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Rivista sintetica della letteratura sulla conclusione dell9 analisi a cura di: Gianluca Biagini, Mauro Canto, Stefano Carrara, Pier Claudio Devescoviy Giuseppe Maffei, Piero Raglianti, Arrigo Rossi, Stefania Tucciy Giuseppe Zanda 1. Introduzione. - 2. Criterì. - 2.1. Criteri basati prevalentemente sulle difese. - 2.2. Criteri basati prevalentemente sulla presa di coscienza. - 2.3. Criteri basati prevalentemente su modificazioni valutabili secondo concezioni psicoanalitiche e diverse da quelle degli altri paragrafi. - 2.4. Criteri basati prevalentemente sulla valutazione dei miglioramenti soggettivi e delle relazioni interpersonali. - 2.5. Criteri basati prevalentemente sulla valutazione delle modalità di separazione, del lavoro del lutto e dell'evoluzione del transfert. - 3. Cllnica. - 3.1. Sul come appare la tematica della conclusione. - 3.2. Caratteristiche della fase conclusiva. - 3.2.1. Regressione e ricomparsa dei sintomi. - 3.2.2. Conclusione e relazione transferale. A. Il problema del lutto. B. Risoluzione del transfert. - 3.3. Su quali sono di fatto le modalità e i criteri della conclusione. 3.3.1. Interruzioni. - 3.3.2. La decisione della conclusione. - 3.3.3. L'intuizione come fattore decisivo. - 3.4. Necessità o meno di modifiche tecniche. - 4. Un tentativo di sintesi. SOMMARIO: 1. Introduzione La letteratura sui criteri della conclusione dell'analisi, sulle caratteristiche ideali della fase conclusiva e sulle sue modalità tecniche è molto ampia e riflette una infinità di punti di vista sia strettamente personali che legati all'appartenenza degli autori a diversi indirizzi teorici. Nella nostra indagine bibliografica non è stato tra l'altro possibile differenziare chiaramente i contributi che si riferivano a trattamenti psicoanalitici classici da quelli che si riferivano a trattamenti psicoterapeutici di impostazione 15

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psicoanalitica. L'unico criterio adottabile a questo livello avrebbe potuto essere costituito dalle parole usate dagli autori/ma la diversità di concezioni relative ai due ambiti concettuali è talmente ampia che abbiamo preferito unificare tutti quei contributi per i quali risultava evidente che i punti di riferimento teorici e di metodo erano stati di tipo psicoanalitico. Ritenendo poi che sia metodologicamente corretto considerare la psicologia analitica e la psicologia individuale all'interno del grande campo della psicoanalisi, nell'elaborazione del materiale, abbiamo appunto considerato anche i contributi di queste due scuole. Le concezioni della scuola junghiana (in quanto il gruppo di lavoro è stato costituito prevalentemente da analisti junghiani) e, per altri motivi, le concezioni lacaniane, si trovano esposte però in capitoli separati. Nella presente rivista sintetica sarà comunque possibile trovare anche accenni ad Autori junghiani e lacaniani, in quanto, in alcuni punti, l'esposizione dei loro punti di vista ci è sembrata utile all'economia del lavoro e ben integrabile nella letteratura più strettamente psicoanalitica. Di fronte alla grande varietà di opinioni con cui siamo entrati in contatto, una delle scelte possibili sarebbe proprio stata quella di esperie differenziando i contributi delle diverse scuole ed esaminando l'evoluzione dei concetti all'interno di ognuna di queste. Avremmo potuto iniziare così il nostro percorso da Freud a seguire poi le sue idee lungo le principali direzioni dello sviluppo della psicoanalisi classica (ad esempio psicologia dell'io, indirizzo kleiniano, psicologia del sé, indirizzo lacaniano etc.), ma questa scelta ci è stata resa impossibile dal fatto che, all'interno della letteratura esaminata, la differenziazione secondo le scuole di appartenenza non appare affatto tanto definita da rendere possibili chiare distinzioni. Tematiche di diversa origine si intrecciano infatti, in molti lavori, in modo spesso inestricabile. Non abbiamo voluto rinunciare comunque del tutto a questo approccio e ci è sembrato utile riferire brevemente su quanto possiamo dire a partire da questo angolo visuale. Possiamo iniziare dicendo così che all'inizio della psicoanalisi fu presente la speranza di una conclusione del16

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l'analisi coincidente con la risoluzione dei conflitti e la relativa scomparsa dei sintomi. Il più tipico esponente di questo pensiero è considerato Ferenczi, che ritenne infatti possibile una conclusione naturale, per esaurimento, della cura analitica. Può essere notato che Ferenczi non era solo poiché, ad esempio durante il Simposio sulla teoria dei risultati terapeutici tenutosi nel 1936 durante il Congresso dell'International Association of Psychoanalysis di Marienbad, la tonalità prevalente degli interventi fu di tipo ottimistico (v. Leupold-LòwenthaI 1988). Il Freud di «Analisi terminabile e interminabile» può essere invece pensato come l'esponente più tipico di una visione per così dire pessimistica. La sua teorizzazione rispetto alla ripetizione, alla viscosità della libido e alla pulsione di morte pose come in qualche modo ineludibile una conflittualità non legata soltanto ai rapporti tra soggetto e ambiente, ma interna alle stesse pulsioni, e affermò, conse-guentemente, l'impossibilità di una conclusione definitiva e naturale. Ritenne anche che nell'analisi del carattere una conclusione naturale fosse difficilmente pensabile e sostenne che il compito dell'analisi poteva considerarsi assolto quando, all'interno della cura, si fossero determinate condizioni psicologiche più favorevoli al funzionamento dell'Io. Anche Schmideberg (1938) criticò la possibilità stessa di un'analisi completa e ritenne di poter affermare che l'analisi non riusciva a modificare l'inconscio profondo se non alla superficie e A. Reich (1950) ritenne pure che la concezione di Ferenczi avesse a che fare con fantasie di onnipotenza. Oggi, a distanza di anni, si può forse pensare che non si trattasse soltanto di ottimismo e pessimismo ma anche di due modi profondamente diversi di intendere la psicoanalisi, due anime che pensiamo convivere anche oggi all'interno del movimento psicoanalitico. Alla scuola junghiana, nonostante che al suo interno le riflessioni sulla conclusione non abbiano avuto tutto il rilievo che è stato loro dato nella psicoanalisi classica, va il merito di non essersi chiusa su considerazioni prevalentemente tecniche e di avere mantenuto aperto uno sguardo sulle problematiche umane più complesse e inesorabilmente conflittuali, in anni in cui la psicoanalisi ri17

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schiava invece eccessi di semplificazione. L'attenzione, da un lato al processo di individuazione e dall'altro all'importanza della relazione tra analista e paziente, ha cioè permesso di inserire la «fine» all'interno di una storia del soggetto, che non si esauriva appunto in nessuno dei «fini» che lei stessa o la psicoanalisi classica ponevano come perseguibili. Il pensiero junghiano si è così mantenuto sempre come laterale rispetto a quello psicoanalitico classico mentre l'evoluzione ha poi portato quest'ultimo in zone problematiche che la psicologia analitica aveva già iniziato a osservare, e a proposito delle quali aveva già prodotto interessanti riflessioni (basti pensare all'importanza del controtransfert e alle osservazioni sui periodi successivi all'analisi). I contributi junghiani sono esposti, separatamente dagli altri, nel lavoro di Rossi. In parallelo alla scuola junghiana, anche l'indirizzo psicologico individuale di A. Adier è sempre rimasto in una posizione laterale, ma, ponendo in primo piano il ricongiungimento del soggetto nevrotico alle tematiche del suo ambiente sociale, ha mantenuto pure viva una problematica che, all'interno della psicoanalisi classica, rischiava di non essere sufficientemente considerata. Adier ritiene comunque raggiunti gli scopi dell'analisi quando sia compiuta una destrutturazione dell'onnipotente immaginario e sia ricomparsa, appunto, una capacità di contatto con la società umana e le sue esigenze. Per quanto riguarda la scuola psicoanalitica classica, nella sua evoluzione possono essere individuate alcune tendenze fondamentali. La prima è rappresentata dalla «psicologia dell'Io» statunitense che ha posto in primo piano le problematiche dell'Io attribuendo il massimo valore a criteri di conclusione legati allo sviluppo di capacità integrative dell'Io stesso e al superamento dei conflitti edipici. Novick (1990) ritiene ad esempio che i concetti di A. Freud relativi al fatto che la conclusione dell'analisi con i bambini possa awenire quando quest'ultimi si sono come reinseriti in una linea di sviluppo, possano essere applicati anche ai pazienti adulti. È interessante accennare poi a un lavoro di Ekstein (1966) in cui è la stessa tendenza alla ripeti18

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zione, che sappiamo bene quale problema teorico abbia rappresentato per Freud, a essere considerata all'interno di una problematica di dominio della realtà: la ripetizione potrebbe infatti approfondire la padronanza su ciò che è ripetuto. È evidente da questi accenni che si tratta di una tendenza che pone in primo piano la spinta all'evoluzione, il cui scopo è rappresentato dalla costituzione di un lo forte e capace di mediare le pulsioni. La seconda tendenza è rappresentata dal pensiero kleiniano all'interno del quale i criteri relativi alla conclusione sono stati prevalentemente connessi al superamento delle tematiche di separazione. L'analisi viene infatti pensata come una cura che riattualizza i più precoci conflitti infantili e tra questi le angosce primarie, preedipiche, di separazione. Sarà pertanto la capacità di superarle e di elaborarle a rappresentare il criterio fondamentale su cui valutare la possibilità della conclusione, e questo a differenza della psicoanalisi classica in cui la problematica considerata importante è, come abbiamo ora visto, prevalentemente edipica. Dall'esame della letteratura si ricava l'impressione che sia stato l'allargamento delle indicazioni della cura verso soggetti diversi dagli psiconevrotici classici a flettere l'attenzione dei ricercatori kleiniani verso criteri corrispondenti alle fasi dello sviluppo che venivano necessariamente prese in una nuova considerazione. Questo stesso allargamento delle indicazioni dell'analisi ha dato origine, a nostro awiso, anche alla «psicologia del sé» all'interno della quale vengono distinte strutture difensive e strutture compensatorie, e i criteri sulla «fine» sono differenziati a seconda dei due tipi strutturali (Kohut 1977). Abbiamo accomunato queste due tendenze, kleiniana e kohutiana, perché in ambedue i casi viene data particolare attenzione a momenti estremamente precoci dello sviluppo psichico. La terza tendenza è rappresentata da quegli autori che hanno posto in primo piano l'importanza del rapporto tra analista e paziente e hanno considerato lo sviluppo di quest'ultimo come strettamente interconnesso a quello del primo. Possiamo considerare all'interno di questo indirizzo sia i teorici delle relazioni oggettuali, sia quegli 19

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Autori che sostengono la prevalenza della cllnica sulle formulazioni metapsicologiche tradizionali, sia un Autore come Langs che, ad esempio, sostiene che sia l'analisi dei derivati ad annunciare in primo luogo la conclusione dell'analisi. È a questa terza tendenza che la psicologia analitica si trova più vicina (v. il lavoro di SchwartzSalant) e anche molti psicoanalisti sostengono di utilizzare la tecnica sorta nell'ambito della teoria delle relazioni oggettuali nei casi in cui il disturbo della personalità si sia prodotto nelle fasi precoci dello sviluppo. Per i maggiori teorici delle relazioni oggettuali scopo dell'analisi è quello di ricostruire radicalmente la personalità. Lo strumento principe per raggiungere tale scopo è rappresentato dalla possibilità di far regredire il paziente. La «regressione terapeutica» sarà orientata al recupero dell'Io originario al fine di ricomporre, nell'opinione di Fair-bairn (1958), quella scissione dell'Io responsabile di una destrutturazione della personalità determinatasi in una fase precoce dello sviluppo in seguito a relazioni oggettuali cattive. Nella concezione di Winnicott, la «regressione terapeutica» è funzionale alla ricerca del «vero Sé», anch'esso perduto e scissosi dal resto della personalità. Tale recupero può implicare l'elaborazione, durante il trattamento, di un processo di rinascita. Di processo di rinascita, o meglio, di «nuovo inizio» parla anche Balint per il quale l'arretramento terapeutico può determinare il ripristino di una nuova forma di amore oggettuale. In sintesi si potrebbe dire con Guntrip (1961) che l'analisi per i teorici delle relazioni oggettuali deve essere in grado di riprodurre attraverso la regressione, la relazione primaria madre-bambino, senza però incorrere nel rischio di distruggere quella parte di personalità adulta che il paziente è riuscito a costruire. Le analisi interminabili, inoltre, sono la conseguenza di un atteggiamento analitico che non tiene nella giusta considerazione il valore terapeutico della regressione. La quarta tendenza è costituita dall'indirizzo lacaniano, che, come è noto, ha promosso un ritorno a Freud che si è poi sviluppato in un indirizzo di ricerca originale. Il suo aspetto più interessante è rappresentato, a nostro avviso e relativamente al nostro tema, dall'aver voluto 20

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mantenere particolarmente aperta la questione dei rapporti tra la «fine» dell'analisi e la possibilità di «divenire» analista. Nell'ambito lacaniano si è quindi mantenuta ben chiara la distinzione tra psicoterapia e psicoanalisi e questa precisione teorica ha condotto a intrecciare i problemi della «fine» di una cura con quelli del diventare appunto analista. Da un punto di vista storico il movimento lacaniano sembra di fatto aver compensato, con il proprio rigore metodologico «paterno», un eccesso di attenzione delle altre tendenze psicoanalitiche verso il pre-edipico e il «materno». Questi ultimi, preedipico e «materno», vengono cioè considerati, prevalentemente, dal punto di vista del terzo, tenendo ben conto del «nome-del-Padre». Quanto è sostenuto dai lacaniani a proposito della conclusione trova, come abbiamo detto nella «Nota editoriale», uno spazio diverso nel contributo di Di Giaccia. Il movimento psicoanalitico è rappresentato anche da Autori originali, che hanno sviluppato teorie molto personali e per ognuno dei quali sarebbe necessario uno studio particolare: ogni teoria originale non può infatti non avere implicazioni sulla teoria e sulla tecnica della conclusione. Riferire a loro proposito, avrebbe significato però rimandare all'infinito la «conclusione» della rivista sintetica. Abbiamo così pensato di accennare soltanto a quegli Autori che sono riconoscibili all'interno delle tendenze più importanti. Lipton (1961) ha espresso il parere che, all'interno di tutte le tendenze, alcuni Autori oggi enfatizzano troppo il problema della conclusione. Si tratterebbe, in generale, di un'accentuazione difensiva del valore della relazione interpersonale col paziente: la conclusione sarebbe caricata cioè di problemi interpersonali a causa delle difficoltà presenti ad altri livelli. Noi ci permettiamo di dissentire da questa opinione in quanto riteniamo che si tratti piuttosto di una necessaria maggiore attenzione, legata all'ampliamento delle indicazioni e delle conoscenze, a certi aspetti della relazione analitica che erano stati spesso sottovalutati. Un altro criterio espositivo che avremmo potuto seguire consisteva nell'evidenziare quelli che, all'esame della let21

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teratura, ci erano sembrati i nodi concettuali più controversi e più difficili. In questo caso avremmo perso però di vista lo scopo di questo contributo, che è quello di fornire al lettore una sintesi il più possibile completa di ciò che, a proposito della conclusione, è stato pensato. Se avessimo compiuto noi una scelta dei temi avremmo per così dire eccessivamente soggettivizzato \\ nostro lavoro. Per questo preferiamo far parlare come da sé il materiale con cui siamo venuti in contatto, inserendo le nostre considerazioni all'interno di una sua esposizione tendenzialmente oggettiva e rimandiamo al tentativo finale di sintesi l'esposizione di un punto di vista soggettivo. Come risulta dal sommario posto subito dopo il titolo, inizieremo ad esporre i vari criteri teorici che, in letteratura, sono stati giudicati idonei alla vantazione del raggiungimento della conclusione dell'analisi. 2. Criteri L'esposizione dei criteri ideali di conclusione porta con sé, implicitamente, anche quella degli scopi ideali dell'analisi; in un primo momento avevamo anche tentato di separare i contributi riguardanti i primi dai contributi riguardanti i secondi, ma questa operazione si è rivelata tecnicamente impossibile a causa dell'inestricabile intreccio tra gli uni e gli altri. I sottocapitoli di questa sezione hanno così titoli concernenti i criteri di conclusione, ma è sottinteso che in ognuno di questi sono descritte anche diverse concezioni teoriche. Va subito notato che in molti contributi esiste spesso una certa confusione tra l'enunciazione degli scopi dell'analisi e quella degli scopi della vita. Ticho (1972) ha così avvertito la necessità di ricordare agli analisti di tenere ben separati nella mente questi due ambiti: a suo avviso, sarebbero proprio il raggiungimento degli scopi della cura e la consapevolezza sia della loro limitatezza che della loro differenza dagli scopi della vita a permettere al paziente di terminare l'analisi e di procedere poi verso il compimento dei fini della vita. C'è anche chi ha notato che esiste un contrasto tra la 22

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stessa enunciazione degli scopi dell'analisi e la regola tecnica consistente nel non prefiggersene (Wallerstein 1965). Esiste poi un accordo generale sul fatto che nessun criterio di normalità possa essere considerato di per sé, isolatamente, come obiettivo di una analisi (Sharpe 1937). Menninger (1966) ha posto anche in luce che su questi problemi hanno indubbiamente una certa influenza le convinzioni legate alle particolari comunità in cui un analista vive. Il problema dei criteri e degli scopi dell'analisi è posto in genere come riguardante il processo analitico nel suo complesso e quindi, implicitamente, ogni tipo di paziente, ma alcuni Autori differenziano appunto criteri e scopi a seconda della diagnosi di partenza. Blanck (1988) ad esempio sostiene che nei nevrotici il fine dell'analisi è quello di una differenziazione tra lo e impulsi, mentre nei cosiddetti marginali il problema sarebbe piuttosto quello di una differenziazione tra le rappresentazioni di sé e le rappresentazioni dell'oggetto. Prima di passare ad esporre i diversi tipi di criteri utilizzati, può essere utile ricordare le classificazioni dei criteri di conclusione proposte dai vari Autori. Menninger (1966) parla di diversi possibili modelli della «fine»; un modello medico all'interno del quale il trattamento può essere considerato di maggior peso che la malattia; un modello genitoriale in cui lo scopo ideale è costituito dall'emancipazione; un modello educativo in cui il tempo della separazione è quello di quando l'allievo diventa capace di fare da sé; un modello legato alla sofferenza della separazione, e infine un modello rappresentabile attraverso l'immagine di una visita a un museo in cui il visitatore vede moltissime cose belle, ma esaurisce poi la sua attenzione. Firestein (1974) distingue tra criteri che riposano su prospettive strutturali (ad es. eliminazione dell'amnesia infantile, padroneggiamento dell'invidia del pene e dell'angoscia della castrazione, rinforzo delle sublimazioni), criteri provenienti dalla psicologia dell'Io e criteri legati all'evoluzione del transfert (ad es. la modalità della separazione definitiva valutata attraverso l'esame delle precedenti interruzioni non definitive). Brenner (1976) distingue vari approcci possibili agli scopi del trattamento e precisa23

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mente un approccio terapeutico, uno analitico, uno etico e uno edonistico. Pedder (1988) cerca invece di ricondurre a dei fattori comuni alcuni dei diversi criteri che sono stati considerati e che saranno esposti in seguito: ad un criterio generale di diminuzione delle difese, della scissione o dissociazione della psiche, si potrebbero ricondurre il superamento dell'amnesia infantile, quello delle resistenze e la presa di coscienza; a un criterio generale di aumentata forza dell'lo, di maggiore tolleranza del Super-lo e di una più libera espressione di sentimenti e difese potrebbero essere invece ricondotte sia la maggiore tolleranza dell'aggressività verso di sé e verso gli altri che le aumentate capacità di godimento, di gioco, di relazione, di soddisfacimento eterosessuale, di piacere nel lavoro e di reazione con dolore, piacere, aggressività, sessualità e lutto. Saraval (1988) a sua volta distingue tré criteri: uno che si ispira all'ideologia clinico-terapeutica e per il quale il paziente non deve più soffrire di sintomi o di inibizioni di qualsiasi genere; un secondo che si ispira all'ideologia maturativo-adattativa e per il quale il paziente deve aver raggiunto la capacità di stabilire relazioni og-gettuali soddisfacenti, mature, deve essere capace di creatività e di gioco, e nello stesso tempo di gestire la propria e altrui aggressività e di tollerare le frustrazioni; un terzo infine squisitamente analitico e per il quale devono essere considerate le modificazioni quali possono apparire esclusivamente attraverso la stessa teoria analitica. Per quanto riguarda i risultati dell'analisi (problematica strettamente connessa a quella dei criteri), può essere interessante ricordare che Jones (1936) ha distinto dei risultati terapeutici e dei risultati analitici. I primi sarebbero relativi alla fiducia in sé, al benessere, all'autostima e deriverebbero dalla maggiore quantità di energia a disposizione dell'lo; a causa del libero flusso nel conscio degli affetti precedentemente inconsci, esisterebbe anche una diminuzione dell'angoscia. Tra i secondi sarebbero importanti sia l'eliminazione dell'amnesia concernente il terzo e quarto anno di vita che la comprensione delle linee evolutive di tutti gli interessi principali della vita fino alla 24

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conoscenza del rapporto preciso tra fantasia e realtà, cioè tra realtà interna ed esterna. Occorre infine dire che la conclusione dell'analisi non presenta problemi solo in quanto parte finale di un processo (Lebovici 1980), ma perché col suo stesso esistere pone il paziente in contatto con tematiche fondamentali relative alla separazione (Winnicott 1985; Ticho 1967; Lipton e Windholz 1969b -- l'angoscia di separazione nasconderebbe però spesso quella di castrazione -; Schlessinger 1975; Cancrini 1988; Pedder 1988; Dumas 1989), alla morte (Laforgue 1934; Stern 1968), alla perdita (Reich A. 1950), al lutto (Reich A. 1950 - esiste una risoluzione spontanea-; Ticho 1967; Lord 1978; Loewaid 1988) e alla disillusione (Klein 1950; Grinberg 1980; Pedder 1988). A proposito della necessaria disillusione implicita nella limitatezza dei risultati possono essere citati vari lavori. Jones (1936) afferma che la capacità di limitarsi dell'analista può evitare rischi per quei pazienti che sono incapaci di sopportare l'eccessiva energia racchiusa negli strati profondi dell'inconscio; Rangell 1966 afferma la necessità di una corretta valutazione delle limitazioni dell'analisi; Stock (1969b) parla della necessaria presenza di limiti interni e esterni; Ticho (1972) sostiene, come abbiamo già accennato, che una valutazione del raggiungimento o meno degli scopi dell'analisi è un elemento di valutazione realistica che può sfociare, successivamente, in una continuazione del lavoro orientato piuttosto verso gli scopi della vita; Cremerius (1982) ritiene necessaria l'accettazione dell'ineludibile presenza di problemi eterni; Novick (1982a) afferma che sarebbe addirittura necessaria, in qualche modo, l'esperienza di un fallimento dell'analisi e dell'analista (Dewaid 1964 pensa invece che quando un paziente pone l'attenzione sulle tematiche del fallimento, compie spesso una manovra difensiva ed evita in questo modo il problema per lui più importante e rappresentato dalla perdita); De Simone Gaburri (1984, 1985, 1988) riferisce l'osservazione che è il pensiero di una propria incompletezza a fornire spesso una possibilità di trasformazione, garantita così maggiormente da un oggetto interno insaturo che da un oggetto interno saturo; Berenstein 25

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(1987) sostiene che è importante l'accettazione da parte dell'Io dell'interminabilità delle reinterpretazioni retrospettive degli eventi infantili e quindi implicitamente dei limiti del lavoro analitico; Ahumada (1989) afferma infine che la coscienza della finitudine dell'analisi presuppone una tolleranza dell'infinitezza del bisogno del Sé, infinitezza del bisogno che deve divenire allora conosciuta e sopportabile. Per quanto riguarda la limitatezza dei risultati, occorrerebbe inoltre tenere sempre presente che esistono delle zone inanalizzabili costituite da quelle parti cui non è possibile dare un senso come nei soggetti che hanno subito violenza sotto una dittatura (Berenstein 1987). L'effettuazione di un'analisi rivelerebbe sempre, anche un desiderio di perfezione e questo sarebbe da considerarsi allora come ineliminabile (Gaskill 1980; Kubie 1968). Può essere interessante ricordare ancora uno studio catamnestico di Oremland et al. (1975) che, a riprova della limitatezza dei risultati dell'analisi, riscontrarono aree significative di incompletezza in due casi in cui, nel momento della conclusione, erano state invece messe in evidenza tutte le caratteristiche di una cura completa e riuscita. 2.1. Criteri basati prevalentemente sulle difese Viene fatto in genere un riferimento alla diminuzione di rigidità dei meccanismi difensivi considerati nel loro complesso (Fenichel 1927; Laforgue 1934; Hoffer 1950; Lagache 1964 - l'analisi è finita quando sono esaurite le possibilità di cambiamento che sono state opposte alla resistenza delle strutture inconsce -; Firestein 1969b; Lebovici 1980 - capacità di parlare senza effetti di resistenza -; Cremerius 1982; Pedder 1988 - superamento delle resistenze -). Alcuni Autori pongono invece l'attenzione su alcuni meccanismi particolari quali ad esempio la proiezione (Lagache 1961 ; Neri 1987 - trasformazione e ritorno di fantasie, emozioni, pulsioni collocate instabilmente in loro portatori -), la sublimazione (Firestein 1969b - presenza e stabilità delle sublimazioni - e 1974), la regressione (Bibring 1937 - eliminazione -; Glover 1937 26

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- fine del processo regressivo attivato e sua inversione -); la fissazione (Bibring 1937 - scioglimento -) e, ovviamente, la rimozione (Bibring 1937). Klein (1950), all'interno della sua teorizzazione sui meccanismi primitivi di difesa, da particolare rilievo alle difese primitive e, tra queste, in particolare, all'attenuazione delle difese maniacali. 2.2. Criteri basati prevalentemente sulla presa di coscienza Nei riguardi di questi criteri esisti spesso un riferimento diretto alla presa di coscienza (Rangell 1966 - ciò che è divenuto conscio deve tornare inconscio o perdere il suo valore emotivo -; Parres et al. 1966 - raggiungimento di un punto intermedio tra fantasia e realtà, tra verità e invenzione -; Calder 1969b - insight, valutazione di come un paziente reagisce alla conoscenza di sé - Firestein 1969b; Grinberg 1980 - comparsa di un desiderio di verità, scoperta della verità -; Lebovici 1980; Rangell 1982 - scoperta della verità temperata da un rispetto per l'ambiguità -; Pedder 1988). Nella maggior parte dei contributi il riferimento alla presa di coscienza è più indiretto, ma l'attenzione è comunque situata sempre, prevalentemente, sulla conoscenza. Tra questi criteri indiretti può essere citata innanzitutto la capacità di autoanalisi (argomento che il lettore troverà sviluppato nel contributo di Tucci) e, successivamente: la chiarificazione dei conflitti inconsci (Lagache 1964); la capacità di introspezione (Stock 1969b); l'accettazione della responsabilità di fronte alla realtà psichica sotto forma di inizio di uno sforzo autoanalitico (Meitzer 1967); la completezza della comprensione (Jones 1936; Glover 1955; Calder 1969b - come il paziente reagisce alla comprensione di sé - Ticho 1972 - comprensione dei sintomi e della patologia del carattere -; Meitzer 1986 - passaggio dalla spiegazione alla comprensione, con implicita accettazione della vita -); l'identificazione della nevrosi e l'eliminazione dell'amnesia infantile (Glover 1928 - analisi delle teorie sessuali infantili e del loro legame con forme istintive precoci, risoluzione dei ricordi schermo -; 27

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Hoffer 1937 ~ capacità di trasformazione degli acting out in ricordi di conflitti e traumi infantili -; Rickman 1950; Gonzales 1963 - il rivivere nella memoria di eventi infantili che portarono alla nevrosi -; Calder 1969b; Firestein 1974; Lebovici 1980 - ricostruzione del passato -; Mahon et al. 1981 - risoluzione delle istanze nevrotiche presenti dietro i ricordi schermo e loro incorporazione nella coscienza -; Pedder 1988 - superamento dell'amnesia infantile -; Sandler 1988 - importanza di una ricostruzione vicina alla realtà storica e conforme alle richieste di una verità narrativa -). Anche la fine degli acting out (Firestein 1974) legata alla comprensione può essere considerata dal punto di vista della presa di coscienza. Possono essere inseriti a questo punto anche alcuni accenni ai criteri di alcuni Autori che fanno un riferimento, magari implicito, a Lacan e che considerano particolarmente importante la risoluzione del rapporto con il soggetto supposto sapere e l'effetto di verità che questa determina (Castoriadis-Aulagnier 1977 - si giunge al punto in cui il paziente comprende che può raccontare ciò che vuole e scopre di conseguenza il niente -; Silvestre 1983 - occorre evitare di chiudere la questione del soggetto ~; Etinger De Alvarez 1988 - non si può essere riconciliati con la causa del proprio desiderio -; Soler 1990). All'opposto di questi criteri basati sulla conoscenza, Hillman (1964), un Autore junghiano, afferma che se è vero che si riemerge dall'analisi trasformati, è anche vero che spesso non ne conosciamo il perché. 2.3. Criteri basati prevalentemente su modificazioni valutabili secondo concezioni psicoanalitiche e diverse da quelle degli altri paragrafi Si tratta di criteri descritti dalla maggior parte degli Autori e difficilmente classificabili. Si tratta in genere di osservazioni compiute più dall'analista che dall'analizzante, ma occorre ricordare che all'interno dell'analisi le riflessioni degli analisti, per essere considerate da loro stessi come credibili, devono ricevere conferme dagli stessi pazienti. Alcuni di questi criteri riguardano da un 28

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lato aspetti generali e dall'altro aspetti sui quali è esistito, esplicitamente o implicitamente, un dibattito che li ha costituiti come sufficientemente condivisi. Possiamo citare: la diminuzione dell'ansia persecutoria (Klein 1950) e l'analisi della posizione depressiva (Winnicott 1975); la risoluzione del complesso edipico (Johnson 1951 risoluzione del complesso edipico riattivato -; Miller 1965 - quando le fissazioni preedipiche sono state analizzate, le fughe dai conflitti edipici sono bloccate e si può passare alla maturità -; Novick 1976 - capacità di sperimentare e superare il livello edipico -; Novick 1982b); il rafforzamento dell'Io, l'identificazione all'analista e un funzionamento psichico globale più autonomo (Jones 1936; Bergler 1937 - passaggio dall'identificazione come difesa contro l'angoscia alla reintroiezione -; Bibring 1937 - modificazioni dell'Io per quanto riguarda le sue parti appartenenti all'inconscio -; Fenichel 1937 - rinforzo dell'Io in analisi che non riguardi tanto l'Io difensivo quanto la modificazione delle difese -; Hartmann 1939 importanza delle funzioni integrative dell'Io -; Loewenstein 1949 -- controllo degli istinti da parte dell'Io -; Balint 1950a modificazione della struttura dell'Io con la comparsa di metodi alloplastici nel rapporto con la realtà -; Hoffer 1950 - identificazione con le funzioni analitiche emergente dalla risoluzione della nevrosi di transfert -; Klein 1950; Kramer 1959; Pfeffer 1959 - funzione psicoanalitica preconscia considerata come identificazione alla funzione analizzante dell'analista -; Rapaport 1960 - autonomia internalizzata corrispondente al dominio del processo secondario sul primario, importanza dell'introiezione dell'analista non in quanto introiezione della sua figura, quanto del suo funzionamento, introiezione sviluppantesi nella direziono di un'autonomia internalizzata-; Lagache 1961 - sostituzione di un'identificazione differenziale a una assimilatrice, arricchimento delle strutture inconsce da parte del buon oggetto analista -; Aarons 1965 - funzioni dell'Io che raggiungono una buona capacità di autonomia secondaria ~; Rangell 1966 - risveglio delle capacità dell'Io ~; Ticho 1967 e 1972 - nuova funzione .dell'Io derivante dall'integrazione della funzione analitica costi29

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