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La clinica analitica in relazione allo sviluppo della psicologia analitica e della psicoanalisi Giuseppe Majfei, Lucca II campo della clinica analitica è tanto ampio da scoraggiare tentativi di classificazione e schematizzazione. Se però lo si osserva con uno spirito che non ecceda nel tentativo di classificare e sia invece volto, molto semplicemente, a vederne alcune linee fondamentali di articolazione interna, esso può divenire un oggetto di studio interessante. Possiamo così affermare che esiste una linea di spartizione (e quindi di articolazione interna) tra due grandi gruppi di pazienti, il primo dei quali caratterizzato da una prevalenza, tra gli altri meccanismi difensivi, della rimozione, il secondo caratterizzato invece, prevalentemente, dalla scissione. 1) II materiale psichico del neonato (pulsioni, sensazioni, angoscia - non mi soffermerò sulle possibili flessioni che prenderebbe il discorso se dessi importanza alle differenze concettuali implicite nel privilegiare o meno uno di questi aspetti) può venire restituito al neonato da un ambiente, da una madre capaci appunto di accoglierlo e trasformarlo. Ciò implica che il neonato avvertirà che le sue pulsioni, le sue sensazioni, le sue angosce sono vissuti che possono essere trasposti in un altro luogo da quello in cui appaiono inizialmente e, in particolare, possono essere detti da parole che li significano. Le parole sono composte da suoni e da significati tra loro strettamente intrecciati. I suoni sono più materiali, più corporei dei significati e continuano a ricordare, nelle parole, la

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materia di base affettiva cui queste continuano a riferirsi. L'intreccio tra i vari suoni da cui le parole sono costituite (l'intreccio tra labiali, gutturali, dentali etc.) è in contatto con pulsioni, sensazioni, angosce. Il significato più astratto non appartiene direttamente ai vissuti primordiali del neonato; esso trasporta questi ultimi nella sfera della cultura, nella sfera dello scambio simbolico. La parola mamma, in italiano, tramite la presenza della «m» ha un evidente legame con l'esperienza delle labbra, ma la sua funzione non si limita a questo in quanto il significato mamma trascende il riferimento labiale e lo trasporta nell'ambito della cultura, all'interno del quale finirà per indicare non solo la propria nutrice ma anche altre madri, fino a una collocazione nella sfera dei concetti. Non è soltanto il linguaggio a permettere una trasformazione dei vissuti neonatali; ho fatto l'esempio della parola perché si presta molto bene a quanto ritengo di poter sostenere. Ci sono bambini per i quali questa trasformazione avviene in modo tale da determinare in loro una fiducia di base grazie alla quale, nel corso della loro vita, saranno portati a ritenere che ciò che nasce all'interno di sé potrà trovare sempre una risposta umanizzante, culturalizzante, all'esterno. Il non rappresentabile forma una sorta di continuum con il rappresentabile o, altrimenti detto, riuscendo il rappresentato a rappresentare a livello della cultura il rappresentabile, il non rappresentato finisce per essere vissuto come non ancora rappresentato. L'attrazione che il mondo degli altri, il mondo della cultura, il mondo delle risposte esercitano sui vissuti primordiali determina un orientamento verso l'esterno di tali vissuti; ma non tutti sono accolti a livello del linguaggio e costituiscono così quel necessario nucleo di rimosso primario che permette alla rimozione secondaria di funzionare in modo sufficientemente buono. Non tutti i vissuti relativi all'esperienza della madre sono presenti nel suono della parola «mamma»; essi ne sono però esclusi solo funzionalmente e il bambino che ha vissuto in modo soddisfacente le proprie esperienze sa che il materiale escluso potrà trovare accoglimento. Un segno clinico dell'esistenza di questo funzionamento è rappresentato dalle modalità con cui le persone che lo utilizzano compiono e comprendono 10

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i loro lapsus linguae. Esse ne sono sorprese e ne trovano facilmente e spesso con humour, quasi naturalmente, una personale spiegazione, sanno orientarsi cioè con relativa tranquillità in relazione a queste possibili evenienze. Un buon funzionamento psichico di questo tipo può riuscire a non chiudersi di fronte alle esigenze del non ancora rappresentato, sia che questo compaia all'interno o anche all'esterno. Quando dico «all'esterno» compio ora un movimento un po' brusco ma, a mio avviso, giustificato. L'esterno cui accenno vuoi essere l'ambito del politico: voglio fare un riferimento ad «esigenze non ancora rappresentate a livello della società». Un buon funzionamento psìchico centrato sull'uso della rimozione permette di non essere insensibili anche ai movimenti esterni perché questi possono essere subito riconosciuti come strettamente analoghi a quelli interni. L'ombra di questo funzionamento psichico può essere rappresentata da una sorta di utilizzazione completamente difensiva della sperimentata possibilità di trasformazione. Si può infatti giungere a pensare che l'ambito del già rappresentato possa essere soddisfacente e a chiudere quindi la possibilità di apertura al nuovo. È Joyce McDougall ad aver parlato di «normopatia». A mio avviso la «normopatia» nasconde spesso una sfumatura (ma essenziale) del funzionamento psichico quale quello che verrà tra poco descritto. Rimane comunque vero, anche perché gli intrecci tra questi modi di funzionare sono infiniti, che ogni funzionamento psichico normale, a livello della cllnica psicoanalitica, deve essere pensato a rischio di svelarsi come «normopatico». È anche vero che molte persone «apparentemente» normali si rivelano spesso insensibili al proprio e all'altrui materiale psichico emergente. 2) II materiale psichico del neonato può invece non essere ben accolto e trasformato dal primissimo ambiente in cui egli venga a trovarsi. Non è detto che questa evenienza sia da imputare a una responsabilità dei genitori, perché può benissimo darsi che essi non si trovino in grado di trasformare un materiale psichico troppo difficile per essere trasformato. Basti pensare alla nascita di un 11

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eonato portatore di un deficit. Quello che si può osserva-3 è comunque che la vita psichica non si svolge attraver-o un graduale, armonioso passaggio dal non ancora rap-resentato al rappresentato, ma è invece sottesa dal ramma di materiali psichici che non possono che essere Gissi e collocati al di fuori dell'ambito del ben rappresen-ito. Molti di questi materiali psichici, non trovando la pos-bilità di essere attratti verso la sfera di un'alterità capace i condividere, non trovano uno spazio loro proprio e agano in cerca di luoghi che possano invadere e coloniz-are. Ma quello che capita più in particolare è che di fron-' al fallimento di una possibile trasformazione, di fronte al Ilimento di una possibile comunicazione, il neonato che trova in questa situazione, specie se fornito di energia )stituzionale, deve imparare più a sopravvivere che a vere. E per sopravvivere ha bisogno di costituirsi un Sé impotente. Di fronte alle pulsioni, sensazioni, angosce iginarie non ha altra via che quella di costituirsi un'orga-zzazione mentale di base (Gaddini) capace di permette-appunto una soprawivenza. L'Io può così svilupparsi le dipendenze di un Sé tirannico. Quando lo sviluppo sicologico prende questa direzione, l'Io non trova una opria autonomia, ma utilizza tutte le sue funzioni allo ;opo di mantenere quell'organizzazione mentale di base \e ha tanto faticato a costituire. Come esempio clinico olto semplice può essere portato quel frequente modo dire che consiste nell'affermare «mi corrisponde» come ova in qualche modo di verità di un contenuto di pensie. Una frase del genere, ascoltata analiticamente, può ssere spesso tradotta in «gli corrisponde» e indica una pendenza dell'Io da un «lui» interno, oggetto parziale, a che in qualche modo si arroga diritti sulla verità. Chi >n ha avuto, come centrale alla propria vita, una possibi-à di essere trasformato, rimane maggiormente aperto l'esterno, agli avvenimenti esterni, di quanto possano nanere i soggetti descritti al punto uno. Chi vive senza 'er istituito un buon rapporto con l'alterila vive come in esa diretta con il reale e resta ipersensibile alle sue inazioni. È per questo che possiamo pensare alcuni >ggetti, anche malati, come più capaci di altri di rivelare contraddizioni e i difetti delle civiltà in cui vivono. Credo

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che sia pure per questo che certi malati psichici possano essere stati pensati come possibili soggetti di trasformazioni rivoluzionarie. Noi sappiamo però che, se è vero che questi soggetti possono essere pensati come i meno compromessi con le ombre della nostra civiltà, è anche vero che essi, proprio in quanto capaci prevalentemente di sopravvivere, piuttosto che di vivere, finiscono per essere, in genere, soggetti soccombenti. Preferisco continuare il mio argomentare ponendo attenzione però non tanto alle conseguenze più eclatant!, in certi soggetti, di un funzionamento psichico prevalentemente legato alla scissione, quanto alla loro struttura di base. Tengo cioè a ripetere che questi soggetti hanno avuto e hanno la necessità di essere sempre in contatto con l'unità della propria organizzazione mentale di base, capace, come già detto, di consentire, rispetto a destruenti problemi arcaici, una sopravvivenza. La distinzione tra questi due gruppi non è naturalmente una distinzione netta e precisa. L'esperienza cllnica dimostra infatti, come già detto, un fitto intreccio tra le varie caratteristiche dei due modi di funzionamento mentale ora descritti. La loro esistenza pone comunque un quesito fondamentale: i miglioramenti, i cambiamenti che avvengono durante le cure awengono attraverso aggiustamenti della struttura di base iniziale, all'interno ad esempio di uno dei due modi di funzionamento mentale ora descritti, o per cambiamento radicale di questi funzionamenti mentali? Altrimenti detto: si può uscire da un funzionamento mentale nevrotico? E da un funzionamento mentale di tipo psicotico? Non mi sento assolutamente in grado di rispondere adeguatamente alla domanda se sia o meno possibile uscire dal proprio funzionamento mentale di base, ma ritengo utile, a questo proposito, raccontare comunque alcune riflessioni legate a esperienze cliniche, per tornare poi su problemi più generali. Comincerò anche col dire che queste riflessioni riguardano, più che il passaggio dal registro nevrotico a quello di tipo psicotico (caratterizzato da una prevalenza di meccanismi di scissione), il passaggio opposto dal registro di tipo psicotico a quello nevrotico. 13

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'er quanto riguarda il passaggio da un registro nevrotico uno di tipo psicotico mi sembra di avere varie volte sservato che, durante lunghe analisi, soggetti con strutJra nevrotica possono trovarsi confrontati con problemi he superano la loro capacità di contenimento e trasforìazione. Essi possono entrare in contatto allora, tramite uesti, con problematiche di tipo esistenziale proprie al sgistro di tipo psicotico, problematiche relative in genere I senso della vita e che possono permettere di uscire alla «normalità» di un mondo già organizzato, nella direione di progettualità e visionarietà non più soltanto peronali, ma anche collettive. Laddove non si attiva un proesso di guarigione e compaiono sintomi e vissuti inaaettati, si arriva spesso a pensare a qualcosa che era itente e a dubitare perciò della correttezza del giudizio iagnostico. Talora esiste invece la percezione che il 3ntatto con nascoste radici di tipo arcaico possa permet•re un allargamento della ristrettezza del punto di vista armale o nevrotico. Ma non mi sento di fare altro, a que:o proposito, che indicare una direziono di ricerca. esperienza cllnica di cui mi sento più sicuro e che tengo utile proporre riguarda invece, come già detto, il ossibile passaggio dal funzionamento di tipo psicotico a Jello nevrotico. lizierò col dire che nei rapporti terapeutici con pazienti 3rtatori di un difetto fondamentale, ho stabilito per molti ini una sorta di alleanza non tanto con il loro lo, quanto ?n la loro organizzazione mentale di base. L'aspetto 3sitivo di ciò era costituito dal fatto che, essendo l'orgazzazione mentale di base frutto di vicissitudini reali lolto complesse e dolorose, questa alleanza tra me e le 'ganizzazioni mentali di base dei pazienti facilitava una •gressione che portava a una possibilità di contatto e di ipporto apparentemente autentico. Ma, durante l'analisi ancor più alla sua fine, provavo un senso di insoddisfaone legato al fatto che le persone con cui avevo stabili> l'alleanza ora descritta continuavano a funzionare scendo modalità che impoverivano le potenzialità crea/e che in loro avvertivo ben presenti. Sopravvalutavo i steri curativi spontanei della psiche e finivo per ottene-» risultati apparentemente buoni ma che lasciavano

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appunto irrisolto il problema della schiavitù dell'Io all'organizzazione mentale di base. Le analisi finivano spesso quando gli analizzanti avevano capito il proprio funzionamento mentale, senza averlo, però, messo davvero in moto. Sulla base di questa insoddisfazione, mi è stato per così dire necessario cercare di cambiare atteggiamento e, attraverso varie esperienze e vari percorsi, sono arrivato a pensare che sia molto importante, anche per le organizzazioni mentali con funzionamento di tipo psicotico, pur continuando a comprendere la necessità vitale, per loro, dell'organizzazione mentale di base, cercare di stabilire, il più rapidamente possibile, un'alleanza terapeutica con il loro lo che nel loro mondo interno è poco considerato, ipercriticato e spesso anche vilipeso. Un problema fondamentale di queste persone è costituito da un disprezzo arrogante verso le proprie qualità e prestazioni psichiche più semplici. Esse si sentono soddisfatte solo se possono dimostrare e dimostrarsi che i loro pensieri sono straordinariamente importanti. Essendo state impossibilitate a fruire dell'esistenza come portatrice di un grande valore semplicemente in quanto tale, si sono abituate a considerare che le loro qualità non devono essere funzionali alla loro esistenza, ma che, al contrario, è l'esistenza che deve essere funzionale alle loro qualità. L'osservazione del mondo, l'uso degli occhi, degli orecchi, del pensiero possono dir loro chiaramente, ad esempio, che la vita non è facile. Ci sono le malattie, le guerre, le morti. Sono fatti pesanti, duri, difficili da negare. Il soggetto con funzionamento mentale di tipo psicotico compie queste osservazioni, riesce a pensarle, ma non può dare spazio alle sue osservazioni e ai suoi pensieri perché li ritiene, in sé, troppo banali. Tutto quello che osserva e pensa viene allora utilizzato ai fini, appunto, della sua organizzazione mentale di base. Facciamo un esempio: se capita la morte di un congiunto, questo tipo di persone è portato a pensare di avere acquisito la prova che il mondo è crudele. Non riesce a pensare che non c'è bisogno di alcuna prova che il mondo sia crudele; gli occhi, gli orecchi, il pensiero dovrebbero aver fatto ben conoscere, in base alla loro esperienza, la veridicità del fatto che la 15

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vita è sicuramente crudele. Ma le osservazioni e i pensieri oggettivi non trovano spazio se non asserviti appunto all'organizzazione mentale di base; possono essere pensati solo nel momento in cui una potente forza affettiva cerca di espellere da sé la consapevolezza del dolore. Sullo sfondo della vita psichica di queste persone stanno spesso sia il ricordo di qualche vissuto di felicità, di un paradiso terrestre perduto, di qualcosa di chiaro e luminoso (associato con la rabbia che tutto questo sia andato appunto perduto), sia una sorta di identificazione con un oggetto primario deludente, la cui capacità di deludere (associata alla capacità di deluderlo) viene continuamente riconfermata. In ambedue i casi tutto quello che accade è prova di qualcosa che non può che essere già dimostrato. Osservazioni, pensieri oggettivi e disincantati, piccoli piaceri e possibili scambi relazionali finiscono per essere soffocati da questi invincibili vissuti primari. Non riescono a costituire una vita di cui si sappia la tragicità e a crudeltà, ma da cui si sappia anche imparare a estrar"e, a cogliere qualche momento di piccolezza, di dolcezza e di amore. L'Io di queste persone intuisce la possibiità dell'esistenza di un proprio funzionamento mentale lutonomo, ma cede alla violenza di un Sé che non può inunciare all'affermazione del suo punto di vista (posizioìe resa necessaria, insisto a dire, dalla precocità di alcuie esperienze eccessivamente traumatiche). Lo affermo ;on un qualche riserbo, ma mi sembra che la compren>ione di quanto sopra, permettendomi una precoce illeanza con ciò che nel campo appare inizialmente some del tutto laterale e non importante (pensieri, osser-'azioni etc.), mi abbia consentito di rimanere esterno al Linzionamento violento del Sé e di accompagnare qualhe analizzante in un cammino che, senza portare com•letamente fuori dall'antico funzionamento mentale, ha omunque condotto alla sua periferia e forse anche un o' più in là. In questi casi mi sembra di percepire che la -esperienza, consentita dalla relazione analitica, delle lotivazioni della violenza del Sé permetta di ritrovare la ulsionalità che la necessità della costituzione difensiva recoce dello stesso Sé aveva nascosto: sotto un forte arcisismo appare spesso una possibilità di pulsionalità

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che necessita dell'alterila a sé dei propri oggetti. È un'esperienza che ho bisogno di vedere riconfermata, ma mi sembra comunque di poter già iniziare a descriverla: una struttura chiusa comincia ad aprirsi, fa di tutto per opporsi a questa apertura, poi si riapre, ri-resiste e così via finché il riconoscimento, il piacere e il dolore della relazione con gli altri si costituiscono come un organizzatore psichico se non stabile, stabilmente a disposizione. Su un piano controtransferale questo momento è caratterizzato dalla percezione dell'analista di poter essere finalmente utilizzato a svolgere il proprio lavoro; non c'è più da essere lì a garantire soltanto l'esteriorità all'altro della propria attività psichica, doppio proiettato della necessaria esteriorità al Sé dell'Io, ma si può essere lì, insieme all'analizzante, a comprendere e interpretare. Mi sembra così di poter affermare che il funzionamento mentale di tipo psicotico possieda una possibilità di essere curato non solo al suo interno, ma anche lungo una dirczione verso una maggiore libertà di funzionamento e verso il suo esterno. Giunto a questa affermazione dovrei poter affermare che il cammino brevemente descritto è anche caratterizzato dal passaggio da un funzionamento mentale con prevalenza di meccanismi di scissione a un funzionamento mentale con prevalenza del meccanismo della rimozione secondaria. Rispetto a questa affermazione mi avverto invece perplesso. Perché esista rimozione occorre che l'Io si sia costituito una sfera di autonomia sufficientemente felice da dover essere difesa. Ora invece, per quei pazienti su cui sto riflettendo, l'autonomia dell'Io non è divenuta un'esperienza stabilmente felice; è così necessario per loro non modificare i meccanismi difensivi più arcaici. Questi restano così presenti, se pure attenuati; non appare invece un funzionamento mentale centrato stabilmente sulla rimozione secondaria. Ho descritto finora l'evoluzione di un atteggiamento analitico e le sue conseguenze a livello della cllnica. Quanto detto è la prova (di cui d'altronde non c'era alcun bisogno) che la mente dell'analista è caratterizzata dall'esistenza di mutamenti legati da un lato a un processo per così dire 17

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autonomo e dall'altro all'incontro con diverse e differenziate esigenze cllniche. Quello descritto è un movimento individuale. C'è da chiedersi (e la domanda mi sembra di un certo interesse per quanto riguarda il futuro della psicologia analitica e della psicoanalisi) se esistano e quali siano le evoluzioni presenti nella psicologia analitica e nella psicoanalisi e in particolare se sia da dare per scontata e definitiva la loro separazione. Non mi interessa tanto la vexata quaestio dell'esistenza o meno di una o più psicoanalisi, quanto un esame per così dire «clinico» delle evoluzioni delle due teorie volto a comprendere la convergenza o la divergenza delle loro direzioni. Farò riferimento, a questo proposito, a un lavoro di Winnicott (1), la recensione cioè di Ricordi, sogni, riflessioni di Jung, che, per il problema che mi interessa, è un lavoro fondamentale. L'ipotesi di Winnicott è che la separazione tra Jung e Freud sia stata prevalentemente determinata da una difficoltà di comunicazione dovuta all'esistenza di due diversi funzionamenti mentali di base. Nessuno dei due, lo sappiamo, riuscì ad analizzare l'altro: Freud non potè analizzare Jung perché non conosceva a sufficienza il funzionamento mentale «di tipo psicotico» e Jung non potè analizzare Freud perché non conosceva a sufficienza il funzionamento mentale «di tipo nevrotico». Winnicott scrive: (1)D. Winnicott (1964), «Cari Gustav Jung. Recensione di Ricordi, sogni, riflessioni», in Esplorazioni psicoanalitiche, Milano, Cortina, 1995, pp. 508-519. Non è possibile concepire un inconscio rimosso in una mente scissa: al suo posto si trova la dissociazione (2). (2) Ibidem, p. 515. Fin dall'epoca del sogno [del fallo sotterraneo], quando Jung aveva quattro anni, era già chiaro che lui e Freud non sarebbero riusciti a comunicare. Freud, comunque sia, aveva una personalità unitaria in cui c'era posto per l'inconscio. Jung era diverso. Per una personalità scissa non è possibile avere un inconscio, poiché non c'è un luogo dove esso possa esistere. Come i nostri pazienti schizofrenici conclamati, anche se non era uno di essi, Jung conosceva verità inattingibili dalla maggior parte delle persone. Eppure passò la vita a cercare un posto in cui contenere la sua realtà psichica interna, benché il compito fosse in effetti impossibile. Fin dall'età di quattro anni, adottò la teoria sofisticata dei sotterranei del sogno, strettamente associata, nel suo caso, alla sepoltura dei morti. Egli andò nel profondo e trovò la vita soggettiva. Allo stesso tempo cominciò a ritirarsi, e sviluppò quella che all'epoca si pensò erroneamente fosse una depressione cllnica. Da qui nacque la sua esplorazione dell'inconscio, e (secondo me) il suo concetto di inconscio collettivo faceva parte del tentativo di affrontare la sua mancanza di contatto con ciò che si potrebbe ora chiamare 'l'inconscio secondo Freud'.

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Questo ci da l'idea del motivo per cui il lavoro di Jung non aveva mai punti di contatto con l'istinto e con la relazione d'oggetto, se non in senso soggettivo. La personalità estroversa n. 1 di Jung (il 'falso Sé', per usare la mia terminologia) evidentemente dava un'impressione abbastanza normale e permise a Jung di avere un posto nel mondo, una bella famiglia e una vita professionale, ma Jung non fa mistero sulla sua preferenza per il suo vero Sé (parole di Jung), la personalità n. 2 che gli dava il senso del reale. L'unico posto per il suo inconscio, in senso freudiano, sarebbe stato nel suo segreto vero Sé: un enigma lem, pp. 514-515. nascosto in un enigma (3). Winnicott ritiene così che esistesse tra Jung e Freud una tale differenza psicologica da non consentire all'uno la comprensione profonda dell'altro. Ipotesi tra l'altro profondamente junghiana. Egli invita comunque ogni psicoanalista a leggere i primi tré capitoli del libro e gli psicoanalisti in generale a «venire a patti con Jung». E questo perché ritiene che lo sviluppo psicologico di Jung sia stato particolarmente interessante, che Freud non aveva gli strumenti teorici per comprenderlo e che invece, nel momento in cui lo stesso Winnicott scriveva, la metapsicologia psicoanalitica poteva cominciare a far comprendere, da un punto di vista psicoanalitico, quanto awenuto a Jung. Ho affermato... che è nell'area della psicosi più che in quella della psi conevrosi che dobbiamo aspettarci una guarigione dovuta all'auto-cura. Jung ci offre appunto un esempio di ciò, ma naturalmente l'auto-cura idem, non è la stessa cosa che la risoluzione attraverso l'analisi (4). La vita psichica di Jung, a differenza che nel passato, potrebbe essere pensata e illuminata dalla metapsicologia psicoanalitica moderna. Si potrebbe allora pensare, a partire da queste affermazioni, che, per gli psicoanalisti, il problema di Jung e della psicologia analitica potrebbe essere facilmente risolto e per così dire ricondotto all'interno della teoria psicoanalitica. L'origine della teoria junghiana dall'esperienza psichica di Jung potrebbe essere interessante oggetto di studio psicoanalitico, ma niente di più. Da Jung e dalla psicologia analitica gli psicoanalisti non potrebbero attendersi altro che una conferma della loro teoria moderna. Altrimenti detto: chi ha una teoria che origina da un funzionamento mentale «di tipo nevrotico» non avrebbe da apprendere niente, per se stesso, da chi ha una teoria 19

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che si sia originata da un funzionamento mentale «di tipo psicotico». Nella recensione di Winnicott ci sono però due affermazioni che, per gli analisti, non possono non essere inquietanti. Le due affermazioni sono le seguenti (la prima è all'interno del brano già riportato): Jung conosceva verità inattingibili dalla maggior parte delle persone. La fuga di Freud nella sanità potrebbe essere una cosa da cui noi psicoanalisti stiamo cercando di guarire, proprio come gli junghiani cercano di guarire dall'lo diviso di Jung e dal modo in cui egli venne a patti con esso (5). (5) Ibidem, p. 509. Sono frasi cui si può anche non dare attenzione, che possono essere considerate quasi come dei modi di dire. Ma si può anche provare a prenderle sul serio e cercare di vederne i possibili sviluppi. Di fronte a queste frasi il pensiero non può non andare, del resto, verso quell'appunto di Freud (del 22 agosto 1938) in cui scrive: Mistica: l'oscura autopercezione del mondo che è al di fuori dell'Io, dell'Es (6). Appunto la cui importanza può essere anch'essa sottova- (6) S. Freud (1938), «Risultati, idee, problemi», in Opere lutata, ma che potrebbe essere anche preso molto sul 1930-1938, voi. 11, Torino, serio. Freud aveva espresso il suo parere sul sentimento Boringhieri, 197 9, p. 566. oceanico nella sua corrispondenza con Romain Rolland (non c'è motivo di dimenticarlo); ma è anche vero che l'appunto citato, scritto poco prima della morte, potrebbe avere un significato molto interessante. Ricordiamo che è di poco più di un mese prima (il 12 luglio) l'altro appunto: «Avere» ed «essere» nel bambino. Il bambino esprime volentieri la relazione oggettuale mediante l'identificazione: «lo sono l'oggetto». L'avere è [tra i due] successivo, dopo la perdita dell'oggetto ricade nell'essere. Prototipo: il seno. Il seno è una parte di me, io sono il seno. Solo in seguito: io ce l'ho, dunque non lo sono (7). (7) Ibidem, p. 565. L'affermazione di Winnicott che Jung abbia raggiunto verità inattingibili dalla maggior parte delle persone può essere pensata, a mio avviso, a livello del rapporto, all'interno della vita psichica, tra ciò che è passibile e ciò che non è passibile di rappresentazione psichica. La domanda 20

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che potrebbe essere formulata è la seguente: può esistere un'oscura percezione psichica di ciò che preme verso la rappresentabilità? Oppure: può restare una traccia di quel mitico «essere il seno» che potrebbe essere formulato anche come «essere reale», in cui vita psichica e realtà potrebbero essere stati come un tutt'uno? e in cui movimenti non rappresentati e non rappresentabili del reale potrebbero essere in qualche modo percepibili? Ritengo che la risposta di Jung non potrebbe essere che affermativa. Mi sembra cioè di poter dire che gli studi comparativi tra le varie religioni, le mitologie, l'alchimia con la dimostrazione «scientifica» dell'esistenza di una storia collettiva dello sviluppo della coscienza si fondino in Jung nella credenza di una conoscenza diretta, «mistica», del reale. Le riflessioni relative all'L/nus Mundus sono, a questo proposito, molto significative. A partire dalla propria esperienza psichica e dai propri studi Jung ha insomma sostenuto che l'uomo è abitato da una spinta evolutiva che lo trascende: è inserito in un movimento di cui non è completamente padrone e responsabile, ma che, in qualche modo, agisce autonomamente. L'evoluzione che va dall'esperienza di Giobbe a quella di Cristo awerrebbe cioè a un livello transpersonale. Credo che si possa pensare che potrebbe essere questa concezione di uno sviluppo transpersonale della psiche da un lato a non trovar posto nella teoria psicoanalitica moderna e dall'altro a inquietarla rendendole necessario, se ascoltata in profondità, un qualche cambiamento. Se la psicoanalisi potesse infatti dotarsi di strumenti che le consentano di interrogarsi chiedendosi se nel fondo dell'essere umano esista qualcosa che evolve indipendentemente dal suo volere e se questo qualcosa possa essere considerato all'interno di una continua ricerca di rappresentatività di cui farebbe fede l'evoluzione dei simboli collettivi, essa potrebbe confrontarsi, a mio avviso, in modo costruttivo, con il proprio limite. Se la risposta a questa domanda potesse essere, sia pure dubitativamente, affermativa, essa potrebbe dare a se stessa, considerandosi un momento evolutivo della storia della coscienza, un necessario (e forse mancante) fondamento antropologico. 21

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Possiamo approfondire il problema del rapporto tra le due teorie osservandolo a partire sia dal punto di vista della psicologia analitica che da quello della psicoanalisi. Mi sembra chiaro che la psicologia analitica avrebbe tutto da guadagnare dal comprendere come il proprio modo di pensare la guarigione possa essere pensato, psicoanaliticamente, come interno a un funzionamento mentale di tipo psicotico, dall'esaminare cioè, psicoanaliticamente, il funzionamento mentale del suo iniziatore e tutto il proprio modo di teorizzare. Le attuali conoscenze, le attuali esperienze dicono che un'enfasi sul Sé ha a che fare con esperienze traumatiche precoci; le esperienze troppo negative con i propri oggetti d'amore sono fonte, in genere, di eccessive chiusure. Chi ha questa configurazione di base non può avere esperienze di alterila (esse sono state troppo dolorose), teme di poterne subire ancora conseguenze disastrose e cerca di sviluppare in un modo il più possibile autonomo e solitario. Può forse entrare in rapporto con verità che ritiene inattingibili, ma spesso si deve privare di una possibile dolcezza del vivere, confidente in un rapporto con l'alterila; ha un alto rischio di inflazione e di separazione dagli altri e per questa limitatezza e per i rischi che corre, deve curarsi. Ma mi sembra anche chiaro che la psicoanalisi avrebbe tutto da guadagnare da un confronto teorico con un concetto di non rappresentabile, di cui la psicologia analitica potrebbe essere pensata come teoria nata da un funzionamento mentale di tipo psicotico. Tramite il contatto con la psicologia analitica, la psicoanalisi avrebbe da prendere contatto con tutto ciò che nello psichismo umano sfugge a una completa presa teorica tramite rappresentazione e deve essere pensato come evolventesi al di fuori della coscienza, transpersonalmente. Se la psicoanalisi si fosse rapportata soltanto con pazienti con funzionamento mentale «di tipo nevrotico» avrebbe corso il rischio di porre un'identità «adattiva» tra il proprio mondo e il mondo migliore possibile e, tramite la formulazione di questa identità, avrebbe corso il rischio di un suo isolaTiento. È in fondo il confronto con la patologia diversa da quella nevrotica ad averne determinato molti sviluppi: 'orse perché tramite i pazienti non nevrotici è dovuta

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entrare in rapporto con i fondamenti stessi dell'esistere, rivalutare ciò che in Bion viene chiamato O. Se la psicoanalisi non avesse dovuto confrontarsi con la scissione, con la marginalità, con la psicosi avrebbe certamente corso il rischio di una chiusura. La psicologia analitica ha invece mantenuto un rapporto molto intenso con ciò che le è esterno. Un contatto con il relativismo della psicologia analitica, con ciò di cui la psicologia analitica potrebbe essere indice (il movimento evolutivo presente nell'uomo), potrebbe essere pensato così, dagli psicoanalisti, come una possibile fonte di loro sviluppo. Si potrebbe così riflettere a proposito della possibilità di una comunicazione profonda tra i vari indirizzi analitici e in particolare tra la psicologia analitica e la psicoanalisi. Il pensare a proposito dei legami tra i vari funzionamenti mentali e i vari indirizzi analitici potrebbe costituire un elemento unificatore, di metodo, tra tutte le possibili teorizzazioni. Il fondo comune delle varie scuole analitiche potrebbe essere rappresentato non dai contenuti man mano scoperti e riconosciuti, ma, piuttosto, dal metodo che li permette, l'ascolto cioè di ciò che è destinato a sempre sorprendere e interrogare il nostro conscio. Noi [analisti] - dice M. Baranger - non stiamo cercando una cosa e non stiamo ascoltando un altro senso, stiamo seguendo le tracce di qualcosa (o di qualcuno) che non è raggiungibile ma che è sempre presente, la cui presenza ha aiutato a strutturare e costituire la storia del soggetto e continua a farlo in ogni momento della sua vita (8). Queste riflessioni fanno pertanto ritenere che lo sviluppo della psicologia analitica e della psicoanalisi avvenga nella direzione di una unificazione dei due campi consentita e proposta dal pensare che il funzionamento mentale «di tipo nevrotico» e il funzionamento mentale «di tipo psicotico» siano in qualche modo ambedue necessari. Il rischio di chiudersi in uno dei due funzionamenti esiste in ambedue i casi. La cllnica tenderebbe a dimostrare che chi ha un funzionamento mentale «di tipo psicotico» necessiti di uscirne sviluppando la possibilità di una dolcezza del vivere e che chi ha un funzionamento mentale «di tipo nevrotico» necessiti di uscirne mantenendo un rapporto con quanto di non rappresentato è appunto ancora esistente all'esterno e all'interno di sé. 23

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