1992_45

 

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L'osservazione del bambino in campo junghiano Fulvia Selingheri Pes, Milano In Inibizione, sintomo e angoscia Freud scrive «tra la vita intrauterina e I'infanzia vera e propria (primissima) vi è molta più continuity di quel che non ci iascia credere la impressionante cesura dell'atto di nascita». Quest'esperienza, che per Freud è all'origine di tutte le successive situazioni d'angoscia, tende ad influenzare come angoscia persecutoria le prime relazioni del bambino con il mondo esterno. A questa angoscia pero - come dice Melanie Klein contrasta in qualche misura il rapporto del lattante con il seno materno, con la madre: il piccolo reagisce al suo sorriso, alle sue mani, alla sua voce, all'essere tenuto in bracciò e accudito da lei. L'amore che avverte in queste situazioni concorre a neutralizzare I'angoscia persecutona e persino il senso di persecuzione che hanno origine dall'esperienza della nascita. II contatto fisico con la madre durante I'allattamento lo aiuta, con la sua costante periodicita, a superare la brama di uno stato precedente ormai perduto, allevia I'angoscia persecutoria e aumenta la fiducia nell'oggetto buono. Le emozioni dei bambini molto piccoli sono enormemente intense e tendono all'estremo. Tutta questa serie innovativa di idee portate a Londra da Melanie Klein ne! 1926 ed espresse nel 1932 con il suo primo libro L'analisi dei bambini, misero in primo piano, nella psicoanalisi, il capire il bambino, il suo mondo, le sue angosce. 9

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Negli anni intorno al 1930 Michael Fordham e pochissimi altri psicoanalisti, di cui egli era il solo junghiano, iniziarono un lavoro di psicoterapia infantile alla Child Guidance Clinic. Ma queste prime iniziative furono troncate dalla guerra. Successivamente, soprattutto sulla scorta della esperienza di Anna Freud degli asili di guerra, fu inaugurato nel 1947 un corso di psicoterapia infantile, per formare psicoterapeuti infantili, sulla base di principi psicoanalitici, Un anno dopo la Tavistock Clinic, sotto gli auspici di John Bowlby, lanciò un analogo programma didattico, di cui Esther Bick è stata per undici anni responsabile organizzativa. Recentemente si sono aggiunti un corso ad orientamento junghiano ed un altro organizzato dalla British Association of Psychoterapists; dai pochissimi allievi di queste scuole, si è passati negli ultimi tempi ad una notevole espansione, dato che col tempo è cresciuta sempre più la percentuale di persone interessate a questa professione. II corso di osservazione (a questo proposito ci sono molti volumi con spiegazioni dettagliate) è aperto ad operatori di vari campi: assistenti sociali, psicologi, neuropsichiatri infantili: tutte le professioni in cui I'interazione costituisce un essenziale strumento di lavoro e in cui l'«imparare dall'esperienza» e un elemento fondamentale. II corso di osservazione a Londra, ed ora anche a Roma (1976), a Milano, ecc, prevede dei seminari con piccoli gruppi; gli allievi presentano osservazioni scritte, detta-gliate del lavoro per sottoporle a discussione nei semina-ri, guidati da uno psicoterapeuta esperto nel lavoro con bambini, Questo seminario è utile per preparare gli allievi a diventare osservatori ricettivi. Sono tenuti ad effettuare visite domiciliari di un'ora la settimana, seguendo un bambino e sua madre dalla nascita ai due anni. Trattandosi di una situazione di pura e semplice osservazione e non di lavoro, non c'è obbligo di fare alcunchè. Anzi, si deve imparare a trattenersi da consigli, interventi, domande e indagini attive, tenendosi sullo sfondo in un atteggiàmento di amichevole attenzione, che permetterà alla madre e agli altri membri della famiglia eventualmente presenti di seguire le loro pratiche abitudinarie con il minimo di interferenza possibile. 10

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Le osservazioni sono registrate dettagliatamente dopo ogni visita, dattiloscritte e presentate per la discussione in un piccolo gruppo seminariale. Così ogni partecipante ha modo di seguire nell'arco dei due anni lo sviluppo iniziale di alcuni bambini. Per la maggior parte delle persone che non siano la madre, i movimenti di un bambino piccino sono piùttosto incomprensibili se non in termini comportamentali più generalizzati. Bisogna permettersi di avvicinarsi al bambino per notare i dettagli, per conservarli nella mente finche non sembri una configurazione significativa di qualche tipo. Ciò esige che si riesca a contenere I'impatto emotivo causato dal fatto di essere così a ridosso di una madre col bambino appena nato, di essere soggetti alle arcaiche angosce primitive che si scatenano nel bambino e a quelle suscitate nella madre dalla sua nuova responsabilità. Essendo preclusa qualunque responsabilita di intervenire nella crescita di questa relazione, I'allievo ha I'occasione di osservare in che modo una coppia madre-bambino (o a volte I'intera famiglia) viene a capo come meglio può delle crisi e delle difficolta che incontra, di scoprire come queste esperienze possono essere utilizzate in un senso evolutivo o no, a seconda dei casi e di rendersi conto della fallibilita dei giudizi precipitosi su queste faccende. Ogni partecipante al seminario ha occasione di notare prima o poi la difficolta che tutti noi abbiamo di lottare contro gli atteggiàmenti mentali (sopratutto fanciulleschi) che cercano di scaricare la colpa su qualcuno (di solito la madre), quando le cose sembrano mettersi male, di vietarsi la posizione di chi «ne sa di più» e di non fare diagnosi e predizioni inutilmente onniscienti che rischiano di oscurare successive osservazioni. Col procedere di questo studio e di questo seminario i partecipanti di solito cominciano ad apprezzare, in ma-niera probabilmente impossibile da visualizzare antici-patamente, la rilevanza che tutto questo ha rispetto al lavoro con bambini più grandi e con adulti, aiutandoli a riconoscere la persistenza di modelli di comportamento infantile nella vita degli adulti. I seminari di osservazione del bambino offrono agli allievi un approcciò particolarmente prezioso allo studio dello 11

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sviluppo. E' spesso un ulteriore arricchimento per gli allievi seguire lo sviluppo di altri bambini, così come viene presentato nei seminari. Questa parte del programma offre inoltre I'occasione di familiarizzarsi con una metodologià molto specifica. La si potrebbe molto sinteticamente definire come quella che Keats chiamava «capacità negativa», I'attitudine a reggere i dubbi e convivere con I'incertezza, che è parte essenziale di un approcciò induttivo anziche deduttivo all'apprendimento (1). L'educazione ala sensibilità e alla maggior consapevolezza è un processo graduale, inevitabilmente accompagnato da un certo livello di ansia. «Non accorgersi» è uno degli esiti delle difese messe in opera per non avvertire il dolore in se e negli altri. E' vero, nella nostra civiltà si rispecchia una diffusa insensibilita generale nei confronti dell'infanzia; c'è una generale difficolta di riconoscere ad ognuno, in qualunque fase deila sua vita e a qualsiasi livello di capacità, quella piena umanità che fa di ogni individuo, come voleva Kant, un fine e non un mezzo. Non è un caso, scrive Claudio Magris in un recente articolo sul «Corriere della Sera», che perfino la grande arte e letteratura siano state indifferenti riguardo all'infanzia; anche Gesu Bambino in bracciò alle bellissime Madonne del Rinascimento ha forme e dimensioni in qualche modo sproporzionate rispetto a quelle di un bambino vero, della sua magià e della sua vulnerability. Come al Mito, è arduo accostarsi all'infanzia, a quel bambino che corre su e giu una corsa che contiene il mondo, e alle cose che gli sono compagne di vita. Gli oggetti, i giocattoli stessi, diventano difficilmente accessibili, nella loro qualita essenziale, quale oggetto in cui si condensa I'assoluto presente del bambino che gioca con lui, I'autosufficienza della realtà improvvisamente pervasa di significato: gli «oggetti transizionali», per Winnicott, sarebbero alle radici dello sviluppo della vita culturale; e già Harrison (2) sostenne che «i giocattoli del bambino nelI'antichita rappresentavano molto più che meri giochi; essi erano amuleti propiziatori contro influenze maligne». II bambino ha un dialogo continuo con gli oggetti, coi suoi oggetti esterni e interni. 12 (1) Esperienze di psicote rapia infantile: il modello Tavistock, a cura di Maurizio Pontecorvo, Firenze ed. Montinelii, 1986, M. Pontecorvo (a cura di), Esperienze di psicoterapia infantile: il modella Tavistock, Firenze, Martinelli 1986. (2) Harrison, 1927, p. 17.

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p.'2O. (3) W.R. Bion. Trasformazioni. Roma, Armando 1983, E I'approcciò analitico col bambino richiede un atteggiàmento diverse indirizzato soprattutto a comprendere il bambino stesso nella sua relazione con i'analista: dove questi però non deve avere il torto inevitabile del maestro, che vuole sempre insegnare e spiegare qualcosa anziche semplicemente mostrarla, come fa la pcesia. La realtà è una realtà relazionale, come nella relazione madre-bambino: la realtà rappresenta sia I'oggetto toccato che la rnano che tocca, sia la delicatezza, la fragilità, la sofferenza della cosa toccata, sia la premura, i'ansia, I'istanza soccorrevole e contenitrice della mano materna. Nell'esperienza della «infant observation", la presenza dell'osservatore ha sempre qualita che evocano la partecipazione emotiva al fatto osservato, ed è sottolineata l'importanza nel «sentire», come «espressione letterale della coesistenza con l'altro», fino dal primo livello conoscitivo. Come la presenza dell'osservatore non è neutra per l'oggetto così l'oggetto non è neutro per I'osservatore: di questa reciprocità fondamentale la psicologià fa una fonte di conoscenza anziche un limite disturbante. L'osservatore fara poi seguire, ad opera della mente e della memoria, un processo di trasformazione del contenuto dell'esperienza; come dice Bion, «Trasformo i fatti che descrivo, perchè li considero in modo particolare. La mia descrizione è però una trasformazione, analoga alla pittura dell'artista, che è un prodotto dell'approcciò particolare adoperato dall'artista» (3). Quest'atteggiàmento di Bion ricorda moltissimo il pensiero di Jung - del primo periodo di Jung - le sue intuizioni giovanili sul processo di maturazione dell'uomo e sulla natura dei processi inconsci che gli permisero di pubbiicare gli straordinari studi psichiatrici, la cura della dementia praecox coraggiosamente affrontata e intuita, I'accostamento della psichiatria a quel mondo inconsciò bambino, che pemnette empaticamente di curare e di capire i pazienti psicotici. II successivo interessamento di Jung al processo di individuazione della seconda metà della vita ha fatto per tanti anni dimenticare la «verita primaria» trovata negli scritti di quegli anni, una verita primaria che ci aiuta a comprendere I'Ombra, a capire il bambino che è dietro di 13

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noi: questo qualcosa che portiamo in noi del passato sono «modelli di relazione», «imago», tipi di esperienza che sono diventati prototipi inconsci di ogni futura relazione. Fordham, alla fine degli anni Trenta, cominciò a studiare la psicoterapia dei bambini; parti dall'anno 1935, in cui Jung tenne alla Tavistock i suoi seminari parlando, fra le altre cose, di come curare i disordini dell'infanzia, dicendo come I'analisi dei genitori fosse la più indicata in questi casi. Si pensava allora che I'lo del bambino fosse così debole che non fosse possibile analizzarlo, di conseguenza, dato che la sua vita emotiva era così strettamente legata a quella dei suoi genitori, si pensava che, curando questa, si curassero anche i problemi nevrotici del bambino: un'individualita accessoria, dunque, non individuate. Fordham si occupò subito di questo, un Se personale e individuale del bambino, col quale egli da subito si stabilisce una rela-zione con le persone che gli stanno intorno, e nel rapporto con cui questo Se si struttura: prima fra tutte la madre. In questo, Fordham (un suo articolo scritto appositamen-te per noi apre questo numero della rivista) segui I'inse-gnamento di Melanie Klein, che allora in Inghilterra por-tava avanti i suoi studi. Come dicevamo, oggi il quadro della psicoterapia analitica è ben diverso e la psicoterapia coi bambini è riconosciuta come qualcosa di valido, fondata su un ampliamento dell'idea di Fordham sugli archetipi, sul Se e I'individuazione: egli fu il primo che introdusse I'idea che il Se, prima considerato realizzabile solo in eta più tarda, può essere sperimentato dai bambini in modo appropriato alla loro eta. E' importante che il bambino sia conosciuto e capito, nella relazione analitica, perchèè da questo "bambino interno» che I'energià emotiva e la vitalità hanno origine. Questo mi pare sia il concetto centrale dell'analisi sia del bambino che dell'adulto: essere in grado di dare un supporto e cogliere questa parte bambina del paziente in un gioco emotivo; il che significa che il bambino cresca, maturi, sia libero; offrire uno spazio agli aspetti negletti della sua personalità, all'«Ombra» del paziente. Vorrei avanzare un'ipotesi speculativa sull'origine del 14

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pensiero, che parte dai dati presenti, nella stanza nella quale si trova la madre con il suo bambino e nella stanza dell'analisi, dove si osservano continuamente le tracce del bambino presenti nell'adulto. L'osservazione infantile ha rilevanza epistemologica per la psicoanalisi, poichè le fornisce una convalida tratta da un campo di osservazione indipendente dal settore di indagine della psicoanalisi: lo psichismo adulto. L'osser-vazione infantile consente di estendere il potere di con-nessione logica e di unificazione di fenomeni disparati della teoria psicoanalitica, la quale è in grado di ricondurre ad un'unica concettualizzazione esplicativa i processi men-tali del bambino di pochi giorni o di poche settimane di vita e quelli dell'uomo adulto, precedentemente ritenuti due ordini di fenomeni distinti e incomunicanti. Dal punto di vista clinico, l'osservazione infantile può contribuire a mettere I'analista in grado di cogliere più agevolmente movimenti e processi molto primordiali, che possono manifestarsi nel corso della seduta in entrambi i componenti della coppia analitica. L'osservazione infantile usa I'apparato concettuale della teoria psicoanalitica e gli strumenti osservativi di psicoanalisti esperti. In essa è singolare la maggiore immediatezza con la quale possono essere colti processi mentali, che nell'adulto sono discernibili solo mediante complesse procedure inferenziali. II pensiero si manifesta nel bambino come risultato dell'internalizzazione di un oggetto, il quale, come oggetto esterno, ha svolto la funzione di pensare per il bambino stesso, quando questi non era in grado di farlo. Agli albori della vita, I'insorgenza dello stimolo si traduce immediatamente in scarica motoria. L'apparato psichico della madre funge da apparato per la traduzione in pensiero preverbale dello stimolo del bambino e delle modalità del suo soddisfacimento (oltre che come apparato che successivamente governa I'azione). II bambino prova lo stimolo, ma non può rappresentarselo. Non sa che cosa prova. Prova qualcosa ed è tutto. II pensiero nasce dunque all'interno della relazione madre-bambino e così il linguaggio o il sistema di simboli che lo esprimono. La capacità di pensare deriva da una serie di esperienze 15

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di contatto favorevole con un oggetto dal quale il bambino si sente sufficientemente amato e pensato, che contiene nutrimento e pensieri, i pensieri non ancora pensabili del bambino (4). Grazie a tale vicenda, il bambino può gradualmente apprendere a pensare I'oggetto assente, rinunciando ad espellerlo come una cosa cattiva. II bambino avvia in tai modo il processo di introiezione di un oggetto che pensa e diviene, per identificazione, capace di contenere pensieri, tra cui il pensiero del seno, della madre. Per un esito soddisfacente dell'intero processo sono determinanti alcune doti del bambino: soprattutto la capacita di amare, di abbandonarsi nella relazione con I'oggetto, di costituire in se la speranza e la fiducia nel corso delle esperienze positive e grazie ad esse. Speranza e fiducia sono gii elementi costitutivi della ca-pacità di tollerare la frustrazione e quindi di pensare il seno assente. Perchè le doti del bambino possano ope-rare, è determinante la qualità della reiazione madre-bambino. All'inizio di questa relazione c'è un amore con una duplice componente, narcisistica ed oggettuale : un investimento libidico su di una parte del se, distaccatasi dal se. Questo investimento fu in grado di determinare l'impulso a mettersi a disposizione del neonato per comprenderne i bisogni primari, mentali e materiali. II pensiero, secondo quest'ipotesi, nasce dall'amore oggettuale connesso e derivato dall'amore narcisistico: quindi, dalI'istinto di autoconservazione. E' quindi importante vedere e capire il paziente da un punto di vista diverso: non il paziente cambia, ma l'analista: è per questo che osservare i bambini è così essenziale anche per gii analisti che lavorano con gli aduiti. Spostare ciòe l'attenzione, empaticamente, sul paziente, su come va, su come reagisce alla nostra presenza, ai nostri occhi, ai nostro parlare: su come il bambino che è in lui capisce o fraintende il nostro parlare. Il cambiamento di atteggiàmento dell'analista fu fondamentale e colpisce in Jung fin dai suoi primi scritti; I'atteggiàmento soggetiivo di fronte a quelio oggettivo, il capire il delirio non più solo come un «errore del!a rea!ta», ma come qualcosa che ha ed acquista un significato, aiutan16 (4) A Maotti "Unipotesi di tipo bionionio sull'origine del pensiero" in Rivista di psicoanalisi. vol. n° 3-4, lugliodicembre 1981).

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do il malato a ripercorrere le strade che lo hanno portato a «delirare», il delirio visto come quell'inconfessato buco e buio al centro del se, quel non conoscere e non poter dire su di se le cose sofferte, tutto questo si può capire attraverso le emozioni non solo attraverso i contenuti. II delirio non e mai comprensibile, ma può essere compreso volta per volta, emozionalmente. Volta per volta si può capire la singola persona, non il delirio in generale; perche il percorso delirante è ogni volta diverso, ha una facciata di incomprensibilità formale. A volte sono piccoli varchi, per scoprire un senso di vergogna, di crollo di se, di impotenza, di colpa. Ci sono modi e nodi di risonanza interiore, che costellano il mondo e sono costellati dal mondo. Jung ricorre al concetto kantiano di cosa in se, ci indica che è necessario saper sopportare e accettare di conoscere solo le realizzazioni delle cose, le costellazioni di fenomeni, le congiunzioni: non la cosa in se. Quando I'epistemologo concretamente lavora a rendere rigoroso un sistema di ipotesi e di concetti, I'attivita conoscitiva e la ricerca si sono già spostate altrove e producono nuovi concetti e nuove ipotesi secondo procedure imprecise ed implicite. La ricerca e sempre altrove rispetto all'epistemologià. E' esemplare 'Analisi paradigmatica di un caso di dementia paranoide (1906). // contenuto della psicosì (1908, 1915), dove si legge: «... non esistono prove della natura primaria del disturbo organico, mentre esistono moltissime prove dell'esistenza di una disfunzione psicologica primaria, la cui storia si può seguire all'indietro nel tempo fino all'infanzia dei pazienti» (pag. 162). O, nella stessa opera (pag. 176): «Noi psichiatri finora non abbiamo potuto reprimere un sorriso, nel leggere come un poeta si sforza di descrivere una psicosì, in generale questi tentativi vengono considerati del tutto inadeguati, perchè il poeta introdurrebbe nella sua con-cezione della psicosì delle connessioni psicologiche che sono completamente estranee al quadro clinico della malattia. Ma, a meno che un poeta non parta proprio dal copiare un caso da un trattato di psichiatria, per lo più il poeta riesce meglio dello psichiatra». L'opera d'arte è 17

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un'espressione mediatrice tra un atteggiàmento razionale e opposte tendenze istintivo-emotivo-sensibili altrimenti represse, o anche fra discorso cosciente e impulsi inconsci (tradizione tedesca, Saggi estetici di Schiller, Heghel). Nel 1957, in uno scritto sulla «Schizofrenia», Jung ripercorre una parte del cammino trascorso (pag. 273): «Sono passati circa cinquant'anni da quando attraverso I'esperienza pratica mi sono convinto della curabilità è guaribilità di disturbi schizofrenici. II paziente schizofrenico - ho trovato - in rapporto al trattamento si comporta non diversamente dal nevrotico. Egli ha gli stessi complessi, la stessa comprensione e gli stessi bisogni, ma non ha la stessa sicurezza delle sue basi. Mentre il nevrotico può istintivamente fare assegnamento sulla certezza che la dissociazione della sua personalita non perdera mai il suo carattere sistemativo e in tal modo che I'unità e la coesione interna della sua totalità non saranno mai seriamente messe in questione, lo schizofrenico latente deve sempre fare i conti con la possibilità che le stesse sue basi cedano in qualche punto, che compaia un'inarrestabile disgregazione, e che le sue rappresentazioni e i suoi concetti possano perdere la loro compattezza e i loro rapporti con gli altri, e la loro funzionalità rispetto ad altre sfere associative o rispetto all'ambiente: per il che egli si vede minacciato da un incontrollabile caos di possibilità causali. Egli sta su un terreno malfermo e non di rado lo sa. La pericolosità della sua situazione si presenta spesso in terribili sogni di grandi catastrofi, fine del mondo e simili. Oppure il terreno su cui poggià comincia a vacillare, le pareti si piegano o si spostano, la terraferma si trasforma in acqua, un vortice lo trascina nell'aria, tutti i suoi familiari sono morti, ecc. Queste immagini descrivono un disturbo fondamentale del riferimento, ciòè del rapporto del malato con il suo mondo...». E' davvero ora di riscoprire I'estrema modernità e attualità dello Jung dell'inizio del secolo. Questo numero della rivista comincia con un articolo di Fordham, che ricorda le sue vicende iniziali nel campo della psicoterapia infantile, e le sue prime esperienze sull'osservazione del bambino. 18

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C'è poi un articolo pubblicato dal British Journal of Psychoterapy, dove una singola osservazione è commentata separatamente da uno psicologo analista, un analista kleiniano, un analista del gruppo indipendente, un membro del centro di Anna Freud; e mi sembra molto interessante il confronto fra i diversi modi di cogliere una stessa realtà. Gli altri anaiisti dell'A.I.P.A. che hanno collaborato a questo numero hanno seguito - per quanto riguarda I'osser vazione del bambino - la stessa strada di Fordham, quella ciòè di seguire inizialmente dei docenti kleiniani. Questa è stata la nostra strada in quest'ultimo decennio, questi i nostri inizi per avere dei nostri insegnanti, per formare un patrimonio prettamente junghiano da confrontare sempre coi rappresentanti delle altre scuole; tanto per dare un esempio, nel 1979 Nadia Neri frequento un corso alla Tavistock di Roma, con Martha Harris, Meltzer, Beta Copley; Federica Menaldo segui un corso con Dina Vallino Macciò, Anna Michelini Tocci si rivolse al dott. Giànnakoulas della S.P.I.; il gruppo di Milano D'Arrigo, Pavoni, Pillon, Testa fecero un corso con Jeanne Magagna con la supervisione di Mariella Loriga, Fulvia Selingheri Pes frequento un corso dal 1983 in poi con Mara Sidoli, formatasi a Londra col dott. Fordham; Cristina Bascetta, Livia Crozzoli Aite, Wanda Grosso, Lucia Sarno seguirono un corso a Roma con Jeanne Magagna. Anna Michelini Tocci e Giànni Nagliero sottolineano I'im portanza e il ruolo dell'osservatore e le sue difficolta. Nel lavoro di Marisa D'Arrigo e di Daniela Testa si prendono in esame due bambini osservati e la strutturazione psicologica che derivera dalla loro relazione con la madre. Cristina Bascetta parla di come I'osservazione del bam bino possa essere uno strumento di lavoro sia nella terapia di bambini che in quella di adulti; e la stessa cosa fanno - da diversi punti di vista e citando vari casi clinici - due analiste che lavorano solo con pazienti adulti, Federica Menaldo e Fulvia Selingheri Pes. Wanda Grosso parla dell'infant observation come di uno strumento in cui I'analista, continuamente esposto al contatto con I'ansia, può acquistare la capacità di vivere quest'esperienza insieme al paziente, potendola elabora19

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re in un pensiero riflessivo. Laura Pillon pensa all'importanza strutturante della figura paterna, emersa da un'osservazione madre-bambino, e Clementina Pavoni riflette al peso della distruttivita e della pulsione di morte nei modelli interpretativi freudiano e kleiniano, confrontati col pensiero di Jung. Lucia Sarno porta un caso clinico, dove una coppia di madre-bambino, coipiti da una situazione di lutto, sono stati aiutati ad elaborarla e ad assimilarla. Ed infine il lavoro di Livia Crozzoli Aite, dove si pone in evidenza I'apporto del bambino nello strutturarsi della relazione intersoggettiva con la madre, le sue potenzialita innate e la sua insospettata relazione di scambio reciproco. 20

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Riflessioni personali sull’osservazione infantile Michael Fordham, Londra Ho avuto il privilegio di contribuire allo sviluppo dell'interesse per la psicologla infantile fra gli analisti junghiani. Quando cominciai a studiare : bambini, negli anni Trenta, credo fossi il solo junghiano impegnato nella psicoterapia infantile. E’ vero che Frances Wickes negli Stati Uniti era stata la pioniera dell'argomento, ma allorchè iniziai, non se ne interessava pi ù tanto. Quindi per alcuni anni, lavorai da solo alla Child Guidance Clinic di Londra, anche se Culver Barker e Gerhard Adler parteciparono al mio lavoro. A poco a poco sviluppai un metodo per analizzare i bambini, e le tecniche usate da M. Klein mi aiutarono molto a metterlo a fuoco. Ben presto accumulai materiale sufficiente per capire che la teoria junghiana degli archetipi poteva fornire un utile orientamento. Fu però con non poco stupore che rinvenni i simboli del Se nelle pitture infantili, specialmente quando si trattava di veri e propri mandala, che sembravano avere la stessa funzione organizzante rilevata da Jung. Pensai anche che gli scarabocchi circolari e le pitture con le dita indicassero spesso il manifestarsi della medesima funzione. Poteva darsi che il Se in senso junghiano fosse un tratto fondamentale dell'infanzia? Cominciai a pubblicare alcune idee e osservazioni al ri- 21

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guardo nel 1946 e altri pensieri più completi nel 1957 ma non esistevano prove sufficienti, benchè fossi molto colpito dal fatto che i bambini potevano essere trattati come veri e propri individui integri e trarre benefici dal lavoro analitico con un terapeuta, prescindendo del tutto dai loro genitori, come allora i seguaci della psicologià analitica affermavano. Naturalmente volevo sapere a partire da quale età ciò fosse possibile. Avevo appreso che già prima dell'anno alcuni bambini cominciano a disegnare i cerchi; poi cominciai a trattare una bambina di quasi tre anni, che chiaramente risolse il proprio conflitto con il solo aiuto di sua madre e mio; ma ciò non significava necessariamente che il se infantile potesse essere equiparato con I'idea junghiana di unità fondamentale o che fosse un aspetto essenziale del processo di crescita. Ma, supponendo che così fosse, si dovrebbe poter pensare al bambino nell'utero come a un qualcosa di integrato fin dall'origine, che entra in relazione con I'ambiente che lo circonda, attraverso un processo di deintegrazione. Ciò potrebbe condurre alla formazione di immagini che si integrerebbero nel Se, portando così alla sua rappresentazione nelle forme archetipiche da un lato e nell'lo nelI'altro lato. II Se primario, però, è e rimane una inferenza conclusiva dell'idea junghiana, che trascende gli opposti, come pure i processi consciò ed inconsciò. Ora, per svillippare le mie scarne ipotesi, occorre una conoscenza molto più ampia dello sviluppo precoce. Raccolsi ciò che potevo, ma evidentemente non bastava. Occorreva trarre nuove conoscenze da un metodo che rendesse più evidente la completezza dei bambini nel loro ambiente naturale, per esempio osservando il bambino e la madre nella loro casa. Questo poteva essere un modo di studiare approfonditamente la coppia madre bambino, Non sapevo tuttavia come farlo senza essere dannosamente intrusivo, ne avevo il tempo o I'energia di sviluppare questo metodo. Fui quindi entusiasta di sapere che Esther Bick, alla Clinica Tavistock di Londra, aveva iniziato a compiere tali osservazioni. 22

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Quando venni a saperlo Esther Bick era morta, ma le osservazioni continuarono sotto la guida di Martha Harris; anzi, erano entrate a far parte del training nella psicoanalisi infantile. Ciò avvenne quando, nella Società di Psicologià Analitica, stavamo avviando il nostro training e io presi contatto con Martha Harris, che generosamente incarico Giànna Hanry (ora Mrs Hyatt Williams) di aiutarci nella nostra impresa. Le osservazioni avvenivano una volta la settimana e così pure un seminario, in cui, a rotazione, venivano portate e discusse le osservazioni e gli allievi ne riferivano. Contemporaneamente io esponevo nel seminario le mie idee sull'infanzia: speravo che gli allievi mi avrebbero portato le prove di ciò che stavo cercando. Ma non accadde nulla del genere; nessuno parlava di questo aspetto della loro esperienza. Meravigliato, chiesi a Giànna Henry se potevo partecipare ai suoi seminari, nei quali gli allievi riferivano e discutevano ciò che andavano scoprendo. Ne ricavai una profonda esperienza emotiva e, ascoltando le relazioni, ebbi subito I'impressione che le mie idee trovassero una immediata conferma. Nel seminario le mie idee apparivano per così dire troppo astratte e in un certo senso troppo ovvie per essere menzionate, e lontane dall’'immediata esperienza degli osservatori; era talmente evidente che il bambino era, sotto ogni punto di vista, un individuo separato dalla madre - con la quale interagiva attivamente e intimamente a modo suo - che teorizzarlo sarebbe sembrato superfluo. Ecco, secondo me, la ragione dei loro silenzi durante i miei seminari. Tuttavia, per quanto mi riguarda, la partecipazione ai seminari e lo studio particolareggiato dei resoconti degli allievi, mi fornirono la conferma di certe mie ipotesi e mi portarono ad abbandonarne alcune altre, seppure con riluttanza. La teoria junghiana aveva fornito alcune idee che io ripresi in considerazione. Una di queste era per esempio che la madre e il bambino sono fusi in uno stato di identità primaria, la quale implica che un bambino non ha confini propri. Si sapeva già che al momento della nascita il 23

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