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Violenza dell’Eros Aldo Carotenuto, Roma Anche se in questi ultimi anni lo si è fatto piuttosto spesso, è sempre scabroso trattare il tema * amore '. perché c'è di mezzo il corpo oltre allo ' spirito ', e a quanto pare col corpo, malgrado tutte le rivalutazioni e riappropriazioni, continuiamo a non avere molta confidenza. È un'impresa da sconsiderati, anche perché l'amore è un fenomeno che osservato dall'interno, ossia dal punto di vista di chi ama, presenta aspetti assolutamente 'non rilevabili all'osservazione esterna; .il che significa che il materiale di documentazione più attendibile e significativo ci può venire solo da quel punto di vista privilegiato. Ora, se è vero che si tratta di un'esperienza che abbiamo fatto tutti, non è meno vero che una volta che ne siamo fuori, diciamo pure negli intervalli visto che 'siamo tutti recidivi, ci succede non dico di rimuovere ma certamente di mutilare e alterare il ricordo di quell'esperienza, secondo i me-diocri bisogni e disegni del ' senno di poi '. Un mio paziente diceva che in genere noi viviamo 'la brutta copia della nostra vita, tranne 'che quando amiamo: perché in quel caso la brutta copia la scriviamo dopo. 10

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Per fortuna c'è un'altra categoria di ' sconsiderati ' che da almeno ventisette secoli si è assunta il compito di abolire lo scarto tra esperienza e ricordo: i poeti. Certo per dargli credito in questo senso non bisogna coltivare l'immagine del poeta come visionario, e nemmeno come veggente nel senso paranormale del termine, ma quella del poeta come esperto nell'arte di fermare e calare in parole 'l'ineffabile, o meglio ciò che fino a quel momento appariva tale; capace perciò di offrirci, a distanza magari di millenni, una sorta di ' presa diretta ', coinvolgente 'e drammatica ma anche straordinariamente illuminante. A me beato sembra come un dio l'uomo che siede a tè dinanzi, ed ode da vicino le tue dolci parole ed il tuo dolce riso amoroso. E subito nel petto sbigottisce il mio cuore: se io ti vedo solo un istante, subito la mia voce si spegne. Mi si spezza la lingua, ed una fiamma sottile mi trascorre per le membra, ed io non vedo nulla più con gli occhi; romban gli orecchi. Freddo sudor m'inonda, ed un tremore tutta mi prende, e più verde dell'erba io sono, e non mi sembra esser lontana dalla mia morte... In questo ' carme lirico ' di Saffo ci sono quasi tutti gli aspetti che ci troveremo a trattare nel corso delle nostre riflessioni sull'amore. In primo luogo c'è un'adesione immediata, che è una caratteristica fondamentale dell'esperienza amorosa: un sentirsi, di fronte alla persona che si ama, senza alcuna possibilità di resistere, un dire di sì a tutto quello che vediamo davanti a noi, privi di qualsiasi atteggiamento critico. La persona di cui ci innamoriamo ci cattura con una immediatezza che non troviamo in nessun'altra esperienza. È come se fossimo in uno stato ipnotico, nel quale la persona che suscita in noi la condizione ipnotica ci comunica qualcosa che forse abbiamo sempre so-spettato di poter conoscere, di poter godere ed afferrare. La caratteristica fondamentale è dunque un'im11

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mediata « partecipazione all'altro », con un carattere che potremmo definire compulsivo: il nostro 'investimento amoroso ci spinge coattivamente in una precisa direziono. Fiatone parlava addirittura di « delirio divino », che è la dimensione dell'estasi. Ricordiamo le prime parole del frammento di Saffo: « A me beato sembra come un dio l'uomo che siede a tè dinanzi... ». Di fronte all'amato l'amante prova un 'senso di incredibile pienezza e, contemporaneamente, ha la sensazione di aver vissuto fino a quel momento in una condizione di privazione. La funzione dell'amore è proprio quella di riempire un vuoto nella nostra esistenza e questa possibilità è testimoniata dalla sensazione di turbamento che ci provoca la vista della persona amata. È un turbamento particolarissimo, che implica uno spostamento di forze all'interno del nostro vissuto esistenziale. C'è qualcosa che si muove, qualcosa che non è altro che il poter catturare, il poter estrarre dall'altro una dimensione che permette di andare a coprire quel senso di vuoto che ha caratterizzato la nostra esistenza fino a quel momento. La nostra esperienza sembra dirci che è qualcosa di esterno a catturare noi, qualcosa verso cui va il nostro sguardo, ma la verità è che l'esperienza amorosa vive di ciò che accade in noi. Guardare l'oggetto del nostro amore significa ricevere qualcosa. Quello che io vedo ha significato perché evoca e muove all'interno di me stesso delle dimensioni importanti. Si può anche dire che, da un certo punto di vista, l'altro non può essere classificabile perché si 'implicherebbe la conoscenza dell'altro: nell'esperienza amorosa c'è qualcosa di incomprensibile. Per tutta la durata dell'amore i! nostro tentativo di porci di fronte a questo oggetto pieno di mistero e di fascino è in realtà il tentativo di farlo uscire da ciò che non è chiaro. Io rimango innamorato fino a quando l'altro non è afferrabile nella mia dimensione spirituale. C'è qualcosa che mi spinge a interrogarmi sul significato di quel volto. L'amato diventa così una figura che spinge alla ricerca di una mia verità interiore. E qui tocchiamo un elemento essenziale: la persona che amo, sulla quale riverso tutta la mia energia, diventa quella che possiamo chiamare la tra12

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(1) G. Bataille, L'Erotismo, Milano, Mondadori, 1969, p. 28. sparenza del mondo (1). Questo è secondo me uno dei fenomeni più belli della dimensione amorosa che, attraverso questa esperienza della trasparenza del mondo, ci permette di capire veramente la realtà esterna, lo sono tagliato completamente fuori dagli altri, sono tagliato fuori dal mondo dello spirito e delle cose, se non ho vissuto almeno una volta 'l'esperienza della dimensione amorosa. Infatti, attraversando questa dimensione, si illumina di significato qual-siasi aspetto dell'esistenza, sia fisica che psichica: ciò avviene solo a condizione che io sia « rapito » da un personaggio che non riesco a inquadrare e che, come un pensiero dominante, orienta incessantemente nella sua direzione la mia vita psichica. L'oggetto d'amore più bello è quello che non si riesce a definire, « l'oscuro oggetto del desiderio »: esso non si lascia ridurre, esaurire o banalizzare nel rapporto. La nostra capacità di mantenere viva un'esperienza d'amore sia nel riuscire a rendere continuamente nuova l'esperienza proprio grazie a quell'arricchimento interiore che ci ha consentito il rapporto stesso. La vitalità che noi sentiamo quando amiamo deriva dal fatto che attingiamo nuove forze che ci spingono, rispetto all'altro, in una dimensione diversa da quella usuale in cui siamo quando non amiamo. Ecco perché amare è così « stressante ». Da un certo punto di vista amare è un autentico lavoro psicologico. II più impegnativo che esista, proprio perché esso fa scattare in noi una nuova possibilità di conoscenza del mondo. Allora, se si vive per venti o trenta anni in un clima di mancanza d'amore, nel momento in cui si incontra questa dimensione si deve imparare di nuovo a conoscere un mondo che sembrava ormai familiare e d'un tratto ha assunto una fisionomia diversa. Questa diversità è dovuta al fatto che il catturare dall'altro una dimensione che mi mancava ha reso me diverso, e ora i miei stessi occhi 'sono diversi, la mia stessa capacità di vivere quell'esperienza è diventata diversa. « E subito nel petto / sbigottisce il mio cuore: se io ti vedo / solo un istante, subito la mia voce si spegne ». « Solo un istante » e « subito »: questa immediatezza, questa fulmineità nel cambiare radicalmente la mia 13

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intera visione della realtà è un'altra caratteristica dell'esperienza amorosa. C'è 'come un ritmo del desiderio che prende a pulsare dentro di noi e la persona che abbiamo accanto acquista un significato mutevole e sfuggente, in quanto cambia la nostra dimensione interna — perché acquisisce forza dall'altro —'e tale cambiamento diventa uno stimolo a capire di più. Tutto questo però avviene con dei ritmi particolari, il 'nostro desiderio è scandito dalla presenza dell'altro. E in questo momento, poiché entra in scena il desiderio, il corpo prende il sopravvento. Quando guardiamo gli occhi della persona che amiamo, quando contempliamo l'altro, in realtà cerchiamo di riconoscere segni che forse abbiamo già conosciuto nel nostro passato e, se non li riconosciamo, cerchiamo di dare a quel volto un nuovo significato; e dare al volto dell'altro un nuovo 'significato vuoi dire fare entrare nell'esperienza amorosa la dimensione corporea. Saffo ci dice « ... la mia voce si spegno »: noi veniamo turbati dal desiderio, e con la voce è l'intera realtà che si spezza. Anche questo è un aspetto peculiare dell'esperienza amorosa: la realtà esterna così vistosa e ingombrante fino a questo momento, si defila e scompare, e al suo posto, come cambia la scena su un palcoscenico girevole, si insedia una realtà fantastica, un nuovo universo al centro del quale stanno le due persone coinvolte in quel rapporto amoroso. Dal loro punto di vista quell'universo è l'unico plausibile; ma solo da quel punto di vista, come c'è un solo punto dal quale ognuno delle due braccia di quell'immenso pronao della basilica di San Pietro che è il colonnato del Bernini appare composta da un'unica fila di 32 colonne anziché da 32 file di quattro colonne ciascuna. Per tutti gli altri, per tutti quelli che ovviamente non possono vedere 'le cose da quell'angolazione così particolare il mondo di coloro che si amano è aberrante e inesplicabile. E questa è l'inevitabile violenza a cui ci esponiamo nel momento in cui siamo rapiti dalla dimensione amorosa. Ma in fondo è bene che 'almeno l'amore ci 'costringa a fare anche solo una volta nella vita questa salutare esperienza di non 14

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essere più in sintonia con gli altri, e perciò di non riuscire a comunicare — se non con il linguaggio dell'arte, della poesia, che coi suoi misteriosi poteri al-chemici riesce a trasformare in parole l'ineffabile. Capire di non essere capiti è sempre un'esperienza inquietante, ma anche esaltante, perché ci fa sentire finalmente di esistere sul serio, unici al mondo, ' individui '. Se poi è 'l'amore a 'metterci 'in questa situazione, di questo salto di qualità ci da una controprova l'amore dell'altro, perché da quel momento, oltre a sentirci

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tatori fino a un momento fa ha esaurito la sua funzione: non avremmo potuto calarci in una situazione d'amore se questo assetto psichico non avesse consentito la possibilità dell'alterazione. Le persone sagge sanno che bisogna aspettare che si compia questa esperienza perché atteggiamenti apparentemente rigidi possano dissolversi come neve al sole. Con l'amore cambia tutto, ma il cambiamento maggiore è nel nostro modo di sentire le cose della vita, noi vediamo con occhi diversi. Una persona attenta e sensibile riesce sempre ad accorgersi se l'interlocutore si trova in una dimensione d'amore, perché chi è immerso in questa dimensione ha una tendenza particolare: la tendenza a considerare l'oggetto d'amore come fonte di felicità infinita. Quando nella 'nostra esistenza ci troviamo a vivere un'esperienza nella quale una persona esterna a noi diventa la fonte della nostra felicità, noi siamo certamente in una esperienza-limite. Quando io mi rendo conto che la mia felicità passa attraverso l'altro e mi abbandono con generosità nelle sue braccia, allora, come dicono i versi di Saffo, sono colto dalla paura perché mi sono messo nelle mani di un altro. Si è detto spesso che la possibilità di resistere al mondo è in ragione diretta della capacità di autonomia; ma è innegabile che la conoscenza del mondo passi attraverso questo identificare nell'altro la fonte della propria felicità. È vero che mettersi nelle mani degli altri può recare sofferenze altrettanto intense della felicità che ci si aspetta, ma si tratta in ogni caso di un'esperienza che va fatta e ricercata. Avvicinandoci maggiormente agli aspetti psicologici dell'esperienza dell'innamoramento, possiamo dire che essa trascende il desiderio sessuale. Nei momenti m cui si ha la percezione di perdere l'altro si dicono di solito, e con estrema sincerità, frasi che rivelano che siamo pronti anche a escludere l'intimità fisica pur di non rinunciare ad un « oggetto » che sentiamo come la fonte insostituibile della nostra felicità. Sono questi i momenti in cui la sessualità sembra trascendere o addirittura rinnegare se stessa. 16

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Presenza assenza nella relazione Amorosa Lanfranco Marra, Roma Tra i vari quadri che Guttuso ha dedicato al tema della donna ve ne è uno «particolarmente significativo, che è intitolato Nudo sdraiato con calze nere. Parlando di questo quadro che rappresenta una donna distesa nuda e con delle calze nere, Guttuso ha detto: « Sì, è bello il nudo muliebre, è una delle cose più attraenti che esistano. E poi il nudo di donna è anche un argomento di discorso, è pittura ma è erotico, è malinconia ». Dice Levinas: « È una falsa idea romantica quella dell'amore che sarebbe una confusione di due esseri. Il (1) E. Levinas, Etica e Infinito, patetico della relazione amorosa è il fatto di essere due e Roma. Città Nuova Editrice, che l'altro vi è assolutamente altro »(1). « La relazione non 1984, p. 83. neutralizza, ipso facto, l'alterità, ma la conserva » (2). (2) Ibidem, p. 84. Nella relazione erotica si esalta una alterità tra esseri, niente riduce questa alterità. Del tutto all'opposto della conoscenza che è soppressione dell'alterità, nella relazione amorosa l'alterità e la dualità non scompaiono. Questa presenza-assenza propria della relazione amo17

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rosa, questo « spazio » tra essere e non ancora essere determina un particolare « stato emotivo » che sulla base della suggestione del quadro di Guttuso ho chiamato malinconia. Questa malinconia, che rappresenta un elemento costitutivo della relazione amorosa, non sarà mai colmabile perché « II non-ancora-essere non è appunto un possibile che sarebbe semplicemente più lontano di altri possibili » (3). Nel tentativo di dimostrare come la presenza-assenza, la malinconia, sia propria della relazione amorosa utilizzerò l'impianto concettuale di Levinas (4). Tale scelta, non dovuta a moda o a ricerca di originalità, è motivata dal fatto che Levinas, considerato il più importante filosofo della morale, vuole costruire « in modo scientifico » una metafisica dell'esistente fondata sull'io e sulla esteriorità e non sull'essere (5). « Soffermando Io sguardo sul volto dell'altro senza violare la sua oggettività indifesa, io pervengo ad un tipo di conoscenza a-concettuale, un'esperienza non motivata da passaggi o concetti logici; un'esperienza di ordine metafisico: nella presenza umana che mi sta dinnanzi, che non spiego ne risolvo nel mio desiderio, intuisco uno sfondo infinito, una presenza assente » (6). « II culmine dell'unità è la distinzione; il culmine dell'amore è l'alterità personale pienamente realizzata e intenzionata nel rapporto; il culmino della giustizia è il faccia a faccia con l'altro nella responsabilità. Per questo, Levinas può dire che il principio primo dell'etica è la ' separazione ', ossia il muoversi verso l'altro, sentito appunto come altro da sé, e che perciò rende necessario il transcendimento infinito della pura soggettività amante, e una presenza dell'Infinito come misura assoluta del rapporto di separazione e di alterità » (7). È «'l'Infinito che traccia il volto dell'altro non segno di una presenza ma ' traccia ' di una assenza » (8): malinconia. Per questo Levinas si oppone all'evidenza antropologica della concezione che « scorge la solitudine all'interno di una relazione preliminare con l'altro » contrapponendovi una soggettività originariamente soli- (3) E. Levinas, Totalità e Infinito, Milano, Jaca Book, 1980, p. 266. (4) II pensiero di Levinas è riferito in maniera discorsiva soprattutto attraverso la lettura che di questo autore fanno Ga-spare Mura e Armando Rigobello nelle opere citate. Esso è utilizzato come griglia di lettura ed ingresso ad un discorso e non in maniera fondante; alcuni esiti infatti del pensiero di Levinas soprattutto relativi al femmineo ed alla donna non sono condivisi. Oltre quelle indicate sono state prese in esame le seguenti opere di Levinas: a) E. Levinas, Quattro letture talmudiòhe, Genova, il Melangolo, 1982; b) E. Levinas, Nomi pròpri. Casale Monferrato, Marietti, 1984; e) E. Levinas, Dell'Evasione, Reggio Emilia, Elitropia, 1984; d) E. Levinas, La traccia dell'altro, Napoli, Pironti, 1979. (5) Con questo Levinas opera una critica radicale a tutta una storia del pensiero, l'identità dell'io resta impossibile se non pensata come frutto della esteriorità radicale. Per questi motivi, io credo, che il confronto con questo pensiero sia obbligato per gli psicologi del profondo. (6) A. Rigobello, L'impegno ontologico. Roma, Armando, 1977, p. 120. 18

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(7) G. Mura, « La provocazione etica di Emmanuel Levinas », Introduzione ad Etica e Infinito, op. cit., p. 33. (8) E. Levinas, Altrimenti che essere o al di là dell'essenza, Milano, Jaca Book, 1983, p. 113. (9) J. Derrida, La scrittura e la differenza, Torino, Einaudi, 1971, p. 112. (10) E. Levinas, Etica e Infinito, op. cit., p. 85. taria ed unica. Il punto di partenza di Levinas è che la possibilità del « senso » risiede nella capacità di riconoscere nella relazione l'altro in quanto altro. La relazione all'altro non consente nessuna possibilità di totalità; essa invece porta con se « un faccia a faccia di alterità » insopprimibili che instaura una « metafisica della separazione e della esteriorità radicali » (9). Ciò perché, secondo Levinas, l'io come io e l'altro come altro sono già dati e non si costituiscono come tali a partire e per effetto della loro relazione. Anche nella modalità erotica l'altro rimane altro; ciò perché il corpo e la sessualità non manifestano con la loro presenza tutto il mondo dell'altro, non conducono ad una « comunicazione » attraverso la quale il mondo dell'altro si « consegna » nella sua totalità. L'eros rimanda a tutto ciò che è e resta nascosto nello altro, a quel mondo ulteriore e interiore che non è tutto presente e non è tutto manifesto. « Esso non è ne una 'lotta, ne una fusione, ne una conoscenza » (10). L'impossibilità di una relazione che porti ad una conoscenza totale apre la strada all'etica. Ed 'infatti o l'uomo si chiude a qualsiasi tipo di relazione o si deve avventurare in questa facendo accoglienza all'alterità dell'altro. L'etica è il luogo dove può avvenire il riconoscimento dell'altro ed è l'unico spazio per un'autentica relazione amorosa; ogni altro 'modo è impossibile perché qui il rapporto si instaura con un'alterità che non potrà essere mai conosciuta ne assimilata. Questa etica è fondata, per Levinas, sulla presenza nell'uomo dell'idea dell'infinito. È nell'atto della creazione, dice Levinas, evento metafisico indeducibile, trascendente, al di là della totalità e della storia che l'infinito pone nel soggetto l'idea dell'infinito costituendo così al tempo stesso l'identità dell'io e la sua 'capacità di accogliere l'Altro. « L'idea dell'Infinito non è tanto un sapere qualcosa dell'Infinito quanto un desiderio che mantiene tutta la struttura paradossale del desiderio che non potrà mai 19

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raggiungere ciò che desidera e che tuttavia accresce il suo desiderio proprio con il desiderare » (11). « Non come un Desiderio che è appagato dal possesso del Desiderabile, ma come il Desiderio dell'Infinito che è suscitato dal Desiderabile invece di esserne soddisfatto » (12). « Per questo il bisogno ci porta a completarci nell'altro omogeneo a noi, ma l'autenticità umana risiede non tanto nel bisogno, quanto nel desiderio, che è desiderio di superamento, di esteriorità quindi, di trascendenza collocata oltre l'essere, nell'infinito » (13). « La trascendenza metafisica è desiderio » ossia « è il movimento positivo che vai al di là del disprezzo o del misconoscimento dall'altro, vale a dire al di là dell'apprezzamento o della presa, della comprensione e della conoscenza dell'altro » (14). Questo movimento conduce ad un imperativo che è insieme etico e metafisico del rispetto riconoscimento dell'altro nella sua assoluta alterità ed esteriorità. « In questa prospettiva la separazione e la solitudine sono elementi propri 'del singolo esistente e l'unione verso cui ogni individuo tende non avrebbe senso se ritagliata in una piatta totalità o in un essere omogeneo: essa si alimenta invece di separazione ontologica, di reciproca esteriorità » (15). Per questo l'altro diventa il metro della transcendenza e insieme dell'inadeguatezza dell'uomo; ossia del suo statuto metafisico. Per questo 'si può e si deve ipotizzare " una relazione con l'altro che 'non porta ad una totalità divina od umana, una relazione che non è una totalizzazione della storia ma l'idea dell'infinito ... Quando un uomo va veramente 'incontro ad Altri, è strappato alla storia » (16). Per questo il gesto etico di accoglienza dell'altro, è un livello preliminare alle categorie ontologiche, un significato più originario dell'identità e dell'essere. Proprio questo livello preliminare consente all'uomo, pur all'interno della sua limitatezza e precarietà, di realizzare l'incontro con l'Infinito stabilendo con esso un movimento dialettico di opposizione e di accostamento. (11) G. Mura, Emmanuel Levinas, ermeneutica e separazione, Roma, Città Nuova Editrice, 1982, p. 51. (12) E. Levinas, Totalità e Infinito, op. cit., p. 48. (13) A. Rigobello, L'impegno ontologico, op. cit., p. 117. (14) J. Deridda, La scrittura e la differenza, op. cit., p. 117. (15) A. Rigobello, L'impegno ontologico, op. cit., p. 117. (16) E. Levinas, Totalità e Infinito, op. cit., p. 50. 20

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(17) E. “Transcendance et De Dieu qui vient Paris, Vrin, 1982, 207. Levinas, mal”, in à l’idee, pp. 189- La soggettività è gretta e limitata perché non è tutto, ma pur tuttavia ha la straordinaria e terribile capacità di pensare 'e sentire l'Infinito (che altro si può sentire e tentare di dire se non questo dinnanzi al nudo di donna, o al pianto di un bimbo o alle tenere 'e forti carezze degli amanti). Senza questa capacità l'amore e la relazione 'non sarebbero possibili; l'uomo non conoscerebbe la sua « povertà »; chiuso e prigioniero della sua soggettività non andrebbe verso l'altro. Questa situazione di opposizione e al tempo stesso di sintesi tra limitatezza e infinità (che io ho chiamato « malinconia ») può diventare e diventa angoscia quando è esperita come chiusura nel proprio essere. Se dall'incontro con la realtà e con l'altro 'l'uomo si aspetta il compimento del « noi » come risultato, come pienezza, come attuazione, come possesso, finisce nell'angoscia. Questa esperienza dell'angoscia nasce allora dalla costrizione che l'uomo sperimenta sentendosi prigioniero del proprio essere e dalla incapacità ad accettare e vivere questa dialettica; in questo caso è del « suo essere » della sua essenza stessa che l'uomo arriva ad angosciarsi. Ora questa possibilità di angosciarsi della sua stessa essenza rappresenta un qualcosa di troppo, che non fa parte della struttura metafisica dell'uomo, ma che distrugge e sconvolge. « L'angoscia così compresa 'non potrebbe passare come un semplice stato d'animo, come una forma dell'affettività morale, come una semplice coscienza della finitudine o carne un sintomo morale che precede, accompagna un dolore che indubbiamente alla leggera, viene chiamato fisico. L'angoscia è la punta aguzza nel cuore dei male. Malattia, male di carne vivente,'invecchiamento, corruzione, deperimento e putrefazione, queste sarebbero le modalità dell'angoscia stessa; mediante esse ed in esse, il morire in qualche modo vivente, e 'la Verità di questa morte inammissibile, irrecusabile, irresistibile...'(17). Nell’angoscia il male può presentare una presenza di sofferenza inaudita. « II male fisico è 'la profondità stessa dell'angoscia 'e pertanto l'angoscia nella sua

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acuità carnale è la radice di tutte le miserie sociali, di tutto l'abbandono umano, della umiliazione, della solitudine della persecuzione ... « L'eccesso del male è l'oggetto di un profondo orrore. L'angoscia è questo orrore stesso » (18). (18) Ibidem. Per questo motivo credo che non possa essere accettata quella visione romantica dell'angoscia come momento necessario perché elemento indispensabile per il manifestarsi di tutto il dinamismo dell'uomo, affinché questi possa realizzare integralmente la sua crescita interiore, spirituale ed interpersona-le. Per questo parlo di malinconia e non di angoscia; non è una sola questione di forma e di linguaggio vi è connessa la stessa verità dell'uomo. Cosicché mentre l'esperienza interiorizzata, vissuta ed accettata della malinconia (essere-non essere, presenza-assenza) apre la strada all'Altro e all'Infinito, il rifiuto ad accettare la malinconia come dato strutturale apre la strada al male dell'angoscia. Vedere il male dell'angoscia, accettando la malinconia, significa accettare la libertà e la morte. La malinconia, diventa per questa via, l'unica possibilità di accettare e vivere nello stesso istante, il massimo della comunicazione e della solitudine, della conoscibilità e inconoscibilità, della violenza e della tenerezza; essa è la capacità di reggere la contraddizione del proprio essere uomo (finito e infinito). La relazione amorosa è lo spazio ed il luogo dove si esperimenta fin nelle fibre più profonde del proprio essere questo paradosso; per questo essa si trova più esposta all'angoscia ed al male dell'angoscia. Per questo non è possibile sopprimere ne l'infinità intenzionale dell'uomo che può -provare angoscia ne la sua radicale e strutturale limitazione: la soggettività si trova 'così dilacerata tra il tendere all'altro, all'Infinito, al Desiderio ed il non voler perdere la propria identità. A che cosa aspira dunque l'uomo? Aspira ad una contraddizione della quale non ha coscienza? L'uomo tende naturalmente a superare questa contraddizione o 'nella disperazione totale, causata dalla perdita della speranza di poter raggiungere la totalità o 22

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(19) È questo l'esito delle proposte di Heidegger che non può essere condiviso: pur rappresentando un contributo fondamentale alla comprensione dell'angoscia, è incapace di dare all'Essere la dimensione del Tu, Io determina in un Essere impersonale e Neutro e Io dissolve quasi nello sfondo dell'esistenza. (20) Questo è il tentativo delle filosofie esistenziali, a partire da Kierkegaard, che tentano un superamento del proprio io verso la comunione, la sparizione del per sé e la nascita del pern-oi. Ma questo è una lotta vana. (21) J.P. Sartre, L'Essere e il nulla, Milano, II Saggiatore, 1980. (22) Questa tensione non esprime affatto l'imperfezione della coscienza o dell'esistenza ma ne costituisce la vera e unica essenza. in qualche altro modo. È naturale che l'uomo tenti di superare questa contraddizione; per quanto egli si stordisca e si affanni nel « quotidiano » questo non può sostituire il desiderio alla pienezza. Ma il ricorso al « quotidiano » non può e non deve essere censurato e criticato perché appartiene alla natura umana 'il desiderio e -la pretesa di superare la contraddizione. L'uomo diviene invece inautentico quando invece di tentare di superare la contraddizione la rimuove, non assume la finitezza ma la copre e si aliena con fini empirici valutandoli più del 'loro valore. Questa rimozione si trova subito esposta alla dispera zione ed all'angoscia totale. Qualsiasi smacco « mondano » può infrangere la superficiale ed ingenua esistenza dell'uomo. Egli non guardando la sua vera « povertà » cade nella tentazione di portare fino al limite la negatività del proprio essere (19). L'uomo in definitiva, può essere fedele o infedele alla sua essenziale vocazione di pienezza. Ciò che la libertà non può fare è annullare il fatto di questa vocazione; al massimo, può deformarla cercando con risultati più o meno buoni, di camuffarla e di cercargli un surrogato. Per questo gli uomini non potranno mai liberarsi dalla disperazione finché crederanno veramente che ad essi è data la missione di realizzare il «noi (20). Essi scoprono infatti che ogni loro fatica è condannata al fallimento e sotto questo aspetto non vi è differenza alcuna tra chi si droga in solitudine e chi sta alla guida d elle nazioni (22). Per questo è necessario capire che l'uomo si trova in rapporto alle cose ad una distanza che è ad un tempo zero e infinita, che egli è fin dentro la sua sensibilità allo stesso tempo presenza e assenza. Egli è in sé e contemporaneamente fuori di sé, è io corporeizzato e soggetto pensante egli supera ogni categoria di interno e di esterno (22). Per questo « l'amore non si riduce ad una conoscenza frammista ed elementi affettivi che le aprirebbero un piano di essere imprevisto, non afferra nulla, non finisce in un concetto, semplicemente non finisce, non ha ne la struttura soggetto-oggetto ne la struttura io-tu. L'eros non si attua come un soggetto che fissa un og- 23

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getto ne come una proiezione verso un possibile ... L'amore non porta semplicemente per una via più o meno traversa o più o meno diretta verso il Tu. Si muove in una direziono diversa da quella in cui si incontra il Tu » (23). L'amore si alimenta di una distanza, di una presenza (23) E. Levinas, Totalità e assenza. Essere capaci di malinconia significa da una Infinito, op. cit., pp. 268-271. parte Illudersi di coprire questa distanza e dall'altro accettare di poter essere continuamente disillusi in questa cosa; paradosso del paradosso. 24

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