1988_38

 

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Interpretazione e rimozione del paziente Aldo Carotenuto, Roma L'interazione nel rapporto analitico si basa sulla capacità dell'analista di leggere e interpretare il mondo dell'altro. Questa premessa era essenziale soprattutto all'origine della psicoanalisi quando si presumeva che l'analista, in base ad una conoscenza teorica di un presunto funzionamento mentale, avesse in mano tutte le fila del discorso e, forte di questa conoscenza, «leggeva» il paziente e traduceva, mediante l'interpretazione, un materiale «inconscio in un discorso accessibile. Tutta questa dimensione era una legittima pretesa che aveva le sue spiegazioni nella fondamentale origine medica della psicoanalisi. Senza bisogno di riandare lontano nel tempo, il medico ha sempre avuto per il malato un'immagine potente e salvifica, funzionale al suo processo di guarigione. Tuttavia, nella visione più attuale questa capacità non è unilaterale ma reciproca, anche il paziente interagisce con il mondo dell'analista. Si consideri che è stato necessario combattere contro molte diffidenze perché di fatto, la reciproca possibilità di lettura, la circolarità che da questa ne consegue, mette a repentaglio la conoscenza e la dimensione del potere dell'analista e lascia intatto un solo aspetto: due uomini che si fronteggiano. Ciò che conta è ciò che essi «sono» effettivamente. Il testo che si interpreta a sua volta ci rende interpretabili, poiché se mi cimento, ad esempio, nella lettura di un film.

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cercando di scoprire l'intento segreto di una rappresentazione, non solo svelo il senso di quella rappresentazione ma attraverso la comunicazione di senso mi svelo agli occhi del mondo. La rivelazione espone l'analista e ridimensiona il suo potere, che deriva, da un lato, dalle difficoltà del paziente, dall'altro, dalla sua capacità di potenziare il suo prestigio poiché maggiore è il vissuto di onnipotenza nei suoi riguardi maggiore sarà la sicurezza che ne deriva e più profondo è l'abbandono con cui ci si affida a lui. Le esigenze psicologiche del paziente, esigenze di dipendenza e di delega, possono attivare meccanismi proiettivi che vanno a strutturare l'immagine salvifica dell'analista e lo costituiscono come oggetto totalmente buono. Naturalmente questi vissuti non sono realistici ma fantasmatici e possono emergere in tutti quei rapporti dove l'abbandono e l'affidamento sono componenti strutturali al rapporto stesso, non solo quindi in ambito analitico. Si arriva persino a idealizzazioni nell'ordine del divino, poiché se l'altro è onnipotente, allora ha il potere di salvare. Feuerbach da un punto di vista filosofico ci propone l'idea di Dio come proiezione: Dio esiste in quanto noi tutti abbiamo l'esigenza di costruire un'immagine di perfezione. Tuttavia, poiché Dio è distante dalle umane cose, noi tutti andiamo cercando immagini del divino nella folla che ci circonda e attraverso le illusioni ci rassicuriamo sulla nostra integrità e continuità di esistenza. Lo scambio dialettico che avviene nell'interazione analitica assume diversi canali di comunicazione: verbale, gestuale, tonalità di voce, mimica del viso, postura del corpo. Il modo più evoluto sul piano filogenetico è il linguaggio, che consente di comunicare verbalmente i propri contenuti affettivi e cognitivi. Tuttavia, sotto la categoria del linguaggio possiamo comprendere in una diversa prospettiva la vasta gamma delle possibilità espressive dell'uomo. Il bambino piccolo comunica e si esprime a livello preverbale, il suo comportamento è comunque linguaggio. Il rapporto analitico e il rapporto psicoterapeutico si fondano per eccellenza sul linguaggio e al loro interno tutto viene assunto come comunicazione, persino il silenzio è portatore di significato. 10

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La comunicazione coinvolge la totalità espressiva della persona e si svolge sia a livello conscio che inconscio. Le modalità involontarie di comunicazione sono decisive alle volte per determinare il senso della comunicazione stessa che magari contraddice il messaggio cosciente. Uno psicoanalista è sensibilizzato a valutare tutti gli aspetti espressivi di una persona, specialmente quelli inconsci, che si esprimono nelle sfumature del linguaggio verbale, nelle modalità dell'atteggiamento corporeo, nelle tonalità affettive, nel modo di manipolare la propria immagine corporea e di porgerla all'esterno. Comunque le manifestazioni involontarie, che possiamo benissimo definire inconsce, sono le vere premesse di un processo che può essere chiamato psicoanalitico. Tante volte sento dare definizioni dell'analisi e tante volte mi accorgo come queste siano erronee e lo sono per il caparbio attaccamento agli aspetti formali e superficiali. Tante volte ho polemizzato, per esempio, sul numero di sedute necessario per un paziente e mai nessuno, dico nessuno, mi ha potuto convincere che sette volte alla settimana sono controindicate rispetto invece alle quattro volte stabilite non si sa da chi. Esiste nell'analisi una ritualità sciocca della quale si è perso il significato ma che viene pedissequamente seguita senza che ci si renda conto di una verità amara: non c'è tecnica che tenga se essa non è stata fatta mia ed io stesso ne sia convinto e ne capisca il senso. Ma mi si permetta di fare una considerazione curiosa. Quando all'Università si discutono le tesi — e le mie tesi convergono quasi sempre su argomenti di psicologia analitica — il correlatore, in genere, esordisce nel seguente modo: «lo non conosco l'argomento ma mi sembra che il candidato l'abbia svolto egregiamente». Consultiamo ora due storie della psicologia che paiono essere al di sopra di ogni sospetto e leggiamo: «Le sue idee (di Jung) sono tali che nessuno studioso di psicologia può permettersi di trascurarle» (1); oppure leggiamo ancora: «Galton, James. Freud e Jung (corsivo mio) sono coloro cui possiamo attribuire i segni del genio e far risalire svolte cruciali nello sviluppo della nostra comprensione dell'oggetto della (1) C.S. Hall e G. Lindzey, psicologia» (2). Per quanto io possa essere ingenuo non Teorie della personalità, Tori- posso non porre la domanda: È mai possibile che soltanto no, Boringhieri, 1986, p. 160. nell'ambito della psicologia del profondo (2) Robert Thomson, Storia della psicologia, Torino, Boringhieri, 1972, p. 460. 11

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essere ignoranti è un titolo di merito che va addirittura esibito? E a questo punto, per mia personale consolazione debbo ripetere tante volte a me stesso una lapidaria frase di Bacone: «L'ultima cosa che prenderebbero in considerazione è una idea nuova». Ma torniamo ora al problema della comunicazione reciproca. Spesso dopo uno scambio emotivo con una persona non rimangono ricordi particolari di quell'incontro ma il sentimento di un'atmosfera psicologica che costituisce la vera essenza di quella relazione. Il lavoro analitico è di tipo ermeneutico e dobbiamo dire che Ricoeur aveva colto nel segno quando, parlando di Freud, lo definiva come un contestatore del linguaggio. 11 paziente e l'analista rappresentano l'uno per l'altro un segreto. La psiche non si manifesta mai in modo diretto ma si esprime con un codice che va decifrato. Le esperienze fondamentali sono uguali per tutti ma soggettivo è il modo di viverle e di elaborarle e per questo motivo non possiamo essere identici ma rappresentiamo per ognuno una diversità. L'altro è il portatore della differenza, e bisogna essere in grado di evincere dalla sua comunicazione molto più di quanto si espliciti nella comunicazione stessa. L'ermeneutica è la scienza che ci conduce oltre le apparenze della realtà ma non tutti hanno interesse all'approfondimento e gli psicologi tuttavia debbono avere questa motivazione fondamentale per poter penetrare fin nel segreto dell'interiorità altrui, lo ho usato il termine motivazione perché vorrei che si capisse qualcosa di veramente importante almeno per quanto attiene al nostro lavoro di psicologi del profondo. Tutta la realtà può essere considerata come una tavola di Rorschach, nel senso che noi leggiamo in essa quello che vogliamo, anche se con profonde limitazioni. Leggiamo quello che vogliamo ma non possiamo prescindere dalla nostra costituzione psicologica che ci permette di leggere una cosa piuttosto che un'altra. Ora noi sappiamo che l'esercizio, la decisione, la capacità di sopportare le frustrazioni e la determinazione verso un obiettivo permettono molto di più l'approfondimento di un fenomeno. Per tutto questo io devo essere 'motivato'. Nel mio linguaggio non posso dire altro che qualcosa dentro di me urla e mi fa male e trova sol12

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lievo solo in quella direzione. Noi diciamo: non tutti hanno bisogno di approfondire, ed è vero, ma è anche vero che 10 psicologo del profondo non può non sentire questo bisogno. Per poter avvalorare questo discorso dobbiamo cercare di capire il significato ambiguo di una parola così suggestiva e romantica come il «segreto» di cui parla E. Levinas. La nostra costituzione psicologica è il risultato di una serie di variabili che formano la storia personale. Queste naturalmente si costellano intorno a dei temi collettivi, perché la storia dell'uomo percorre delle tappe precise. Quello che appartiene all'individuo, e che costituisce il segreto, è la singolarità con cui si vivono queste fasi obbligate della vita. Per fare un esempio, ognuno di noi deve confrontarsi con l'esperienza dell'apprendimento nella scuola: per alcuni questo lungo periodo della vita rappresenta una continua fonte di frustrazioni e disconferme riguardo al proprio valore; per altri la scuola è il luogo di massima gratificazione in cui si ha la possibilità di esprimersi pienamente. L'ipotesi junghiana che ci da conto delle differenze individuali è la tipologia costituzionale con cui si viene al mondo. Qui si scatena la diatriba culturale tra innatisti e ambientalisti, una questione attualmente priva di valore ma che ancora si sente sollevare da qualche nostalgico della demagogia più bieca. È difficile pensare di nascere senza alcuna componente specifica (si pensi ai bambini prodigio) e Jung riteneva appunto che esistesse una predisposizione genetica che condiziona il rapporto del soggetto con il mondo. La prima fondamentale distinzione tipologica è per Jung tra estroversione, come disposizione ad investire il mondo esterno, ed introversione, come disposizione ad investire il mondo interno. L'estroverso si orienta assai facilmente nell'ambiente: ha in genere facilità di linguaggio, una vita sociale molto estesa, riesce a leggere tutte le affissioni pubbliche sui muri della città. L'introverso, al contrario, nel mondo esterno si sente alquanto disorientato, nelle relazioni sociali tradisce una certa timidezza, difficilmente prende la parola ed in genere evita di esporsi pubblicamente. Il tipo introverso 13

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è attratto invece dalle dimensioni interiori, reggerà molto bene la solitudine e sarà a suo agio nei rapporti duali o di piccolo gruppo. La sua vita si svolge soprattutto all'interno di sé. Naturalmente i tipi puri in natura non esistono; queste sono categorie funzionali, che tuttavia possono essere utili per orientarci nelle relazioni con il prossimo. Questo breve e sintetico riferimento alla tipologia di Jung serve a farci capire come la tendenza ideale sia di poter padroneggiare entrambe le modalità e infatti l'analisi tenta di far integrare alle persone la loro funzione inferiore, vale a dire quella rimossa e quindi non sviluppata, senza violentare la tipologia fondamentale che rimarrà comunque predominante. Ma torniamo ora al segreto. Quando ci poniamo di fronte al paziente con atteggiamento ermeneutico, vale a dire con l'intento di comprendere il suo segreto, è come se fossimo chiamati a risolvere un enigma. Tutto il lavoro interpretativo consiste nella ricerca di questi significati nascosti. Non esiste una via diretta per penetrare il segreto dell'altro ma solo vie traverse. Chi si occupa di test cerca in pratica delle scorciatoie, poiché vorrebbe aggirare con uno strumento diagnostico le difese del soggetto. In genere, il test illude il somministratore circa il proprio potere poiché gli da la sensazione di possedere uno strumento di conoscenza che gli rende l'altro immediatamente intellegibile. Ciò detto si possono anche utilizzare i test, tuttavia molto spesso l'uso di questi sottende una sgradevole motivazione di potere sull'altro. Una vera indagine della personalità prevede un grosso impegno da parte di entrambi, lo psicologo e il paziente. poiché non esiste una via oggettiva di conoscenza attraverso la quale l'interprete possa evitare di coinvolgersi nella relazione. L'interpretazione dell'altro può sussistere solo se l'interprete si cala dentro il suo mondo e si lascia trasformare da . questo coinvolgimento. È come se l'enigma chiami l'altro e lo faccia penetrare in se stesso. Nelle Upanishad si dice che gli Dei, proprio perché amano l'enigma, odiano tutto ciò che è manifesto. Infatti, ogni interpretazione trasformativa a sua volta trasforma l'interprete e il mistero svelato non può non influire su colui che ha penetrato il segreto. Queste parole possono sembrare ovvie ma in realtà non lo sono perché nascon14

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(3) K. Jaspers, Psicopatologia generale, Roma, Il Pensiero Scientifico, 1984, p. 870 dono al di sotto della loro apparenza una «filosofia» molto più profonda di quella che appare. Perché tante resistenze da parte degli analisti a voler capire questo concetto di per sé elementare? Perché ci si affanna con disperazione a voler costruire uno strumento, come un microscopio che dopo l'uso rimane più o meno come prima? La ragione è che ci sia una parte che subisce (nel nostro caso il paziente) e una parte che agisce senza rimanere intaccata (l'analista). Questo criterio è continuamente ribadito — anche se, debbo dire, con scarso risultato — perché in qualsiasi discussione io sia presente c'è sempre un profondo distacco fra la persona che soffre e chi dovrebbe aiutarlo. Anche se in buona fede, alla fine il paziente viene trattato come una radiografia sulla quale si leggono i segni di uno stato morboso. Sono sempre più convinto che il paziente, tramite la professionalizzazione. venga di fatto esorcizzato e venga, in termini analitici, rimosso. La rimozione del paziente è un fenomeno precipuo di quelli che sono alla disperata ricerca di uno status scientifico. In effetti ci vuole un bei coraggio a passare tutto il proprio tempo in situazioni difficili nelle quali il problema più facile è generalmente irrisolvibile. Perché, in fondo, di questo si tratta. Quando la nevrosi ci coglie, non c'è sicuramente la possibilità di prospettare a noi stessi una soluzione che segua le dimensioni razionali del ragionamento ma il problema ci viene invece veementemente presentato proprio perché ha le caratteristiche di qualcosa che non avrà una degna soluzione. In quest'ottica, essere immersi nella situazione analitica, significa essere assimilati all'irrazionale. L'atteggiamento affettivo dell'interprete condiziona, inoltre, la lettura della realtà, tant'è vero che possiamo essere alquanto discreditati da una persona che si relaziona a noi con cattivo umore. Quando Jaspers scrisse il suo libro di psicopatologia generale fece un'affermazione piena di significato circa le conseguenze del rapporto con situazioni psicologicamente difficili. Jaspers intendeva rilevare che dopo una lunga esperienza di lavoro clinico gli analisti possono provare un senso di disillusione e forse di disprezzo verso gli uomini (3). giornali sono piene di storie raccapriccianti in cui l'umanità si rivela in tutta la sua miseria 15

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morale e psicologica. Non siamo neanche autorizzati a credere che le notizie che leggiamo non ci riguardino personalmente. poiché non c'è nulla di umano che non ci appartenga. La persona più feroce non fa altro che rivelare a quali estremi di comportamento un uomo possa arrivare e quindi ci mostra le possibilità umane negative. così come un santo ci mostra le possibilità umane positive. Che una potenzialità ci appartenga non vuoi dire ovviamente che ognuno sia disposto a metterla in atto. Nell'ambito dell'analisi abbiamo modo di conoscere sia le vette più nobili che le bassezze della natura umana, e non occorre arrivare a degli agiti così mostruosi come quelli di cui parlano la cronaca nera o la storia, poiché la violenza può consumarsi nei luoghi tranquilli e insospettabili della vita quotidiana, può esprimersi nelle parole addirittura con stile inattaccabile, può rivolgersi verso il proprio partner o figlio o dipendente, senza alcuna presenza di campi di concentramento o di altre situazioni obiettivamente sconvolgenti. Come ho già rilevato, Jaspers sosteneva che se l'analista viene continuamente a contatto con un materiale umano così pesante, a lungo termine il turbamento si traduce in un atteggiamento scettico nei confronti dell'umanità e non si crede più ad alcun valore positivo. Al contrario, può accadere che la conoscenza di questa miseria renda l'analista più forte e più tollerante verso la vita. Ma si tratta di una evenienza molto rara. Allora, è chiaro che nel rapporto ermeneutico ciò che proviene dal paziente cambia l'analista, lo non sono lo stesso uomo di trent'anni fa, quando ero all'inizio della mia professione. Stando a contatto con la sofferenza psichica si è bombardati da un genere di esperienze che si ripercuotono sulla propria persona. Il tentativo consiste nel fare in modo che queste non si assorbano in maniera negativa, così come il radiologo che è a contatto dei raggi X deve proteggersi al fine di non ammalarsi di tumore. Possiamo parlare quindi di circolarità interpretativa, per cui la lettura del testo ricade sull'interprete. Un trattamento analitico ha una durata media di cinque anni, ma poi vi sono quelle situazioni croniche sul piano psicologico così come sul piano organico, tipo il diabete, che necessitano di un rapporto permanente con il terapeuta. Siccome que16

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(4) J.M. Masson, Against therapy , New York, Atheneum, 1988 ste relazioni sono comunque molto lunghe, cambiano ancora di più non solo il paziente ma anche l'analista. Non esiste pertanto una netta differenziazione tra interprete e interpretato. Nella mia visione dei fenomeni di transfert e controtransfert propongo questa stessa circolarità, addirittura abolendo la differenziazione semantica dei due termini e proponendo un'unica definizione, transfert, per esprimere le reazioni emotive del paziente e dell'analista, che appartengono allo stesso ordine di significato. L'unica differenza tra i due partner del rapporto analitico è che l'analista sa orientarsi nei meandri delle proprie reazioni affettive e sa utilizzarle ai fini del lavoro analitico. Detto in modo più esplicito, egli è in grado di manipolare di più. La manipolazione reciproca è un fatto costante della vita. lo personalmente riesco meglio degli altri, perché conosco sempre una mossa in più dell'avversario. L'analista dovrebbe manipolare a fin di bene, come quando una madre «si lavora» il figlio per convincerlo a prendere una medicina. Naturalmente si può non essere d'accordo con il concetto di manipolazione del paziente ma l'unica differenza tra analisti consiste nel fatto che alcuni, pur consapevoli di dire una bugia, negano l'esistenza della manipolazione. Qualcuno, in preda a qualche delirio mistico, ha definito la terapia come «una professione santa». Da parte mia invece, affermo, in accordo con Masson (4). che la manipolazione è alla base della terapia psicologica. 17

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Una prospettiva sull'atto interpretativo in analisi Paolo Alte, Roma (1) M. Merleau Ponty, Il corpo vissuto, Milano, Il Saggiatore, 1974, p.152 «La parola — affermava Merleau Ponty — è un autentico gesto e contiene il proprio senso allo stesso modo in cui il gesto contiene il suo» (1). E’ una frase che sottolinea una esperienza sempre presente sia nella nostra vita che nel lavoro quotidiano come analisti. Nell'atto di ricordare una esperienza, rievocare un sogno le parole traducono, nel senso di mettere tra me e l'altro, qualcosa che mentre lo racconto è «come visto». Anche il lavoro del sogno trasforma il vissuto in un vedere. La tendenza alla raffigurazione accompagna sempre ai margini della coscienza la parola, anche se ciò diventa più evidente quando viviamo esperienze emotive che ci coinvolgono. È proprio in questa particolare relazione tra parola e immagine, tra suono significante e scena evocata, che la frase citata di Merleau Ponty ci introduce. Nel nostro lavoro quando ascoltiamo, continuamente siamo testimoni di questa tendenza alla raffigurazione. La parola dell'altro, al di là del senso condiviso che esprime, evoca sullo sfondo il fenomeno spontaneo del vedere immaginativo. In questo contributo sostengo che l'atto interpretativo nasce da questo terreno intermedio ove parola e raffigurazione spontanea si fondono. È un gesto verbale che induce anche nell'altro la tendenza alla raffigurazione, a far vedere, a evocare nuove prospettive in un vissuto perturbante e chiuso in se stesso. 19

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Quale è la predisposizione di attesa che anima questo atto verbale? È possibile cogliere più da vicino come operi questo gesto nel campo analitico, inducendo il passaggio alla raffigurazione? Una frase di Jung mi sembra emblematica per riflettere sul nostro atteggiamento analitico e per tentare di rispondere alla prima domanda. «Immagine e senso sono identici — egli affermava — e come la prima si forma, così il secondo si chiarisce. Alla forma non occorre nessuna interpretazione, essa rappresenta il suo proprio significato» (2). È nell'atto del formarsi dell'immagine, secondo Jung, che il (2) C. G. Jung, «Riflessioni senso si manifesta, si esplicita. La chiarificazione del teoriche sulla essenza della senso, lo scopo del lavoro interpretativo, va ricercato psiche» (1946), in La dinamica dell'inconscio. Opere, nell'atto dinamico del costituirsi della forma nello spazio- voi. 8, Torino, Boringhieri, tempo della coscienza. È in quel «formarsi», in quel 1976, p. 221. trasportare in un segno una esperienza emotiva, che si configura il senso possibile in un momento dato. Ciò a cui non occorre dare nessuna interpretazione è la forma nel suo costituirsi, perché essa è l'apparire del significato. Accade tra noi che si confonda l'immagine, ciò che è visto e già compiuto nel teatro interno dell'immaginazione, col suo apparire dinamico, col suo «formarsi» cui Jung attribuisce la chiarificazione del senso. Confondere ciò che è già percepito col suo venire in essere, rimanda ad una visione statica, contenutistica dell'immagine, anziché dinamica. La nostra predisposizione d'attesa nel campo analitico è tesa a cogliere il venire in essere della figurazione implicita nella comunicazione in atto. Attribuire all'apparire dell'immagine la dignità di una significazione, provoca una sostanziale variazione nell'atteggiamento di chi osserva. Quel processo che porta alla possibilità di raffigurare va messo in primo piano, va distinto nel suo progressivo apparire spazio-temporale. In esso si va strutturando un modo diverso ed originale di dire, accanto alla soddisfazione di trovare l'immagine che corrisponda al desiderio in atto. L'immagine colta in questa prospettiva, utilizzando la sintesi di Eraclito, non dice ne nasconde, ma significa (3). Si esce così da un modo di vedere che sottolinea nella forma prevalentemente l'aspetto di soddisfazione del desiderio. L'apparenza sensibile non è più solo una (3) Eraclito, « II signore, di cui barriera che nasconde un significato sotteso. a Delfi l'oracolo, non dice ne nasconde, ma significa», in G. Colli, La sapienza greca, voi. Ili, Milano, Adelphi, 1980, p. 21. 20

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Quell'apparire non nasconde qualcosa, come non lo dice integralmente, ma è l'atto del costituirsi possibile del senso, davanti a un vissuto non ancora pensabile che cerchiamo di esprimere. Si esce così dal mito della oggetti-vità e dal modello archeologico che lo rappresenta, con quella attitudine al ritrovamento di un significato che alla fine elimini la barra tra S/s, tra significante e significato. Immagine e parola appartengono a due modi sempre copresenti di significare, ma nel differenziarle non notiamo abbastanza la comune radice da cui nascono. L'una nello spazio della figurazione, l'altra nel tempo-ritmo del suono, veicolano un vissuto. Significare, fare un segno che presentifichi una esperienza alla coscienza, è tanto della parola che dell'immagine. In quella organizzazione visibile o verbale che sia è in atto un processo di assimilazione, il segno nel quale chi lo produce si identifica, come il processo opposto di dissimilazione, il segno di ciò che è diverso, non riconducibile a se stesso. Una determinata immagine, analogamente alla parola, porta il doppio segno della relazione tra soggetto e l'altro da sé. In questo gioco espressivo a seconda dei momenti prevale un segno sull'altro; il bisogno di ritrovarsi, di identificarsi con, di difendersi ma anche di riaffermarsi o di dare forma a ciò che sfugge, di esprimerlo. Esplicitare ciò che Jung a mio parere intendeva nella frase da cui siamo partiti, sottolineare l'equivoco possibile in cui non si coglie la differenza tra forma ed immagine, tra l'apparire e il già apparso, ha avuto lo scopo di definire un aspetto di fondo del nostro atteggiamento quando interpretiamo. La nostra predisposizione di attesa e il nostro conseguente modo di operare, nascono da queste premesse. Descrivere l'atto interpretativo come un gesto, non è perciò solo un artificio descrittivo, ma la prima conseguenza di questo modo di porsi che tende a cogliere la forma anche nel dire. Come nasce ed opera quel dire che chiamiamo interpretazione? Si può cominciare ad affermare che il gesto verbale dell'interpretare nasce dalla attesa di estrarre la forma sottesa nella comunicazione. È una attenzione foca-lizzata sull'apparire di quella tendenza a figurare che con21

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tiene in sé la potenzialità di una nuova attribuzione di senso. Il primo gesto che voglio sottolineare è abituale: esso tende a liberare il campo, sembra levare ciò che ingombra per scegliere delle somiglianze, parti simili tra loro e per restituirle all'altro descrivendole. Nella sua scelta è mosso dalle analogie, dai contrasti e dalla contiguità temporale in cui le parti attivate nella comunicazione entrano in campo. Il suo operare segue le leggi associative. Sono all'inizio associazioni per lo più cognitive, emotive, condotte, direbbe Jung, dalle funzioni razionali; di tanto in tanto seguono collegamenti intuitivi rapidi, che mettono in evidenza anche somiglianze meno apparenti. In certi momenti è un gesto sciolto, sicuro, come di chi conosce il mestiere, in altri è impacciato. Direi ancora che se ci si muove secondo la cornice teorica prima esposta, la scelta distingue parti che assomigliano all'interlocutore che le produce, in cui egli sembra ritrovarsi, da altre che suscitano particolari difficoltà in quanto molto diverse da chi parla. Nel descriverle, nel distinguerle, il gesto di chi interpreta propone le une come le altre. Ciò che impaccia il gesto interpretante all'inizio, può essere la quantità degli stimoli presenti; essi ingombrano il campo. A volte la comunicazione in atto non ha potere evocativo, è stereotipata, muta. Il racconto coerente a livello di linguaggio condiviso, non ha fondo immaginativo e addormenta la possibilità della scelta nella uniformità. In questi casi è il valore comunicativo del comportamento che apre la strada. La sordità, l'opacità a cui alludo qui non è il silenzio verbale. Anche il silenzio può essere ottuso, chiuso in sé, ma spesso evoca, stimola, apre grandi spazi comunicativi, se visto in contrappunto con la gestualità che l'accompagna. Sempre guardando in questo modo il campo si assiste prima o poi ad un mutamento. Le parti che emergono sono sempre meno note, meno riconoscibili, più irrazionali. Esse determinano un impatto più intenso in chi ascolta e la confusione percettiva appare imponendo l'attesa. Il gesto interpretativo si fa impacciato per mancanza di lucidità. Ci si accorge man mano della tendenza nostra ad allontanarci da quel disagio. La scappatoia più frequente è quella di rifugiarsi nel noto esaltando in noi le 22

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associazioni cognitive di cui disponiamo; e si tende così a racchiudere quel vissuto confuso in caselle prestabilite di ordine concettuale. È il momento in cui termini analitici come «resistenza», «transfert», possono essere usati per spiegare, anziché descrivere, perdendo completamente la potenzialità di aprire lo sguardo. Quando ce ne accorgiamo e non sempre accade, in quella attesa accade qualcosa di nuovo. Tra noi junghiani che tanto parliamo di immagine, il rifugio nel noto è presente nella attitudine a trasformare il divenire sofferto della forma, nella cosa vista. Immagine è così solo ciò che si vede e non «come» guardiamo, il sogno, la fantasia, è solo quel contenuto già espresso, e non il modo di apparire che in quel come ripete la storia ed è anche la via per conoscerla. Si cade così nella facile traduzione letterale e di lì nella intellettualizzazione, che magari chiamiamo amplificazione. Ma cosa accade, come ci spieghiamo con le metafore offerte dal pensiero analitico, questo sofferto divenire della forma che per noi è il primo aspetto di ciò da cui nasce l'atto interpretante? I concetti analitici di astinenza e neutralità ci possono aprire gli occhi sulle precondizioni necessario all'emergere della forma. L'inibizione dell'azione impulsiva che essi contengono è spesso travisata. Accade che oscilliamo tra un uso difensivo della inibizione all'azione, quasi essa garantisse il nostro bisogno di serietà, alla sua negazione in nome della umanità e della apertura mentale. Lasciare inscrivere in noi l'impatto dell'incontro con la comunicazione in atto nel campo non può non disporre di tutta la nostra capacità umana. L'astinenza apre alla riflessività; l'impulso in noi evocato dal campo è anch'esso un primo modo percepibile del prendere forma di quel divenire che tentiamo di osservare. Aggiungere in modo inavveduto parti della nostra realtà nella relazione, significa precludersi lo scopo a cui miriamo. La forma che man mano traspare è sicuramente un derivato del nostro preconscio, essa porta il nostro modo di percepire, la delimitazione possibile di ciò che non è afferrabile nella sua totalità. La possiamo chiamare la nostra difesa, il nostro possibile rapporto con ciò che 23

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sta accadendo. Se essa porta il mio personale modo di essere e di ritrovarmi, ha dal nostro punto di vista anche la potenzialità di un nuovo modo di dire, di significare. È difficile cogliere questo secondo aspetto perché ci difendiamo dai nostri derivati preconsci. Quel disegno che appare e scompare è fastidioso, appare finto perché forza i limiti abituali della nostra coscienza. La nostra funzione intellettuale che richiede unificazione, coerenza e comprensibilità da ogni materiale della percezione e del pensiero di cui si impadronisce, non esita a scattare davanti a quel fastidio incoerente che minaccia, per produrre una falsa coscienza che rassicura. È difficile mantenere quel disegno che si va solo profilando dallo sfondo della comunicazione e affidargli la dignità di un primo atto di pensiero, contro le nostre legittime difese. L'indagine analitica ci offre altre metafore utili per distinguere in quel crogiolo. Si potrebbe dire che quella forma è una «percezione di cosa» attivata nel campo. Seguendo le intuizioni di Freud, si potrebbe ancora affermare che le rappresentazioni di cosa che appaiono sono frutto dell'identità di percezione propria del modo di funzionare deipreconscio. Dal nostro punto di vista bisogna sollevare quelle rappresentazioni dalla ipoteca totalizzante della soddisfazione. Essa c'è sicuramente come quando si trova qualcosa di riconoscibile nel caos, ma nel modellarsi di quella rappresentazione, nel suo apparire, c'è anche il segno di un nuovo modo di vedere che viene portato alla luce. Continuo ad affermare che è necessario risalire all'atto spontaneo del raffigurare, a quello che Jung chiamava «principio della raffigurazione» (4), per poter avvicinare le radici preconsce di quel «come visto» da cui nasce il gesto interpretativo. Ho descritto finora un primo aspetto del gesto interpretativo. Esso toglie gradualmente ciò che ingombra il campo, sceglie in base alle leggi della associazione (somiglianza, contrasto, contiguità) e propone descrittivamente le analogie come le differenze. È l'atto più consueto, più praticabile e anche più continuo. È per suo tramite che si uniscono i tasselli di una storia, che si costruisce una coerenza riconoscibile per entrambi i partecipanti. Questo racconto che si va formando è un contenitore indispensabile per avvicinare, elaborare e dare uno sfondo all'evento (4) C.G. Jung, «La funzione trascendente» (1957/1958), in La dinamica dell'inconscio, Opere, voi. 8, Torino, Boringhieri, 1976, p. 99. 24

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