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Dialogo con Jasmine Aldo Carotenuto. Roma Jasmine varcò per la prima volta la soglia del mio studio con il più dolce dei sorrisi, e mentre attraversava la stanza per sedersi sulla poltrona che io le indicavo aveva già cominciato a commentare la gran quantità di libri, l'ambiente accogliente, il calore della luce che entrava. Parlava velocemente, quasi a sommergermi di parole e di impressioni. Non potevo fare a meno di notare il modo in cui camminava, la rigidità dei suoi movimenti, la postura che aveva preso mettendosi a sedere. Ero di fronte a lei, incuriosito dalla vitalità che sembrava sprigionare, dalla bellezza acerba, un po' selvaggia e non priva di un fascino contraddittorio, ingenuo e artefatto. Parlava dei suoi studi, degli ultimi esami che le rimanevano prima di laurearsi, parlava della terapia. Allora aveva circa vent'anni. La guardavo con molta attenzione. Provavo un sottile imbarazzo non imputabile a nulla, almeno in quel momento, e ciò nonostante mi scoprivo assolutamente deciso a prenderla in analisi. Dietro all'aria sicura, a quella spigliatezza ostentata, intuivo che qualcosa distruggeva la sua anima. Chiedendomi in seguito da cosa fossi stato così esageratamente colpito, ebbene debbo riconoscere che l'accento settentrionale allora esercitava su di me una grande attrazione. Perfino una «erre» arrotondata, la cosiddetta erre francese, sembrava celare un messaggio. Cominciai a capire che avevo di fronte una situazione complessa che acuiva il mio interesse perché, tranne i 13

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tratti superficiali e veloci da me descritti, null'altro era presente se non un'immagine psicologica che cominciavo a creare io stesso e dalla quale non intendevo assolutamente recedere. Riflettendo sulle impressioni di quei primi incontri e soprattutto sul bisogno quasi imperioso di prendere la ragazza in terapia, mi resi conto che venivo sollecitato proprio dalla sua distanza emotiva, dalla sua presenza inaccessibile, a tentare a tutti i costi d'entrare in contatto con quell'aspetto isolato e devastato della sua anima che per molte sedute, senza che io lo vedessi chiaramente, venne a coincidere con il mio. Ero stato toccato nella mia ferita. Il lavoro dell'analista è fatto sostanzialmente di relazioni interpersonali. Come dice Jung, l'incontro non è mai indifferente, e soprattutto in un frangente particolarmente difficile della nostra vita, un determinato paziente ci costringe a fronteggiare una dimensione psicologica che non riusciamo a vedere. Questa affermazione di Jung va naturalmente intesa riconducendola ai fenomeni da lui denominati sincronistici, e in un certo senso è del tutto accettabile se noi intendiamo che è necessario capire sempre il significato di un evento, anche «inventandolo» e «costruendolo» mediante la nostra dimensione emotiva. lo direi di sentirmi molto vicino a Jung sul piano della terapia perché Jung ha sempre sostenuto il valore del fattore creativo e personale dell'analista. Da parte mia voglio aggiungere la necessità che la terapia crei un mondo nuovo e sorprendente completamente insospettato per il paziente. Ad esempio, una persona che ha imparato a subire sempre i ricatti sentimentali della famiglia, con l'analisi può cominciare ad intravedere l'esistenza di un altro mondo nel quale i sentimenti vissuti liberamente sono una ricchezza alla quale non è più possibile rinunciare. Come dicevo all'inizio, la paziente mostrava di volere intraprendere immediatamente la terapia mentre dentro di me sorgeva una domanda, mi chiedevo se la paziente avrebbe soddisfatto il mio desiderio di aiutarla. Di fronte ad ogni paziente che arriva in terapia io mi pongo sempre questa domanda. Non riesco a lavorare diversamente perché per me l'interesse terapeutico è intrinseco 14

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al fatto che svolgo un'attività la cui soddisfazione è legata al mio bisogno di onnipotenza salvifica. Un fattore estrinseco può essere dato, per esempio, dal fatto che il paziente sia in grado di pagare un onorario motto alto, ma un fatto del genere per me non costituisce una molla sufficiente. Nel caso di Jasmine accadeva che io mi sentissi spinto a pormi un tale interrogativo proprio quando diventava più insistente la richiesta della paziente. Mi resi conto con il tempo che già alle prime battute tra me e Jasmine si andava delineando una modalità di relazione che sarebbe diventata caratteristica dei nostri incontri e che rappresentò la maggiore difficoltà nella terapia. La tensione psichica rivolta alla considerazione e comprensione empatica della realtà dell'altro, che sempre si accompagna a rappresentazioni, seppure mutevoli, della fiducia reciproca, in breve la costruzione del legame di base veniva continuamente mortificata, attaccata e compromessa. Se questa 'posizione' nella relazione analitica era del tutto legittima per la paziente proprio in quanto «paziente», per me si costituiva come una situazione molto complessa da fronteggiare. La ricerca di aiuto, nel senso più ampio del termine, è sempre connessa con un problema più generale che si traduce in una difficoltà a vivere, difficoltà che si fonda essenzialmente sulta precarietà dei rapporti. «L'altro» fa paura: questa paura accompagna la nostra vita, e probabilmente è alla base di tutti i disturbi nevrotici. Ci ammaliamo perché gli altri ci fanno ammalare, e quando la relazione è disturbata soltanto un'altra relazione potrà restituire la capacità di avere esperienze nuove e positive. Jung già nel 1906 suggeriva a Freud che la terapia psicologica si poggia non soltanto sugli affetti evocati ma anche sui nuovi rapporti personali. Qui Jung vedeva, giustamente e con molto anticipo, aspetti che saranno elaborati soltanto in seguito dalle teorie sui rapporti oggettuafi. Legato come sono a questa concezione per la quale i rapporti tra persone sono alla base del nostro sviluppo psicologico, i miei interventi terapeutici si basano soprattutto sulla dimensione del rapporto che, almeno nel mio caso, rende più facile il confronto con le problematiche psicologiche di una persona. Nel rapporto io non 15

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mi comporto e non mi sono mai comportato passivamente nel senso di negare la realtà di quello che succede nell'ambito del setting analitico. Molti analisti non si rendono conto che, rimandando ogni situazione a un passato, di fatto invitano il paziente a diffidare delle proprie emozioni e sentimenti, a metterne in dubbio l'autenticità. Dire al paziente che egli sta rivivendo un'esperienza passata, e che quindi quello che prova non è «reale», significa assumere nei suoi confronti un atteggiamento che somiglia pericolosamente a quello di cui a suo tempo lo avevano "gratificato" i genitori. Questa modalità, per quanto mi riguarda, non funziona e temo che non funzioni neanche per gli altri analisti. Comportarsi in modo diretto, invece, significa per l'analista far sentire la propria presenza ed agevolare quel processo comunicativo e di relazione che si è bloccato nel paziente, lo non ho mai ottenuto risultati apprezzabili con le sole interpretazioni, it silenzio, l'immobilità, con il rimaner muto di fronte alle domande e con tutti quegli artifici che certi analisti dicono di utilizzare con successo. Ho dovuto invece cercare modalità più efficaci e funzionali. Nel caso in questione, leggevo negli occhi di Jasmi-ne che cosa significa l'impossibilità di fare emergere la propria dimensione inferiore, capivo immediatamente come la vita fosse stata vissuta nella finzione e nella superficialità fino all'estremo, con la paura di non poter reggere alle dimensioni più forti e intense della propria sfera femminile. In questi casi assistiamo a un blocco della personalità, che non riesce a emanciparsi e a evolversi. In tal modo si rimane prigionieri di una rigida chiusura narcisistica, in un'apparente sorda indifferenza che rimuove il dolore e lo segrega nell'isolamento, mutilando la necessità di contatto e di coinvolgimento con la presenza altrui, per l'incapacità di trovare un profondo e autentico rapporto con se stessi. Infatti questi pazienti chiedono di continuo ammirazione, apprezzamento e riconoscimento da parte degli altri, ma allo stesso tempo sfruttano ogni circostanza a loro esclusivo vantaggio, ricorrendo a qualsiasi espediente pur di soddisfare i loro bisogni infantili. Si ha l'impressione, forse perché loro stessi ne sono profondamente convinti, che se non po16

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tessero sfruttare, utilizzare, mistificare e ricorrere a continue bugie e manipolazioni, non saprebbero come sopravvivere. Il problema è che queste dimensioni psicologiche si sono strutturate precocemente sullo sfruttamento e la strumentalizzazione affettiva da parte degli altri, i genitori, che probabilmente hanno ricevuto a loro volta lo stesso trattamento e le medesime ferite nella loro infanzia. Il disprezzo per i sentimenti, l'ostentazione di una presunta onnipotenza, la necessità di manipolare o di mistificare, sottendono una condizione psicologica estremamente penosa. Il disprezzo di cui sono state oggetto ha convinto queste persone d'essere indegne d'amore, di stima e di fiducia per la propria più autentica realtà inferiore: un intero mondo, infine, è rimasto sepolto in qualche zona remota dell'anima. L'illusione di controllare gli altri e, spesso, quella di estorcergli qualcosa, rappresentano il doloroso tentativo di ottenere potere e ammirazione in risarcimento di un amore che non è mai stato ricevuto. Nonostante tutto mi piaceva, mi attraeva questo tipo di difficoltà che mi metteva nella situazione di chi è chiamato ad evocare i demoni dagli inferi. Perché in queste situazioni cllniche ciò che si teme è proprio un demone, tale è il vissuto di una giovane anima a cui è stato impedito, nei tempi e nei momerrti giusti, di avvicinarsi gradualmente e con delicatezza al proprio mondo inferiore. Inoltre era accattivante per me il suo rifiuto di accettare qualcosa dall'esterno. A questo punto, con le dovute cautele, ci può venire in mente la tecnica dell'holding con la quale si «costringe» un bambino autistico ad accettare baci ed abbracci da parte della madre. Con Jasmine l'holding è consistita nel dare e proporre un fiume di energia nonostante lei non volesse accettarlo. Questo sforzo comunque poteva accadere soltanto perché io ero sedotto dalla situazione e non mi risparmiavo nel mio tentativo; avevo attivato una dimensione masochistica per cui ero pronto a sopportare frustrazioni e delusioni. Non c'erano grossi problemi, sosteneva la ragazza, non grandi sofferenze che le rendessero la vita impossibile, soltanto un'oscura sensazione che qualcosa non andasse, il presentimento che fosse necessario agire, scioglie17

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rè dei nodi che sentiva oscuramente essere nascosti dentro di lei. Quando parlava, riusciva a guardarmi con quella sicurezza tipicamente giovanile, che probabilmente le veniva dalla consapevolezza di avere un bei viso; sul quale - per inciso - si poteva leggere, oltre all'aspra dolcezza dell'immaturità, una smisurata richiesta di aiuto, di protezione. Sembrava che finalmente avesse cominciato a nutrire dei dubbi sull'ineluttabilità del suo ruolo di figlia di famiglia. In modo del tutto istintivo, aveva infine capito che il «dato», la «realtà» non sono nulla se non possibilità che bisogna poter conquistare. La sua realtà era allora il male, il bene rappresentava la «sua» speranza. Quando arrivò a comunicarmi questa scoperta io pensavo nei termini della «nostra» speranza, del «nostro» male. Per identificare il male il suo dito indicava l'esterno, il mio dito ideale invece (pensava a lei ed) indicava lei. Comunque la lasciavo esprimersi con quello strano linguaggio contraddittorio, il fiume di parole negato e contraddetto dalle unghie rosicchiate, dalle gambe accavallate nervosamente e implacabilmente seduttorie, dal gesticolare di continuo ma sempre con una certa garbata eleganza, dagli occhi di un azzurro-verde intenso che chiedevano di smentire tutto quello che andava dicendo. Con il passare del tempo mi accorsi che l'unico modo per difendersi in un mondo da lei vissuto come ostile, una madre e un padre per i quali l'amore era soltanto una parola, era stato quello di crearsi una realtà fantastica. Non proprio la menzogna da utilizzare a destra e a manca ma sicuramente una modalità di soprawivenza nella quale la sua vita era inautentica: l'affetto per i genitori, l'affetto per un ragazzo, il rapporto con gli amici, tutto appariva falso e caricato, le sue esperienze emotive erano fatalmente svilite da frasi e parole che immediatamente raffreddavano il leggero calore che poteva in qualche modo trasparire dall'esperienza. Dobbiamo riconoscere che la vita emotiva richiede una saldezza ed una conoscenza di sé di gran lunga superiore a tutte le altre manifestazioni dell'esistenza nelle quali gli affetti e il mondo dell'anima non hanno una particolare importanza. Per esempio, ero molto impressionato 18

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dal modo come la paziente pronunciava la parola «amore» quando si riferiva al suo giovane amico. Diceva «amore» con una straordinaria velocità, quasi a evitare che quella parola lasciasse una traccia del suo passaggio, come se volesse in séguito poter negare di averla mai pronunciata. Ora, di fronte a questi comportamenti, io provavo una curiosa sensazione e invece di esserne respinto (i capi d'accusa potevano essere tanti: infantilismo, narcisismo e, quello che era più grave, strumentalizzazione dei rapporti, disprezzo e odio per le persone) mi sentivo attratto. L'attrazione era data dal fatto che innanzi a me non c'era una persona che avrebbe potuto offrire un rapporto: l'impressione era quella di trovarmi di fronte ad un campo incolto dal quale forse, con molto impegno, si sarebbe potuto ricavare qualcosa. Non accettavo passivamente il vuoto che ricevevo, la doppiezza, la falsità, e pensavo e sentivo realmente che la negazione sarebbe stata superata dall'amore per la vita. Mi domandavo quanto sarebbe durata, quanto tempo ci sarebbe voluto perché Jasmine accettasse di star seduta lì di fronte a me a parlare autenticamente, a esprimere i suoi contenuti reali. Ci volle molto più tempo del previsto. Per mesi i nostri incontri ricalcarono il primo: Jasmine arrivava gioviale e subito cominciava a raccontare di sé, della sua vita quotidiana, dei suoi genitori. Non che tutto andasse bene: spesso esprimeva critiche feroci contro l'invasività o l'assenza psicologica della madre, e l'inadeguatezza di un padre irascibile ed estroverso che quando parlava con lei sbraitava e offendeva; ma avevo l'impressione di ascoltare una lezione ben studiata, come se la ragazza avesse trascorso l'intera adolescenza a preparare le critiche e i risentimenti, gli episodi e le relative spiegazioni, e che non era ancora giunto il momento in cui lei giudicasse di potersi fidare di me. Anche questa sfiducia suscitava in me sentimenti particolari. Non fidarsi di nessuno in genere implica non fidarsi di se stessi; e infatti Jasmine aveva sviluppato una grande disistima per la sua corporeità, per cui. pensava che tutti la osservassero per deriderla ed eventualmente ferirla. Questa sua sofferenza mi era particolarmente cara perché, proprio in tale situazione di disistima, io potevo al 19

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contrario investirla di sentimenti positivi in quanto la mia personale condizione psicologica mi faceva apprezzare proprio ciò che ella disprezzava di se stessa. È noto che il sentimento del proprio corpo non coincide sempre con la realtà oggettiva. Si pensi, ad esempio, al concetto relativo di «magrezza» e «grassezza», che proprio per essere relativo, ossia in definitiva soggettivo, può diventare un problema per il soggetto anche se «oggettivamente» non c'è alcun problema. Ecco: Jasmine disprezzava il proprio corpo perché lo riteneva grasso. Da parte mia, con una valutazione più vicina alla realtà, capivo che si trattava di ben altra questione, e quindi potevo invece valutare in maniera positiva quello che per lei era «negativo». Ora però per me si poneva un problema che non riguardava solo quella situazione ma caratterizza il mio modo di lavorare. Si tratta del problema dell'investimento, inteso nel senso più ampio: una carica di energia psichica che va verso l'oggetto. In termini più aderenti alla questione: investire con la mia forza psichica il paziente in modo da fargli sentire il mio reale interesse. Coerentemente con quanto detto prima, l'investimento mi toglie da una situazione di neutralità e di indifferenza mettendomi nella posizione per la quale non esiste momento terapeutico che non sia significativo. Sia ben chiaro che non mi riferisco a situazioni di amore incondizionato: amare una persona implica un coinvolgimento profondo ma non riguarda questo caso, non ha a che vedere con un processo analitico. Quello che conta è che il paziente si senta, forse per la prima volta, complico, e apprezzato per quello che può offrire nella sua difficoltà psicologica. Naturalmente esistono delle differenze che rendono questa significatività più o meno grande, e il grado del mio impegno in genere determina poi l'andamento della terapia. In questo senso io non mi sento di essere uno scienziato o comunque uno che agisce con la massima obiettività. Lascio volentieri ad altri analisti «vestali della scienza» un simile modo di lavorare e mi rifugio nella mia soggettività con le mie ferite e le mie problematiche psicologiche. Sia chiaro comunque che questo modo di procedere nella terapia non significa non capire la presenza dell'altro, anche se io mi costruisco 20

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l'altro, nel senso che lascio alle mie fantasie il compito di sondare le sue potenzialità, con la finalità di creare sempre uno spazio ulteriore di crescita, il più aderente possibile alla sua realtà. Ma, si badi bene, in questo modo di procedere si corrono dei rischi, perché nessuna bussola mi garantisce il 'giusto' orientamento. Il pericolo dal quale è necessario guardarsi è quello di creare una costruzione completamente arbitraria e partendo da lì opprimere l'altro con le proprie aspettative. Tuttavia è innegabile che si è sempre in presenza di una relazione psicologica che potrebbe, almeno in teoria, aiutarci nel confronto con la realtà, qualora si riesca a comprendere e ad approfondire in maniera relativamente libera il transfert e il controtransfert. Con Jasmine mi sono trovato nella condizione di illuminare soltanto delle parti molto positive, o che io ritenevo tali. Stimavo molto la parte assente di Jasmine, che nella mia immaginazione doveva essere molto importante. Quando la vedevo e la sentivo parlare, capivo che gli aspetti più delicati e significativi di Jasmine risiedevano proprio in quello che lei non diceva. Si può vedere in quale situazione paradossale io mi trovassi: la costruzione dell'immagine della persona che avevo innanzi mi portava ad illuminare, quasi con una forzatura, tutto quello che ai miei occhi era possibile illuminare e allo stesso tempo alimentava l'illusione che tutto il 'bene' fosse quasi nascosto, invisibile. Soltanto più tardi ho capito che in fondo rifiutavo la realtà della paziente, perché una sua percezione più realistica mi avrebbe probabilmente impedito di accettarla incondizionatamente. L'unica cosa che riuscivo a vedere era tutta la mia anima proiettata sulla paziente. Guardavo i suoi occhi esitanti che cercavano di comunicare ciò che le parole non riuscivano a tradurre e mi sentivo attratto da questi aspetti inferiori non espressi. Non so se queste parti fossero realmente positive ma quello che mi sembra interessante è che il rapporto con Jasmine attivò in me il desiderio di «dare» moltissimo e senza riserve, nella convinzione che così facendo l'avrei messa finalmente in grado di «dare» a sua volta. Speravo nella sua crescita, nella sua apertura al mondo dell'altro, ma era come se Jasmine 21

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potesse sviluppare momentaneamente e soltanto momentaneamente la capacità di accorgersi di un altro, quella capacità della quale io sentivo ardentemente il bisogno. In realtà la situazione era ben diversa. Mi viene in mente un'immagine del film di Wenders Parìs Texas: quando il protagonista rintraccia la moglie, può parlarle attraverso uno specchio, dal quale soltanto lui può vederla; la moglie, dall'altra parte della parete vede riflessa nello specchio esclusivamente la propria immagine. Tornando all'analisi, la forte motivazione a mantenere questa posizione oblativa era determinata dalla mia ferita narcisistica che colludeva con la ferita narcisistica della paziente. Potremmo pensare che in questo caso io abbia dovuto ripercorrere in maniera drammatica e dolorosa un passaggio importante nella vita di ogni essere vivente: cercare di ricevere qualcosa da dove non viene niente, o meglio, da dove non può venir nulla. In un certo senso, è questa la ferita che mi sostiene nel rapporto terapeutico e che mi permette di sviluppare uno stile del tutto personale. Nella situazione specifica con Jasmine la mia esperienza mi spinge a parlare di «devastazione» {de -vastare} un vero e proprio «rendere vuoto». Tutto questo poi era legato al fatto che la giovane paziente doveva «verificare» di continuo il mio investimento. Naturalmente le sfuggiva completamente l'idea, per quanto proposta e approfondita, che la verifica dovesse essere fatta sui suoi affetti: era per Jasmine necessario controllare il mio investimento su di lei. La sua modalità consisteva, come già detto, nel non fidarsi. Debbo riconoscere che il mio rapporto con la paziente è stato molto doloroso, anche se tuttora conservo l'impressione che quello che si è potuto fare è dipeso datt'aver messo al servizio del suo sadismo la mia illimitata disponibilità. Vediamo adesso come si può comprendere la dinamica della nostra relazione in termini di rapporto narcisistico. Essendo il paziente una ragazza awenente e l'analista un uomo «affascinante», entrambi alla ricerca di conferme narcisi-stiche, la collusione psicologica cominciò in modo impercettibile a rinforzare in entrambi le difese nevrotiche nei confronti della propria ferita narcisistica. Posso supporre che si siano attivate due modalità relazionali, in cui il 22

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transfert e il controtransfert erotici sembravano la scorciatoia più immediata: una seduzione centrata sulla competizione e una seduzione centrata sulla dipendenza. Nella relazione seduttiva di tipo competitivo, Jasmine ed io cercavamo di sottomettere l'altro, dosando l'avvicinamento e l'allontanamento, owero la gratificazione e la frustrazione, in modo da ferire nell'altro ogni cedimento e disilluderlo continuamente rispetto alla propria fantasia di conquista. Ricordo che qualche volta Jasmine si mostrava generosa, almeno in apparenza; ciò che facevamo sembrava un dato acquisito, ma i successivi incontri dimostravano che nulla era stato costruito. Eravamo coinvolti in una modalità di rapporto distruttiva poiché entrambi fiutavamo la ferita dell'altro e mentre io cercavo di contenere al massimo la mia aggressività, lei infieriva con la propria aggressività e con i propri bisogni rivendicativi. In questi casi sembra impossibile raggiungere un livello d'incontro paritario e autentico perché si è intenti a controllare e difendersi dalla voragine della dipendenza. Quando la propria ferita narcisistica viene allo scoperto, si attivano delle richieste orali che espongono inesorabilmente al potere dell'altro. In sostanza, in questo tipo di relazione, quando la conferma della propria identità non è più affidata all'onnipotenza, viene interamente delegata alla conferma deH'altro, configurando una situazione drammatica di dipendenza assoluta. La ferita di entrambi era già in gioco e anche io non potevo rinunciare alla mia onnipotenza, mi ci aggrappavo portando avanti in maniera indiscriminata l'atteggiamento oblativo, a sostegno di un'immagine idealizzata di me stesso che veniva continuamente ferita e messa in discussione dalla sfiducia e dalla svalutazione della paziente. In effetti, quando pensavo di rivestire nella relazione un ruolo dominante, offrendo la mia protezione, la mia guida, tutto il mio investimento libidico, tutta la mia competenza, proprio allora restituivo alla paziente il suo potere, poiché nel bisogno di offrirle tutto questo traspariva la mia ferita, la necessità di gratificare i m/e/bisogni narcisistici: in definitiva io stesso rispondevo con un controtransfert di tipo competitivo. Con Jasmine si agiva a livello del transfert e del contratransfert questa situazio23

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ne psicologica, in cui un femminile, in apparenza bisognoso e dipendente, riesce a scardinare le difese di un uomo adulto, che si lascia irretire nella trappola mortale di una seduzione giocata su una apparente debolezza. Naturalmente è implicito nel ruolo dell'analista e nel lavoro analitico offrire la propria competenza e guida all'altro, ma in questo caso io mi sono trovato in una posizione particolare nella quale sperimentavo di continuo il pericolo del ribaltamento dei ruoli. A livello inconscio avevo bisogno di mantenere un'immagine onnipotente poiché mi sentivo esposto ad una madre frustrante con la quale sperimentavo di nuovo un rapporto distruttivo. Malgrado l'immagine dello specchio di Paris Texas di cui ho parlato in precedenza, anche io a tratti non vedevo Jasmine, e quindi non ero capace di restituirle la svalutazione, il rifiuto, il senso d'impotenza, l'ombra nella quale mi aveva rinchiuso. Debbo riconoscere che in questa situazione specifica probabilmente agiva anche una certa forma mascherata di mio potere nei riguardi della paziente, perché l'idealizzazione della quale l'avevo fatta oggetto e la conseguente difficile restituzione della sofferenza che la paziente aveva posto interamente sulla mia persona, di fatto la collocavano in una situazione insostenibile. A questo punto Jasmine esercitava su di me tutto il suo sadismo, immaginando a sua volta di risarcire in questa maniera la propria ferita narcisistica. Dovevo di necessità convenire che dietro il vuoto, la distruzione, lo svuotamento che io vivevo drammaticamente nel mio controtransfert, emergeva la ferita di Jasmine, la sua stessa distruzione, il suo vuoto interiore, l'esperienza quasi mortale che lei aveva precocemente vissuto. Come potevo allora uscire dal rapporto sadomasochistico? Ero sempre più consapevole di non dover subire il rapporto e quindi avallare l'idea del risarcimento. Se un risarcimento ci poteva essere, questo risarcimento Jasmine poteva chiederlo soltanto a se stessa. Provavo a restituire alla paziente con grande cautela il vuoto e la distruzione in termini di sofferenza psichica con la quale non era mai entrata in relazione. Qui l'unico aiuto è rappresentato dal rapporto empatico, il rimanere in con24

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tatto con la ferita narcisistica, in questo caso il vuoto, e accoglierne la sofferenza consentendo alla paziente di riconoscerla ed esprimerla. Durante il periodo della terapia, per molte ore dopo gli incontri con Jasmine vivevo un vero e grande malessere: mi sentivo come svuotato e avevo l'impressione d'essere diventato più povero, come banalizzato. Sperimentavo tutto il misconoscimento e la svalutazione nei confronti di ogni mia attenzione rivolta a confermarle la mia presenza, da lei negata e deprezzata. Ma si trattava di un gioco truccato: «io, Jasmine, ti offro la mia devozione e la mia alleanza, ma in cambio tu non devi deludere mai le mie aspettative, di modo che io possa sostenere il mio fragile narcisismo con il supporto della tua immagine onnipotente. Il fatto che tu mi abbia scelto come oggetto del tuo desiderio, gratifica il mio bisogno d'amore ma soprattutto il mio bisogno narcisistico. poiché mi innalza al tuo livello, owero mi awicina al mio ideale dell'Io onnipotente». Dall'altra parte, in questo contesto la mia situazione non poteva che essere la seguente: «io analista ti offro il mio affetto e la mia protezione a patto che tu, Jasmine, sia disposta a garantirmi la tua devozione senza mai mettere in crisi la mia immagine onnipotente, senza mai ferire il mio narcisismo, che si sostiene attraverso la tua fiducia primaria, la tua paura di perdita, il tuo bisogno di idealizzazione, il tuo bisogno di fonderti con un oggetto onnipotente». La mia era una richiesta inconscia che veniva frustrata selvaggiamente dalla sua mancanza di fiducia. Che lei non si fidasse mi risultava chiarissimo dai primi sogni che cominciò apportare, nei quali io comparivo svalutato, sfigurato. In un sogno mi rappresentò seduto nella piazza del suo quartiere, con un tavolino e le carte, che predicevo il futuro vestito di mantello e turbante. In un altro ero un venditore ambulante, che chiamava gli acquirenti in dialetto. Jasmine non permetteva ancora che entrassi nel suo mondo, era come se dietro il suo sorriso amichevole, un po' stereotipato, quasi di maniera, mi scrutasse con sospetto. Spesso leggevo nei suoi occhi chiari una grande inquietudine, una grande seduzione e un gran desiderio di entrare in rapporto con me, ma qualcosa glielo impediva: 25

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se mi camminava accanto, quando dalla stanza d'aspetto la conducevo nello studio, si teneva lontano, e appena finiva l'ora si alzava e scappava via come se non avesse voluto restare un minuto in più. Ma io persistevo con costanza e alle sue frustrazioni rispondevo imperterrito con il mio impegno. Piano piano, tuttavia, cominciava ad emergere qualcosa di lei. Lentamente il suo ottimismo cominciò a sfiorire, il sorriso non era più così forzatamente ostentato, e cominciò ad accettare che nella seduta si creassero momenti di silenzio. Owiamente questo silenzio era del tutto funzionale alla situazione. Si rimaneva zitti perché ambedue capivamo che il dialogo muto era superiore a qualsiasi comunicazione verbale. Ribadisco questo per op-pormi al "silenzio analitico" quando è poco più di un alibi per incapacità di capire ciò che sta succedendo. Dobbiamo a questo punto parlare del sorriso stereotipato e dell'ottimismo apparente della ragazza. Jasmine aveva tanta paura degli altri che il suo viso era atteggiato sempre e in continuazione ad un sorriso accattivante e seducente. Anche il suo ottimismo era di maniera: la proteggeva da qualsiasi situazione che in qualche modo la inducesse a riflettere. Il suo motto era: «meglio non pensare e cercare di distrarsi il più a lungo possibile, per evitare anche soltanto un attimo di depressione che potrebbe essere fatale». Mi andavo facendo l'idea che questa paura degli altri le avrebbe potuto arrecare molti più danni psicologici di quanti gliene abbia in effetti prodotti per quella awenenza e dolcezza fisica che le avevano permesso di essere gratificata di continuo dall'esterno. Una grandissima problematica aggressiva fra i genitori li aveva indotti, quando lei era molto piccola, a dividersi ri-petutamente per poi ritornare insieme. Questa drammatica situazione aveva spinto Jasmine a sviluppare quel tipo di insicurezza cronica che la rendeva, per usare le sue stesse parole, una «impedita». Sul piano della realtà questo significava che tutto era superiore alle sue forze, tutti erano potenziali nemici. Da qui la necessità di accattivarsi il mondo attraverso la seduzione, anche con aspetti ma-sochistici che la spingevano ad accettare situazioni per 26

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lei negative ma che pensava le potessero risultare utili. Molti dei suoi rapporti erano di questo tipo. Appena sentiva che una certa persona le poteva essere utile, gli piombava addosso seducendola facilmente. Ricordo un rapporto avuto da Jasmine per sette mesi con un ragazzo che le sarebbe potuto essere utile per fatti del tutto banali, raggiungibili senza alcuna fatica, ma la paura della vita era tale che Jasmine accettava di stare insieme a lui pur non amandolo, pur trovandolo noioso, insopportabile. Anche il modo con il quale troncava i rapporti era particolare. Non appena raggiungeva quello che lei voleva, addirittura dopo poche ore, adducendo una scusa, scompariva e non si faceva più vedere. In fondo molte volte il masochismo è l'unica arma che abbiamo per sopravvivere in situazioni difficili. Da parte mia mi sono trovato a sentire di dover dare moltissimo a Jasmine. In questo senso una mia particolare costellazione psicologica si manifestava nel momento in cui l'altra parte, assorbita del tutto dal suo panico, non era in grado di far sentire altro che la sua paura. Il mio dare era un impegno incondizionato: l'immagine più appropriata è quella di una trasfusione di sangue che sembrava essere sempre insufficiente perché il sangue, appena ricevuto, veniva trasformato in acqua, lo non ricavavo la pur minima gratificazione, se non la possibilità di osservarla mentre metteva in atto, del tutto inconsapevolmente, le sue arti seduttorie. I momenti più drammatici per Jasmine, quelli che lei viveva con la massima trepidazione, era quando accettava che il suo sguardo si potesse incontrare con il mio e che gli occhi dialogassero fra loro, anche se il suo timore era che la situazione potesse esser vissuta come una reciproca penetrazione sessuale o come il tentativo di una reciproca distruzione. Per moltissimo tempo io ho sentito la mia vita «devastata», «depredata» dopo ogni incontro: mi sentivo male proprio per il fatto che non riuscivo a ricevere niente in cambio. Il fatto è che Jasmine, per la sua distruzione interna, non riusciva a manifestare nulla. I sentimenti di cui era capace rimanevano bloccati dentro di lei. Ciò che era veramente importante per Jasmine era non compromettersi mai, perché com27

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