi e femminismo. Allora sembrò che la presa di coscienza femminile e politica passasse attraverso l’analisi, dunque è venuto spontaneo oggi chiedersi cosa, a così tanta distanza di tempo, fosse mutato nelle donne e nel loro esistere e in questa nostra riflessione ci si è ancora richiamati a quella stessa cornice (esistere come donna), ma oggi le nostre interlocutrici non saranno solo le analiste, essendo profondamente mutato anche il significato del lavoro analitico nella presa di coscienza femminile. Abbiamo infatti sollecitato a esprimerci le loro riflessioni una storica, Anna Scattigno, ed una scrittrice giornalista, Giulietta Ascoli, nell’intento di portare una luce sui temi molto dibattuti che oggi, a differenza del passato, quando le donne ideologicamente impegnate erano molto più unite, dividono invece le donne. 33

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Il tema che si sono posti i redattori di questa Rivista e che, recentemente, anche nelle tavole rotonde, nei convegni delle donne, è stato più dibattuto ed ha originato molti contrasti e discussioni, è perché si sia per tanto tempo taciuto e si sia giunti al punto di dover constatare come siano mancate una riflessione ed una protesta verso tutto ciò che politicamente è accaduto e si manifesta quotidianamente. Poiché il potere politico da lungo tempo tende consapevolmente ad opprimere le donne, è emersa l’opinione che il movimento delle donne manchi di una politica che, addirittura, non esista più e che l’aspettativa che le donne arrivate a situazioni di potere politico, fossero capaci di una riflessione che le rendesse capaci di opporsi e negare il loro consenso, è andata pienamente delusa. Il pensiero che oggi non si sia più in una dimensione patriarcale ma post-patriarcale (2), ha trovato in alcune un’adesione molto forte mentre altre pensano che l’ipotesi della dimensione post-patriarcale non significhi affatto fine del patriarcato, né una sua risoluzione, ma invece solo uno spostamento ed una modifica del conflitto. Per molte, la dimensione attuale non implica la fine del patriarcato, che si dimostra invece molto più pericoloso e minaccioso; il potere maschile ci appare oggi come un potere senza vera autorevolezza, pur gestendo ancora il potere; il mondo maschile col suo comportamento sembra invece dimostrarci di non possedere più né la sicurezza, né la certezza che le cose vadano nella dimensione programmata; da questa incertezza nella propria visione; ne è scaturita una crisi molto evidente, che spinge gli uomini ad associarsi e ad integrarsi tra di loro molto più che in passato. I tremendi episodi di cronaca nera e di violenza verso le donne, ci dicono quanto il maschile oggi non tolleri l’autonomia delle donne ed il loro pensiero, la maggior consapevolezza e valorizzazione che esse sembrano essere riuscite a dare a se stesse; in questo momento le donne più che gli uomini sembrano essere arrivate ad una migliore comprensione del mondo. Oggi la politica propone agli uomini che hanno perso sia il potere sociale che quello simbolico, un modello che loro stessi non possono segui34 (2) M. L. Boccia e G. Zuffa, Giardino dei Ciliegi, Firenze, 14 Ottobre 2009.

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