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Il fratello invisibile Aldo Carotenuto. Roma Nell'atto di sacrificare la soluzione della morte alla morte del corpo, Bousquet fa un atto di fede nella vita. che non mi pare abbia molti altri precedenti. Fare dell'anima la culla in cui verrà alla luce l'essere, è dare senso alla propria vita, contro le circostanze negative che vorrebbero annientarla. «L'anima anteriore al suo proprio essere è stata la mia culla; con i miei atti e il caso ho creato la culla dove potrà raggiungere l'essere diventando la foce dei miei giorni e l'estuario della loro chiarezza» (1). (1) J. Bousquet (1982), Da uno sguardo un altro, Rimini. Panozzo Editore, 1987, p.109. Ma il «senso della vita» è un'espressione troppo vaga, se non la si salda alla consapevolezza che tocca a noi conferire pienezza a una esistenza che non si svela all'uomo che a caro prezzo: «L'uomo deve intraprendere tutto per ritrovare la sua altezza» - ciò significa che deve spendere tutta una vita in questa ricerca. Non si tratta dunque di indagare le leggi del reale, ma di capovolgere ogni legge attraverso un'ottica nuova, una conoscenza 'notturna' che si fa spazio nell'assenza e nel silenzio: «C'è una notte nella notte. Certe sere mi sento sfiorare da una specie di malinconia, una insensibilità triste. Allora mi sento inferiore, degno di una mediocrità con cui verifico il conformarsi della mia vita. Mi sento tagliato fuori dal mondo dall'idea che mi faccio della sua bellezza. Non soffro; ma assaporo e penso il mio silenzio come l'espressione più appropriata del mio nulla inferiore» (2). (2) J. Bousquet (1941), Tradotto dal silenzio, Genova, Marietti, 1987, I. Il silenzio permette a quella parte di noi che è ancora un

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'nulla' di far sentire la sua voce, perché possiamo darle poi un nome. La 'conoscenza della sera' è la conoscenza dell'ignoto in noi che l'uomo non ha ancora 'nominato', non ha ancora regalato alla coscienza: «Ciò che vuole essere, è in noi come un vuoto, e comanda a tutto ciò che è», scrive Bousquet (3). (3) J. Bousquet (1982), Da uno Fino a quando domina il rumore, l'affanno per la conquista sguardo un altro, op. cit., p. 83. di un posto alla luce del sole, fino a quando la nostra richiesta di senso si esaurisce nell'adempimento dei doveri che il collettivo ci impone, non c'è spazio per «questa culla di silenzio che ci genera all'essere», l'anima. Solo nella solitudine il poeta può tradurre dal silenzio, può tentare cioè di decifrare i segni di ciò che accade nella sua «notte della notte», e di assegnare loro un nome per donarlo alla coscienza collettiva con attributi di senso. L'opera di Joè Bousquet si è nutrita di una estenuante ricerca sul linguaggio, sulla possibilità di dare nome alla indicibilità dei «fatti spirituali», e di annettere alla coscienza, attraverso la parola, il senso riposto delle incognite che abitano l'uomo: «Non si tratta di ingrandire l'anima dell'uomo, ma di renderla più pre sente: l'anima, la cui immensità dispera. Poiché è solitudine, ignoranza dell'amore, e tende a conoscersi nei luoghi in cui la solitudine è amore e in ogni parte vestita d'inaccessibile, la poesia è fatta per rivelare agli uomini ciò che sono senza saperlo» (4). La poesia, per Bousquet, è «un modo di chiamare il mondo» che libera il poeta da se stesso ma «gli restituisce il suo essere nella sua pienezza». È l'oscuro scavo (4) Ibidem, p. 51. inferiore attraverso il quale «il poeta si è cancellato davanti alla vita che era in lui, e non ha più lasciato tracce della sua persona in una visione del mondo che porta tuttavia il sigillo di una coscienza, coscienza superiore» (5). Assegnare un nome a ciò che sentiamo agitarsi in noi, significa avverare il dialogo con le proprie istanze inferiori: compito a cui ogni uomo del sottosuolo è chiamato. È una forma di conoscenza paradossale, che nasce dall'inabissamento della coscienza, dal suo viaggio nella profondità delle tenebre, e che Bousquet esprime attra- (5) Ibidem, p. 52. verso la metafora del 'soleil souterrain', dove l'immagine 10

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del sole che splende sulla terra è inusitatamente ribaltata, assumendo connotazioni inattese e inquietanti. La luce nera' è la metafora con cui Bousquet esprime la fascinazione che su di lui esercitano le tenebre, l'ignoto: la notte cela nelle sue profondità una luce nera e ardente, proprio come il nero della parola scritta racchiude e fissa nel tempo il lampo di luce di un'intuizione. Ciascuno di noi, vivendo la propria vita secondo le modalità che il destino gli ha riservato, tesse la trama su cui si fonda l'attività creativa individuale. Anche la menomazione, fisica come psicologica, crea le premesse psicologiche attraverso cui possono svilupparsi modalità creative. Ma la capacità di trasformare il mondo attraverso la propria dimensione psichica richiede un genere di vita particolare, fondato su valori ribaltati rispetto ai canoni culturali della massa, un'esistenza talmente «nuda» - concetto su cui Bousquet tornerà spesso - cioè autentica, dunque solitaria, da non consentire indugi o diversioni: non è permesso barare con se stessi ne risparmiarsi, perché solo mettendo continuamente a repentaglio le proprie certezze si potrà realizzare un progetto che costituisca una sfida per il resto del mondo. La storia ci insegna che l'opera dell'artista, o del pensatore di genio, comporta sempre il rischio della solitudine e dell'emarginazione. Al contrario, chi percorre le vie maestre, le strade facili e comode già spianate dal calpestio di tutti quelli che ci sono già passati, e si guarda bene dall'avventurarsi per sentieri impervi, rinuncia alla possibilità di «sese concipere », «di concepire se stesso», come scrive Bousquet, e con essa alla possibilità di aprire vie nuove, a se stesso e agli altri. Dalla menomazione fisica, come dal disagio spirituale, possono dunque generarsi nuovi processi di pensiero. Il pensiero infatti nasce come tentativo di superamento degli ostacoli che la vita stessa pone, come risposta alle difficoltà particolari dell'esistenza: se l'uomo non incontrasse ostacoli, probabilmente sarebbe «spensierato» nel senso letterale del termine, e cioè non avrebbe ragione di pensare. Così, un'immobilità fisica che impedisca il confronto con la realtà attraverso il corpo, che precluda la conquista 11

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dello spazio fisico attraverso il movimento, il gesto, il viaggiare ecc., può creare le basi psicologiche per nuove e diverse «tecniche» di conquista, verso tenitori inesplorati dell'immaginazione. Perché ciò accada è indispensabile una grande dose di coraggio, giacché la propria infermità, il proprio tallone di Achille possono diventare il punto di forza di un'esistenza solo se si riesce a convivere con essi, se li si preferirà alle soluzioni estreme della disperazione, dell'autoannullamento, della morte. Dov'è una verità individuale, lì c'è anche rischio e sofferenza. Il prezzo di ciò che realizzeremo è un approccio alla realtà completamente diverso da quello di chi conduce una vita all'insegna delle norme collettive. «Fino a quando non si mette in gioco la propria vita si manca della forza necessaria per trarre dall'ombra il tratto fondamentale del carattere. Si sa d'istinto da che verso occorre afferrare una verità capace di salvarci dalla disperazione» (6). «Al di qua di tutto ciò che sono, il mio essere è in seno al mondo come una piaga che non ho potuto suturare senza ferire me stesso» (7). (6) J. Bousquet (1941), Tradotto dal silenzio, op. di., Kierkegaard usava dire che per poter pensare e parlare p.18. doveva fare riferimento a una «spina» che aveva nel (7) Ibidem, p. 108. fianco. L'invisibile «spina» nel fianco, che ricorda la freccia che cauterizzò il cuore della mistica Teresa d'Avita, è la metafora dell'unità profonda fra psichico e corporeo, per la quale il dolore psichico sembra non distinguersi dall'afflizione del corpo che lo accoglie, quasi innestandosi nel luogo dell'organismo deputato a testimoniare la forza della sofferenza. La sofferenza d'amore, ad esempio, come le esperienze di ognuno possono confermare, può «ferire a morte»: essa si inscrive plasticamente nel corpo come una ferita, tanto che la frase d'uso corrente in simili frangenti è proprio 'mi hai ferito', e il dio dell'amore ha arco e frecce. La ferita è la memoria viva del dolore, la sua attualità pressante: è un «basso continuo» che accompagna l'esistenza e assorbe tutta l'attenzione del soggetto. Bousquet è ferito nel corpo e nell'anima: la pallottola affondata nella carne si incista nello spazio più profondo del suo essere, come la testa invisibile di un chiodo e lo costringe a mantenere sempre aperti i conti con la morte. 12

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Lui stesso si definisce una piaga in seno al mondo, incisa nel buio del corpo. All'interno di questa condizione psicologica, il modo di guardare alle cose non può che subire un profondo mutamento, così come cambia la valutazione degli eventi, visti alla luce di una difficoltà psichica che, attraverso il corpo, è diventata concreta, tangibile. Tutti gli studiosi che hanno esplorato il mondo della malattia, hanno constatato una stretta connessione tra dominio psichico e manifestazione somatica. Corpo e psiche sono due realtà intimamente e misteriosamente connesse: angosce, tensioni, patemi, frustrazioni, si traducono costantemente in malesseri fisici. Come si pone l'uomo d'oggi di fronte alla sofferenza fisica, soprattutto di fronte alla malattia che distrugge il corpo, che lo condanna al silenzio? Più o meno come l'uomo medioevale: la malattia è vissuta ancora come una condanna, forse ingiusta e comunque non motivata, da espiare giorno per giorno; e se la pena appare intollerabile, c'è un solo modo di ribellarsi, di «evadere»; il suicidio, la morte che leopardianamente «d'ogni dolor risana». Porre fine alla propria esistenza può apparire una soluzione liberatoria dagli affanni di un corpo che non intende rinunciare alla propria dose quotidiana potenziale di piacere o anche solo di benessere. Vi è però un'altra via, certo una via che passa attraverso la 'porta stretta': quella di continuare a vivere nella sofferenza e della sofferenza. Una condizione psicologica ed esistenziale di questo tipo non può che rendere completamente diversi dagli altri, portatori di un pensiero unico. Lo scrittore francese si espone alla morte, salvandosi solo a prezzo di una paralisi quasi completa del corpo, che così diventa l'abitacolo della morte, una morte con cui il pensiero instaura un dialogo lungo e difficile. È una situazione assolutamente particolare, un caso estremo di lotta contro la sofferenza: l'immobilità, che si identifica nella perdita dei valori positivi del corpo, il corpo come assenza e come dolore, diventa per lo scrittore il fondamentale ostacolo alla realtà. Ognuno di noi può dover fare i conti con un ostacolo che 13

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sbarra l'accesso al reale: sul versante psicologico può essere una difficoltà inerente al proprio mondo inferiore, e ciò accade soprattutto alle nature fortemente emotive, la cui sensibilità è talmente accentuata da costituire un impedimento al rapporto con la realtà circostante, alla sua comprensione. «I limiti del nostro essere - scriveva Bousquet - sono limiti inferiori. L'uomo è una lampada la cui fiamma è caduta all'interno» (8). Il fatto è che la realtà nasconde leggi che noi non cono- (8) J. Bousquet (1982), Da sciamo, e c'è anche chi sostiene che, nel momento in cui uno sguardo un altro, op. cit, p. 83. si arriverà a svelarle, sarà ormai troppo tardi. Il mondo reca in sé il peso di milioni di anni di sofferenze e di lotte; e allora chi pensa di ridurre la realtà a semplici schemi logici e si illude di poterla così controllare e governare agevolmente, si troverà troppo spesso davanti all'imprevisto, all'inspiegabile. Ma c'è anche chi non si stanca di inseguire la verità malgrado le sconfitte gli scacchi, anzi è attraverso queste sconfitte che scruta l'altra faccia della realtà. Attraverso la sofferenza si è costretti a guardare le cose in profondità, giacché dietro l'apparenza del reale si nasconde ciò che la conoscenza del dolore rivela a tratti, una profondità e una complessità che, chi si accontenta dei cosiddetti 'dati reali', non si immagina nemmeno. Ecco come si esprime Bousquet: «Umanizzare il mondo a forza di disumanizzarmi... Attraversare lo spazio più vasto del mio io più segreto, creare fuori di me, come a larghi colpi d'ala, un'immagine del pensiero mediante l'edificio della luce» (9). Un progetto così ardito non può proporselo che un uomo costretto dalla sofferenza a distogliere lo sguardo dalla (9) J. Bousquet (1941). Trarealtà del quotidiano, e che si muove nei sottopiani del- dotto dal silenzio, op. cit, p. l'anima con la dimestichezza di un felino nel buio. La 111. sofferenza fisica e psicologica è diventata la sua compagna di viaggio. Se le ferite del corpo sono le più visibili, quelle dell'anima fanno ancora più male, perché la loro stessa invisibilità ci lascia terribilmente soli con la nostra sofferenza; ma in entrambi i casi ciò che più atterrisce colui che soffre è l'esser privato dell'appiglio della ragione: il dolore non conosce ragione, non viene esperito attraverso la razio- 14

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nalità né questa serve a comprendere il perché della sofferenza. Giobbe, tormentato dai mali che un Dio capriccioso gli infligge, attraversa le prove più dure, ma quello che causa le sue angosce e il suo sfinimento è soprattutto l'incapacità di comprendere razionalmente il perché di simili sofferenze, immeritate come la condanna di un innocente. Farsi una ragione del male che ci colpisce ci aiuta non tanto a difendercene quanto a sopportarlo, ad accettarlo. La malvagità degli altri, di cui tutti facciamo quotidianamente le spese, ci ferisce maggiormente quanto più non riusciamo a capirla, a inquadrarla in una visione del mondo accettabile e coerente. Primo Levi affermava di essere tormentato dalle parole dei suoi ex aguzzini, coloro che fungevano da carcerieri nel campo di concentramento in cui lo scrittore fu internato, e che insinuavano ai prigionieri che qualora fossero riusciti a sopravvivere, nessuno avrebbe mai creduto a quello che essi avevano patito. Levi cercò di vincere i demoni suscitati in lui da una simile esperienza-limite, attraverso la scrittura: la sua attività di narratore non era finalizzata solo al produrre per l'umanità una testimonianza esplicita dell'inferno che aveva vissuto, ma era soprattutto un tentativo di neutralizzare questi demoni interiori. Nel momento in cui gli parve impossibile continuare in questa autoterapia creativa, perché la sua vena artistica sembrava inaridita, si suicidò. Un suicidio come ultima estrema risorsa per contrapporsi alle angoscianti immagini interiori provenienti dal suo passato. Anche per Bousquet la risposta vincente alla sofferenza e alla morte del corpo è la creazione letteraria: la ferita insanabile ha fatto di lui uno scrittore. Privato del proprio corpo, Bousquet accetta di vivere mediante il corpo della scrittura, e di donare al mondo il corpo della sua opera. La scrittura diviene innanzitutto conoscenza soteriologica, metodo di salvezza, individuale e collettiva: «Se una simile afflizione non mi ha ridotto alla disperazione è perché mi è rimasta la voce. Le prime parole di tristezza erano già sensibili alle forze oscure che le orientavano, rivelando che nella mia facoltà ad esprimermi c'era un tesoro sepolto» (10). «Scrivi per aprire con la solitudine un largo cammino verso gli altri» (11). (10) Ibidem, p. 57. (11) J. Bousquet (1982), Da uno sguardo un altro, op. cit., p.118. 15

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È la sfida positiva al male che lo abita, la testimonianza, che l'inchiostro rende visibile, di una ricerca che l'immobilità non riduce, al contrario eleva: «Per me non si tratta di scrivere, ma di restituire alla vita la sua inestimabile altezza; e per questo renderla indifferente a ciò che accadde nel giorno dell'incidente»» (12). (12) Ibidem, p. 3. Tutta l'opera e il pensiero di Bousquet sono la prova dell'estenuante lavorìo inferiore attraverso il quale dare nome alla propria sofferenza, e nominandola, integrarla e trasformarla in 'senso'. L'integrazione della propria sofferenza è un lungo percorso alla ricerca delle proprie radici, che presuppone un particolare atto di fede: l'atto di fede in se stessi. La premessa fondamentale sottesa ad ogni terapia analitica e al suo buon esito, è la forte motivazione personale di chi si sottopone al training, la sua fiducia nelle capacità rigeneratrici della psiche. L'atto di fede in se stessi è un salto di qualità formidabile, che presuppone la capacità di riconoscere che ognuno ha bisogno soprattutto di se stesso, che ognuno è la prima persona in grado di aiutarsi. È un passaggio psicologico molto importante per l'acquisizione di un'autonomia personale. La persona sofferente è innanzitutto una persona che non ha più fiducia in sé. Il nevrotico che ha bisogno di più accompagnatori che lo aiutino nell'impresa di far fronte alle minacce dello spazio aperto, testimonia con la sua paura la sfiducia in se stesso. Ogni sintomo, in realtà, rivela l'incapacità di fronteggiare i pericoli basandosi sulle proprie forze: è come cedere la propria autonomia, attribuendo agli altri, oltre alle colpe, anche la capacità di soccorrerci che noi non possediamo più. Purtroppo è una delega che nessuno potrà accogliere, per la semplice ragione che la sofferenza, esattamente come la responsabilità, è talmente 'nostra' che si potrebbe dire che noi siamo il nostro dolore, come noi siamo la nostra responsabilità. Tutti vorremmo essere sollevati dalla nostra difficoltà esistenziale, vorremmo procrastinare all'infinito lo stato del 16

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(13) Ibidem, p. 53. bambino circondato dalle cure e sollevato da ogni carico gravoso. Ma lo stadio della dipendenza totale dall'altro è legato alle reali necessità di sopravvivenza in un periodo in cui senza un aiuto esterno l'essere umano soccomberebbe: ma una morte psicologica altrettanto pericolosa verrebbe provocata dal protrarsi del periodo di dipendenza. La vera maturità non è mai cronologica, ma psicologica: «l'età dell'anima e gli anni non appartengono allo stessa equipaggio», afferma Bousquet (13), essa si da dal momento in cui l'uomo acquista una sua autonomia e comprende che ha bisogno di se stesso, prima che dell'altro. La capacità di svincolarsi da legami soffocanti, dai canoni imposti e dalle mode imperanti nasce dalla presa di coscienza di esistere In prima persona', di essere individualmente titolare di diritti, di doveri e di potenzialità creative. Il termine «religione» è connesso al 'contenere', da ‘religo' che significa chiudo, contengo: l'atto di fede religiosa fa riferimento dunque allo sforzo psicologico del 'contenere in sé' nuove verità; similmente, l'atto di fede in se stessi è il farsi contenitori di se stessi, il diventare i soggetti della propria visione, gli unici responsabili degli eventi e degli atti della propria esistenza, nel bene come nel male. Ma un cambiamento di prospettiva così radicale è possibile solo se si riesce ad accettare la propria sofferenza psichica e a convivere con essa fino a farne un'alleata e una compagna di strada nel lungo cammino dell'individuazione. Per Bousquet tale conquista è derivata dall'assunzione consapevole del proprio corpo malato e della ferita che glielo aveva reso nemico. Solo in questa accettazione si accede alla realizzazione della propria umanità, si da voce all'attività creatrice della psiche. Bousquet ne è consapevole, intuendo come la fecondità della propria opera scaturisca dal limite su cui essa si fonda: «Ma non otterrò nulla finché domando alla mia arte delle risorse per fuggirmi. Se il programma elaborato sopra corrisponde veramente a un susseguirsi di scopi reali, devo considerare ... che al centro della mia opera, per magnetizzare ogni aspetto intellettuale, dovrebbe esserci un'accettazione totale del mio essere reale» (14). 17 (14) J Bousquet (1941) Tradotto dal silenzio, op. cit., p.97

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Accettare totalmente il nostro essere reale significa accettare anche quella parte di noi che abbiamo sempre considerato una specie di nemico interno, capace solo di metterci i bastoni tra le ruote e di sabotare sistematicamente i nostri progetti più impegnativi. Di questo «nemico» lo scrittore francese fece un vero e proprio alter ego, un fratello invisibile, la controparte immaginale del suo desiderio d'essere: «Ebbene, sotto la mia apparenza accecante nascondo uno spettro più nero del nero, un essere di notte che non trova il fondo delle sue tenebre e che solo grazie ai miei occhi spalancati ha trovato dimora nel mondo stesso in cui sono» (15). (15) J. Bousquet (1982), Da uno sguardo un altro, op. cit., p. 147. Se questo Mr. Hyde - diavolo o doppio - non viene fronteggiato e accettato come parte integrante della propria personalità, si impadronisce del soggetto, che ne diventa schiavo, proprio come in precedenza era schiavo degli eventi. Il poeta di Carcassone comprende dunque che sarà la maturità raggiunta dal suo essere a determinare la qualità e la verità della sua opera, e che tutta l'esistenza successiva al momento della paralisi dovrà essere guidata dalla forza dello spirito e dal lavoro di trasformazione inferiore. Tutta la forza psicologica che gli ha permesso di sopravvivere, nasce proprio da questa nuova coscienza 'spirituale', di creatura che può e deve superare se stessa a partire dalla ferita, dal limite che la fonda. Si potrebbe obiettare che ci troviamo dinanzi a un caso assolutamente particolare, che non può essere considerato esemplare e perciò universalmente valido; ma, come è tipico dei casi-limite, l'eccezionalità di questa vicenda, la sua 'enormità', non sta negli elementi in gioco ma solo nelle dimensioni, nella misura, nel 'grado' di quegli elementi: la gravita della ferita, il talento del protagonista e, di conseguenza, il valore sono la risonanza della sua opera. Ma la vicenda in sé è valida a qualsiasi 'scala' o livello, significativa e stimolante per tutti: ognuno di noi può mettere a fuoco la propria ferita, la mutilazione inferiore che lo paralizza, e che può trasformarsi nel principio fondante della propria individuazione. Fin dalla nascita noi ricerchiamo le modalità attraverso 18

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(16) Ibidem, p. 120. cui 'creare' noi stessi, i mezzi per individuarci, per esprimere al meglio le nostre potenzialità, affannandoci spesso a nascondere i nostri 'talloni di Achille', ritenendoli soltanto di ostacolo alla nostra realizzazione. Bousquet ci addita invece proprio nella ferita il tesoro nascosto, la sorgente di luce che ci svela a noi stessi come esseri d'eccezione, nella unicità della nostra vocazione. La prima domanda che affiora dalle profondità della sofferenza è: perché mi è successo questo? Se la pallottola fosse affondata qualche centimetro più in là, non avrebbe causato una paralisi, o forse avrebbe causato la morte, la fine di ogni sofferenza. A domande si aggiungono domande, e l'atto di interrogarsi costituisce una prima svolta significativa nei confronti dell'abituale, irriflessivo trascinarsi dei giorni. La domanda è espressione di una ricerca già in atto, la traduzione orale dei lamenti ancora informi dell'anima che il dolore ha risvegliato. «Perché sono nato?» si chiede Bousquet. E l'anima, a cui egli ha saputo dare ascolto, infine risponde: «Sei venuto in questo mondo per acuire la tua vita, che non può finire, a rischio di annientarla» (16). Il ripetersi costante della domanda, la tensione che essa genera nel catalizzare tutte le energie di colui che la formula «nella speranza di avere qualcosa da rivelare», produce una vertigine psicologica che la ferita tiene viva, ed è la coscienza di questa ferita che fa gridare al poeta: «non voglio essere generato dalie circostanze ... Che la mia ferita trovi in me un soccorso e che io l'aiuti a purificare la mia vita dall'umano!» (17). (17) Ibidem, p. 22. Attraverso la scrittura e il pensiero, Bousquet cerca di dare una risposta alle domande che lo assillano. Nello stesso modo lo psico logo del profondo è chiamato a cercare nell'intimo le risposte ai propri interrogativi, e solo muovendo da queste potrà aiutare l'altro a trovare la sua particolare modalità di risposta alla sofferenza. Jung ammoniva i cultori della psicoterapia a rammentare che l'analista può accompagnare il suo paziente solo fin dove lui stesso è arrivato. La metafora della ferita - quella dello scrittore francese così come di ogni uomo - è allora la metafora di chi, 19

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ferito, è sottratto al moto irriflessivo della vita e posto fuori dal tempo, in un angolo da cui può scorgere la frenetica esistenza dei suoi simili, e meditare invece sul proprio silenzio, sulla propria paradossale sconfitta che può generare una più alta forma di esistenza. La ferita che la vita ci infligge è la piccola zona d'ombra, l'area vulnerabile fra le scapole di Sigfrido, il tallone del mitico Achille, un punto nevralgico sempre presente. L'interrogativo che poniamo a noi stessi in realtà non è frutto di elucubrazioni mentali ma la voce di questa ferita, il segnale che attesta l'equilibrio instabile che essa produce, l'indicazione di una carenza fondamentale che sempre accompagnerà la nostra esistenza: eppure è proprio questa incertezza che permetterà all'individuo di aprirsi al mondo e che consentirà al reale stesso di penetrare in lui. «Il senso di esistere è l'apparizione della mia anima. Ha la sua base nel mondo estemo e non ha altro corpo. Dona l'essere alla natura e in seguito scopre in essa il corpo vivente che sono» (18). (18) Ibidem, p. 106. Questo discorso porta ognuno di noi a chiedersi quale sia la propria «immobilità», la propria zona d'ombra. Spesso noi stessi siamo gli artefici della nostra immobilità, secondo le circostanze che ci siamo procurati: un po' come nella dottrina buddhista del Karma, noi produciamo azioni che poi si riveleranno come lacci che ci impediscono di procedere. In molti casi è necessario un intervento tempestivo, senza il quale si rischia di rimanere immobili per anni: sembra che occorra fare subito qualcosa, altrimenti si potrebbero perdere ampi spazi della propria vita, nell'attesa di una costellazione di eventi che ci liberi. Ognuno darà un nome alla propria «immobilità». Questa problematica potrebbe essere ridefinita nei termini di giusto impatto con la realtà, di coraggio e di sfida ai timori che essa genera. Ogni volta che ci lasciamo afferrare dalla paura, cadiamo nell'immobilità, regrediamo a stadi infantili rischiando la paralisi, poiché il panico rende difformi i contorni del reale e genera mostri che possono annientarci. La paura può esplicare la sua funzione vitale solo se serve ad affrontare con circospezione il pericolo, ma diviene mortale quando ci paralizza. In effetti le leggi del mondo che ci circonda, i suoi sconosciuti meccanismi 20

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non possono non generare paura, perché non tengono in alcuna considerazione i bisogni del singolo: siamo noi, al contrario a doverci adeguare e a dover plasmare i nostri bisogni in funzione della realtà. Nell'Universo illimitato non siamo che particelle, e il suo misterioso disegno trascura le singole trame delle nostre vite. Il mondo è assolutamente indifferente, e attendere fiduciosamente che le grandi leggi del caso vengano in nostro soccorso è un autentico suicidio psicologico. Le immobilità, le ferite, le sofferenze psicologiche che non ci verranno risparmiate, devono allora essere avvicinate e interpretate in modo da divenire, come è accaduto al pensatore di Carcassonne, nuove vie di realizzazione, di trasformazione personale. L'impedimento che ci indica un errore nella strada percorsa, può in realtà rappresentare il bivio che ci impone una scelta da cui potrebbe avere inizio un nuovo cammino. Tutta la nostra vita si dipanerà in percorsi labirintici, lasciando il singolo nel dilemma d'una scelta che può rivelarsi un errore, il rischio di perdersi. Nel lavoro terapeutico si incontrano spesso persone che hanno «sbagliato la loro strada», che hanno scelto - per indolenza o 'quieto vivere' - la via più comoda, abbracciando una qualche carriera burocratica o manageriale e abdicando a una vocazione «difficile», come l'arte, la musica, la letteratura. Ci si accorge immediatamente della violenza perpetrata ai danni del loro universo psichico. Ogni scelta che non risponda ai propri bisogni profondi, ma che venga operata in funzione di obblighi esterni, è in realtà una scelta paralizzante, un calcolo sbagliato che può uccidere psicologicamente. Spesso ciò che ci detta la scelta più facile, più anonima, quella che apparentemente promette maggiori sicurezze, è la paura del rischio. A lungo andare si comprende però come nessuna scelta possa essere affrontata con leggerezza: l'uomo e la sua opera diventano una cosa sola, attivando un circuito che può dimostrarsi perverso se l'attività a cui ci si dedica non è che l'approdo a cui ci hanno sospinti i dettami collettivi, le richieste della società e non il silenzio di una ricerca individuale. Gibran alle domande del suo popolo sull'attività lavorativa dell'uomo, rispose: 21

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«Se non potete lavorare con amore, ma esso (lavoro) vi ripugna, lasciatelo, meglio è sedere alla porta del tempio per ricevere elemosine da chi lavora con gioia. Poi che se fate il pane, indifferenti, questo pane sarà amaro e non potrà sfamare l'uomo. E se premendo l'uva, in voi non c'è trasporto, nel vino la vostra ripugnanza distillerà veleno» (19). (19) K.G. Gibran (1923), // profeta, Milano, Guanda, 1981, p. 45. Il malessere e l'insoddisfazione che possono decidere un individuo a sottoporsi ad analisi, le nevrosi che impediscono di prendere l'ascensore o di muoversi liberamente per le strade, rappresentano in realtà dei segnali importantissimi, dei campanelli d'allarme che avvertono che qualcosa non va: una voce che sussurra l'invito a riprendere in mano le redini della nostra vita. Il momento dello stallo, quando si scopre che la strada è sbarrata, può essere anche il momento della svolta, la 'fine della corsa' può rivelarsi l'inizio di un viaggio più promettente. Paradossalmente, per Bousquet la salvezza si è palesata attraverso la conoscenza terrifica del potere della morte su di lui: nel sapere di poter morire da un momento all'altro, nel sapere che il suo corpo era già in potere della morte. In alcuni ordini monastici, la vita conventuale è scandita al ritmo di una campana che segna l'inesorabile trascorrere del tempo, o da un frate che a intervalli regolari, percorre i corridoi ricordando ai monaci rinchiusi nelle celle che ognuno dovrà morire. Può apparire una perversione necrofila, oppure - coerentemente con la visione cristiana di una vita «terrena» preludio a un'altra vita, ben più importante, la «vita eterna» - un semplice invito a non sopravvalutare il presente, il «qui e ora», a danno dell'eternità. Ma io credo che questo continuo rammentare la prossimità della morte e la finitudine dell'uomo abbiano anche l'effetto di rafforzare la percezione dell'attimo presente, la necessità di abbandonarvisi totalmente ed impegnarsi fino in fondo. Il continuo martellare delle ore permette di vivere in maniera assoluta, proprio perché se ne comprende la caducità, il suo essere proiettato verso la morte. Bousquet fece un'esperienza per molti versi assai simile a questa: ogni attimo d'esistenza diviene importante se è strappato alla morte. Allora l'incrinatura, la ferita che ci procura l'affanno, diviene uno stimolo, una forza per proiet22

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tarsi in avanti, l'intelaiatura su cui scorre l'ordito dei giorni. Il disagio ci costringe a dialogare con la nostra anima, è anzi l'unica condizione che ci svela la sua presenza e la ricchezza della psiche. Persino l'incombere della morte, nei casi più estremi, può divenire la condizione essenziale affinchè il proprio discorso inferiore assuma un significato, e la parola diventi parola di speranza: «Ma se vi è una parte di me che tramuta la mia insufficienza in decisione, qualcosa mi dice da molto più in alto che è proprio questa insufficienza ad essere creatrice e che non debbo fare altro che delimitarla per moltiplicare intorno ad essa le vie per uscirne. Come è strano! che io mi senta improvvisamente richiuso nella mia ambizione da un pensiero semplice come questo: tutto ciò che fino ad ora mi ha allontanato da tale meta è stato lo sforzo che compivo per elevarmi e per trovare la via della grandezza nel disprezzo di colui che ero. Ebbene, non si è mai quello che si è. La mia forza era nella mia infermità, nella mia assenza da ogni luogo reale. Sono colui che non è stato, rimpiango che mi sia occorso tanto tempo per capirlo. Diciotto anni! Costretto a vivere fuori di me in seguito alla ferita ho abitato per diciotto anni la probabilità di essere. Più rifacevo i miei studi più sognavo di ricominciare la vita. Non sono finalmente giunto al momento di prendere sul serio quanto mi è accaduto?» (20). (20) J. Bousquet (1941). Tradotto dal silenzio, op. cit., pp. 68-69. Simone Weil sosteneva che si può parlare soltanto se prima ci si è interrogati sugli aspetti fondamentali dell'esistenza, se si è conosciuta l'angoscia dell'attesa che le cose e gli individui si svelassero all'anima, al caro prezzo della sofferenza. Nessuno di noi sarebbe in grado di alimentare la propria vita psichica senza il dialogo contrastato con la propria anima e gli interrogativi maturati nella privazione, alla ricerca di una soluzione autentica. Attraverso il suo essere ferito, l'uomo inscrive la sua esistenza all'interno di un disegno progettuale che richiede la realizzazione e la concretizzazione di una 'felicità'. Bousquet chiama tali istanti epifanie!, i 'momenti di gioia'. Poiché non si può fare a meno della vita, perché è alla vita che si è chiamati, occorre realizzare i propri momenti di gioia cercando una gratificazione che superi gli ostacoli del tempo e della malattia. Bousquet affermava: «La felicità è stata concepita con la vita. La vita è il cammino che la felicità intraprende per realizzarsi» (21). Quale sia la meta gratificante della vita, ognuno lo scoprirà attraverso la sua ricerca: la differenza nella struttura delle perso- (21) Ibidem, p. 73. 23

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