1998_57

 

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Sulla distruttività come conseguenza di un'aggressività non trasformata Giuseppe Maffei, Lucca D. Meltzer (1993), comuDazione verbale durante un sminario clinico a Gromi tana. 2) Faccio riferimento alla fine legli «Studi sull'isteria» (S. : reud, 1892-95, in Opere, Vol. I, Torino, Boringhieri, 1967, jp. 163-439), laddove Freud afferma che «... molto sarà guadagnato se ci riuscira di trasformare la Sua miseria isterica in una infelicita comune». Nella vita quotidiana di ogni uomo è presente una serie inevitable di fantasie e di atti che conducono alla distruzione. La sfera alimentare ne è l'esempio più evidente: vengono uccisi animali per fame cibo ed è lo stesso cibo poi che viene ingerito e in qualche modo distrutto. Un pane fragrante uscito da un forno suscita un'emozione anche estetica: è bello vederlo intero e della sua forma; è questa stessa forma però che i denti e la masticazione distruggeranno (1). Ma anche ogni attività costruttiva ha un risvolto di distruzione: per accendere il fuoco, occorre tagliare alberi, per costruire una casa togliere pietre da una cava e così via. Una distruzione è pure presente a livello delle attività umane più spirituali: anche una scelta di vita implica infatti la rinuncia e quindi, implicitamente, la distruzione di altre direzioni di vita. II negativo e la distruzione fanno dunque parte integrante e ineliminabile della vita psichica. Nel corso di questo breve contributo sosterrò che di fronte a questo dato di fatto occorre aver chiaro che, ai fini di una vita comunemente infelice (ma perchè non dire anche comunemente felice?) (2), occorre che le modalità negative e distruttive delle relazioni si integrino alle modalità positive e creative in un modo tale che queste ultime assoggettino in qualche maniera, senza distruggerle, le prime. Possiamo ricorrere ai concetti freudiani di fusione e defusione delle 13

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pulsioni {Triebmischung e Triebentmischung). Usando questo linguaggio, sosterrò anche che la possibile fusione delle due pulsioni fondamentali è resa possibile, quando si determina, da particolari modalità delle relazioni che si stabiliscono tra i bambini e il loro ambiente primario. Laddove i bambini si trovano a vivere in un ambiente in cui ciò che è negativo è preso in una vita relazionale sufficientemente buona, la loro implicita aggressività trova modo essa stessa di legarsi e di sottomettersi a dei limiti. Laddove invece I'ambiente primario è caratterizzato da una defusione delle pulsioni, il bambino ha gravi difficoltà a sviluppare la propria autonomia e creatività perchè la sua vita non riesce ad essere unitaria, è sempre sottesa dalla minaccia di una prevalenza del polo negativo dell'esistenza e I'oggetto d'amore non viene vissuto come capace di sostenere, di contenere la pulsione aggressiva «defusa» che può investirlo. Le riflessioni relative a questo nodo problematico identificano la cultura come una sorta di assoggettamento dell'aggressivita alla sfera relazionale e danno implicitamente molto rilievo alla trasmissione transgenerazionale degli stili di vita. Queste riflessioni sulla distruttività e sul negativo sono oggi particolarmente interessanti perchè la clinica moderna metterebbe gli analisti particolarmente in contatto con il problema delle forme e delle figure dell'assentificazione e della negativizzazione di se all’interno del processo di soggettivazione e delle sue specifiche vicissitudini (3). Saremmo oggi in particolare contatto con persone in cui il problema di precoci relazioni distruttive e negative e molto evidente. A. Green, elaborando i concetti freudiani di pulsione di morte e di allucinazione negativa e dimostrando come il «negativo» faccia parte costituente della vita psichica, ha dato a questo proposito, col suo «lavoro del negativo», un contributo teorico di grande rilievo. II gioco tra percezione e rappresentazione potrebbe ad esempio ricevere luce da uno studio di come ognuno dei due termini implichi del negativo: nella rappresentazione la psiche sarebbe lavorata dall'assenza dell'oggetto investito, nella percezione dall'assenza dell'oggetto allucinato (4). 14 (3) R. Roussillon (1995), «Le double negatif», in A. Green et Al. (1995), Le negatif. L'esprit du temps, Bordeaux-LeBouscat, p. 58. (4) C. e S. Botella (1995), «La duality negative du psychisme», in A. Green et Al. (1995), Le negatif. L'espritdu temps, op. cit., p. 74.

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Due esempi per intendersi II primo proviene dal materiale di un'osservazione infantile. Un bambino di 5 anni è estremamente aggressivo verso il fratellino appena nato. I suoi occhi sono carichi di odio e il suo comportamento preferito e quello di awicinarsi al neonato e di emettere urla terrificanti che lo fanno sobbalzare. Quando vede il fratellino all'altezza giusta prende la rincorsa e tenta di dargli una grande testata nella pancia. Viene naturalmente rimproverato, anche con asprezza, ma gli viene anche contemporaneamente suggerito che il fratellino è piccolo, che trattato in quel modo si spaventa, che quando sarà più grande non sarà sempre in braccio o in culla, ma potra anzi giocare con lui. A un certo momento il gioco si trasforma: quando e possibile, il grande mette la propria testa sopra la pancia del piccolo e lasciando intendere un trasporto amoroso la lascia cadere improvvisamente. II piccolo riceve un colpo che, pur consistente, non e così forte come quello che sarebbe stato dopo la rincorsa; naturalmente sussulta spaventato, ma il più grande a questo punto lo stringe forte a se in un abbraccio prevalentemente tenero. Man mano che passano le settimane questa sequenza perde sempre di più le sue connotazioni aggressive e si trasforma in un abbraccio che, a non averne vista I'origine, apparirebbe motivato esclusivamente da un affetto positive lo come osservatore ho I'impressione, a questo punto, di avere assistito alla cattura dell'evidente aggressività da parte della relazione; il fatto che la tendenza relazionale verso il fratello più piccolo sia stata sufficientemente forte ha permesso aM'aggressività di essere declinata aN'interno della relazione stessa. Ritengo che possa essere utile cercare di comprendere meglio come tutto cio sia stato possibile. Ho cercato così di osservare con la massima attenzione possibile le qualita e le caratteristiche del rapporto tra la madre di questi due bambini (il padre, durante la maggior parte della durata dell'osservazione, non e stato presente) e I'aggressività del maggiore verso il minore. Sembrava innanzitutto che la madre comprendesse I'aggressività del figlio maggiore; non la riteneva strana o 15

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eccezionale, diceva si di aver paura che il più grande avrebbe voluto e potuto ammazzare il più piccolo, ma questa cosl grave eventualita era evocata con una tonalita delta voce che era rassicurante e che ne escludeva implicitamente la realizzazione. Nella voce c’era anche paura, ma questa era come presa, contenuta in un qualcosa di più grande e più complesso delta paura stessa, in un'atmosfera reiazionale all'interno delta quale il desiderio fratricida non era lasciato crescere nella solitudine di un desiderio incomprensibile, ma collegato, costellato, connesso invece a tutto il resto della vita psichica. Era cioè del tutto evidente che la madre riteneva I'aggressivita del figlio maggiore come qualcosa di conosciuto, come qualcosa di cui lei stessa, avendo generato questi figli, era in qualche modo responsabile e che tramite se stessa non era tanto destinata a rimanere tale quanto invece a trasformarsi in direzioni più umane e meno belluine. Avevo la netta impressione che I'aggressività del figlio non fosse vissuta dalla madre come qualcosa che avrebbe potuto distruggere la trama della propria vita psichica. II fratricidio, pur ritenuto possibile, non sarebbe in realtà mai accaduto: I'accadimento nel reale era del tutto ipotetico e il futuro era sempre presentato non tanto come tempo in cui il desiderio omicida avrebbe potuto realizzarsi ma piuttosto come la culla di un superamento della stessa aggressività. La relazione madre-figli avveniva poi in un presente fortemente investito. II probabile pericolo era per così dire quotidianamente affrontato e sconfitto ed era quanto aweniva nel quotidiano che legava e conteneva I'aggressività. Tutto ciò che accadeva era molto pregnante: c’era da fare attenzione, da preservare il piccolo dagli attacchi del grande, c’era da far capire al grande che il piccolo aveva i suoi diritti, c’era da vivere con il massimo possibile di intensita ciò che la vita giorno per giorno offriva. II presente non era assoggettato a un improbabile futuro, ma era ben istituito e importante: il futuro sarebbe stato diverso a seconda di come erano le qualita del presente; il superamento dell’'aggressività era affrontato giorno per giorno. Non c’era nessuna ricerca di una soluzione una volta per tutte. 16

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Non so quale sia stata I'evoluzione successiva del fratello del bambino in osservazione. Non ho alcun modo, cioè, di sapere s&la sua aggressività legata, assoggettata alla vita di relazione abbia potuto trasformarsi, come, in base aU'esperienza empirica, ritengo probabile, in costruttivita e creatività. Ciò che posso invece affermare con sicurezza e di essere stato in contatto con una situazione familiare, con una interrelazione madre/figli, in cui ciò che contava più di tutto era I'esperienza che veniva quotidianamente vissuta: era I'esperienza del presente, del quotidiano che aveva un valore in se e non era assoggettata ne a un opprimente ripetuto passato ne a un improbabile future Spero di chiarire meglio quanto fin qui detto, mettendo in contrasto quanto e stato rivelabile in questo primo esempio con quello che permette di rivelare il secondo. Si tratta della ricostruzione, all'interno di un lavoro analitico, delle vicende che condussero un analizzante a una grande inibizione dell'aggressività e della creatività che si manifestava in comportamenti etero- e autodistruttivi. Ciò che e man mano emerso durante il lavoro, ciò che il paziente ha man mano ricordato-ricostruito e che durante tutta la sua infanzia (e anche dopo) i suoi genitori erano terrorizzati dall'aggressività esistente tra lui e il fratello. Una qualsiasi espressione di violenza era vissuta come estremamente pericolosa. I due genitori avevano stabilito tra loro un equilibrio in cui non e'era spazio per una minima reciproca aggressività: avevano probabilmente inibito ogni reciproca rabbia, ogni reciproco rancore e conducevano una vita in cui e'era spazio soltanto per la comprensione e gli affetti positivi. La comparsa nei figli di una reciproca aggressività era stata sempre vissuta come una tragedia e, a questo proposito, era stato spesso evocato il fantasma di un possibile fratricidio («finira che vi ammazzerete»). II paziente pensava che litigate e discussioni violente tra fratelli avrebbero messo i genitori di fronte a ciò che avevano cercato in tutti i modi di negare: con ogni probability, sosteneva il paziente, se i genitori non si fossero inibiti e avessero vissuto la loro aggressività, questa avrebbe potuto rivelarsi eccessiva e pericolosa. La loro bonta e comprensione reciproca erano cosl 17

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forti da far sospettare la presenza, a livello inconscio, di cattiveria e incomprensione. Una «scazzottata» tra i figli era comunque in grado di determioare un profondo turbamento della trama della vita psichica dei genitori: pur di non vedere litigare i figli, i genitori erano stati disposti a forme estreme di cedimento e di amore. Cosl, di fronte a una situazione familiare di questo tipo, I'aggressività dei figli non aveva potuto essere vissuta, al loro interno, che come qualcosa di estremamente potente e di non assoggettabile alla vita di relazione. L'aggressività non aveva avuto cioè altra possibilità che quella di crescere in solitudine. Ciò che caratterizzava comunque la situazione in modo del tutto particolare era che il fantasma (alcuni particolari della storia sembravano indicare anche la transgenerazionalita del fantasma) di un possibile fratricidio aveva reso I'esperienza quotidiana soggetta allo stesso fantasma. II campo dell'esperienza non si era costituito come autonomo, non aveva una relazione dialettica con il campo dei fantasmi, ma uno di questi (il possibile fratricidio) intrudeva come reale e non come immaginario nell'esperienza stessa, rendendo questa in qualche modo impossibile. L'esperienza non era aperta alla vita, al nuovo, al casuale ma era volta in una sola direzione, ossia la conferma o meno della bonta, della vivibilita dell'equilibrio raggiunto tra di loro dagli stessi genitori. II loro stile di vita sarebbe stato in grado di evitare la realizzazione del temuto fratricidio o lo avrebbe invece in qualche modo attivato? II presente, il quotidiano non avevano avuto una propria pregnanza, ma erano stati sempre vissuti da tutti quasi come un campo sperimentale in cui il potente fantasma inconscio avrebbe potuto o meno fare la sua comparsa. II fantasma aggressivo era sempre stato vissuto come pericoloso, alieno, slegato dalla vita di relazione e senza alcuna possibilità di fusione con fantasmi maggiormente connessi alle pulsioni di vita. L'analizzante non aveva potuto legare la propria aggressività ad alcunche di utile e appunto di vitale. Aveva sempre provato spavento di fronte alle proprie rabbie, scontentezze, malumori e non aveva trovato altra soluzione possibile che quella di ritenere nociva e indegna la propria aggressività, instaurando un equilibrio psichico 18

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in cui I'inibizione dell'aggressività non poteva sfociare, tramite I'isolamento dell'aggressività in un ambito a se, che in autodistruzione e autonegazione. Un'aggressività che non era potuta divenire costruttiva si era di fatto risolta in una tendenza di base all'autodistruzione. Appunti per riflettere Da quanto detto risulta quindi che la distruttività (e I'autodistruttività), come tendenza di base della personalità, nasce in situazioni in cui I'aggressività non ha potuto essere vissuta in un presente sufficientemente investito. E la possibilità di fame esperienza, di vivere cioè I' aggressività nel presente, nella relazione che lega la stessa aggressività alle pulsioni di vita, impedendole di rimanere isolata e quindi distruttiva. Occorre interrogarsi ora sul perchè sia così importante, nello sviluppo del bambino, la «presenza nel presente» (5) sia dei genitori che degli stessi bambini. Questa «presenza nel presente» può essere indicata anche dalla dizione «esserci qui e ora», in cui «qui» e «ora» indicano uno spazio e un tempo ben limitati e ben definiti. La limitatezza del «qui» nasce anche dalla implicita semplice contrapposizione a un «la»: il fatto stesso di porre un «qui» ne fa cioè un ambito separato e distinto. La presenza può essere definita come il «fatto di essere nel luogo di cui si parla» (6). Se trasportiamo questa immagine al corpo, essere «presenti nel presente» significa essere appunto presenti «nel luogo di cui si parla», cioè nel corpo. Ritengo di poter affermare che affinche I'aggressività possa legarsi, essa debba raggiungere colui che la subisce in un «qui». Essa deve cioè trovare quello (colui o colei) che cerca, verso cui e diretta, in un luogo ben precise Non sto affermando che la soggettivita possa ridursi allo spazio in cui e; affermo semplicemente che vi deve essere presente. Quando un bambino e aggressivo verso una madre e la madre e raggiungibile dalla sua aggressività, il bambino comprende che la madre e toccabile, che lui le ha fatto del male e nello stesso tempo che non I'ha distrutta, che la madre non e tutta in quel «qui» verso cui lui e stato così aggressivo, 19 (5) A. Denis (1995), "Temporality and modes of language", International Journal of Psycho-Analysis, 76, pp. 1109-19. (6) Robert citato in R. Cahn (1991), «Du sujet», Revue Frangaise de Psychanalyse, 55, p. 1432.

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ma che esiste anche in un al di la, che e cioè più vasta di quella che lui ha cercato di aggredire; I'aggressività deve raggiungere il suo oggetto, ma l’oggetto deve legarla a un ambito più grande, più vasto di quello che I'aggressività può cercare di distruggere. Si potrebbe dire anche che colui o colei cui I'aggressività e diretta deve dimostrare di esserci e nello stesso tempo di non essere riducibile esclusivamente a ciò cui I'aggressività mira. «Ora» indica anch'esso un limite e una contrapposizione implicita a ciò che e diverso dall'«ora», il passato e il futuro. La caratteristica del presente e proprio quella di esistere solo per un breve attimo e di portare quindi in se stesso le radici della caducita. Se una persona e presente «ora», ciò significa che e presente nel momento di cui si sta parlando e che le sue gioie, i suoi dolori, le sue angosce sono presenti in quel determinato momento. La vita psichica che può essere definita tale e quella che c’è «ora» e nell'«ora»; la vita psichica e in qualche modo sempre condivisa. Anche se nella realtà non e presente nessuno, qualcuno nella mente e sempre presente; e il fatto stesso di dire «ora» che crea la presenza di un altro interno. E comunque importante che se una qualche aggressività e diretta «ora» verso qualcuno, quest'ultimo ne sia toccato e dispiaciuto «ora», nello stesso momento dell'esperienza. II rapporto psichico esistente tra due persone reciprocamente aggressive non potra legare I'aggressività se non nel presente vissuto e sarà questo contatto nel presente vivo a rendere I'aggressività efficace e potenzialmente creativa. L'esperienza dell'aggressività nel «qui» e «ora» ne attutisce la carica distruttiva perchè sia coloro che aggrediscono che coloro che sono aggrediti, aggredendo o essendo aggrediti «qui» e «ora», non sono aggrediti o aggrediscono ovunque e sempre. L'avvenimento aggressivo si stempera nel presente e non si presenta come mera ripetizione del passato o come mera premonizione di un future Passato e futuro, nell'esperienza vissuta, possono essere separati dal presente e I'aggressività che si manifesta nel presente non sarà per cosl dire assoluta in quanto potra costituire come un campo di esperienza proprio, soggetto a trasformazioni e non completamente assoggettato al passato e al futuro. Le 20

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modificazioni-trasformazioni del mondo, degli altri e di noi stessi partono da lontano e tendono verso il futuro, ma sono possibili, avvengono solo nel presente. Se con le nostre parole siamo capaci di raggiungere e trasformare I'altro, il contatto e la trasformazione avvengono nell'esperienza vissuta del «qui e ora». Occorre approfondire, a questo punto, come possa essere possibile non essere presenti nel nostro presente. L'esistenza, in qualsiasi attività psichica, di una intenzionalita sembra dover escludere questa possibilità se non sotto forma di negazione. Non si e presenti nel proprio presente solo se esiste una qualche intenzionalita (presente) volta a negare la stessa presenza. Potrebbero esistere soggetti, cioè, che sono intenzionati ad essere presenti nel loro presente e soggetti che non sono altrettanto intenzionati, negano questa loro presenza e sono presenti solo come neganti il loro esserci. Questi soggetti possono essere presenti soltanto come assenti. Quando una qualche forma di aggressività proveniente dal mondo esterno o dal mondo interno li raggiunge, questi soggetti non I'awertono, negandola la respingono e le impediscono cosl di legarsi all'esperienza. II presente diviene così un presente vuoto di legami, un nulla in cui I'aggressività può trasformarsi in distruttività e non divenire motore di un possibile sviluppo. Quando si riflette su quelle persone che «non sono presenti" si può osservare che ciò che fanno, ciò che dicono fa trasparire sempre un fantasma fondamentale cui tutto ciò che avviene e come sottomesso. Si può anche osservare una carenza o una mancanza di quella sfera psichica chiamata «preconscio» e lo studio della quale e oggi, a mio avviso, relativamente trascurato. Si può ricordare che i contenuti del preconscio ... non sono presenti nel campo attuale della coscienza e sono quindi inconsci nel senso 'descrittivo' del termine, ma si distinguono dai contenuti del sistema inconscio in quanto rimangono in linea di diritto accessibili alla coscienza... Dal punto di vista metapsicologico, il sistema preconscio e retto dal processo secondario. Esso e separato dal sistema inconscio mediante la censura che non consente ai contenuti e ai processi inconsci di passare nel Prec senza subire trasformazioni (7). (7) J. Laplanche e J.-B. Pontalis (1967), Enciclopedia delta psicanalisi, Bari, Laterza, 1967. 21

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II sistema del preconscio può essere più o meno sviluppato. I contenuti inconsci, dicono Laplanche e Pontalis, per divenire preconsci debbo/io subire una trasformazione, non possono divenire preconsci se non trasformati. Penso che si possa affermare che perchè la trasformazione avvenga occorre che il soggetto abbia incontrato oggetti d'amore vivi, presenti nel loro presente e tali comunque da aver reso possibile, nei modi che abbiamo detto, la trasformazione stessa. Possiamo tornare a questo proposito suN'esempio del timore del fratricidio. Dal punto di vista da cui stiamo considerando ora il problema, sarà ben diverso se il contenuto inconscio «uccidere» avra avuto o meno la possibilità di essere trasformato in modo tale da poter divenire un contenuto del preconscio. La sua trasformazione, gli spostamenti e le condensazioni che lo nasconderanno e ad un tempo lo riveleranno, indicheranno una via di una sua realizzazione (trasformata) nel presente. Se il contenuto psichico inconscio sarà passato nel preconscio, ciò significhera che il soggetto per cui tale trasformazione e stata possibile avra una possibilità di vivere e di far vivere un presente in cui anche il contenuto inconscio «fratricidio» apparira come trasformato-sublimato. Se invece il sistema preconscio sarà stabilito in modo meno stabile (soggetti al margine, o anche al di la del margine), i contenuti inconsci appariranno si nel presente, ma non mediati e trasformati, provenienti bensi da un inconscio che non ha fatto i conti, per così dire, con la sua necessita di declinarsi nel tempo e nello spazio vissuti. Se nella fantasia dei genitori il fantasma delta possibile uccisione sarà costantemente presente, ogni gesto e ogni parola ostili che i fratelli avranno manifestato saranno stati intesi come una riprova del desiderio inconscio, e non mediabile, di uccidere. Se uno dei due fratelli offendera I'altro, i genitori potranno ritenere ad esempio che I'offesa non sia limitata a se stessa ma che alluda sempre al loro ben fondato, ma intemporale e non spaziale, timore. In questo modo I'offesa non sarà I'offesa in un presente che la limita e la rende possibile, ma sarà I'Offesa che potra scatenare la furia fratricida. II presente sarà considerato esclusivamente come campo privo di 22

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autonomia, in cui potra o meno comparire un fantasma per così dire pre-esperienziale. L'offesa fatta da uno dei fratelli noo, potra godere di uno statuto di presenza in quel momento esclusivo di rabbia tra fratelli, ma fara risuonare in modo esagerato I'anima dei genitori che intenderanno la rabbia esclusivamente come furia fratricida. 23

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Storia di Morena Lella Ravasi Bellocchio, Milano (1) V. Lamarque, Una quieta polvere, Milano, Mondadori, 1996, p. 24. A tavola per non parlare da sola ha parlato con le sue posate per tutta I'infanzia per tutta I'adolescenza con la signora forchetta e suo marito il coltello per tutti i pranzi e tutte le cene poi e diventata grande non ha più parlato all'acciaio inossidabile quasi più e tornata nel cassetto dei feroci bambini cucchiaini. Vivian Lamarque (1) Morena ha tre anni e mezzo quando viene portata da me, su indicazione di un neuropsichiatra infantile, con la diagnosi di «autismo infantile primario». La prima volta che la vedo non parla, pare non ascoltare, gira vorticosamente su se stessa, sbatte le mani e le braccia a farfalla, ha uno sguardo terrorizzato, volto sempre altrove, incapace di fissarsi su un punto. Comunica un'angoscia fortissima. L'immagine e quella di un uccellino volato giu dal nido. Come una cinciallegra lancia brevi gridi striduli e non smette mai il suo movimento ossessivo del girare in tondo, come se stesse tentando di espellere con una magia il mondo esterno, come se volesse farlo e farci scomparire. Si rintana poi sotto il tavolo accucciandosi 25

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ma I'ansia non si placa: sembra di sentire il suo cuore battere a mille. Fatico a concentrarmi su quello che la madre mi sta dicendo: d'altra parte* lei ha già ripetuto la storia molte volte «e una disgrazia, non capisco perchè e toccata proprio a noi, eppure e una bella bambina, il dottore dice di no ma io credo che sia sorda; e poi e testarda, prepotente, fa un sacco di capricci...». La signora parla come se la bambina dawero non la stesse ascoltando: espelle le parole in modo automatico. Accompagno la signora alla porta. «A tra un'ora». L'uccellino e io siamo soli nella stanza. Tutto quello che conservo del trattamento terapeutico di Morena e depositato nella mia memoria e nella mia psiche, poichè il materiale scritto delle sedute e andato perduto; probabilmente I'ho voluto perdere quando, dopo tre anni e mezzo circa, la madre se I'e ripresa con una telefonata: «Ho sentito dire che c’è un professore in Svizzera che opera al cervello; voglio portarla ll». Era nata da poco mia figlia. Non rivedro più la bambina. Negli anni dei nostri incontri Morena ha iniziato a parlare, ha accettato I'inserimento prima all'asilo e poi a scuola, ha smesso di essere totalmente uccellino, e entrata nel mondo dei normali, anche se e rimasta una diversa, come Peter Pan nei giardini di Kensington. Morena e proprio un «tra il qua e il la» come dice il vecchio corvo saggio di Barrie: «'Allora non sard proprio una creatura umana?', chiese Peter. 'No'. 'E nemmeno proprio un uccello?'. 'No'. 'Che cosa sard?'. 'Sarai un Tra-il-Qua-e-ilLa' disse Salomone, e certamente era un vecchio saggio perchè e esattamente ciò che avvenne» (2). Ma nel tempo del nostro andare comune Morena ha rievocato in me la cinciallegra che ero stata anch'io; mi si accendono ricordi lontanissimi, dei miei primi mesi di vita sotto le bombe della guerra. Per starle accanto non posso fare altro che stanare la mia sofferenza, la mia «crepa nel cuore», come dicono Laing e Frances Tustin. Morena chiede di essere accolta solo sul suo territorio desolato e perduto. «Perchè questo possa aver luogo, la 'crepa nel cuore' che sta al centro dell'esistenza umana deve essere sperimentata ancora ed ancora in contesti sempre allargantesi di maturita crescente. La cura dei 26 (2) J. M. Barrie, Peter Pan nei giardini di Kensington, BUR, 1981, p. 66.

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(3) F. Tustin, Autismo e psicosì infantile, Roma, Armando, 1975, p. 98. bambini psicotici richiede persone che abbiano fatto questa esperienza» (3). I primi incontfi sono segnati da una dolorosissima distruttivita: Morena pone le sensazioni insopportabili fuori di se, prima negli oggetti e poi su di me. Rompe un grande vaso che sta in un angolo della stanza ed ent ra in uno stato d'angoscia fortissimo, come se fosse lei stessa ad andare in pezzi. Distrugge tutto quello che può, fogli di carta, matite; sputa per cacciarmi via; continua a girare su se stessa come una trottola, gettando lo sguardo lontano. Dopo ogni incontro con lei sono estenuata, distrutta. Le sedute (per un periodo di quasi un anno) si svolgono non nella stanza dell'analisi, ma a casa mia tra la cucina e il bagno, dove è possibile un contenimento primario per reinventare lo spazio di un materno assente, che deve essere rivissuto nell'esperienza fisica della relazione, prima di poter accedere all'oggetto transizionale e di qui alla simbolizzazione. II tempo trascorre nel segno di una ipervulnerabilità, spesso nel trepidare di paura: tutto appare minaccioso. Mi pare di entrare in sintonia profonda con la bambina quando accetto di lasciarmi andare alle sue grida scomposte, quando creo cioè lo spazio dentro di me perchè le grida possano avere un'eco silente. Rispondo al suo vibrare con braccia che stanno pronte a contenere, ma si muovono verso di lei solo quando lei è pronta a lasciarsi awicinare. Sperimento il dolore di non poter fare nulla se non stare. Questo tempo/spazio sospeso richiede una partecipazione mia altrettanto sospesa. Entro con la bambina nella «bolla», come una bolla priva d'aria, una grande bolla di sapone, che può finire a terra nello sputo e che però finche sta nell'aria ha una sua infinitezza e indefinitezza, una sorta di se embrionale inconoscibile e impronunciabile. Così accade che la situazione in apparenza totalmente distruttiva può contenere in se la noce, il germe, di un potenziale di vita «altra»: e solo se io sono in grado di veleggiare con Morena nella bolla che I'embrione del se non deflagra, in qualche modo misterioso «sta», e inchioda me a stare. Stare a regole del gioco che non ho imparato se non in un tempo di vita primordiale, in cui il mio «se» era embrionale e confuso, ancora nella ghianda. 27

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Secondo I'ipotesi della «teoria della ghianda» di Hillman «ogni persona è portatrice di una unicità che chiede di essere vissuta e che è già presente prima di poter essere vissuta... Noi nasciamo con un carattere; che è dato; che è un dono, come nella fiaba, delle fate madrine al momento della nascita» (4). Morena ha avuto fate madrine bizzarre: se la realtà della sua incarnazione le ha fatto incontrare due genitori cosl occupati dal negozio di alimentari da affidarla (quasi neonata) alla povertà della casa della nonna in un paesino dell'hinterland (dove tutti gli incontri si risolvevano nel perimetro dell'unica stanza cucina-camera da letto e delI'unica persona, una nonna di cui sapro pochissimo), I'altra realtà della sua «ghianda» a che ritmo poetico la consegnava? Quel suo sbattere le braccia come ali, il suo terrore della rottura, il panico della distruttività che cosa mi volevano dire aldila del protocollo anamnestico? Madre, madre, quale zia maleducata O quale cugina brutta e deforme hai stoltamente dimenticato di invitare al mio battesimo, che lei Mi mandò al suo posto queste dame Le teste come uova da rammendo che ciondolano Annuendo, annuendo, ai piedi e al capo E alla sinistra della mia culla? (Sylvia Plath) (5) (4) J. Hillman, llcodice dell'anima, Milano, Adelphi, 1997, pp. 21-22. (5) S. Plath, Le muse inquie- tanti, Milano, Mondadori, 1985, p. 41. Come interpretare, come sentire in altro modo la qualita della «ghianda» di Morena se proprio un'immagine è stata la prima occasione di definizione della sua identità? Un quadro nel mio studio, un'immagine intensa, e una bambina di quattro anni che nell’'immagine si coglie e si definisce: uno stupore si stampa nella memoria. Come è possibile? II quadro rappresenta un bambino-ragazzino con una grande testa e un piccolo corpo rattrappito, vestito di grigio, con occhi inquieti e doloranti; attorno a lui figure di adulti - in grigio e nero - girate di spalle o con teste senza volto, «le teste come uova da rammendo». Morena si ferma davanti al quadro con grande attenzione e pronuncia la sua prima parola indicando con il dito il bambino al centro dell’'immagine: «io». 28

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