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Un problema dell’analisi didattica Aldo Carotenuto, Roma Verso II proprio dio si è quanto mai disonesti: egli non deve peccare. Nietzsche La psicologia del profondo appartiene al campo della « tradizione » nel più stretto significato etimologico, in quanto il suo insegnamento avviene con l'esperienza diretta e soltanto grazie a un rapporto fra singoli. Per questo motivo essa si differenzia da qualsiasi altra disciplina, per avvicinarsi alle cosiddette « culture misteriche », e può essere assimilata ai riti iniziatici (1), che presuppongono il coinvolgimento dell'adepto a livelli emotivi. Qualunque obiezione che veda in questa peculiarità un elemento di condanna va immediatamente rifiutata. Se la moderna fisica sperimentale esige complicate e costose macchine, ebbene questi bisogni sono intrinseci alla natura di tale disciplina. La psicologia del profondo richiede un rapporto da individuo a individuo, praticamente interminabile, e mentre alcuni argomenti possono essere studiati sui testi e attraverso gli esperimenti, essa si acquisisce con un processo le cui formulazioni teoriche sono un pallidissimo riflesso di quello che effettivamente avviene sul piano dell'esperienza. Una cosa è, per esempio, tentare di capire dai libri (1) Michael Balint, « On the psycho-analytic training system », Internationai Journal of Psycho-Analysis, vol. XXIX, 1948, p. 167.

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cos'è un « meccanismo di difesa », altra cosa è approfondirlo facendone esperienza direttamente nel rapporto paziente-analista. È certo che questi aspetti rappresentano anche una debolezza, perché non si può tacitare un avversario dicendogli che deve sperimentare prima di giudicare: un'argomentazione del genere, già di per sé poco persuasiva, non tiene conto del fatto che non è dato sapere in anticipo se in un incontro analitico si presenteranno proprio quei fenomeni che si intendono verificare. C'è allora, nell'adesione alla psicologia del profondo, un momento di fede che probabilmente scaturisce dalle proprie situazioni complessuali e che permette di creare le premesse perché il « miracolo » della conoscenza analitica abbia luogo. Parlare di fede e di miracoli ci introduce immediatamente in quel particolare aspetto della relazione « didattica » che desidero sottolineare in questo articolo. Quando si intende diventare psicoterapeuta si inizia un'analisi cosiddetta « personale » durante la quale si esamina la dimensione inconscia del futuro analista nello stesso modo in cui si affrontano i problemi di un paziente che si rivolge all'analisi per un disagio nevrotico. Ci troviamo dunque di fronte a una differenza solo formale, perché la richiesta di diventare analista in realtà coincide con un desiderio, sia pure inconscio, di essere analizzato. Dopo questo primo periodo di analisi, il futuro terapeuta continua la sua formazione con altri analisti. Quindi, per comodità espositiva mi riferirò a una prima e a una seconda analisi. Con la prima analisi si intende un'esperienza analitica in pratica identica a quella di un qualunque paziente, dove il rapporto è del tutto privato fra allievo e analista. Con la seconda analisi si intende la formalizzazione dell'iter didattico dell'allievo, attraverso l'assenso dell'associazione analitica. Ora, anche se in linea teorica non dovrebbero essere! differenze dalla normale prassi analitica con un paziente, di fatto avvengono dei fenomeni assai diversi che scaturiscono dalla particolarità della situazione. È necessario tener presente che il processo che ci troviamo di fronte non è cognitivo ma ha un carattere

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emotivo-trasformativo: l'allievo, cioè, non soltanto deve imparare ma deve anche realizzare un cambiamento inferiore, e la divergenza rispetto a un normale percorso analitico risulterà evidente se considereremo che la trasformazione non mira a un generico sviluppo, come avviene invece per il paziente, ma è tesa nella direziono di una professionalità i cui esiti non sono impliciti nel processo stesso di maturazione psicologica, lo mi chiedo come mai questo problema sia di fatto ignorato nella preparazione analitica, sia da parte degli analisti che degli allievi. Eppure Nietzsche aveva ammonito: « Un uomo non si eleva mai tanto in alto come quando non sa dove la sua vita può ancora portarlo » (2). Naturalmente si può pensare che un atto volitivo come la decisione di diventare analista coincida anche con il dispiegarsi di un'attitudine psicologica, così come chi voglia diventare atleta può mostrare durante gli allenamenti anche una struttura fisica adeguata. Ma mentre per lo sportivo è sufficiente un tempo brevissimo per giudicare della validità della sua intenzione, la verifica della scelta professionale analitica richiede un tempo molto lungo, e neanche questo garantisce l'acquisizione di una « vera » capacità analitica perché, tra l'altro, essa è molto difficile da definire, e può basarsi soltanto su due elementi: l'autolegittimazione e l'assenso « silente » del terapeuta durante la prima analisi. L'autolegittimazione è in definitiva la premessa indispensabile per l'esercizio dell'analisi. Infatti, se è vero che non si può accertare realmente la capacità analitica di una persona se non inferendola dai risultati, è pur vero che risultati terapeutici vengono ottenuti anche da persone al di fuori di qualsiasi comunità di analisti — basterebbe pensare agli innovatori. Dunque neanche i risultati possono essere un criterio di giudizio, e secondo me, per quanto arbitrario, l'unico criterio valido rimane l'autolegittimazione. Può essere una conclusione irritante, se si pensa a certe tristi figure di analisti che proprio basandosi sull'autolegittimazione non fanno che dispensare disordini e disastri. Naturalmente la mia tesi (2) Friedrich Nietzsche, « Schopenhauer come educatore », in Opere, vol. IlI, tomo I, Milano, Adelphi, 1976, p. 362.

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è conseguente alla mia stessa idea dell'analisi, che non poggia soltanto sul suo aspetto tecnico, che rimane comunque sempre un fatto formale, ma sulla sua sostanziale irripetibilità creativa. A tutti sembrerebbe strano che un pittore, per essere tale, dovesse avere l'approvazione della comunità dei pittori e, poiché la storia ci ha sempre offerto prove contrarie, la capacità di quell'artista sta proprio nella forza che lo conduce a perseverare nella sua arte, autentica o velleitaria che sia. A questo punto i sostenitori della « legittimazione esterna » affacciano un argomento del tutto specioso. Se la domanda di analisi risponde a una esigenza, allora è indispensabile difendere il paziente dal suo stato di necessità e quindi garantire che l'offerta professionale venga effettuata da specialisti riconosciuti. Questa obiezione non tiene conto del fatto fondamentale che non si può stabilire oggettivamente un ordine di precedenza fra i bisogni dell'uomo e affermare, per esempio, che la sua vita vale più della sua libertà. Il carattere « vitale » o « secondario » di un'esigenza dipende esclusivamente dalla valutazione soggettiva dell'individuo. È chiaro, quindi, che dal mio punto di vista qualunque definizione astratta di bisogni prioritari è superficiale, a meno di non voler considerare profondo un pensiero che ha il solo scopo di difendere interessi particolari. Però quando esiste un training analitico formalizzato, sul cui valore è inutile soffermarsi così come non si discute l'importanza dell'educazione in genere, si corre il rischio che la legittimazione interna lasci il posto in modo preponderante a quella esterna, con una serie di complicazioni che non agevolano la maturazione psichica. Il mio insistere su questo momento di conferma inferiore non vuole essere soltanto una vaga esortazione, in quanto ciò che dico può in parte aiutare a prevenire la perdita di questo obiettivo importante. Proprio perché i cosiddetti parametri di riferimento con cui affrontiamo i pazienti sono del tutto generici, soltanto il senso che la nostra scelta di lavoro è quella giusta ci mantiene saldi di fronte agli imprevisti. Perché si capisca meglio cosa intendo con autolegittimazione, si potrebbe pensare a ciò

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che un vero analista prova quando si avvicina a teorie nuove nel campo psicologico: è come se le «cose » si sapessero già. In questo caso il nuovo sarebbe rappresentato soltanto dalla formulazione chiara di quel che un analista ha sempre saputo. Novalis diceva: « Si può diventare solo in quanto si è già » (3). Naturalmente se si fa l'analista per puro accidente si troverà sempre tutto nuovo e interessante e non si potrà mai dire a se stessi la calda espressione « È vero perché l'ho sempre saputo ». Il processo di formazione analitica ha inizio con l'idea che la decisione del futuro sia nelle mani del primo terapeuta, e per quanto si possa teorizzare sulla mancanza di desiderio nell'analista — ipotesi che viene proposta molto disinvoltamente nei circoli analitici (4) — e sulla sua neutralità di fronte all'intenzione dell'allievo-paziente di diventare a sua volta analista, esiste una realtà che non si può negare, alla quale, più o meno consapevolmente, si adegua la dinamica psicologica dell'allievo. In altre parole, egli è perfettamente consapevole di questa verità: «Una persona che controlla gli altri e appare disinteressata: il massimo dell'inganno » (5). Per quante affermazioni di principio si possano fare, nello svolgimento di un'analisi non si può prescindere dal potere dell'analista, anche se con le dovute cautele esso può essere ridotto. Tutto ciò comporta che la legittimazione al lavoro analitico passi attraverso un assenso esterno, benché questo non sembri evidente. Vediamo allora quale può essere la situazione psicodinamica che emerge da tale rapporto, tenendo presente la nostra idea di partenza, vale a dire che il training analitico non è soltanto un processo cognitivo ma prevalentemente emotivo-trasformativo e che presuppone nell'analista una realtà psichica tesa alla ricerca di un senso, con la quale entrare in dialogo preparandosi al suo superamento con un mondo di valori personali. Non ci si deve illudere su questo punto perché, se è vero che ogni psicoterapia è un processo dialettico di confronto di dati, è pur vero che un mutamento non può avvenire attraverso una dimensione (3) Novalis, Frammenti, Milano, Rizzoli, 1981, p. 794. (4) A questo proposito Castoriadis dice: « Da anni e anni in Francia si parla del 'desiderio dell'analista'; ma del desiderio dell'analista non ci si cura. Quel che importa — e quel che tante chiacchiere tendono a nascondere — è l'intento, la volontà, il progetto dell'analista. È falso e mistificante dire che l'analista non 'vuole' nulla per il suo paziente; se non è capace di volere qualcosa nel suo mestiere, e quindi per i suoi pazienti, se è rimasto al puro e semplice desiderio, deve tornare a sdraiarsi sul divano o cambiare mestiere ». La citazione è tratta da Leon Chertok, L'ipnosi tra psicoanallsl e biologia, Milano, Celuc libri, 1981, p. 106. (5) Richard Sennet, Autorità, Milano, Bompiani, 1981, pp. 173-174.

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mediocre dell'analista. Ma qual è il prezzo che si paga per questa superiorità? Accettiamo anche l'idea che l'analista non faccia sentire la sua «grandezza » e sia sereno, ma è proprio questa olimpica forza che fa male, in quanto «la familiarità del superiore amareggia perché non può essere ricambiata » (6). (6) Friedrich Nietzsche, « Al di là del bene e del male », in Questa situazione rappresenta una struttura dell'analisi e Opere, vol. VI, tomo II, non può essere eliminata. L'analista non è soltanto, per il Milano, Adelphi, 1968, p. 82. paziente, l'equivalente del padre, con la conseguente dipendenza psicologica; egli è il padre spirituale, che Neumann addita come momento importante per lo sviluppo della coscienza. Durante l'analisi di un futuro terapeuta si entra in contatto con un mondo di valori che viene sottoposto a critica in misura maggiore di quanto possa avvenire in un'analisi terapeutica. Ed è un mondo di valori, di idee, di spiritualità che non ha una sua stabilità e deve essere sempre soggetto al mutamento (7). Non credo che l'uomo senta un peso maggiore della supremazia psicologica, soprattutto se il suo compito è quello di so(7) Erich Neumann, Storia pravanzare tale predominio. delle origini della co- L'allievo si trova dunque in una situazione psicologica scienza, Roma, Astrolabio, particolare. Da una parte egli deve accettare la realtà 1978, p. 171. psichica del proprio maestro per permettere a se stesso una serie di processi trasformativi, dall'altra deve, nel tempo, distruggere questa realtà. Il problema diventa ancora più complesso se si tiene presente un altro fattore, che è la chiave di volta della dinamica psicologica fra allievo e maestro: l'analisi didattica non da strumenti tecnici reali, per l'intrinseca natura del processo terapeutico stesso. Ciò che si offre è una vaghissima carta topografica di una zona appena conosciuta, rappresentata dal singolo paziente. Come si può accettare una simile situazione? Quale altro ramo delle « scienze » umane è analogo all'analisi? Per quanto sia convinto del carattere peculiare dell'analisi, ogni allievo crede di « imparare » a fare l'analista, ma lo scontro con la realtà sarà impietoso. Si ricordi che « i pericoli sono sempre grandi, quando all'uomo si propongono cose difficili ed egli non riesce ad adempiere alcun dovere; da ciò le nature più forti possono essere annientate, le più deboli e più numerose

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affondano in una pigrizia contemplativa e infine scontano la pigrizia perdendo anche la contemplatività » (8). Ma noi non abbiamo detto tutta la verità. In effetti l'allievo ha imparato a fare l'analista, ma in un modo del tutto diverso da come generalmente si concepisce l'apprendimento. Poiché le situazioni nelle quali si troverà sono infinite a causa delle variabili umane, ciò che può essere dato e appreso è I'algebra della psiche, che è priva di contenuti particolari. La sua traduzione nei singoli casi è tutta sulle spalle dell'allievo, per il quale è necessario aver bisogno di diventare analista, altrimenti non lo sarà mai. L'allievo non diventa analista se non utilizzando la sua creatività di fronte a ciò che non può conoscere. Gli analisti esperti hanno forse dimenticato i momenti di panico e di smarrimento davanti al caso che in nessun modo sembra richiamare alla mente ciò che era stato loro insegnato? Se ci chiediamo cos'è che ci fa fronteggiare l'imprevedibile, dobbiamo rispondere che è proprio la necessità di diventare analista. È in quei momenti che si sente che cosa significa la legittimazione da parte di un altro, o soltanto da se stessi. Nelle prime fasi della professione la paura è così grande che ci si appella alla legittimazione esterna la quale, per quanto incarnata in un'associazione, concretizza il proprio fantasma nella figura del primo analista. E qui siamo arrivati al punto. La parte più intima della nostra vita, dove giochiamo noi stessi e nella quale ci riconosciamo, era stata demandata a qualcuno che ora si erge a giudice, non di un nostro libro o di un nostro lavoro, ma addirittura del nostro destino, perché destino è quello dell'analista che altro non potrebbe fare se non l'analista. L'antico maestro ha in mano le chiavi interpretative delle nostre forze e delle nostre debolezze. Egli è il depositario di segreti intimi e, come tale, diventa agli occhi dell'allievo l'incarnazione del più potente dei persecutori. Ma anche se l'analista vede lontano e non rimane toccato dai sentimenti strutturali dell'allievo, quest'ultimo è costretto a vivere fino in fondo la fase paranoide, che può in parte risolversi proprio con il distacco dall'analista. (8) Friedrich Nietzsche, « Schopenhauer come educatore », op. cit., p. 402.

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L'analoga situazione con il paziente è molto più facile perché il progredire del suo stato psicologico comporta un reale allontanamento dall'analista e il lento esaurirsi della dipendenza. Invece, nella condizione dell'allievo una prima dipendenza viene combattuta con un'altra che coincide con l'inizio di una nuova analisi all'interno dell'associazione analitica. Ma non si deve ignorare che il passaggio a un secondo analista rende ancor più reale la legittimazione esterna, su basi però che non sono legate a un segreto, quello del primo analista, ma a una struttura istituzionale. Demolire il primo analista nel tentativo di liquidare la dipendenza da lui significa vanificare il segreto ed ergersi limpidi all'interno della comunità psicologica. È forse opportuno sottolineare che il processo da noi descritto non è quasi mai consapevole perché esso, attraverso le regole dell'associazione, è coperto da altre motivazioni che, per quanto valide e necessarie, a volte non consentono di arrivare al nucleo del problema per tentare di affrontarlo nei modi più appropriati. Sono però del parere che, proprio perché sì è costruita una necessaria regolamentazione dell'iter analitico, queste situazioni sono irrisolvibili a livello istituzionale e vanno affrontate secondo la sensibilità dell'allievo e del nuovo analista. La particolare dimensione del rapporto nelle prime fasi, proprio perché c'è un fine esplicito da raggiungere, rende difficile l'analisi dell'aggressività dell'allievo il quale, attraverso la seduzione e l'acquiescenza, supera i primi gradini per diventare analista. Questa aggressività è anche maggiore nell'allievo di quanto sia nel paziente perché ciò che lui vuole, e che noi gli proponiamo con la nostra stessa presenza, è un mestiere impossibile. II rapporto con l'analista, purtroppo, non garantisce un reale sviluppo emotivo e noi sappiamo quanto sia tragica la sensazione di rimanere fermi e incapsulati nella propria problematica nevrotica. A Teage che chiedeva di diventare suo allievo perché questo gli avrebbe assicurato l'ingresso nel mondo delle grandi anime, Socrate così rispondeva: « No mio caro. Tu non sai cos'è e te lo dirò io. Vedi, è un

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segno demonico che, per sorte divina, mi accompagna fin dalla fanciullezza. Perché ai molti esso s'oppone e non è possibile a costoro di frequentarmi e di avere alcun giovamento, cosicché non posso accompagnarmi con essi. Con molti non mi impedisce di stare, ma frequentandomi non ottengono alcun giovamento. Ma coloro che la potenza demonica aiuta nello stare con me sono quelli di cui anche tu ti sei accorto. Che subito ricavano profitto. Ma di questi alcuni ricavano vantaggio sicuro e durevole; altri, che sono i molti, fino a quando sono con me, progrediscono meraravigliosi, ma appena si allontanano ritornano quello che erano » (9). A differenza del paziente, l'allievo non può aggredirci come vuole perché noi siamo i suoi impliciti giudici. Ma cos'è oggetto del nostro giudizio? Non si tratta di conoscenze o capacità manuali, ma, come già detto, di questioni sottili che attengono alla personalità. Il parere, però, per la natura stessa della materia, può cadere nell'arbitrio e la situazione viene anche complicata dal fatto che è difficile avere un identikit dell'allievo per cui, più o meno consapevolmente, ogni analista ha un suo punto di riferimento che viene percepito come un modello cui conformarsi. Questo fatto, che rimane comunque opinabile, viene vissuto come una violenza, perché nessuno può conoscere la profondità dell'anima altrui. C'è però il sospetto che il non detto dell'analisi rimandi a una conoscenza più profonda che il primo analista ha avuto, una conoscenza che si aggancia alla dimensione persecutoria dell'allievo. La seconda analisi diventa allora una specie di lotta contro il fantasma della prima analisi, nella quale si annidano le verità psichiche dell'allievo. In questa fase pericolosa e delicata dell'iter analitico si addice agli allievi ciò che riferisce Isocrate: « E anche intorno agli dèi hanno fatto discorsi tali, quali nessuno oserebbe dire intorno ai nemici: non solo infatti rinfacciarono loro furti e adulteri e servizi prestati presso gli uomini, ma fabbricarono anche favole contro di loro, su divoramenti di figli e castrazioni di padri e catene imposte a madri, e molte altre trasgressioni delle leggi » (10). (9) Fiatone, « Teage », 128, 129, 130, in Opere, vol. I, Bari, Laterza, 1966, pp. 905-907. (10) Isocrate, Busiride,

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38, trad. it. in G. Colli, La sapienza greca, vol. I, Milano, Adelphi, 1977, p. 165. Ma questa dovrebbe essere una fase transitoria poiché il rimanervi non soltanto fatalmente inchioda alla carenza di un vero e proprio spirito analitico, ma soprattutto alla mancanza di riconoscenza e venerazione. << La capacità di venerazione è un carattere discriminante, che traccia confini nella natura umana. Di fronte a ogni grandezza si risveglia in certi individui un senso di riconoscenza, si è pronti a ricevere e si è grati di ricevere. Chi non ha questa natura rifiuta d'istinto ciò che è grande, lo allontana da sé, ne spia i punti deboli »(11). Ma c'è una via d'uscita a questa sterile posizione che sembra a volte essere un piano inclinato per chi ha (11) Giorgio Colli, Dopo NIetzsche. Milano, Adeldifficoltà a penetrare realmente in se stesso. Per chi avrà phi, 1974, p. 67. questo coraggio allora sarà facile capire che una trasformazione psicologica ha senso soltanto se una piccola anima diventa una grande anima, così come una vera trasformazione alchemica cambia il metallo vile in oro. Ciò che fece parte di un segreto, di qualcosa di non detto ma soltanto alluso e che con trepidazione pensiamo essere la nostra ombra o, peggio, un ineluttabile destino, diventa invece una prima materia su cui lavorare tutta una vita e su cui erigere il proprio stile di analisti, la propria libertà di pensiero, il proprio momento creativo. Ed allora mi sembra evidente che la lotta contro chi possiede il segreto può avvenire soltanto con le idee. È proprio in questa situazione che sarà possibile confrontare, come suggerisce Jung, un sistema con un altro sistema (12). La liberazione dal maestro e dal padre spirituale può avvenire attraverso lo sviluppo di una propria capacità creativa e non attraverso la costruzione delle « favole », perché alle idee e ai fatti si possono contrapporre soltanto idee e fatti, e ogni maestro non può che dire: << Soltanto se saprai (12) C.G. Jung, Pratica della psicoterapia, uccidermi con le tue idee sarai degno di essere stato mio Torino, allievo ». Boringhieri, 1981, p. 9.

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Osservazioni per vitalità del training Giuseppe Maffei, Lucca la Una delle correnti più interessanti della psichiatria contemporanea è quella che cerca di evidenziare, in certe famiglie, ciò che avviene nel passaggio dall'una all'altra generazione; non si considerano cioè soltanto le comunicazioni e le pressioni per così dire orizzontali, ma si studia anche la pressione verticale (e le comunicazioni implicite) che la storia familiare esercita, sui vari individui, al momento della nascita e poi, sempre, successivamente. Si tratta di studi che hanno permesso osservazioni molto importanti (vedi ad esempio il lavoro di Guyotat comparso su Psychanalyse a l'Université) (1) e che ritengo possano essere interessanti per chi si occupa del desiderio di formare nuovi analisti e per chi tale training desidera effettuare. Questa impostazione teorica da molta importanza al momento storico della nascita del bambino e rileva come la nascita e la posizione nella genitura di un nuovo membro familiare assumano un significato ben preciso nella storia della famiglia, che si riverbera poi sullo stesso neonato. Se si pongono le varie situazioni cliniche lungo una sorta di spettro, agli estremi di questo si trovano dei neonati che ven- (1) J. Guyotat, << Grille pour un repérage des singularités de la filiation », Psychanalyse a l'Université, 16, 1979.

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gono vissuti come nati dall'incontro dei desideri dei genitori (e in questo caso la storia della famiglia si manifesta, trova la sua forma in questi stessi desideri, senza una frattura tra storia della famiglia e desiderio dei genitori) e dei neonati che vengono invece vissuti come realizzanti attese, prive di desiderio, non solo dei genitori ma di tutta la famiglia (ed in particolare di antenati significativi). In questo secondo caso, chi nasce potrà appunto sperimentare il proprio concepimento non tanto come dovuto all'incontro di un padre e di una madre desideranti un figlio, ma come dovuto a ragioni che sfuggono al desiderio dei genitori, che provengono più da lontano e(o) da cui i genitori stessi possono essere dipendenti. La scena primaria (di cui si conosce l'importanza in relazione alla possibilità di buoni rapporti tra i genitori interiorizzati) può essere fantasmatizzata di conseguenza come un avvenimento in cui la violenza di un Altro abbia prevaricato la sfera personale dei due genitori: la scena primaria può ad esempio essere vissuta come determinata da un padre che ha voluto imporre alla propria moglie una necessità di proseguire nel figlio, la propria (di lui) storia familiare; oppure può essere vissuta come una scena nella quale la madre ha rubato al padre ciò che lei riteneva mancante per la propria integrità narcisistica. Quando questi vissuti di mancanza di un vero e proprio desiderio dei due genitori o di effrazione del desiderio dei genitori da parte di poteri altri da loro, assumono un particolare rilievo, chi nasce è portato a sottovalutare completamente (a causa della pressione che avverte alle spalle dei genitori) il ruolo dei genitori stessi nella propria nascita, nella propria evoluzione, nella propria vita di relazione; riesce difficilmente a considerare il ruolo e l'importanza affettiva del proprio padre, della propria madre e poi, di conseguenza, dei propri amici, dei figli etc. Tutti coloro che fanno parte della sua vita non saranno percepiti quindi come soggettività capaci di darsi una storia, ma come occupanti posti predeterminati dalla onnipotenza narcisistica che tutti in qualche modo determina. Il primum movens è comunque rappresentato dal fatto che

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questi stessi soggetti sono stati considerati, dai genitori, non tanto come soggettività libere di una scelta di sviluppo psicologico, ma come pedine di un gioco che prescinde dalla loro soggettività. Da questo punto di vista può essere interessante esaminare i genitori di alcuni pazienti schizofrenici perché spesso danno a osservare come abbiano concepito i figli in ordine a un comando che partiva da molto lontano e dal quale non potevano prescindere. Loro stessi si ritengono spesso concepiti non attraverso un rapporto di due genitori desideranti un figlio, ma attraverso un rapporto che richiama in genere fantasmi di scena primaria particolarmente arcaica e prevalentemente sadica. Spesso essi considerano il loro padre (il nonno del paziente) come un possessore del corpo della madre (la nonna) al di fuori di una dimensione di desiderio. La tematica dei deliri geneaologici, dei deliri di filiazione, delle psicosi puerperali avrebbe a che fare, su un piano patologico con questa problematica, mentre su un piano non patologico sarebbero legate a questo tipo di problematica quelle persone che avvertono di avere un compito da assolvere al di là dei loro stessi « piccoli » desideri. Quando un soggetto avverte invece di essere nato dall'incontro, dal rapporto di due desideri, si trova nella situazione di poter considerare la vita da un altro angolo visuale. Il punto fondamentale sarà costituito dal fatto che egli potrà pensare di essere nato per il fatto che due persone (il padre e la madre) sono state capaci di far valere nella realtà il loro desiderio di avere un figlio. Tutto ciò che sta alle spalle di questo desiderio sarà avvertito come assunto, trasformato, elaborato all'interno di quello stesso desiderio e così egli avrà la possibilità di confrontarsi non con un impossibile che viene da troppo lontano, ma col possibile umano del desiderio. Tutto ciò che sta prima del desiderio trova una sua espressione nel desiderio e il soggetto è così condotto verso un confronto con ciò con cui è possibile confrontarsi. Il piano del desiderio non gli apparirà come scisso dal piano della realtà, ma come un piano invece che con detta realtà può interreagire. Ben diverso in questo da quel figlio, che, con-

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cepito per chiudere una ferita narcisistica di un genitore, non può non sapere che non potrà mai guarirla se non al prezzo della propria salute psichica. Connessi alla dimensione del desiderio sono due aspetti psicologici, la cui evidenziazione è necessaria in relazione all'ordine dei problemi che stiamo discutendo. Chi è profondamente radicato nel desiderio può infatti essere aperto alla dimensione del furto e a quella della separazione. Chi può fidarsi del proprio desiderio sa che questo desiderio è accettabile dall'altro, per cui può cercare di soddisfarlo indipendentemente dalla volontà dell'altro. Sa che in qualche modo può essere perdonato, perché l'altro non può non conoscere quanto i desideri possano essere ìnsopprimibili. Chi è radicato nella dimensione del desiderio sa di poter ottenere la complicità dell'altro, sa che in una qualche piccola misura può forzare gli avvenimenti perché il suo desiderio di forzarli è un desiderio accettabile. Diversa la situazione di chi, al di fuori del desiderio, perso in una tematica di invidia, vuoi togliere all'altro la sua stessa libertà, vuoi forzare l'altro attraverso il furto di ciò che l'altro non può dare. Vivere, accettare la vita data dai due genitori è in qualche modo accettare ciò che i genitori hanno compiuto, un'azione « gratuita » sulla realtà. È per la stessa serie di motivi che chi può vivere la sfera del desiderio può anche separarsi dai propri oggetti di amore, perché non può non sapere che un attaccamento senza desiderio non ha alcun senso, che un legame o è di desiderio o è inquinato da tematiche di impossessamento e di morte. Chi vive comunque in questa dimensione, sa bene (ed è questo l'aspetto che cercherò di approfondire e di collegare alla problematica della formazione) che gli altri sono importanti perché vivono in una dimensione di desiderio, senza la quale, senza cioè la loro stessa alterità, non avrebbero potuto dargli un nome, un riconoscimento affettivo, una storia propria. Sono proprio gli altri, quegli altri lì, quelli con cui ha un confronto quotidiano che hanno fatto la sua vita, anche psicologica. II soggetto desiderante può combattere quel particolare padre che ha, ma sa anche, contemporanea-

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mente, che senza quel padre non avrebbe potuto accedere alla dimensione di questa stessa lotta: sa che la possibilità di superarlo è stata in qualche modo correlata all'esistenza di quel suo stesso padre. Questo tipo di problematica può essere rintracciato anche laddove si tratta di formazione analitica. Spesso infatti la filiazione analitica rischia di essere una filiazione di tipo narcisistico e gli analisti divengono tali senza avere elaborato fino in fondo il fatto che il loro esistere come analisti nasce anche dalla sfera del desiderio degli altri. Chi inizia un training ha spesso una tendenza molto forte a considerare la psicologia analitica come verità e a considerare garantita la propria posizione analitica non dal proprio desiderio di essere analista e dall'altrui desiderio di costituirlo (proprio lui) come tale, ma dalla verità che si suppone esistere, come « cosa », alla base di tutto. Si può cioè ritenere, a livello fantasmatico, che la psicologia analitica non sia nata dal desiderio di Jung, da un suo particolare desiderato angolo visuale, ma da una scena arcaica primaria in cui Jung sia stato fecondato da una qualche verità che gli si sia imposta indipendentemente dal suo desiderio. Il problema del desiderio è quanto mai complesso in Jung perché Jung si è trovato in effetti nella situazione di doversi confrontare con il proprio inconscio (vedi i Septem Sermones ad mortuos) e pertanto ha dovuto costituire una metapsicologia in cui il rapporto con l'inconscio è un rapporto di necessità. Ma, a lato di queste particolari caratteristiche della metapsicologia junghiana, è anche del tutto evidente che Jung non è stato sommerso dall'inconscio e che la psicologia analitica è nata come acquisizione di un punto di vista sul reale e sulla realtà e, di conseguenza, non è mai stata ipostatizzata da Jung come verità. Quando si desidera divenire analisti si sottovaluta spesso questo aspetto e si cerca in qualche modo di ottenere una affiliazione ad una chiesa fondata su una verità indipendente dalla dimensione dei desideri. Con questo non voglio dire che la psicologia analitica non abbia uno statuto scientifico; intendo dire che ha uno statuto scientifico del tutto particolare.

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