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Una crisi Giuseppe Maffei, Lucca (1) N. Abbagnano, Dizionario di filosofia, Utet, 1971. Nella medicina ippocratica il termine crisi indicava la trasformazione decisiva che si produce nel punto culminante di una malattia ed orienta il corso di essa in senso favorevole o sfavorevole. Il termine è stato poi esteso a significare una trasformazione decisiva che si produce in un qualsiasi aspetto della vita sociale (1). Abbagnano, alla voce crisi, da pure importanza al pensiero di St. Simon che affermava la necessità di un susseguirsi, nella storia, di una successione di epoche organiche e di epoche critiche. « L'epoca organica è quella che riposa su un sistema di credenze ben stabilito, si sviluppa in conformità ad esso, e progredisce nei limiti da esso stabiliti. Ma ad un certo punto questo stesso progresso fa mutare l'idea centrale su cui l'epoca è imperniata e determina così l'inizio di un'epoca critica ». Ho citato questi diversi significati della parola crisi. perché mi sembra che, a livello psicopatologico, si usi il termine crisi in modi corrispondenti a quelli ora detti: si può intendere crisi come un periodo storico « personale » in cui un'idea centrale è superata e si ricerca un nuovo punto di partenza oppure la trasformazione decisiva occorrente in un punto culminante di un percorso psico(pato)logico. 13

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Le teorie di Thom relative alle catastrofi possono probabilmente portare un contributo, specie su questo ultimo particolare punto, ma non saranno discusse in questo contributo che vuoi essere esclusivamente clinico e concernere una crisi in senso sfavorevole, intesa nel senso della medicina ippocratica. La paziente cui mi riferisco era una paziente che poteva essere definita eternamente in crisi nel senso non ippocratico della parola: era cioè alla continua ricerca di un punto stabile cui poter aderire e che le permettesse di organizzarsi un alcunché di stabile in cui riconoscersi. All'interno di questo essere permanentemente in crisi, una crisi in senso ippocratico determinò una necessità di intervento atipico che sarà l'oggetto di questo contributo. L'essere continuamente in « crisi » offriva inizialmente a questa paziente una qualche identità sia pure negativa. Marisa aveva molti problemi relativi alla propria identità: i suoi genitori, morti ambedue diversi anni prima dell'inizio della psicoterapia analitica, avevano vissuto due vite emotivamente separate, ciascuno per suo conto e nessuno dei due era riuscito a farla sentire sua propria figlia. Il padre aveva avuto tutte le possibilità di dirsi che i problemi della figlia nascevano dal fatto di essere figlia della moglie e la madre la possibilità di dirsi che questi problemi nascevano dal fatto di essere figlia del marito. Nessuno dei due si era assunto il carico del contenimento delle emozioni della figlia e queste si erano così determinate e sviluppate in una solitudine totale. Dei suoi vissuti emotivi ricordava pressoché esclusivamente ansia e paura: incubi le turbavano le notti con visioni di avvenimenti paurosi in cui lei stessa o altri erano oggetto di violenza; ansie violente senza contenuti precisi le turbavano i giorni; quando ne parlava, parlava contemporaneamente delle ansie che anche ora la turbavano, in una sorta di confusione tra passato e presente che le impediva appunto di porre distinzioni. Diceva di non essere mai riuscita e di non riuscire ad occuparsi a lungo di qualcosa di preciso e concreto. Tutte le volte che concentrava la sua attenzione in 14

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una qualche direzione, era appunto presa da ansia perché comprendeva immediatamente che ciò che poteva realizzare non era assolutamente ciò che voleva; ciò che si realizzava, in qualche modo la determinava e questa determinazione non era possibile data la mancanza appunto di un'identità in cui riconoscersi. La parvenza di identità era possibile solo al calor bianco dell'incertezza e dell'ambivalenza, laddove questi vissuti erano percepiti come propri e non voluti da altri. Rimanendo legata a questi vissuti, era almeno certa di non doversi distaccare da sé. Questa ambivalenza ed incertezza erano state ed erano sempre sottese da una profonda depressione dell'umore, che, in coincidenza di crisi (in senso ippocratico) che l'avevano condotta a tentativi di suicidio, aveva fatto porre varie volte diagnosi psichiatriche di depressione. Non è dato. a posteriori, conoscere se. in questi episodi, la trasformazione sarebbe stata decisiva in senso sfavorevole. In questi momenti critici della sua sintomatologia erano comparsi fenomeni proiettivi molto intensi che si erano manifestati sotto forma di osservazioni e giudizi negativi nei propri confronti formulati da amici o anche da persone incontrate casualmente. All'inizio del rapporto psicoterapeutico Marisa ebbe molta speranza e molta fiducia nel terapeuta ed iniziò a lavorare su sé stessa con molta volontà di comprendere. Da parte del terapeuta ci fu un atteggiamento controtransferale sostanzialmente riparativo. ma nonostante i due atteggiamenti ambedue positivi. la sintomatologia rimaneva assolutamente immodificata. Marisa non arrivava al di là del descrivere sé stessa ed il terapeuta non arrivava al di là di dire parole che gli sembravano profondamente giuste. ma che non raggiungevano veramente Marisa stessa. Di fronte alle interpretazioni, Marisa restava indifferente e non ne discuteva la correttezza di contenuto (sembravano anche a lei interpretazioni giuste). ma diceva che non le servivano nel modo più assoluto. Si trattava di interpretazioni relative alle difese ed anche ai contenuti verso cui queste difese si 15

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attivavano, ma queste interpretazioni erano ascoltate al di fuori di ogni possibilità di elaborazione emotiva e personale. II terapeuta aveva fra l'altro l'impressione di non essere, da un punto di vista interpretativo. su un percorso sbagliato. Il nucleo interpretativo era sostanzialmente costituito da alcune linee fondamentali ed esattamente non riconoscimento. rimozione della propria aggressività, identificazione all'aggressore — per cui nel rapporto transferale Marisa ripeteva verso il terapeuta ciò che le era stato fatto subire dai genitori (interni?) — e narci-sismo onnipotente doloroso — per cui la propria potenza era appunto prevalentemente vissuta a livello negativo di sofferenza. Tutto questo nucleo interpretativo e le ricostruzioni storiche relative avevano una coerenza interna di cui era difficile dubitare, dato che il nuovo materiale che veniva portato, confermava in genere quanto prima era stato interpretato. Appariva al terapeuta, quasi visivamente, una trama che pure Marisa vedeva, ma la cui vista non portava nessun effetto terapeutico. Da un Iato c'era un buon rapporto emotivo, dall'altro una serie di interpretazioni che sembravano adeguate, ma gli effetti erano nulli. All'interno di una situazione di continua sofferenza, di fronte all'apparente assoluta inutilità del lavoro terapeutico che era stato intrapreso con molta speranza, quando questa apparente inutilità sembrò certa, Marisa precipitò in una situazione psicopatologica molto grave, comunicando al terapeuta — che avvertiva la stessa impressione — che ormai la malattia aveva preso il sopravvento e che ormai si erano determinate modificazioni irreversibili del suo stato psichico. Avvertiva di essere definitivamente destinata a morire psichicamente e ad una depressione cronica. Come già detto, il terapeuta condivideva in fondo questo giudizio di Marisa o, per meglio dire. sentiva di non sapere più cosa fare. Non avrebbe potuto far altro che starle vicino. Di fronte all'andamento ingravescente dei sintomi i familiari di Marisa chiedevano cosa potessero fare, si rivolgevano a psichiatri che impostavano trattamenti psicofarmacologici, ma questi non portavano 16

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(2) Capita talora di osservare in pazienti molto narcisisti che una seconda analisi o una seconda terapia portino risultati migliori della prima. Ciò può essere dovuto all’incontro con un analista o un terapeuta migliore, ma più profondamente si può invece pensare che questi pazienti possano elaborare la prima analisi nel corso della seconda, come non hanno potuto elaborare nella prima la loro vita familiare. La prima analisi viene a configurarsi come molto importante all’interno della seconda. Un fallimento della prima analisi viene vissuto come un fallimento del seno e successivamente diviene possibile con un secondo seno analitico l’analisi dell’invidia del primo. Si tratta di un argomento che implicherebbe una trattazione particolare. che effetti transitori. All'interno di questi tentativi di aiuto in varie direzioni emerse così l'idea di una consulenza con uno psicoterapeuta diverso da quello che la aveva in cura sia a fini diagnostici che appunto terapeutici. Fu il terapeuta a proporre il nome del consulente e questo nome fu accettato dai familiari e da Marisa stessa. Avvennero così dei colloqui tra il terapeuta ed il consulente e tra questi e Marisa e i di lei familiari. I colloqui avuti dal consulente furono importanti innanzitutto a livello del loro contenuto: il terapeuta vide aspetti del suo controtransfert che non aveva osservato; i familiari ebbero urla conferma che Marisa poteva uscire dalla sua situazione psicopatologica e ricevettero il consiglio di farsi aiutare anche loro da un punto di vista psicologico, da uno psicoterapeuta; Marisa comprese, come prima non aveva fatto, che la sua vita psichica poteva essere vista non solo in chiave negativa e psicopatologica, ma invece anche in chiave positiva come manifestazione di una sua soggettività spirituale ancora inespressa e tale perché coercita da molteplici incomprensioni, proprie ed altrui. Marisa uscì insomma modificata da questa consulenza e poté iniziare a lavorare in un modo più attivo e concludente di quanto prima avesse potuto. Il fatto più interessante è rappresentato dall'osservazione che tutto ciò che era stato detto nel lavoro psicoterapeutico precedente assunse, dopo questa consulenza, un rilievo particolare, acquistò spessore e Marisa poté iniziare a riconoscersi in quanto diceva ed in quanto il terapeuta le comunicava. Per quanto riguarda la crisi ci fu insomma un cambiamento radicale e positivo. La situazione psicopatologica di base necessita ancora di lavoro psicoterapico e quanto detto riguarda ovviamente solo la risoluzione della crisi, non della psicopatologia sottostante (2). Come già accennato, si potrebbe pensare che ciò che avvenne, accadde all'interno del rapporto tra Marisa e consulente: potrebbe darsi cioè che questi 17

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avesse saputo dare a Mansa quello che il terapeuta non era assolutamente riuscito a dare, magari anche un'interpretazione che avesse colto il segno più di tutte quelle del terapeuta. Non si può cioè escludere che la risoluzione della crisi sia avvenuta per contenuti particolari comparsi ali interno della nuova sia pur breve – relazione. Ritengo però che tutto questo episodio possa essere viene a configurarsi cornea visto anche in un'altra luce ed è questo particolare angolo visuale che giustifica il presente contributo perchè pone in evidenza aspetti che possono essere esaminati in relazione al problema del trattamento delle situazioni di crisi. In una crisi che compare all'interno di un lavoro psicoterapeutico, occorre porsi il problema non solo a livello del paziente ma anche a quello del terapeuta e si riscontrerà spesso, allora, che il terapeuta si è come isterilito in una sua posizione e non riesce a trovare un altro punto di vista al di dentro di sé che gli consenta di dare delle interpretazioni diverse da quelle comunicate fino a quel momento. Se una crisi può essere superata da un'analisi del controtransfert del terapeuta, spesso essa si risolverà colla comparsa all'interno dello stesso di una nuova creatività che potrà anche stupirlo per la sua alterità rispetto a ciò che lui conosceva di sé stesso in relazione a quel determinato paziente. Voglio dire che l'analisi del controtransfert potrà agire a livelli molto inconsci e determinare appunto una sorpresa nello stesso terapeuta, quando si troverà a dare nuove interpretazioni « artistiche » di cui non conoscerà con esattezza la provenienza. Di fronte a una crisi il terapeuta, pur mantenendo ovviamente la propria autonomia ed individualità, deve essere pronto al nascere di un nuovo materiale « altro » dentro di sé. Quanto descritto non sempre accade e motivi molto diversi possono appunto impedire il sorgere, all'interno della mente del terapeuta, di un nuovo punto di vista. È anche da dire. che da un angolo visuale analitico, è spesso il paziente ad impedire, attra18

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verso attacchi invidiosi mal controllati, la comparsa del nuovo « altro ». La situazione si può allora chiudere a due ed il pensiero del terapeuta può finire per essere percepito dal paziente non più come pensiero oggettivo, terzo tra lui ed il terapeuta stesso, ma come un pensiero rappresentante esclusivo del soggetto che lo pensa e pertanto attaccabile con le modalità invidiose con cui può essere attaccato un soggetto. Il pensiero è oggettivo, è. tra due persone, in posizione di terzo; un soggetto può esprimere la « verità » oggettiva anche se la sua soggettività è ad esempio malata; nel caso di situazioni duali il pensiero diviene come una parte del pensatore ed il paziente può credere di poterlo distruggere come è relativamente facile distruggere il terapeuta. « Tu mi puoi distruggere, ma ciò che ho pensato resta » è una frase non sempre comprensibile. La situazione di Marisa era di questo tipo: Marisa era entrata in una sorta di cortocircuito duale col terapeuta che appunto non riusciva a porsi di fronte a lei in una posizione di soggetto, la cui funzione era quella di oggettivare la problematica di lei. Ad un livello profondo si era instaurata come una lotta tra Marisa che voleva dimostrare a tutti i costi che il senoterapeuta era incapace di aiutarla ed il seno-tera-peuta che cercava invece di nutrirla nonostante gli attacchi di lei. La situazione era divenuta insomma di tipo duale. Il terapeuta si trovava anche lui. a livelli profondi, in una situazione duale, in quanto l'ansia dei familiari di Marisa era tale che il terapeuta non aveva saputo contenerla ed aveva anzi dovuto mantenere una loro lontananza dal rapporto terapeutico con modalità non del tutto corrette; era però finito per trovarsi solo, senza alleati, nei confronti della psicopatologia di Marisa. II ricorso al consulente agì a vari livelli: Marisa venne a conoscere che il seno-terapeuta non si riteneva onnipotente, che accettava un possibile aiuto da parte di un altro; che il seno-consulente non si poneva neppure lui in posizione onnipotente, non si situava a livello magico, ma accettava di collaborare col seno-terapeuta; che i pareri del terapeuta e del con19

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sulente, pur differenziati l'uno rispetto all'altro, tenevano conto dell'uno e dell'altro; che una ricerca di verità appariva necessaria ad ambedue. Nella mente del terapeuta comparve un riferimento al Flauto Magico di Mozart: Pamina non può accedere all'amore di Tamino se non dopo essere passata sotto le prove impostele in qualche modo da Sarastro. Di fronte ad una madre distruttiva come la Regina della Notte. non è sufficiente l'amore di un uomo, Tamino, ma anche la saggezza di Sarastro. È cioè difficile per un bambino crescere se solo uno dei genitori lo vuole: una buona opera richiede un lavoro comune. / Marisa aveva avuto due genitori molto separati emotivamente; ciascuno aveva vissuto la sua vita ed aveva rinviato all'altro le responsabilità dei problemi della paziente. L'invio di Marisa al consulente giocò probabilmente a livello di un buon funzionamento di coppia genitoriale. Il ricorso al consulente fu determinato da una necessità clinica, ma ritengo di poter sostenere, a posteriori, che ci fu un movimento a livelli molto inconsci. Sembra inoltre importante riferire che il ricorso al consulente avvenne dopoché in effetti il terapeuta aveva esaurito tutte le sue energie e Marisa non poteva non avere avvertito questo fatto e cioè che il terapeuta aveva sinceramente dato il meglio di quanto avesse potuto e che pertanto non aveva più energie liberamente disponibili. In un certo modo Marisa si dimostrò cioè che un solo genitore non era sufficiente, che la pretesa di un solo genitore di risolvere i suoi problemi era una pretesa di impossibile realizzazione. Lei necessitava di un accordo tra i due genitori ed il fatto che terapeuta e consulente avessero potuto parlare fra loro di lei, realizzò probabilmente, a livello profondo, una necessaria gratificazione. Il modo di conduzione di questa crisi non è ovviamente proponibile come modello; va anzi detto che un terapeuta non dovrebbe mai cadere in una situazione duale di questo tipo; dovrebbe essere molto attento alla scomparsa dalla relazione della possibilità di un'oggettività di pensiero e fare in modo di 20

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mantenere una situazione triadica. Se la conduzione della crisi non è proponibile come modello, possono invece essere formulate, in relazione a questa descrizione. considerazioni generali relative appunto alla gestione di situazioni di crisi. Mi sembra che possano esserne tratti insegnamenti specie nei riguardi del talora necessario ricorso ad istituzioni psichiatriche. Quando il ricorso ad un'istituzione è necessario, occorre che l'istituzione si ponga chiaramente in posizione di altro, di terzo rispetto a chi chiede l'intervento. Il fine dell'intervento dell'istituzione è cioè quello di consentire una visione oggettiva di quanto è accaduto e questo sia nei confronti dei terapeuti invianti sia e con maggiore difficoltà nei confronti dei familiari o degli stessi pazienti. Per essere terapeutica l'istituzione deve essere ben consapevole del suo funzionamento in delega da parte della soggettività dell'utente. Non deve cioè porsi come istituzione che risolve i problemi, ma come istituzione che restituisce al soggetto la gestione stessa della crisi: questa non può essere utilizzata che nella direziono di una crescita e questa può essere raggiunta attraverso l'attivazione, nel paziente. della sua creatività, del suo altro-nuovo in sé. Se un soggetto sta male tanto da dover ricorrere ad uno psichiatra, non ha trovato evidentemente in sé e nell'ambiente una risposta ai suoi problemi. Chi affronta la crisi non ha allora alcuna altra posizione possibile che non sia quella di fornire lo sguardo oggettivo che è stato carente. E questo sarà tanto più possibile quanto più lo psichiatra avrà inteso che nessuno da solo — neppure una istituzione perfetta — può risolvere alcunché se non attraverso l'accettazione degli aspetti positivi della coppia ge-nitoriale combinata. Non ci può essere terapia al di fuori della triade. Non il terapeuta ma l'altro nel paziente è ciò che può essere attivato in occasione di una terapia e ciò può avvenire solo se il terapeuta ha esperienza che per aiutare una persona psichicamente sofferente occorre essere in due (il terapeuta e l'altro in sé) come 21

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rappresentanti dì una coppia genitoriale combinata l'invidia verso la quale sia stata elaborata. Nel caso di Marisa il consulente ha supplito all'altro interno del terapeuta ed ha giocato il ruolo, anche per la paziente, di altro da sé come proiezione dell'altro presente in sé. 22

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Una prospettiva sul disagio dell’ analista Paolo Aite. Roma « ... ciò che infine ci custodisce è il nostro essersenza-protezione... » R. M. Rilke L'analista nel suo lavoro è abituato a convivere anche a lungo con l'incomprensione che la sofferenza psichica suscita in ognuno, e sa attendere anche perché la teoria che sente propria, l'idea che delimitando il fenomeno orienta la percezione, gli permette intanto di guardare. Quanto egli ha appreso sul piano teorico e clinico è come uno spazio rassicurante dove è possibile sostare e contenere l'emotività sempre attiva là dove con mezzi psichici si tenta di operare sullo psichico. L'emozione così contenuta è una energia a sua disposizione per la ricerca di quei nessi sul fenomeno psichico che danno luogo alla sintesi graduale, alla costruzione della comprensione. Egli sa che guardando può, anche a lungo, non vedere e quanto più è conclamato e diverso il disturbo psichico che appare sul campo, tanto più può ammettere il suo limite. Le riflessioni che propongo riguardano un disagio più acuto e improvviso che coglie di sorpresa l'analista proprio quando tutto appariva comprensibile e 23

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corrispondente al « già visto ». In quei momenti egli può accorgersi che quanto gli è sfuggito non riguarda solo il particolare anche significativo di un insieme, ma il suo « non vedere » mentre credeva di osservare diventa una presenza consistente che si è protratta per un intero periodo facendolo trovare all'improvviso lontano dal punto ove credeva di essere. A un tratto si rivela un buio percettivo che disorienta e angoscia proprio come spesso accade da bambini nei luoghi non illuminati. Il pensiero analitico ha già percorso questi sentieri riconoscendo nell'angoscia collegata al « non vedere » il ritorno improvviso del rimosso, il cui nucleo più intimo è stato visto come il rinnovarsi della paura sconfinata dell'evirazione già provata nel periodo evolutivo (1). Questa prospettiva sull'evento che voglio considerare si vale di un modello concettuale energetico per ordinare e comprendere il fenomeno psichico; il ritorno del rimosso viene inquadrato, infatti. come un movimento di cariche inconsce che rompe le resistenze, le controcariche protettive del campo della coscienza, alterandone la stabilità. Integrativo e non sostitutivo di questa prospettiva è il modello che punta l'attenzione sulla forma con cui quella tempesta energetica appare alla percezione di chi la vive. In queste pagine tenterò di avvicinarmi al disagio particolare che l'analista prova in quei momenti da questo secondo punto di vista. Quando ripensando all'accaduto egli si accorge di non avere visto tocca per la prima volta qualcosa di sotterraneo che è entrato nel campo alterando la sua capacità di osservare. Sul momento non si era reso conto di aver perso la distanza utile alla messa a fuoco del fenomeno così come quel tempo, la possibilità di attesa, che è necessaria alla visione d'insieme di un guardare efficace. Lo spazio e il tempo parametri della coscienza sono stati scossi e alterati da quanto accadeva in quel campo. Un modo di orientare la percezione nel momento dell'incontro col paziente è quello di raffigurarsi immaginativamente lo spazio più cor (1) L'accecamento come equivalente simbolico dell'evirazione compare nel mito di Edipo. Il tema è ripreso più volte da Freud: vedi « Totem e Tabù » (1912). in Opere 1912-1914, vol. 7, Torino. Boringhieri, 1975, p. 134; « il perturbante » (1919). in Opere 1917-1923, vol. 9, Torino, Boringhieri, 1977, p. 92. 24

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rispondente all'emozione che appare. Si può dire che è un tentare di vedere quanto accade nella relazione con gli occhi del sogno dato che spesso nei nostri prodotti onirici l'emozione viene rappresentata in uno spazio e in un tempo immaginari che la descrivono. Lo spazio così inteso diventa una forma del percepire immaginativo dove l'emozione assume il carattere dinamico di un movimento come anche la radice etimologica « emovere » sottolinea. Tenterò in queste pagine di avvicinarmi al tema proposto chiedendomi quali possano essere le forme dello spazio e del movimento che meglio esprimano l'emozione che vive l'analista in quei momenti. Il riconoscimento improvviso della propria cecità mi appare come il contatto diretto con qualcosa di indefinito presente nel campo dell'incontro che fino a quel momento ha agito in modo sotterraneo determinando il « non vedere ». Ripensando all'accaduto l'analista si accorge che già in precedenza erano emersi dei segni di quella presenza su cui la sua attenzione non si era soffermata. Questi avvisi non notati sul momento come il riconoscimento conclamato del proprio buio percettivo modificano sia lo spazio che il movimento emotivo della relazione. Userò queste forme immaginative come modo di comprendere quanto accade. Un segno frequente di quanto si muove non visto nel campo e che gli operatori ben conoscono è la noia. Ripenso a questo sentimento attivato dal ritmo monotono e ipnotizzante di quanto avviene col paziente come a un velo che ottunde la percezione e rallenta il movimento. La distrazione che ne consegue la vedo come un allontanarsi lento a cui si vorrebbe resistere. Accade però che per tentare una sortita da quella situazione soffocante si reagisca, sul momento, cadendo nelle maglie del racconto intricato e monotono del paziente e solo il ripensamento ci restituisce la percezione di quella presa di distanza sul piano orizzontale che abbiamo attuato e che chiamiamo noia. 25

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All'opposto capita di accorgersi che in alcune situazioni si presenti ripetutamente la tendenza a porsi in alto teorizzando e quella che lì per lì poteva essere presa per una lodevole riflessione, riveli il suo carattere di speculazione, un modo di riguadagnare il terreno emotivamente noto della teoria per sfuggire a quanto sta capitando. La tendenza all'allontanamento così attuata può essere riconosciuta come fuga quando ci si accorga di essere caduti ripetutamente nella recitazione di colui che sa. È una fuga in verticalità dato che si va in alto come chi insegna ed indica mentre l'altro è in basso in attesa di ammaestramento. Ripensandoci ci si vergogna un po' della scena grottesca appena recitata dove l'euforia di quell'« alto » ha preso la mano provocando una loquela che lucidamente espone i « meccanismi » della sofferenza altrui. Il recupero della posizione analitica perduta fa intuire all'operatore come al di là della fuga maniacale attuata si celi qualcosa di oscuro che angoscia e che indirettamente appare proprio per le reazioni che provoca. Sono reazioni compulsive improvvise, appunto come una fuga, che fanno contrarre il tempo e perdere quella possibilità di attesa propria dell'osservare mentre l'emozione non vista, fa da padrona. Nelle due situazioni tratteggiate, quanto guardando non si è visto, quell'allontanamento del campo, può al massimo suscitare un lieve disagio in chi ponendosi come analista si è accorto di fare tutt'altro. Egli ha solo perso momentaneamente il suo strumento sotto la spinta di qualcosa che non voleva riconoscere. Accade, però, che quanto è in gioco nella relazione sia più attivo e profondo alterando Io spazio emotivo in un avvicinamento apparente. L'analista si rende conto che in certe situazioni mentre osservava credeva di riconoscere una somiglianza, una familiarità nell'altro che a posteriori gli appare del tutto illusoria. Questo passaggio improvviso dal vero al falso, dalla familiarità all'estraneità può essere un primo rico26

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(2) Si tratta di Nathaniel il protagonista dei racconto * Der Sandman » di Hoffmann. Vedi Dizionario letterario Bompiani, vol. 4, p. 501. Il racconto è analizzato da Freud ne « Il perturbante», op. cit., p. 89. noscimento di un non vedere che si impone con l'entità perturbante di una cecità vissuta anche a lungo. L'analista comincia ad accorgersi che quella familiarità apparente celava una minaccia emotiva non vista e annullata tramite l'illusione. Sotto una spinta sotterranea lo spazio emotivo si è modificato e avvicinando ha trasformato il paziente in amico e a volte in possibile amante. L'estraneità improvvisa che appare desta un turbamento simile a quello del protagonista del dramma di Hoffmann che scopre essere Olimpia, la donna amata e desiderata, solo una bambola meccanica (2). Si può dire che per sbarazzarsi degli stimoli dolorosi, per conservare una situazione nota e infine per ottenere una gratificazione che lo confermi davanti alla pressione dell'inconscio, l'analista credendo di guardare non ha più visto. L'emozione che lo invade a questa constatazione può trasformarsi in angoscia quando nella sua cecità ha perso non solo il proprio strumento operativo ma, affascinato da quella illusione di avvicinamento e familiarità, ha messo in gioco se stesso come uomo. In questi momenti, infatti, non solo viene a mancare la corrispondenza emotiva, ad un tempo lineare e rassicurante tra teoria e percepito, ma subentra una discontinuità che allarma perché toglie ogni spazio riconoscibile fuori come dentro di sé. È un vuoto senza forma quello che domina dove l'emozione entra libera assumendo il colore di sentimenti invasivi come l'astio, la colpa, la delusione. In quel campo ove prima dominava un'apparente armonia subentra la distruttività che spinge spesso alla rottura i due partecipanti al lavoro analitico. A quel punto l'analista anche se a fatica non può non riconoscere la propria conflittualità irrisolta, essa non è più una nozione lontana, qualcosa di distante che imbrigliato dalla elaborazione personale è stata ritenuta anche superata. ma è una esperienza attuale e a volte anche violenta che duole. Questo riconoscimento sofferto della propria psicopatologia in atto nel momento in cui tutto appariva elevato, come accade nell'inna- 27

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