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La falsificazione necessaria Marcello Pignatelli, Roma Con questo libro abbiamo adottato l'ambizioso progetto di percorrere la linea distintiva fra lo scrivere in generale, lo scrivere altro e quello specifico della psicoanalisi. Un tema simile è da qualche tempo al centro della dissertazione analitica: il che dimostra la sua costante attitudine critica. Si è rivelato tuttavia un compito arduo perché le interconnessioni attraversano di continuo la falda presunta di separazione, i modelli individuati come tipici del campo possono facilmente applicarsi ad altri settori; l'anima che scrive o le iscrizioni dell'anima infatti non appartengono esclusivamente alla psicoanalisi. Si tratta delle difficoltà che si incontrano ogni qualvolta si tenti di definire la nostra disciplina, così rigida nei postulati teorici proprio perché intrinsecamente debordante ed espansiva nel vasto territorio dell'uomo. Scorrendo la letteratura e i saggi qui presenti, il mio tentativo di intervento rimane esitante sulla soglia: osserva la disamina colta e intelligente della materia, che da una parte viene accuratamente selezionata nei suoi molteplici significati, dall'altra sussume principi omnicomprensivi. Si tratta di un esercizio utile e chiarificante anche nei suoi risvolti sofistici e retorici, ma che mi trattiene dall'inoltrarmi in uno spazio, dove mi perseguita l'impeto ribelle di afferrare la clinica, di semplificare le tesi. Questo mio problema non disdice affatto il valore della scelta iniziale né la bontà dell'opera: cerca solo di non allontanarmi troppo dal principio di realtà. Il conflitto si pronuncia con valenze confusive e costringe prepotentemente ad ancorarmi a terra, appunto per il timore di soccombere al fascino dei picchi vertiginosi, all'atmosfera rarefatta degli altipiani e alla luce fredda dell'intelletto. D'altronde una rivista viene pubblicata anche per affacciarsi su questi versanti: nel nostro caso poi esemplifica con ardito virtuosismo quanto essa contiene, cioè l'interrogarsi sul suo stesso significato fino a mettere in dubbio l'opportunità della propria esistenza. Questa è psicoanalisi: dubbio metodico, procedurale, e complessità articolata. Mentre scrive se stessa ha il pregio di esibire la sua trama. Fatta tale premessa che urgeva sulla pelle, di me che amo scrivere soffrendone contemporaneamente le aporie,

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provo a cimentarmi sull'argomento per evidenziarne alcuni aspetti. Appare chiaro da quanto sopra detto, che per me è più consono al dispiegamento della psiche sulla carta il linguaggio indiretto, metaforico, allusivo, poetico, sotto l'egida del simbolo; piuttosto che il linguaggio esplicito, assertivo, dimostrativo. Con ciò mi associo all'opinione prevalente che tuttavia non nega validità al suo contrario; questo ha la qualità di rendere il discorso più immediatamente fruibile, con le rassicurazioni della affermazione pedagogica e della divulgazione illustrativa. Quando mi metto a scrivere come psicoanalista non posso tuttavia lasciare fuori altre mie componenti che, riguardando globalmente la personalità, mostrano una composizione più ampia e compromettente. Se si esclude il luogo dove si usi il gergo degli addetti ai lavori, lo psicanalese talora assunto per capirsi al volo tra iniziati alle arti tecnico-scientifiche, l'attenzione è rivolta ad esporsi quanto più possibile senza veli; non per esporre nudità invereconde, ma per mostrare chiaramente il funzionamento dei congegni psichici; così come alcuni orologi dalla cassa trasparente rivelano il segreto meccanico e il ritmo interno. Tale approccio non è accidentale o secondario come si potrebbe dire di qualunque scrittura, anche quella delle scienze esatte, che comunque esprime la visione del mondo dell'autore; è un approccio determinato e tendente a raccontare nei dettagli una ricerca inesauribile, fatta di scoperte faticose ed esaltanti insieme. L'autobiografismo, respinto con sdegno dai corifei della Logica e della Scienza, diventa uno strumento che non sa di narcisismo, ma, adottato dichiaratamente come metodica di indagine, persegue un fine onesto e corretto di disvelamento. Ho usato provocatoriamente la parola autobiografismo: ma in effetti si tratta di ben altro, rispetto sia all'enfasi romantica che al rigore astratto, perché rinuncia a qualunque mascheramento compiaciuto o spostamento estremistico. Capovolgendo i termini della questione, si può riconoscere che, mentre parliamo di noi, parliamo anche degli altri, per le costanti genetiche che strutturano l'essenza umana, per i significati comuni dei modi con cui ci rapportiamo all'esterno da noi, con le persone, con il mondo. Dato che l'uomo non è una monade isolata, ma appartiene ad una specie, non potrebbe accadere diversamente. Se poi consideriamo che gli psicoanalisti raccontano l'esperienza con il cosiddetto paziente, il processo sopracitato si fa più chiaro: la relazione tra i due soggetti, cui si da sempre maggiore importanza, implica meccanismi tipici di rispecchiamento, di identificazione, di traslazione, di proiezione, di interreazione, di suggestione, per i quali l'analista, mentre parla necessariamente di sé scrivendo, parla pure dell'altro; e succede anche il viceversa, trattandosi di un intreccio inestricabile. Asseriva l'amico e collega nel corso del dibattito, cogliendo un aspetto preciso: «scrivere è esprimere una fantasia di controtransfert», dove fantasia non significa verità. Questa asserzione mi sembra efficace a sintetizzare quanto caratterizza il lavoro del terapeuta: egli, come sappia-

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(1) A. Novelletto, <

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(2) M. Lavagetto, Freud, la letteratura e altro, Torino, Einaudi, 1985. blema dell'anima. D'altronde, rivisitando i criteri che Freud attribuiva alla narrazione dell'analista, Lavagetto ricorda che «... la verità non viene a galla che nell'universo della finzione... Le 'cose' non parlano senza che qualcuno le abbia organizzate in una struttura che concede loro la parola» (2). Per usare metafore classiche, quando il reperto archeologico viene portato all'aria e alla luce, subisce un impatto pericoloso, si altera fino al rischio dello sgretolamento; è necessario l'intervento dell'esperto, che preservi quanto più possibile dal danno il pezzo scavato e ne esegua il restauro. Tale operazione modifica di conseguenza l'oggetto originario, di cui tuttavia è possibile immaginare con buona approssimazione le caratteristiche. In modo simile il ricordo, il sogno, l'associazione repertati dall'analisi si alterano a contatto della coscienza, tanto maggiormente in quanto esposti pure alla costruzione mentale e al pregiudizio del terapeuta. La pretesa virtuale di raccogliere incontaminato il materiale inconscio cozza contro ripetute distorsioni, dal momento in cui il paziente lo memorizza dandone una sistemazione consapevole, lo offre agli urti delle emozioni e delle operazioni quotidiane, lo riferisce all'analista: che scriva o meno lui sul materiale e nel prosieguo l'analista su di lui, cambia certamente la dinamica psichica. Si ottiene comunque un diverso elaborato dei fatti, ma è irrilevante rispetto alla illusoria genuinità del prodotto. La falsificazione del materiale originario, se così vogliamo chiamarla, è inevitabile anzi necessaria. Si può sostenere che lo scrivere del paziente e dell'analista chiama l'inconscio a rendere conto del suo messaggio e introduce ufficialmente la coscienza a collaborare al processo di trasformazione, affrancandola da un ruolo scomodo quanto fittizio di registrazione formale. L'accento posto a suo tempo da Jung su due punti qualificanti ci aiuta a chiarire questo concetto: in primo luogo egli ha evidenziato il compito della coscienza nel dialogo con l'inconscio, mettendo il complesso dell'Io al centro del sistema psichico e identificando, poi, in via sommaria, la coscienza con l'Io; in secondo luogo, apparentemente in modo che direi complementare piuttosto che contraddittorio, ha situato l'Io eccentrico rispetto al Sé, quale ente sovraordinato al soggetto, pure se ad esso intrinseco, in una dimensione transpersonale. Jung inoltre interveniva talora nella prassi professionale con modalità scandalose, se ci si attiene ad una lettura restrittiva dell'«agito», che relega inesorabilmente alcuni comportamenti nella volgarità della psicoterapia, piuttosto che nell'aristocrazia della psicoanalisi: si può discutere se tali agiti fossero sempre opportuni, ma sicuramente erano consapevoli, anche se troppo disinvolti e messi in funzione al di sopra di pastoie moralistiche secondo una visione ampia dell'anima. Oggi le proposte junghiane vengono riprese e rilanciate con formulazioni che vanno dal verbo di Bion alle prescrizioni ingenue del cognitivismo: di certo l'indagine e il trattamento psicologico sono usciti dall'hortus conclusus freudiano, senza tuttavia negare di questo l'incommensurabile valore storico e tecnico. Ma soprattutto si cercano i nuovi

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equilibri tra coscienza e inconscio, restituendo alla dialettica tra i due l'asse significante. Nella intersezione di ascisse ed ordinate, metterei l'inconscio sulla linea verticale, dagli inferi al divino, e su quella orizzontale la coscienza, che si espande sul mondo. Per linea orizzontale intendo il percorso che porta alla relazione estesa agli altri, all'ambiente, alla realtà. Vengono a proposito le definizioni di conscio e inconscio collettivo, per sottolineare in particolare quanto sia importante per la formazione psichica il rapporto con la cultura dominante come con quella personale, con il sociale oltre che con i genitori, con il gruppo familiare, scolare, lavorativo, urbano. Queste componenti non vengono dopo la costituzione del soggetto, ma in qualche modo la anticipano persino, ne implicano tutti i momenti di sviluppo, insieme con l'impeto istintuale delle pulsioni. Da tale ottica la scrittura non può essere esclusa sia se risaliamo ai primordi, quando il gesto si è inciso nel corpo dell'uomo, graffito su pietra viva, caratterizzandone lo specifico, organizzando nel cervello centri nervosi, deputati a trasmettere sulla sabbia, sulla roccia, sulla pagina, impulsi puntuali; sia se guardiamo il contesto storico, dove la comunicazione avviene attraverso l'espressione verbale e attraverso segni riconoscibili, che siano scrittura di parola o disegno di immagini. Il comando che passa dal cervello alla mano completa la fase strutturante del linguaggio interessando lo spazio endopsichico e quello esterno, la profondità e la superficie, il contenuto e la forma; sostanziando lo stile, che sia questo a monte o a valle dello scritto. L'analfabeta non è fuori di questo processo: i motivi di sottosviluppo culturale non negano la capacità acquisita come disposizione potenziale suscettibile di essere attivata. Va ancora ribadita l'interazione sincrona tra immagine e parola, orale o scritta che sia, pur supponendo di esse un'evoluzione in tempi successivi; ma noi ci troviamo di fronte al soggetto umano, al fenomeno attuale, che ci si presenta già determinato filogeneticamente e dobbiamo inserire nell'elaboratore analitico tutte le schede. Un'unione altrettanto feconda e completa avviene tra fantasia e pensiero razionale, tra la spinta eversiva della prima e l'impegno ordinante del secondo, in una dinamica di volta in volta prevalente in un senso o nell'altro, senza tuttavia escludere uno dei due termini. La memoria e il progetto appartengono pariteticamente alle due maniere del pensare: di tali facoltà noi siamo iscritti e ne traduciamo sul foglio l'iscrizione, come ultimo atto della psiche che formula la sua volontà. Alla psicoanalisi oggi spetta il compito di comprendere l'uomo nella sua totalità, partendo dall'origine, dalle cause prime psicobiologiche per attraversare l'inconscio e giungere alla coscienza deputata alla sintesi e alla scelta: questa poi si affaccia sul futuro e si dispone ad agire, nutrita di desiderio, di immagini, di ricordo, di intenzionalità. La parola scritta sembra sancire una definizione, che è sinonimo di morte perché conclude una sequenza di sentimenti e di idee, vietandosi perciò all'apertura vitale verso il cambiamento. Ma quel punto fermo rimane a disposizio-

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ne dello stesso autore e di quanti da esso partano per sviluppare una serie di frasi, in una interpunzione consecutiva. L'epigrafe sulla pietra tombale costringe i posteri al ricordo, ma il suo monito invita a riflettere e a utilizzare l'esperienza passata per la storia in corso. Si conferma l'assioma che vita e morte sono strettamente congiunte: non si dà l’una senza l'altra.

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Psicologia analitica, esperienza della scrittura e conoscenza di sé Marta Tibaldi, Roma (1) E. A. Havelock (1986), La Musa impara a scrivere. Riflessioni sull'oralità e l'alfabetismo dall'antichità al giorno d'oggi. Bari, Laterza, 1987, p. 31. (2) C. Lévi-Strauss (1962), // pensiero selvaggio, Milano, II Saggiatore, 1964. (3) J. Goody, I. Watt (1963), <

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(7) E. A. Havelock (1986), La Musa impara a scrivere, op. cit., p. 35. (8) H. F. Ellenberger (1970), La scoperta dell'inconscio. Storia della psichiatria dinamica, Torino, Boringhieri, 1976, p. 552. (9) S. Freud (1893/1895), «Studi sull'isteria», in Opere, Vol. 1, Torino, Boringhieri, 1967, p. 197. (10) R. Langs (1973/1974). La tecnica della psicoterapia psicoanalitica, Torino, Boringhieri, 1979, p. 3 (il corsivo è mio). (11) Per «non verbale» e per <

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(12) W J. Ong (1982), Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Bologna, II Mulino, 1986, p. 191. (13) C.G.Jung (1928),<

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(16) C. G. Jung (1943), «Un colloquio con C. G. Jung sulla psicologia del profondo e la conoscenza di sé», in Opere, Vol. 18, Torino, Boringhieri, 1993, pp 446-447. (17) C. G. Jung (1955/1956), Mysterium Coniunctionis, Opere, Vol. 14/2, Torino, Bollati Boringhieri, 1990, p.364. (18) ) R. Langs (1973/1974), La tecnica della psicoterapia psicoanalitica, op. cit., p. 95. (19) A proposito della personificazione A. Samuels, B. Shorter e F. Plaut scrivono: «...Un contenuto psichico sufficientemente intenso o massiccio da essersi staccato dall'insieme della personalità può essere percepito, secondo Jung, soltanto se viene oggettivato o personificato. La personificazione ci permette quindi di vedere il funzionamento della psiche come quello di una serie di sistemi autonomi. Ciò depotenzia il carattere minaccioso della parte che si è staccata e rende possibile l'interpretazione». A. Samuels, B. Shorter, F. Plaut (1986), Dizionario di psicologia analitica, Milano, Cortina, 1987, p.118. 2. Psicologia analitica e conoscenza di sé In alcune significative pagine di uno «scritto/non scritto» di Jung (si tratta della trascrizione, curata da Jolande Jacobi, di alcune risposte date a voce), alle domande sulla «psicologia complessa, cioè la psicologia del profondo di impronta junghiana» e sui suoi strumenti d'intervento, lo psichiatra svizzero, tra l'altro, risponde: «La situazione analitica ha quattro facce: a) il paziente mi espone con parole sue il quadro della sua situazione come gli si presenta a livello conscio; b) i suoi sogni mi offrono l'immagine dell'inconscio che compensa l'aspetto conscio; c) la situazione relazionale in cui si trova il paziente per il fatto di avere di fronte a sé un interlocutore (l'analista) aggiunge un aspetto obiettivo agli altri due aspetti, che sono soggettivi; d) la discussione del quadro complessivo della situazione psicologica ottenuto di volta in volta dai materiali raccolti ai punti a, b e c. La necessità di questa discussione si basa sul fatto che il quadro complessivo è spesso in netto contrasto con il punto di vista dell'Io e perciò produce ogni sorta di problemi e reazioni intellettuali ed emotive, che a loro volta esigono una risposta e una soluzione. Poiché lo scopo ultimo di questo intervento può essere solo quello di ristabilire in una forma vitale l'integrità originaria della personalità, in questo lavoro non si può mai fare a meno della conoscenza dell'inconscio» (16). Questa descrizione della complessità della situazione analitica può costituire un utile riferimento per riflettere sulla funzione della scrittura nella pratica clinica: nel processo di confronto con l'inconscio scrivere rappresenta infatti un'esperienza specifica che svolge una propria funzione caratteristica. A proposito delle «facce» presenti nella situazione analitica mi sembra che il sogno riferitomi da una giovane donna, in analisi da breve tempo, possa illustrare in quale modo l'«osservatore inconscio» (17) presente in lei abbia accolto e restituito in forma visibile l'ipotesi di mettere per iscritto le immagini oniriche. Si è trattato di un sogno che la paziente ha avuto subito dopo che in seduta si era accennato alla possibilità di trascrivere i contenuti inconsci. Com'è noto, la tecnica analitica sconsiglia vivamente l'introduzione di terze persone nel rapporto paziente-terapeuta ad eccezione di alcune situazioni definite e particolari. A questo proposito Langs, nel testo già ricordato, osserva: «A parte il supervisore, e in rari casi la segretaria, il terapeuta deve evitare d'introdurre terze persone, a qualunque livello, nel rapporto terapeutico, se non vuole distruggere i confini e provocare reazioni di diffidenza, regressione, risposte a livello istintuale nei propri confronti e messe in atto. Ogni trasgressione della regola apre una falla nell'alleanza terapeutica e dà luogo a un rapporto antiterapeutico in cui prevarrà l'uso di difese disadattive e la ricerca di gratificazioni inappropriate» (18). Se - in termini di opportunità terapeutica - è ovviamente condivisibile la necessità di preservare il rapporto analista-paziente dal coinvolgimento di terze persone «reali», può essere invece molto interessante riflettere sul ruolo che la personificazione (19) di terze persone ad opera dell'inconscio può svolgere nella

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(20) C. G. Jung (1955/1956), Mysterium Coniunctionis, op. cit., p.364. costruzione di una maggiore consapevolezza di sé. Quando è l'inconscio stesso a proporre alla coscienza «terzi immaginali» il quadro psichico complessivo cui Jung si riferisce e gli eventuali contrasti tra il punto di vista inconscio e quello cosciente possono diventare immediatamente visibili. Nel caso della paziente B. l'immagine onirica dà visibilità ai legami tra la percezione cosciente e quella inconscia, svelandone gli aspetti compensatori. Come scrive Jung: «... la personalità soggettiva dell'Io, in altri termini la coscienza con i suoi contenuti, è vista sotto un aspetto differente da un osservatore inconscio, o piuttosto situato nell'ambito dell'inconscio. Che le cose stiano in questi termini è dimostrato dai sogni in cui spesso la personalità cosciente, l'Io del sognatore, viene rappresentata da un certo punto di vista che è toto coelo diverso da quello della coscienza. Un simile fenomeno non potrebbe verificarsi se nell'inconscio non sussistesse la possibilità di un altro punto di vista, che si trova in contraddizione o in concorrenza con la coscienza dell'Io» (20). Nel caso di B., la coscienza accoglie senza particolari problemi l'ipotesi di trascrivere i sogni; l'unico dubbio riguarda il timore di non saperlo fare in modo adeguato («come posso essere sicura di scrivere il sogno così come l'ho sognato senza aggiungere nulla di mio?»); a livello inconscio il dato «scrittura» è reso immaginalmente in modo del tutto differente. La paziente racconta: Sogno di essere in analisi. Nella stanza di analisi ci siamo io e l'analista. So che in un'altra stanza c'è X - una figura maschile che ha il compito di affiancare l'analista nell'interpretazione dei sogni. L'analista passerà i fogli nei quali sono scritti i miei sogni a X, il quale li interpreterà. In seguito l'analista riporterà verbalmente l'interpretazione di X in seduta. (21) Con la scrittura l'atto linguistico viene rivolto su se stesso. Come nota Havelock, <

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(22) C. G. Jung (1944), Psicologia e alchimia, Opere, Vol. 12, Torino, Bollati Boringhieri, 1992, p. 58. (22). Nel caso di B. - come si osservava - l'esperienza della scrittura ha attivato l'immagine di una figura maschile deputata a interpretare le immagini oniriche nella forma oggettivata e decontestualizzata del testo scritto. (23) C. G. Jung (1932), «Prefazione a O. Schmitz, "La fiaba della lontra"», in Opere, Vol. 18, Torino, Boringhieri, 1993, p.274. (24) C. G. Jung (1930/1950), <>, in AA.VV., Trattato di psicologia analitica. Vol. 1, Torino, UTET, pp. 471506. (26) C. G. Jung (1902), «Psicologia e patologia dei cosiddetti fenomeni occulti», op. cit., p. 90. (27) Ibidem. (28) C. G. Jung (1907), «Psicologia della dementia praecox>>, in Opere, Vol. 3, Torino, Boringhieri, 1971. 3. C. G. Jung e la scrittura Nel processo di individuazione il riconoscimento della realtà della psiche inconscia rappresenta il primo passo per aprirsi alla complessità del quadro psichico e, superando l'unilateralità del punto di vista cosciente, per tendere verso la totalità psichica. «A coloro che hanno riconosciuto questa realtà - commenta Jung - la psiche appare come qualcosa di obiettivo, come un non-lo psichico. Questa esperienza equivale alla scoperta di un nuovo mondo empirico. Il presunto vuoto costituito da uno spazio psicologico meramente soggettivo si riempie di figure obiettive dotate di una propria volontà e si rivela un universo con leggi proprie del quale fa parte, in una nuova forma, anche l'Io. Questa esperienza è una scossa alle fondamenta, una rivoluzione per il nostro presuntuoso mondo della coscienza, uno spostamento cosmico del punto di vista, di cui ancora non siamo assolutamente in grado di cogliere o valutare razionalmente la natura» (23). In analisi il confronto con le immagini inconsce avviene per «tappe» e utilizzando vari strumenti. Per Jung la scrittura costituisce a tutti gli effetti uno strumento clinico, che serve: 1) a oggettivare la psiche inconscia; 2) a distanziare al massimo l'esperienza soggettiva da quella oggettiva. L'esperienza della scrittura pone infatti il complesso dell'Io in una condizione particolarmente favorevole per disidentificarsi dalle immagini del profondo, le quali, grazie alla forma decontestualizzata del testo scritto, svelano con maggiore facilità anche i propri aspetti autonomi. Le opinioni di Jung a proposito della scrittura fanno riferimento a un ventaglio di esperienze psicologiche molto diversificato: basti ricordare la distanza che separa l'esperienza della psiche inconscia - del tutto inconsapevole da parte del complesso dell'Io - fatta dalle personalità semisonnamboliche con la scrittura automatica, quella - elaboratissima dal punto di vista della consapevolezza cosciente - dell'oggettivazione scritta nel metodo dell'immaginazione attiva e l'esperienza archetipica dell'artista nella creazione dell'opera d'arte «visionaria» (24). Già in Psicologia e patologia dei cosiddetti fenomeni occulti (25) Jung aveva ipotizzato che attraverso i fenomeni medianici si rendesse visibile il «superpotere inconscio» «quel processo automatico il cui risultato non è accessibile all'attività psichica cosciente dell'individuo» (26) - che lo aveva indotto a postulare «una ricettività primaria dell'inconscio di gran lunga superiore a quella cosciente» (27). Secondo questa primissima lettura dei fenomeni medianici, la scrittura automatica rappresenta un modo – ancorché inconsapevole - con cui le personalità semisonnamboliche rendono visibile la realtà psichica inconscia nella forma oggettivata della scrittura. In Psicologia della dementia praecox (28) Jung conferma

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(29) Si veda ancora M. Tibaldi (1992), «Lo sperimentalismo e gli anni di formazione>>, op. cit. (30) Si veda. M. Tibaldi (1995), <>, Studi Junghiani, 2, 1995. (31) V. Brome (1978), Vita di Jung, Torino, Bollati Boringhieri, 1994, p.211. (32) C. G. Jung (1961), Ricordi, sogni, riflessioni di C. G. Jung, raccolti ed editi da A. Jaffé, Milano, Rizzoli, 1978, p. 236. (33) Ibidem, p. 235. (34) V. Brome (1978), Vita di Jung, op. cit., p. 220. (35) C. G. Jung (1957/1958), «La funzione trascendente», in Opere, Vol. 8, Torino, Boringhieri, 1976. (36) Ibidem, p. 94. (37) Ibidem, p. 98. (38) Ibidem, p. 101. questa lettura del superpotere inconscio, ma ne allarga la portata: il materiale reso visibile dalla scrittura automatica è considerato infatti non solo espressione di una pluralità di complessi personali, ma anche indicatore psichico di meccanismi compensatori per mezzo dei quali lo strato oggettivo della psiche cerca di dare vita a una immagine rinnovata del mondo (29). Durante la profonda crisi personale e scientifica vissuta negli anni 1912-1917 Jung sperimenta la possibilità di personificare le emozioni inconsce e «scopre» il metodo dell'immaginazione attiva, metodo nel quale l'esperienza della scrittura svolge un ruolo di fondamentale importanza (30). Brome ricorda che in quegli anni Jung «annotava continuamente molte delle sue fantasie nel linguaggio elevato suggerito dall'inconscio, e spesso sembrava passare a una scrittura automatica dettata dall'inconscio stesso» (31). È il periodo in cui, come si diceva, Jung verifica non solo la possibilità di personificare le emozioni inconsce, dando loro visibilità immaginale, ma anche quella di dare loro visibilità «testuale» mediante la scrittura. I Septem sermones ad mortuos, sette dialoghi con i defunti che «costituirono una specie di preludio a ciò che - scrive Jung - avevo da comunicare al mondo circa l'inconscio: una specie di modello di ordine e di interpretazione dei comuni contenuti dell'inconscio» (32), segnarono la risoluzione definitiva della sua crisi personale e dell'oppressione per la misteriosa presenza di «una folla di spiriti». «Appena avevo preso la penna - ricorda Jung - tutta quella folla di spiriti era svanita. La stanza era tornata quieta, l'atmosfera limpida: l'invasione era finita. Fino alla sera dopo ci fu ancora qualcosa, poi di nuovo svanì. Eravamo nel 1916» (33). «Simbolicamente - commenta Brome - la purificazione della casa fu anche la purificazione della sua quasi pazzia. In un senso i demoni erano stati esorcizzati; in un altro, il suo incontro con i materiali arcaici dell'inconscio collettivo era stato infine assimilato in una nuova armonia» (34). Con La funzione trascendente - un manoscritto del 1916 pubblicato soltanto nel 1957/1958 (35) - l'esperienza della scrittura è trattata per la prima volta anche dal punto di vista del ruolo che essa può svolgere nella costruzione della consapevolezza di sé. In questo testo Jung sostiene che nel confronto pratico con le immagini inconsce la scrittura rappresenta senza dubbio la forma più completa di raccolta di quelle immagini profonde che siano sul punto di agire sul complesso dell'Io e spiega come, aprendo un varco nell'unilateralità del punto di vista cosciente, essa eviti «l'intromissione segreta dell'inconscio e le sgradevoli conseguenze che ne derivano» (36). Jung raccomanda di fissare per iscritto e con cura (37) le immagini interiori, poiché «i contenuti inconsci [...] vogliono emergere chiaramente, il che è loro possibile unicamente attraverso la raffigurazione» (38). È comunque in Mysterìum Coniunctionis, l'opera della massima maturità di Jung, che il significato della scrittura viene chiarito in modo ancora più esplicito. Jung ricorda che nel processo di confronto con le immagini inconsce reso possibile dal metodo dell'immaginazione attiva, una volta che siano state attivate

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(39) C. G. Jung (1955/1956), Mysterium Coniunctionis, op. cit., p. 496. (40) C. G. Jung (1930/1950), << Psicologia e poesia», op. cit. (41) M. Tibaldi, R. Venuti (1992), <

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(45) Ibidem, pp. 163-164. (46) Per quanto riguarda la decontestualizzazione nel pensiero alfabetizzato si veda J. P. Denny, «II pensiero razionale nella cultura orale e la decontestualizzazione nell'alfabetizzazione», in D. R. Olson, N. Torrance (a cura di) (1991), Alfabetizzazione e oralità, Milano, Cortina, 1995, pp. 71-95. (47) C. G. Jung (1922), «Psicologia analitica e arte poetica>>, in Opere , Vol. 10/1, Torino, Boringhieri, 1985, pp. 348-349. (48) W. Ong (1982), Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola , op. cit., p.124. infatti dar luogo a processi di sopravvalutazione narcisistica e di inflazione, può far cadere il soggetto nella rete del principio di potenza e può diventare una «grande scusa» per sfuggire agli obblighi morali dell'esistenza. Sotto il profilo del valore artistico, l'armonizzazione del principio del coinvolgimento psichico con quello dell'espressione estetica produce invece una creatività strutturata che si rivolge alla collettività umana in forma di simbolo vivo. In questo felice caso «L'opera agisce nei confronti del suo tempo in modo inaugurale e profetico, costituendone l'apertura, non solo e non sempre in senso cronologico, ma come disvelamento delle sue possibilità più segrete» (45). Per Jung la differenza tra la psicografia patologica, l'esperienza della scrittura nel metodo dell'immaginazione attiva e la parola scritta dell'opera letteraria sta dunque nel diverso rapporto che si stabilisce tra il potere delle immagini inconsce, la consapevolezza di sé e la qualità formale degli strumenti espressivi di cui il complesso dell'Io dispone. Queste considerazioni di Jung sui rapporti tra immagini inconsce, esperienza della scrittura e conoscenza di sé ci aiutano a comprendere il ruolo che le tecniche espressive in generale e l'esperienza della scrittura in particolare possono svolgere nella situazione analitica: le prime servono a «portare fuori» i contenuti inconsci, rendendoli visibili come «oggetti» esterni; la seconda, oltre ad oggettivarli, li trasforma in testi «decontestualizzati» che facilitano lo scioglimento dei legami tra il complesso dell'Io e le immagini inconsce (46). È in questo senso che la distanza «testuale» svolge un ruolo decisivo nella costruzione della conoscenza di sé: «Fintanto che siamo catturati dalla forza creativa - scrive Jung - noi non vediamo e non conosciamo nulla, non ci è concesso neppure di conoscere, poiché nulla è più pernicioso e pericoloso, nei confronti dell'esperienza immediata, della conoscenza. Per poter conoscere, bisogna uscire dal processo creativo e considerarlo dal di fuori; solo allora esso diviene un'immagine che esprime significati» (47). Probabilmente soltanto oggi – grazie anche alle ricerche sugli effetti che la tecnologizzazione della parola ha sui processi di pensiero - possiamo comprendere e studiare in modo più rigoroso e articolato il valore trasformativo di questo «artificio» umano: «Le tecnologie - come nota Walter Ong, uno dei maggiori studiosi contemporanei dell'oralismo non sono infatti semplici aiuti esterni, ma comportano trasformazioni delle strutture mentali, e in special modo quando hanno a che vedere con la parola. Tali trasformazioni possono essere positive: la scrittura ad esempio innalza il livello di consapevolezza [...]. Per vivere e comprendere bene, abbiamo bisogno non solo della prossimità, ma anche della distanza; questo la scrittura regala alla mente umana in modo unico, come niente altro può fare» (48).

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