1983_28

 

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Trasgressione : il perché di un no Giuseppe Faraci, Roma II tema della trasgressione si pone come momento conseguente a quello della crisi nella relazione analitica. Un filo rosso lega l'uno all'altro, poiché non v'è dubbio che, là dove si manifesta la crisi, emergono istanze di trasgressione e di rottura del modello fino a quel punto utilizzato, volte alla ricerca di nuove ipotesi. Scrivevo recentemente, e chiedo scusa per l'autocitazione (1), che la crisi all'interno della relazione analitica appare come spia emergente di un malessere sotterraneo dell'analista di cui è possibile individuare due componenti essenziali: da una parte l'ansia di certezze nei confronti di una realtà psichica sempre sfuggente ad ogni tentativo di delimitazione secondo leggi ben determinate e quindi incapace di dare risposte esaurienti agli interrogativi fondamentali; dall'altra il bisogno segreto di liberare le pulsioni istintuali dalla costrizione della regola analitica. lo credo che è soprattutto da qui, da questa seconda motivazione, che occorre partire se vogliamo comprendere il significato profondo della trasgressione in analisi: dal fatto cioè che il contratto analitico, 14 (1) G. Faraci, « Crisi nell'analisi o crisi dell'analista? », in P. Aite (a cura di), Cr/'s/, momento nell'analisi, Rivista di psicologia analitica n. 26/82, pp. 64-69.

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per la costrizione delle pulsioni istintuali in termini esclusivi di verbalizzazione, è già trasgressione per se stesso, in quanto trasgressione e disobbedienza alle leggi naturali (basti pensare alla difficoltà, da parte del paziente, di dover costringere nella sola lunghezza d'onda della parola la totalità dei contenuti affettivi ed emotivi spesso tumultuosamente emergenti; mentre, dalla parte dell'analista, la sola risposta, se pur vi è, è quella del rimando o dell'inter-prelazione). Infrangere la regola analitica significa dunque recupero del principio della naturalità. Ne consegue che l'analista non può sottrarsi alla tensione di due principi opposti ed inconciliabili: quello analitico che gli impone la disobbedienza alle leggi naturali e quello naturale o umano che Io chiama alla trasgressione del modello analitico. Una dicotomia fatalmente senza sbocchi, là dove l'atto di ubbidienza a un principio costituisce di necessità un atto di disobbedienza al suo opposto e viceversa. Nello scontro tra i due princìpi, di cui l'uno affonda le sue radici nella naturalità e l'altro in un modello teoricoculturale, non è difficile immaginare da che parte, alla lunga, verrà a pendere la bilancia. La pulsione ad un ritorno alla naturalità, e quindi alla trasgressione, trova peraltro supporto ed alimento nel potere traente del mito della disobbedienza, quale momento fondante nella storia dell'uomo. La disobbedienza biblica di Adamo ed Eva difatti, scindendo il legame originario con la terra madre e ponendo l'uomo nella condizione dolorosa di abbandonare il paradiso terrestre e misurare le proprie forze nei confronti di un mondo divenuto estraneo, si pone come momento fondamentale nel cammino umano verso l'indipendenza e la libertà; così come, nella mitologia greca, l'atto di disobbedienza di Prometeo che ruba il fuoco agli dèi sfidandone la punizione avvia l'evoluzione dell'uomo verso la civiltà. Il « peccato originale » non ha dunque corrotto l'uomo e il suo seme, così come vuoi dirci l'insegnamento cristiano, ma, al contrario, lo ha reso libero; allo 15

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stesso modo il « delitto » di Prometeo che preferì morire incatenato ad una roccia « anziché essere l'obbediente servo degli dèi » ha marcato l'inizio della storia umana. Ad onta di tutti gli insegnamenti religiosi e dei sistemi politico-sociali che hanno tentato di innalzare l'obbedienza al vertice delle virtù, l'evoluzione dell'uomo ha continuato ad essere segnata da atti di disobbe-dienza che hanno aperto la strada al suo sviluppo spirituale ed intellettuale, atti pagati spesso al prezzo eroico del martirio. Come potrebbe dunque proprio l'analisi, tesa al grande traguardo della libertà e dell'individuazione, non coltivare in sé il seme della disobbedienza quando libertà e capacità di disobbedire sono inseparabili nel mito e nella storia? (Capacità di disobbedire da non confondersi ovviamente con quella del « ribelle senza causa » il quale, come sottolinea Fromm (2) « non ha nulla per cui impegnarsi, se non il fatto di dire di no »). Il paradosso della posizione dell'analista, vettore di un messaggio di indipendenza e di libertà ma al contempo rigoroso interprete di un modello teorico-culturale repressivo della messa in atto delle pulsioni naturali, sembra dunque sfiorare il limite dell'assurdo; e ciò ancora più se il pensiero tenta ricondurci ad un improponibile confronto, dove l'immagine della realtà soggettiva ed umana dell'analista — inafferrabile per il paziente — si contrappone a quella a tutto tondo di coloro che, nella storia dell'umanità, per trasmettere il loro messaggio di fratellanza, di amore o di libertà hanno dovuto interpretarlo e viverlo alla maniera degli antichi profeti: essi sapevano che le idee, per non essere ridotte soltanto a parole e formule svuotate di contenuti vitali, quindi per arrivare veramente all'uomo, penetrarlo e trasformarlo, dovevano essere vissute ed « espresse con la carne » da chi le professava. Le istanze trasgressive, dalle molteplici radici istintuali, mitologiche e storiche, sembrano dunque convergere e confluire come emissari di un fiume in piena che si va gonfiando al limite dello straripa- (2) E. Fromm, La disobbedienza e altri saggi, Milano, Mondadori, 1982, p. 46. « È questo un tipo di disobbedienza che è altrettanto cieca e impotente del suo contrario, l'obbedien-za conformistica che è in capace di dire di no. In tendo riferirmi invece all'uomo che è in grado di dire non perché è capace di affermazioni, che è in grado di disobbedire per ché sa obbedire alla propria coscienza e ai princìpi che ha abbracciato; mi riferisco insomma al rivoluzionario, non al ri belle ». 16

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mento: sul versante opposto, resta a far da diga e da contrappeso soltanto la coscienza del valore del modello culturale da difendere. Una difesa che non ci sembra davvero il caso di proporre, che significherebbe riproporre il senso ed il contenuto della psicologia del profondo; dobbiamo tuttavia qui ricordare che se guardiamo all'inconscio del paziente come al vero protagonista della relazione analitica, se abbiamo fiducia nella sua funzione guida e potenzialità trasformatrice, se vogliamo ascoltarne il messaggio liberatorio emergente tra le resistenze dell'Io; in altre parole se crediamo veramente che l'uomo in lotta per recuperare la sua identità personale nel pellegrinaggio analitico (anche se la sua coscienza sembra spesso ignorarlo), custodisce nel profondo valori ed energie vitali cui può accedere solo che impari ad ascoltare la voce della propria interiorità e del vero Sé prima che il verbo altrui, se tutte queste infine non sono soltanto vuote parole, ma bagaglio di sofferti vissuti di chiunque abbia incontrato l'esperienza dell'analisi come paziente ancor prima che analista, allora credo possiamo accettare di sacrificare buona parte della nostra realtà umana, lasciando ch'essa rimanga per quanto possibile ai margini e sullo sfondo della scena analitica. Questo significa che nella conflittualità sotterranea tra pulsioni trasgressive e difesa del modello analitico, siamo decisamente schierati per quest'ultimo, non già per fedeltà ottusa ad un codice di tecnica e di comportamento, ne per un astratto principio di obbedienza inteso come sottomissione e abdicazione al diritto di autonomia, ma come atto di affermazione della ragione e della volontà verso ciò che riteniamo un valore culturale da difendere. Siamo consapevoli che ciò comporta un prezzo da pagare sul versante della istintività profonda: un prezzo accettabile se bilanciato dai riscontri positivi del nostro lavoro, molto più oneroso quando la delusione o l'insuccesso aprono la porta al dubbio incrinando la coscienza. II tema della crisi in analisi torna dunque ad affiancarsi a quello della trasgressione, ma coglierne il 17

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contenuto di valore come stimolo alla ricerca ed all'amplificazione della conoscenza non significa lasciare il passo alla irruzione di pulsioni istintuali che poco hanno a che fare con il progresso culturale. Sappiamo bene che è proprio sul terreno del dubbio, dell'insoddisfazione, dello scacco, che l'evoluzione dell'uomo ha tracciato la sua storia, e che non v'è verità che non possa essere rovesciata da una nuova verità: per questo si deve esser liberi dì poter « trasgredire » usando il diritto e la libertà di farlo, così come oggi usiamo il diritto e la libertà di non farlo, alla sola condizione di essere realmente convinti che la pulsione trasgressiva sia la risultante di una nuova affermazione della ragione e di conquiste cognitive. Se è vero che la storia umana ha progredito sull'onda della capacità di disobbedire e sul mito eroico dell'uccisione del padre come liberazione dal collettivo, è altrettanto vero che l'eroe, come scrive Neumann (3) « deve aver piena coscienza di quel che fa ». È su questo punto che vorremmo l'intransigenza, al di là di compromessi o mistificazioni inconsce o semicoscienti volte a tacitare il richiamo o il disagio della ragione poiché ciò che non è in alcun modo accettabile è che le pulsioni trasgressive per essere vincenti, per convincere l'Io ad abbandonare la sua strada, possano vestire i panni di motivazioni razionali valide a dare giustificazione teoricointellettuale a ciò che spesso non è altro che il momento vincente regressivo ed archetipico dell'uomo primitivo sull'uomo di cultura. (3) E. Neumann, Storia delle origini della coscienza, Roma, Astrolabio, 1978, p. 172: « L'eroe, proprio perché è generato da Dio, deve essere 'pio' ed aver piena coscienza di quel che fa. Quando invece agisce mosso dalla superbia e dall'esaltazione del proprio lo, che i Greci chiamano hybris, e non rispetta ne teme il numinoso contro cui combatte, allora la sua azione fallisce ». 18

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Patologia della trasgressione Fulvio Selingheri Pes, Milano Di fronte a una situazione difficile, di crisi del paziente o di problematicità del rapporto analista-paziente, l'analista è a volte tentato di intervenire con quella che chiamiamo « trasgressione »: cioè il venir meno ad una norma, e con questo risolvere un momento spesso drammatico in maniera inconsueta, creativa, affidando all'intuito dell'analista una soluzione inedita, imprevista, « geniale ». II problema che si pone è di uscire da una situazione critica e di risolverla — in modo quasi magico, messianico — andando al di là di quanto già era noto; la trasgressione appare quindi come qualche cosa di nuovo, di mai sperimentato, qualcosa da provare e da scoprire. È pertanto il segno di un'insoddisfazione: di fronte ad analisi non riuscite, o ad un'incompletezza di queste, si accusa una scontentezza, spesso anche di fronte ai limiti umani di un percorso analitico, e un cercare nella trasgressione un possibile varco. Ma trasgredire a che cosa? In un articolo di Gaburri (1) si dice (e l'articolo segue poi una strada diversa): « Fare emergere il pensiero: questo è trasgressivo rispetto all'onnipotenza ». L'ipotesi (1) E. Gaburri, « Una ipotesi di un nesso fra trasgressione e pensiero, ove di relazione tra trasgressione e pensiero », Rivista di Psicoanalisi, N° 4, ottobredicembre 1982, p. 514. 19

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il pensiero si identifichi con la trasgressione e quindi con l'analisi stessa: " ... vi è qualcosa di comune tra la natura originaria di questa istanza trasgressiva e la natura stessa della relazione analitica nel suo instaurarsi, svilupparsi e 'trasgressivamente' concludersi, qualcosa di pertinente alla natura umana ». Questo nascere del pensiero è una trasgressione, un infrangere con la parola chiara, precisa, un « pensare con parole » junghiano quel che di caotico o angoscioso o indeterminato ci era stato portato. Dove la parola esprime insieme il pensiero mediato dal sentimento, Lògos ed Eros, un elemento cognitivo ed un valore affettivo: e rappresenta la sola, vera trasgressione all'onnipotenza originaria — e contemporaneamente all'impotenza — che si nascondono entrambe nel nostro mondo infantile o primitivo, quel che la parola tende nell'analisi a ordinare e a collegare. Il pensiero rappresenta lo strumento di una cultura complessa, dove sempre di più il linguaggio ha costituito un ponte, un mezzo per servire alla comunicazione; e il sognare o fantasticare spontaneamente, senza sforzo, sono stati espressione dell'inconscio. La trasgressione, attraverso il pensiero, rappresenta il mezzo per uscire da una situazione legata alla pre-genitalità, di un lo carente, angosciosamente segnato dalla solitudine, dal senso di colpa, di rabbia, di mancanza di interesse per il mondo, e di incapacità a tollerare le frustrazioni. È proprio questo scoprire, chiarire, andare al di là in una coppia — quella dell'analista e dell'analizzato — è questo che è la scoperta del pensiero, questa è l'analisi, questa è la trasgressione: un trasgredire la regola del silenzio, che corrisponde a un'epoca di debolezza, di fragilità, di panico, un momento in cui non era possibile fare altro, poiché la « nevrosi sta sempre al posto di una sofferenza legittima » (2). È importante ricordare che la nevrosi, o la psicosi, una volta, nell'infanzia del paziente è stata un'invenzione per sopravvivere, qualcosa che forse l'ha salvato da qualcosa di peggio, dunque un'attività che chiede il nostro rispetto. (2) C. G. Jung, Psicologia e religione, Milano, Ed. Comunità, 1961, p. 114. 20

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L'analisi è far emergere il pensiero attraverso la lungabreve storia dell'umanità, non a caso l'esperienza della psicoanalisi è così profondamente legata al dramma edipico: Edipo, il trasgressore per eccellenza, il solutore di enigmi che crede di aver trionfato della sfinge, attraverso la soluzione di un enigma di semplicità infantile (3). « Ignorava che l'intelligenza dell'uomo non è mai all'altezza (3) C. G. Jung, Simboli della dell'enigma della sfinge. Anzi, l'enigma era proprio la trasformazione, Torino, trappola tesa dalla sfinge al viandante. Questi, Boringhieri, 1970, p. 183. sopravvalutando la sua intelligenza, incappò in maniera schiettamente virile nella trappola e commise senza saperlo il crimine dell'incesto. L'enigma della sfinge era la sfinge stessa, cioè l'immagine terribile della madre di cui Edipo non intese l'avvertimento ». Ora, la pseudo-trasgressione mi pare sia proprio un « andare al di là della sfinge senza vederla », un non vedere ed un immergersi della libido nell'inconscio: un andare indietro non vedendo quello che il giovane e maldestro Edipo non ha visto, e che il vecchio, cieco Edipo riconosce come l'eterna strada della vita. Forse a questo punto è giusto ricordare che il linguaggio è il sistema simbolico per eccellenza, e quindi che la psicoanalisi è soprattutto analisi simbolica. Certo, è giusto l'immergersi della libido nell'inconscio, è giusto che per conoscere un soggetto sia necessario buttarcisi dentro; questa realtà però non può essere disgiunta dall'obbligo di trasformare l'immersione in riemersione. Ad esempio, quante volte succede che, di fronte a un caso di nevrosi o di psicosi, l'analista possa aver « paura di vedere », di smascherare la malattia che il paziente stesso tende a mascherare, e che a volte viene ricoperta — con reciproca angoscia e confusione — con parole vane e inutili? Questa pseudo-trasgressione tende quindi molto spesso a far riprecipitare il paziente e l'analista in un mondo dove l'onnipotenza originaria, legata al mondo del piacere, sostituisce il principio di realtà. Dice Freud in una delle sue ultime opere che (4): « ... la relazione analitica è fondata sull'amore della verità, ovverossia sul riconoscimento della realtà, e (4) S. Freud, « Analisi terminabile e interminabile », in Opere, voi. 11, p. 53. 21

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che tale relazione non tollera ne finzioni ne inganni ». Quale verità? lo penso alla verità inconscia, quella che via via appare tra paziente e terapeuta, la storia famigliare tra i due e il transfert che ad essa è connesso. E aggiunge Freud (5): « Non soltanto il modo d'essere (5) Ibidem, p. 530. dell'Io del paziente, ma anche le caratteristiche peculiari dell'analista devono essere prese in considerazione tra i fattori che influenzano le prospettive della cura analitica, e che, alla stregua di resistenze, possono renderla più difficoltosa ». A ognuno di noi, credo, è lecito vedere e riconoscere i punti deboli del nostro carattere; il non riconoscerli può semplicemente ascriversi a qualcosa di non chiarito, non perfettamente riuscito nell'ambito della sua personalità. Per quanto mi riguarda, io so che in certi casi, in cui la cosa da dire mi risulta abbastanza chiara, c'è in me la paura di smascherare un atteggiamento difensivo, anzi o più che mai se questo è un atteggiamento indotto dal paziente: vedo molto bene che si tratta di una difesa, di una resistenza: in me, non nel paziente. Il riuscire a capirlo fino in fondo, e a dirlo soprattutto, rappresenta o forse ha rappresentato per me una grossa fatica, unita però anche a un momento di ansia e di liberazione. L'essere aggressivi, il temere che qualcosa detta a qualcuno sia dolorosa, anche se detta in un contesto affettivo e di profonda comprensione da parte del terapeuta. Bisogna solo superare la propria paura di far male — la propria « voglia » di far male — la propria paura e voglia di aggressività. È trasgressione? No, certo; non è questa la trasgressione, questa è semplicemente l'analisi. Per ognuno di noi, a seconda del suo carattere e della sua struttura umana, ci sarà un modo diverso o cose diverse di cui avere paura: ad esempio, se il paziente vede in ogni cosa, persona o situazione qualche cosa da « mangiare » per poi dire « puah, non mi piace, è troppo poco, che schifezza! » è inutile da parte del terapeuta reprimere la rabbia (consapevolmente o no) e sforzarsi con calma sopraffina di dargli « ancora » 22

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da mangiare. Molto meglio rivelare il suo « mangiare e rifiutare », facendo emergere così la rabbia infantile che a questo si lega e portando avanti l'analisi in questa direzione. Nello stesso modo, una persona che vede escrementi in tutto quello che fa o dice, per un fondamentale bisogno di autodisprezzo e di disprezzo per gli altri, vedrà cacca anche nell'amore del terapeuta. Così pure il paranoico trasformerà ogni cosa in mania di persecuzione, il depresso proverà un sollievo solo svelando subito la sua collera autodistruttiva, anziché accogliere l'evidente tristezza. L'esplicitare la cosa che più il paziente teme, la paura della pazzia, e lo fa parlando molto bene di libri, di dischi, di cultura mascherando la sua paura sotto la maschera di una certa normalità; quanta fatica nel tenere nascosto ciò che al paziente fa paura, e quanta fatica anche nell'esplicitare la realtà che l'analista vede. È giusto dirlo, perché questo è il solo modo per dichiarare che insieme vediamo la cosa che fa paura, che questa è una realtà ma che insieme possiamo affrontarla. Solo le cose viste insieme si possono affrontare, le cose non viste — o che entrambi fingono di non vedere — fanno doppiamente paura. Solo dopo averla vista, dopo aver trasgredito alla regola del silenzio pauroso, la verità trasgressiva può far luce. L'unica oasi libera, in questo campo, è l'idealizzazione, la complicità, la paranoia insieme: noi due, grandi perché uniti, dove il paziente è grande perché unito a me nel progetto terapeutico; è però solo qualcosa di bambino nell'analista, che collude col paziente, è l'analista che in questo caso fa un passo indietro, all'organizzazione pregenitale. La psicoanalisi diventa « facile » realmente, solo il giorno in cui un analista diviene quello che è, quando è riuscito a trasformare quello che credeva di poter essere in qualcosa di adulto che è realmente; forse con sofferenza, ma con un profondo senso di identità e di realtà. La cosa fondamentale, mi sembra sia « l'autenticità; noi riteniamo che sia la caratteristica più importante 23

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dello psicoterapeuta. Consiste nel poter essere se stessi, cioè nell'essere certi della propria identità in tutti i campi per poter rappresentare questa figura d'identificazione che è importante nel corso del processo psicopatologico. Essere autentico significa pure essere leale e preferire la verità alla menzogna, anche se questa sembra essere più utile, in una situazione psicoterapeutica s'intende » (6). II paziente ci chiede di essere amato, ma solo nel senso di essere « riconosciuto »: con le sue miserie e la sua (6) P.B. Schneider / fondamenti della psicoterapia, aspirazione a superarle. Roma, Boria, 1977, p. 414. Infinite volte ho avuto la tentazione di agirla, o l'ho agita, questa pseudo-trasgressione: condividendo, cosciente o no, il silenzio del paziente, confondendo con una querula pietà il guardare in faccia i suoi problemi, con un vago sentimento di vergogna o con una ambigua bontà. Tutto questo è il riconoscere che quello che il paziente fa, o prova, o lo intimorisce fa parte di una sua vicenda umana, alla quale io possa dire: « Questa è una realtà tua, che a me non tocca »: questo è un atteggiamento infantile, incoerente, pericoloso, dal quale è giusto sfuggire. Con umiltà, è importante il rispetto per la malattia: « ... la sua cosiddetta malattia è potenzialmente anche la mia malattia. Siccome siamo tutti e due esseri umani, abbiamo tutti e due conflitti. Oggi è lui che non può risolverli, domani forse sono io nella stessa situazione » (7). Una vera comunicazione fra esseri umani può avvenire solo in un atteggiamento di rispetto, di stima, di rinuncia ad ogni velleità di onnipotenza, ad ogni illusione di predomìnio e di manipolazione. Il nostro incarico, apparentemente impietoso, è quello di indicare il principio della realtà, ma anche la strada adulta (7) J. Cremerius, Seminari di per percorrerlo, avendo una visione chiara del processo: psicoterapia, Milano, 1982, p. dall'inizio, allo svolgimento, alla conclusione, sapendo 21. sempre dove si è e che cosa si sta facendo. Il tutto in un posto privilegiato, quale è quello della simbolizzazione affettiva. Trasgredire: questo, a mio avviso, è l'analisi. Cosa 24

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è allora la trasgressione all'analisi, cioè alla trasgressione? A me sembra si ponga come onnipotenza dell'analista, il dire di fronte alla realtà: posso rinunciare ... oppure trasgredire. Creonte dice alla fine dell'Edipo rè: « Non volere vincere sempre. Le tue vittorie non ti furono sempre nella vita passata compagne fedeli ». Appunto, non vincere sempre; e a questo punto si pone anche l'accettazione di una possibile imperfezione, il fare spazio ad un'evenienza di fallibilità, da sempre legata ad ogni situazione umana: il rendersi conto che l'Io possa accogliere difetti, mancanze, problemi insolubili; l'accettazione della possibilità della morte, come simbolo di perdita dell'onnipotenza, non negare la sofferenza ma attraverso questa anche l'aspetto solare e sereno della vita. 25

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Sull’attitudine affettiva dello psicologo analista Giuseppe Maffei, Lucca La prima tesi di questo lavoro è che non esiste un'attitudine interpretativa che non sia contemporaneamente un'attitudine affettiva. La seconda tesi è che un lavoro psicologico analitico, in certe condizioni e con certe persone, produce un'attitudine affettiva particolare che è connessa all'attitudine interpretativa e che è diversa da altre forme di affettività extra-analitiche. È illusorio pensare ad una possibilità di interpretazione lontana dall'affettività dello psicologo analista. Il posto del morto può essere considerato solo come limite da raggiungere, ma sostanzialmente irraggiungibile. Quando il posto del morto fosse potuto tenere in modo perfetto, questo luogo sarebbe tenuto comunque da un soggetto la cui affettività sarebbe, portata agli estremi, quella che sarà descritta al punto due. Il posto del morto non può essere tenuto in quanto 26

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tale per certe caratteristiche particolari del linguaggio umano ed il cui studio permette, a mio avviso, una serie di interessanti considerazioni relative all'interpretazione analitica. Esiste una capacità umana di capire quando un discorso ascoltato sia o meno autentico. A questo livello, la possibilità di dissimulazione non ci interessa, perché la possibilità di simulare una autenticità è basata appunto sul fatto che un discorso autentico è diverso da un discorso inautentico. Cosa significa allora discorso autentico e cosa, nell'ascolto, lo costituisce come tale? A me sembra che l'autenticità di un discorso sia percepibile se il contenuto del discorso stesso non è dissonante rispetto all'affettività che Io accompagna e che si rivela, come poi vedremo, nel linguaggio stesso. Quando un uomo pronuncia una qualsiasi parola — possiamo pensare a titolo esemplificativo alla parola leone — può comunicare o meno, a seconda delle modalità della pronuncia del nome, l'esperienza affettiva che ha dell'animale leone. Non sostengo affatto che 'leone' sia in qualche modo onomatopeico al leone stesso o che esista una qualche possibile correlazione causale tra parola leone ed animale leone; sostengo invece che il gioco pulsionale investe la produzione dei suoni e che pertanto, in qualche modo, la sequenza delle cinque lettere costituenti possa trasmettere o meno il livello dell'esperienza vissuta collegata a ciò che viene indicato. In qualche modo i sentimenti di paura, meraviglia, stupore (e le pulsioni che ne stanno alla base) possono o meno apparire nelle varie lettere che costituiscono la parola. Sono molto interessanti da questo punto di vista gli studi di Fonagy. L'uomo è molto attento a questo (vi è attento in modo del tutto inconsapevole) e trae da questa attenzione inconscia numerose informazioni che gli rendono appunto possibile la lettura dell'autenticità. Si potrebbe forse anche sostenere che il gioco pulsionale si riveli in elementi del linguaggio ancora oggi non conosciuti. Degli esempi clinici, meglio di ogni altra cosa, potranno comunque dimostrare quanto sopra affermato. 27

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Anna, una ragazza psicotica, pronuncia « mamma » in un modo molto automatico e privo di inflessioni appunto affettive; pronuncia questa parola all'infinito, talora sembra compenetrare la parola stessa di una angoscia molto violenta, le due « m » centrali tremano quasi in un pianto, ma sostanzialmente la parola non riesce a provocare di per sé alcuna risposta emotiva. Durante una seduta di psicoterapia familiare la ragazza inizia ad esercitarsi nel pronunciare la parola con tonalità diverse e differenziate. Le tre « m » diventano molto labiali, le labbra restano congiunte tra di loro più del solito, diventano per così dire più lunghe nel tempo ed in questo gioco di contatto e di distacco delle labbra sembra giocarsi il contatto-distacco con una figura materna internalizzata; ed in questo tentativo di porre distanza giusta compare un « mamma » che indica finalmente una corrispondenza della parola con un bisogno di contatto-di stacco equilibrato. I due terapeuti presenti avvertono tutti e due quanto sopra, si guardano (poi commenteranno) e cercano di dire qualcosa che orienti l'ascolto della madre sul nuovo modo che ha ascoltato a proposito di un appello rivoltole. Ma la madre non riesce a cogliere l'invito e la nuova parola scompare. Gianna, una signorina anch'essa psicotica è molto sensibile alle sfumature della voce dell'analista. È solo quando lui parla in un certo modo che lei può comprendere; in caso contrario lei non si lascia toccare dalle sue parole. Il dato più interessante da osservare è, in questo caso, che in effetti le parole dell'analista possono raggiungerla solo quando nell'analista c'è un'effettiva ansia e preoccupazione nei suoi confronti; basta che l'analista sia un minimo disattento e distante, anche in modo inconsapevole a sé stesso, che lei inizia a dire di non comprendere. La possibilità che la signorina ha di comprendere le sue parole diviene quasi un termometro dell'attitudine affettiva dell'analista stesso e lui può regolarvicisi sopra. Le parole che l'analista pronuncia ed i concetti relativi possono essere gli stessi o simili, ma non è solo il contenuto di quanto lui dice a de28

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