1989_39

 

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Alcune domande a Dora Kalff Paolo Aite, Roma In un numero dedicato al gioco della sabbia non poteva mancare un apporto diretto della fondatrice di questa metodica. Ho concepito pertanto delle domande cui Dora Kalff ha risposto con generosa partecipazione. L'intento da cui è sorto il questionario è stato quello di focalizzare alcuni temi che sempre, in modo più o meno esplicito, sorgono nella mente degli analisti davanti all'uso di questa metodica. Ne è derivato un documento che ha solo l'apparenza di una intervista, e che pur non avendo la freschezza di un dialogo diretto, può dare un suo contributo all'approfondimento del tema. D.: Chi entra nel suo studio a contatto con lei sente nel suo atteggiamento l'impronta di una prospettiva spirituale legata all'Oriente. Il suo rivolgersi all'Oriente è dovuto alle sue personali esperienze con uomini eminenti come Atenagoras, Suzuki e il Datai Lama, o corrisponde ad un senso più ampio, alla percezione che oggi l'Occidente ha un bisogno collettivo dei valori espressi da quella spiritualità? R.: Nel mio studio io do la priorità alla creazione di ciò che chiamo uno spazio libero e protetto per il cliente. Questo significa che i clienti dovrebbero sentirsi pienamente accettati per come sono. Alla luce della sua domanda direi che non intendo sottolineare nessuna cultura o religione in particolare. Sono aperta a qualunque contesto religioso che la gente mi porta. Dopo aver letto il suo 17

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questionario ho chiesto ad alcuni clienti di dirmi la loro prima impressione all'entrata nel mio studio. La maggior parte ha detto di sentirsi a suo agio, bene accolta, ma nessuno, finora, ha fatto commenti su un'atmosfera specificamente orientale. Sono stata molto fortunata ad incontrare il Patriarca cristiano-ortodosso Atenagora, il maestro buddhista Zen Daisetz Suzuki e il Dalai Lama, il capo spirituale e secolare dei buddhisti tibetani. In loro ho sentito questa capacità di creare uno spazio di completa apertura e accettazione. lo credo che questa sia una qualità umana che non appartiene soltanto all'Oriente. Si tratta di una qualità che è molto richiesta in terapia. 10 ho un interesse personale per le filosofie orientali ma esso non è nato dall'incontro con queste personalità significative o da altre considerazioni da lei menzionate. Il mio interesse risale al tempo in cui, adolescente, rimasi affascinata dalla filosofia del Taoismo cosi come è descritta da Laotse. D.: Seguendo la descrizione che lei fa dei suoi casi e delle sequenze dei loro giochi, sembra che lei individui soprattutto nel mancato sviluppo verso lo 'spirito* e verso la 'religiosità' (di qualunque chiesa) il nucleo patogeno inconscio di molti disturbi psichici e somatici. È giusta questa impressione? R.: Nella maggior parte dei casi possiamo constatare che la tendenza autoregolatrice del Sé non funziona. Le cause possono essere molteplici e vanno investigate. Vi possono essere molte cause diverse. 11 mio scopo, comunque, è di creare uno spazio in cui si possa trovare un nuovo accesso alle qualità guaritrici del Sé. Si tratta di un'esperienza numinosa, quando viene costellata nella terapia del gioco della sabbia. Per essere più precisa potrei dire che la mancanza di una spiritualità genuina può anche diventare la causa di disturbi psichici e somatici, lo tendo sempre più ad evitare la parola 'Spiritualità' perché può essere facilmente fraintesa. Al suo posto preferirei parlare di una connessione con il numinoso o di un contatto con il significato e la felicità inferiori. Questa qualità è più qualcosa che va vissuto che non qualcosa da descrivere in parole. Nella mia esperienza 18

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con persone che soffrono di disturbi psicologici, ho visto che frequentemente non hanno esperienza di un contatto vivo con questa dimensione, che Paul Tillich ha definito come «il fondamento dell'essere». Sempre nella mia esperienza ho notato che le persone migliorano quando vivono questa dimensione attraverso il gioco della sabbia o altri tipi di lavoro inferiore. Questo non significa che debbono impegnarsi in una disciplina religiosa particolare. Comunque può anche darsi che alcuni trovino un senso nuovo anche nelle forme religiose tradizionali. D.: Mi domando se lei è rivolta all'Oriente perché offre immagini più adatte a descrivere la dinamicità dell'evento psichico. I quattro 'elementi' descritti nel pensiero tibetano tesi alla realizzazione della 'quintessenza' raffigurano meglio quel processo spontaneo di integrazione che lei osserva nei giochi e chiama 'processo di autoguarigione'. R.: Nel gioco della sabbia la mente è attiva nel dar forma alla sabbia. L'acqua può anche venire aggiunta ad essa. Così si lavora con due elementi fondamentali con i quali, a causa della vita moderna, abbiamo ormai un contatto assai meno diretto. A un certo punto dello sviluppo della personalità nasce il bisogno di rappresentare l'elemento fuoco. Ciò accade, di solito, quando viene attivata la funzione sentimento. L'elemento aria l'ho osservato in alcuni casi, nel momento in cui il cliente si sente a suo agio nella situazione di vita. In generale ho anche notato che come effetto del gioco della sabbia il respiro dei clienti diventa più regolare. Il quinto elemento o quintessenza, è molto spesso espresso nell'aspetto della totalità. La medicina Ayurvedica, così come la medicina tibetana e cinese dicono che quando gli elementi sono in armonia l'uomo è in buona salute. Questa familiarità con la scuola cinese dei cinque etementi e con il ruolo che i cinque elementi giocano nel . Buddhismo ha reso interessante per me l'osservazione del loro manifestarsi, come modalità e sequenza, nel processo del gioco della sabbia. La tradizione orientale offre molte importanti intuizioni che sono il risultato di una lunga storia di introspezione. Pertanto è naturale essere al corrente di questi risultati e vedere come si possa applicarli alla nostra situazione. 19

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D.; Sembra che il compito più arduo per il terapeuta sia quello di 'fare il vuoto mentale' in sé, perché appaiano le forze creative spontanee dirette verso l'integrazione degli opposti che lei osserva nei giochi. Non è tratto anche questo aspetto dalla spiritualità orientale? Questo atteggiamento del terapeuta è una condizione di fondo che attiva il processo? R.: Per riuscire a creare uno spazio libero io cerco di liberarmi dall'atteggiamento giudicante e dalle idee preconcette. Mi piace stare in uno spazio di apertura e ricezione dell'inaspettato. Lei riprende l'espressione «vuoto mentale» che viene dalla tradizione del Buddhismo Zen. Essa potrebbe essere fraintesa con uno stato mentale attivo e creativo. Suzuki stesso usa la seguente immagine per descriverlo: il vuoto non è come il biancore della neve ma piuttosto come un germoglio che. in essa, sale verso l'alto. È possibile che questa dimensione mentale sia un buon atteggiamento di fondo per il terapeuta. Si tratta, tuttavia, di uno stato mentale molto difficile da raggiungere. Ciò che io comprendo dello spazio che definisco libero è una completa apertura al paziente, che permetta alle sue espressioni di fluire in maniera naturale. Penso anche a Jung che diceva che nel momento in cui siamo con il cliente dobbiamo dimenticare tutto ciò che abbiamo imparato per poter essere aperti ai suoi bisogni. D.: Oltre che dal lavoro personale con Emma Jung e dai contatti diretti con Jung. lei ha tratto molto aiuto dalla conoscenza di Neumann. Quali aspetti di quel pensiero le hanno permesso di comprendere e partecipare più consapevolmente ai giochi dei suoi pazienti? R.: Ho avuto l'occasione di discutere con Neumann le mie osservazioni e intuizioni sul gioco della sabbia con i bambini. Quando egli vide le immagini e ascoltò le mie interpretazioni, disse che io gli avevo offerto la prova delle sue teorie. In particolare osservammo gli stadi di sviluppo dell'Ego nel bambino. Mi riferisco ai tre stadi descritti come livello animale, vegetativo e di conflitto, e l'entrata nel mondo, lo avevo osservato questi stadi nel processo del gioco della sabbia, di solito dopo la manifestazione del Sé. Neumann suggerì di continuare 20

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questo dialogo, ma purtroppo la sua morte prematura lo impedì. D.: Jung affermava: «H numinosum è o una qualità di un oggetto visibile o l'influenza di una presenza invisibile che causa un particolare cambiamento di coscienza» (1). Questa «esperienza limite» si direbbe oggi, questa «presenza invisibile» come afferma Jung, sembra nelle sue comunicazioni sempre presente e attivo fattore di guarigione, basta dargli uno spazio mentale di accoglimento. Ritiene che ciò sia determinato dalla sua personalità? Se no, quali indicazioni darebbe ad un giovane terapeuta per aprirsi a questa possibilità trasformativa così radicale? (1) C.G. Jung. «Psicologia e religione» (1938/1940), in Psicologia e religione, Opere, vol. 11 .Torino, Bor inghieri, 1979, p. 17. R.: Ciò che favorisce il lavoro con i pazienti è la nostra esperienza e le trasformazioni basate sull'incontro con il Sé. Questo contribuisce a creare uno spazio libero per il paziente che gli permette di essere meno difeso. Il consiglio che darei a un giovane terapeuta è di attraversare senz'altro questa esperienza trasformativa mediante il gioco della sabbia o in altri modi. Jung diceva che non possiamo portare nessuno più in là dove noi stessi siamo arrivati. Credo che non sia possibile comprendere intellettualmente cos'è una reale esperienza interiore in un altro se non abbiamo avuto noi stessi un'esperienza simile. D.: Lei afferma che la presenza delle forze psichiche potenziali e del loro possibile coordinamento nel 'Sé originario' appaiono non solo nella scena del gioco, ma anche nella qualità numinosa della atmosfera emotiva del gioco stesso. L'uso dello spazio di gioco e del tempo (ritmo) nella sua esperienza, al di là della singola scena rappresentata, sono esperienze di questa qualità numinosa su cui lei richiama l'attenzione? Sono descrivibili queste espressioni tramite l'osservazione dell'uso dello spazio e del tempo che fa il giocatore, o dipendono dall'intuizione personale del terapeuta? È in queste situazioni che lei parla di 'atmosfera tranquilla' del gioco come espressione dell'esperienza transpersonale attivata? R.: Io credo che la creazione di un'atmosfera favorevole al processo dipende in larga parte dalla qualità del transfert che riusciamo a stabilire. Paradossalmente devo dire che questa atmosfera si presenta solo se si smette di volerla creare. Una volta che il processo si è innescato esso procede da solo. Il terapeuta è allora nel ruolo di un osservatore at- 21

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tivo o di un compagno. Il paziente che vive la situazione interiore e il terapeuta che riesce a comprenderla e a vivere con essa, creano un evento sincronistico. Non c'è tecnica che possa produrre tutto questo. In tal senso anche la tecnica del gioco della sabbia implicante l'uso della sabbiera e delle figure non può di per sé produrre tale risultato. C'è comunque un vantaggio nel lavorare con il gioco della sabbia ed è che non esiste un criterio predeterminato di ciò che è bello o buono come nel caso della pittura o della scultura. Per di più non c'è bisogno di particolari abilità per creare una scena nel gioco della sabbia, il che aiuta a sentirsi meno inibiti. D.: Ritiene che il valore simbolico di un oggetto apparso nel gioco (casa, albero, animale, Buddha o Cristo) dipenda dalla sua fattura e dal senso collettivo che può avere, o dal contesto globale della scena? ^D Non ritiene che ci possa essere la tendenza ad una comprensione troppo letterale di ogni singolo oggetto, per cui basta che appaia un tempio, una chiesa od un Buddha che lo si considera subito come contatto con il numinoso? Un sasso, un albero o qualunque altro oggetto, in un certo contesto, può essere il centro coordinatore della globalità della scena e rappresentare il processo integrativo del «Sé originario»? R.: Un simbolo può essere capito in molti modi perché non c'è mai un'unica interpretazione di un oggetto. Ricordo che Jung diceva che per poter accertare il significato di un oggetto (o immagine del sogno) dobbiamo vedere a che momento del processo (di individuazione) essa appare, in quali circostanze viene mostrato in una scena e in connessione con quale altro genere di simboli esso appare. Dobbiamo anche osservare l'umore del paziente al momento della creazione di una scena particolare e fare attenzione alle sue associazioni personali. Oltre a questo ci vuole un'approfondita conoscenza dell'ampia varietà di possibili significati che un simbolo può assumere, derivata dallo studio delle fiabe, leggende e religioni. Ci sono molti modi in cui il cliente può esprimere il momento in cui entra il contatto con il Sé originario. È straordinario osservare come la mente immaginativa delle persone lavora per trovare modi sempre nuovi e originali per esprimere questa esperienza. Non è vero che siano sem22

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pre un Buddha o una figura di Cristo ed essere usate in questi momenti. D.: Non è tanto necessario parlare di problemi, lei afferma, quanto andare al di là e dare spazio a un dinamismo profondo d'integrazione e farlo esprimere nel gioco. Questo atteggiamento implica un uso limitato e marginale della parola. La parola del terapeuta, a suo avviso, ha sempre una potenzialità disturbante o c'è una parola che apre lo spazio al processo autonomo? Quali caratteristiche di questa parola che attiva e aiuta? R.: Il gioco della sabbia è un approccio non verbale nel senso che le scene che sono create nella sabbia non vengono direttamente interpretate al cliente. Se un'interpretazione viene data prima che la psiche sia pronta ad accoglierla questo può disturbare il processo. Ciò accade specialmente quando il processo del gioco della sabbia entra nei livelli profondi inconsci che sono lontani dalla mente conscia. Il gioco della sabbia è non verbale anche nel senso che si pone l'accento sulla possibilità di esprimere, sotto forma di immagini, materiale inconscio che non può essere ancora verbalizzato. Contenuti interni sono portati all'esterno, diventano visibili, possono essere percepiti e può essere vissuta la qualità emotiva che li accompagna. Questo permette al cliente di diventare consapevole o conscio, in un senso non verbale, di ciò che esiste all'interno. Durante la creazione della scena il cliente può rimanere in silenzio o parlare. Oltre a questa enfasi sull'aspetto non verbale c'è comunque spazio per la discussione sulle situazioni quotidiane o sui sogni che hanno luogo, di solito, ad un livello inconscio diverso da quello del gioco della sabbia. Il pericolo maggiore nello scambio verbale nasce dal pensare che attraverso la comprensione intellettuale o la spiegazione si possano risolvere questioni che provengono da una parte non razionale della psiche. Se riusciamo ad evitare in questo modo la sopravvalutazione della parte pensiero e, in senso junghiano, a dare spazio alle altre funzioni, sentimento, sensazione e intuizione, perché si esprimano direttamente attraverso la qualità dello scambio verbale o nel gioco, allora potremmo dire che questo è un uso giusto ed equilibrato della parola nel gioco della sabbia. 23

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D.: L'esperienza transpersonale attivata e vissuta nei giochi va integrata alla vita quotidiana del singolo paziente, se no tende a cadere nel vuoto. È questo un concetto che ho sentito espresso da lei (2). Solo la parola permette questa integrazione. Quale la (2) Cfr.D.Kalff,« II valore delparola, il linguaggio più adatto secondo la sua esperienza? l'esperienza transpersonale R.: Secondo la mia esperienza non è necessario parlare delle esperienze transpersonali per integrarle nella vita quotidiana. L'integrazione ha luogo di solito per via della continuazione del processo che in quel momento si muove verso un Ego. Questo sviluppo viene alimentato da una quantità di energie prima sconosciute che sono state liberate al momento dell'esperienza profonda transpersonale. Esse possono imprimere una nuova direziono alla vita. Questo potrà significare che il paziente prenderà una decisione e mobiliterà l'energia per concretizzarla indirizzando la sua vita verso una nuova meta. D.: Durante il processo attivato con il gioco possono essere raccontati dei sogni dal paziente. Che uso ne fa? A mio parere sono senz'altro utili alla comprensione di quanto è presente anche nel gioco. È preferibile per lei parlarne, fare cogliere le analogie con aspetti del gioco, o è meglio tacere per non turbare il processo in atto? nel processo di guarigione con il metodo della 'sand play therapy'», in F. Montecchi (a cura di), La psicoterapia infantile junghiana, Roma, II Pensiero Scientifico, 1984, p. 183. R.: I sogni sono per me un importante informazione supplementare sul processo che si sta sviluppando nel paziente. lo decido sulla base della situazione individuale se interpretare il sogno al cliente o meno. Ho potuto osservare che spesso all'inizio del lavoro i sogni non sono molto coerenti e che nel corso del semplice fare le sabbie essi diventano più chiari. A quel punto è utile interpretare i sogni. A volte sottolineo anche le analogie tra i sogni e le immagini delle sabbie. Può essere incoraggiante per il cliente accorgersi che la vita onirica autonoma gira intorno agli stessi temi e produce immagini simili a quelli del lavoro più conscio che avviene nella sabbia. Frequentemente la decisione di interpretare o meno un sogno si basa sulla mia intuizione. Comunque io dò maggiore importanza al gioco della sabbia. D.: Jung considerava come Freud il transfert come I'α e I' ω della terapia analitica. In Psicologia della traslazione (3) ha utilizzato le immagini tratte dall'alchimia per cogliere la struttura (3) C.G. Jung, «Psicologia trans personale archetipica di questo importante fattore in della traslazione» (1946), In Pratica della psicoterapia, psicoterapia. Opere, vol. 16, Torino, Boringhieri, 1981. 24

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Mi sembra di ricordare che lei dica: «II transfert avviene tra il paziente ed il suo gioco». Ho sempre inteso queste sue parole come dicesse «non parlate degli aspetti personali che si possono attivare nella relazione col paziente, perché essi contrastano ed impediscono lo svolgimento dell'aspetto transpersonale di questa esperienza, che si attiva solo tra il paziente ed il suo gioco». Perché lei ritiene che descrivere, contenere ma rendere anche esplicite quelle dinamiche personali che possono attivarsi col paziente. altera il processo di trasformazione? Non potrebbe anche liberare il campo dalla ripetizione di esperienze precedenti che non esplicitate continuano ad agire nella vita del paziente ed a limitarne le potenzialità? (4) Hara , termine giapponese (N.d.T.). R.: L'atteggiamento aperto verso il paziente che ho descritto — rispondo alla seconda domanda — permette che nel gioco della sabbia si instauri un transfert in qualche modo diverso rispetto all'analisi verbale. Nell'analisi junghiana tradizionale il transfert è basato prevalentemente sulla qualità dello scambio verbale. Nel gioco della sabbia tra paziente e terapeuta c'è di mezzo la sabbia. ed essa richiede una comprensione reciproca inferiore. Questo transfert può essere paragonato a ciò che i giapponesi chiamerebbero un transfert-hara (4). Questa può essere un'esperienza profonda così liberatoria che apre a nuove potenzialità per la vita del paziente piuttosto che limitarla. Non è necessario mettere in parole questo tipo di relazione emergente o cercare di interpretarla. D.: Alcuni oggetti nella sequenza di più giochi ricompaiono più volte. La loro successione nel tempo non è paragonabile ad un dialogo con queste parti che rappresentano nuclei di esperienza importanti per il giocatore? C'è un'analogia tra questo dialogo attuato nel silenzio del gioco e l'esperienza che Jung definisce «immaginazione attiva»? Quale la differenza tra queste due esperienze? R.: Figure e oggetti si ripetono, a volte, quando il paziente è insicuro. Egli si attacca ad una certa figura che può rappresentare questo bisogno di sicurezza. Questa figura può sparire dalla sabbia quando il problema che ha causato l'insicurezza è stato integrato. Ma d'altro canto ci possono essere altre ragioni per l'uso ripetuto di certe figure. Per esempio esse possono indicare la continuità interna del lavoro. 25

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C'è una certa analogia di questo metodo con l'immaginazione attiva di Jung. Differisce per il fatto che le immagini nel gioco della sabbia sono create in modo tridimensionale. Sembra che questo attivi l'integrazione e la trasformazione dei contenuti rappresentati. D.: L'applicazione del gioco della sabbia è nata come terapia dei bambini. Oggi, in varie parti del mondo, si è. estesa ad ogni fascia d'età. Ritiene questo fatto l'espressione di una crisi che ha investito la «terapia della parola», o la liberazione ottenuta dallo stereotipo che l'esperienza di gioco è solo e sempre riferita all'infanzia, alla soddisfazione del desiderio, e non a un confronto con le determinanti inconsce? Per la sua vasta esperienza c'è una fascia d'età particolarmente adatta a questo approccio? R.: Quando ho incominciato a sviluppare il metodo del gioco della sabbia ho lavorato per circa sette anni esclusivamente con bambini. I bambini sono spontanei ed hanno un facile approccio al gioco. È stata per me una rivelazione poter osservare il processo in questo 'spazio libero e protetto'. Esso penetra lentamente. a partire da un livello più conscio, nel livello più profondo dove ha luogo la manifestazione del Sé originario. Da qui si viene costruendo un nuovo Ego e il processo ritorna lentamente alla vita quotidiana. Poiché questo processo cambiava i bambini in senso positivo, i genitori volevano sapere come avevamo fatto. Risposi che questo processo non è facile da spiegare ma se volevano avrebbero potuto provare loro stessi a giocare. Alcuni si appassionarono facendo un'intera serie di immagini. Allora mi accorsi che un simile processo di rinnovamento della personalità aveva luogo anche in loro. Da questo compresi che in realtà non c'era alcun limite d'età per l'applicazione di questo metodo. Ma, poiché molti adulti hanno perso la spontaneità di gioco, il processo può durare molto più a lungo. Il gruppo più difficile può essere quello degli adolescenti. Si sentono 'troppo grandi' per giocare. Con loro dico abitualmente che potrebbero trovare piacere a creare le loro immagini interne, che di solito abbondano a quest'età. D.: Quadri psicopatologici ritenuti inabbordabili fino a poco tempo fa, come la schizofrenia e l'autismo nell'infanzia, sindromi depressi26

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ve o dissociative o malattie psicosomatiche nell'adulto, sono stati affrontati anche nel gioco della sabbia. Quali a suo parere i risultati ottenuti? È possibile tracciare una mappa delle potenzialità e dei limiti del gioco della sabbia nelle varie forme psicopatologiche, o tutto dipende dalle doti personali e dall'esperienza del terapeuta che usa questo canale come ne potrebbe anche usare un altro? R.: In confronto alle nevrosi non ho altrettanta esperienza con la schizofrenia nei bambini. Ho avuto pochi adulti nel gioco della sabbia e i risultati differivano secondo la gravita del caso. Il prof. Nakai, a Kobe. in Giappone, ha fatto una ricerca approfondita in questo campo e ha trovato che prima di un episodio schizofrenico non era raccomandabile usare il gioco della sabbia perché questo metodo attiva molto l'inconscio. Ma egli afferma anche che dopo un episodio psicotico lo stesso metodo può avere un effetto terapeutico. Nel caso di bambini affetti da autismo il gioco della sabbia dovrebbe essere applicato con molta attenzione perché essi sono molto sensibili. Le malattie psicosomatiche possono essere trattate molto bene con il gioco della sabbia. Ho ottenuto dei risultati molto buoni con le malattie dei tratti digerenti, come coliti, ulcere e con donne che avevano difficoltà a rimanere incinte. Credo che lavorare con la sabbia abbia un effetto psicologico per molti tipi di problemi. Naturalmente il tipo di paziente che un terapeuta decide di vedere dipende sempre dalla sua esperienza e dalle sue qualificazioni e dal setting (ospedali, pratica privata) in cui il lavoro viene condotto. D.: Grazie alla sua opera, ai suoi continui viaggi per comunicare le sue esperienze, 'il gioco della sabbia' è oggi conosciuto e praticato in tutto il mondo. È un grande problema preparare dei nuovi terapeuti alla capacità di utilizzare il gioco nel loro lavoro: quale ritiene che siano i fattori fondamentali di questa esperienza? Ritiene necessaria per il futuro terapeuta un'analisi personale tradizionale. accanto all'esperienza diretta col gioco della sabbia, o basta quest'ultima a formarlo? R.: Secondo la mia opinione è necessario per un futuro terapeuta della sabbia aver avuto un profondo sviluppo interiore e degli insight come quelli che si possono avere 27

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in un'esperienza di analisi personale, di meditazione o di altre discipline che conducono a tali sviluppi. Certamente è anche essenziale una conoscenza ben fondata dei vari modi in cui il processo di individuazione si esprime simbolicamente nelle mitologie, nelle fiabe e nelle tradizioni religiose. Inoltre è necessario fare esperienza diretta e completa del processo del gioco della sabbia. Il training include la frequenza ad almeno cento ore di seminari di base in cui gli allievi si familiarizzano con i modelli del processo, attraverso lo studio di materiale di casi clinici. Durante questa fase di studio richiediamo anche due lavori scritti che illustrino la comprensione dei simboli e la loro interpretazione. La fase successiva consiste nel lavoro con clienti sotto supervisione. Oltre alla supervisione individuale richiediamo anche la frequenza a seminari di controllo. Per diventare mèmbri della International Society for Sandplay Therapy chiediamo uno studio scritto su un caso che mostri un processo completo di gioco della sabbia e la comprensione della sua evoluzione. Questo training formale è un training supplementare per terapeuti già praticanti. D.: Le chiederei ora uno sguardo verso il futuro. Le capita mai di pensare quali sviluppi prenderà in futuro l'opera che lei ha attivato e diffuso? Quali gli ostacoli che teme maggiormente? R.: La mia paura è che il metodo del gioco della sabbia degeneri fino a diventare una semplice tecnica. Il gioco della sabbia applicato con una mente aperta può rivelare i livelli più profondi della personalità che permettono una trasformazione spontanea delle energie in modo naturale. Questo è il significato profondo del gioco della sabbia che non dovrebbe essere perso. Già alcuni dei miei allievi hanno mostrato la capacità di raggiungere quel livello con i loro clienti e spero che presto ve ne saranno molti altri. Traduzione di Elena Liotta 28

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Origini e sviluppi del Sand-play Marco Garzonio, Milano «Parlando solo dei sogni e dell'inconscio si ricorre sempre all'intelligenza. Lavorare con la sabbia è lavorare con una materia femminile, la terra». Rileggo i miei quaderni di appunti e ritrovo questa frase, una delle prime affermazioni che ho sentito pronunciare da Dora Kalff anni fa. Una suggestione molto importante e significativa, che ho incominciato a comprendere col tempo, io come molti altri uomini di questa epoca, in questa civiltà occidentale. Mettere le mani nella terra: è l'esperienza che dice subito, anche se in maniera fin sintetica, il senso del Sand-play. Riattingo ancora ai miei appunti del lavoro con Dora Kalff: «Facendo un'esperienza inferiore si toccano due lati del femminile: quello della madre che protegge, sostiene, cura, e quello dell'energia, della dinamica, in cui si sviluppa la creatività». L'intuizione teorica originale del Sand-play di Dora Kalff è contenuta in questa doppia dimensione del processo terapeutico: il contatto con il materno (Anima del terapeuta prima, amore di sé e del Sé successivamente) e la trasformazione delle potenzialità in-consce. Dove e come questo avviene? Nello «spazio libero e protetto», come la stessa Kalff definisce la sabbiera in cui si svolge appunto il gioco della sabbia. E cioè: una cassetta a forma rettangolare, in cui il paziente può esprimere contenuti profondi in immagini tridimensionali, attraverso la collocazione di oggetti e personaggi. Non un cerchio, che racchiuderebbe e soffocherebbe, bensì la figura a 29

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quattro lati. dove ha luogo l'incontro delle due coordinate fondamentali dell'esperienza umana: la linea verticale che proietta verso gli spazi infiniti del cielo e delle profondità più remote, mettendoli idealmente in contatto; la linea orizzontale che, dando il limite allo sguardo verso l'alto (l'orizzonte, appunto) e alla consistenza dell’hic et nunc, in basso, nella concretezza dell'esperienza, assegna il senso. Fu proprio una cassetta di sabbia, capitata con curiosa causalità sul suo cammino, che avviò Dora Kalff sul terreno di quella ricerca che ne avrebbe fatta una delle presenze originali nella tradizione junghiana. Era il 1955. Dora Kalff aveva 51 anni. essendo nata sotto il segno del capricorno il 21 dicembre del 1904 a Richteswil, centro artigianale nel cantone di Zurigo, quasi al confine con quello di Schwytz, in prossimità di Einsiedein, paese famoso per l'abbazia benedettina in cui è venerata un'antica effige della Madonna e perché patria di Paracelso. Dora Kalff aveva allora terminato un lavoro di sei anni all'Istituto Jung (sua analista era stata Emma Jung). Sulle spalle si portava una serie di dure traversie: la guerra; l'invasione dell'Olanda (dove viveva con il marito agiato banchiere) da parte dei nazisti; il tracollo economico; il ritorno con due bambini, Peter e Martin, in Svizzera ma senza più diritti ( con il matrimonio per la legge elvetica aveva perso la cittadinanza); successivamente, la morte del marito. All'Istituto Jung. in quel 1955. si tenne un congresso di psichiatria. Tra i relatori Margaret Lowenfeld portò l'esperienza dell'Institute of Child Psychology di Londra dove si faceva ampio ricorso al gioco come metodo terapeutico. Dora Kalff rimase colpita dalla presentazione fatta dalla Lowenfeld. In particolare fu attratta dalle immagini che la studiosa londinese aveva portato al congresso (nell'occasione furono commentate e interpretate anche da Jung) e dalle sabbiere che erano servite per comporle. Fu così che la Kalff (già incoraggiata da Jung a specializzarsi nella psicologia infantile) chiese e ottenne di potersi recare a Londra a seguire e apprendere il metodo di Margaret Lowenfeld. Quale fu la scoperta del soggiorno e del lavoro londinese, protrattosi sino al 1956? Ritorno agli appunti del lavoro con Dora Kalff: «La Lowenfeld ha creato il suo metodo 30

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essenzialmente per la diagnosi. Le sabbie, invece, rappresentano un processo». Due modi di lavorare dunque, ma insieme due diverse concezioni della terapia. La Lowenfeld nella sua clinica metteva a disposizione dei piccoli pazienti tutta una serie di strumenti da scoprire e attraverso cui esprimersi (la palestra, la pittura, il giardino e quindi anche la sabbiera, dove il bambino poteva porre oggetti e pupazzi, fornendo al terapeuta quindi un'idea della sua personalità); il gioco insomma nell'esperienza dell'Institute of Child Psychology aveva un aspetto sostanzialmente liberatorio per il piccolo e insieme strumentale per il terapeuta. Diverso invece l'approccio che maturò ben presto la Kaiff. Questa venne investendo molto nella relazione a due e non si fermò all'episodicità delle immagini. Seguendone attentamente l'evolversi, incominciò a riconoscere un processo di sviluppo nella successione dei diversi quadri, nell'impegno degli oggetti e dei personaggi, nel trattamento che il bambino riservava alla sabbia. L'esperienza analitica e il profondo lavoro sui simboli (maturato anche attraverso un'esperienza religiosa a contatto con la spiritualità orientale) avevano finito per riscattare la tecnica dai suoi aspetti più meccanicistici, trasformando il gioco e i suoi strumenti essenziali in una relazione psicoterapeutica. Dora Kalff tornò a Zurigo e. con l'autorizzazione della Lowenfeld, incominciò a lavorare. Aveva trovato una casa, a Zollikon, con l'aiuto di uno dei figli di Jung, Franz, architetto, suo coetaneo. Un edificio molto antico (l'iscrizione sulla porta reca la data 1485), abitazione di campagna, con le fondamenta solide e le mura spesse. Viene da dire: il prototipo dello spazio libero e protetto. Che paradosso: le sabbie che poggiano su salde e squadrate basi di una costruzione di pietra! Forse, soltanto in una casa così poteva nascere e svilupparsi il Sand-play. All'inizio furono i bambini i pazienti di Dora Kalff. I primi casi, che vennero raccolti in un libro tradotto anche in Italia nel 1974 dalle edizioni OS di Firenze (da anni introvabile) diedero un'idea delle potenzialità del metodo che era venuta mettendo a punto e affinando: Christoph, superamento di una neurosi d'angoscia; Kim. guarigione di un arresto nell'apprendimento; Daniela, liberazione da un legame troppo stretto con la madre; Christian, guarigione 31

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