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Un’incognita chiamata amore Marcello Pignatelli, Roma Uno dei meriti della psicoanalisi è di riconoscere dignità e originalità all'ovvio: solo per questo è lecito parlare d'amore, Assunto comunque tale argomento mi pare più costruttivo e metodologicamente più corretto cominciare parlando di morte, che della questione è l'altro estremo. L'uomo dunque nasce nel dolore e nella disperazione, e nascendo sperimenta per prima la morte. Intendo dire che « trauma della nascita » vuoi dire essere scaraventato fuori dall'ambito caldo e silenzioso dell'utero liquido, dalla penombra di pareti lisce ed elastiche, che, mentre proteggono, sono toccate dal feto come appartenenza all'altro e consentono senza fatica un approccio mediato e attonito all'esistere. Una volta fuori scatta brutalmente il congegno delle inevitabili aggressioni: luce, rumore, freddo e l'esperienza di morte; se la madre non interviene è certamente la fine. È anche la verifica drammatica dell'abbandono, che segna una paura destinata a organizzare definitivamente l'omonimo complesso. Quest'ultimo è uno dei due cardini su cui si impernia l'angoscia umana; l'altro è il complesso di colpa. Infatti la separazione attraverso la nascita dall'ipotesi di totalità, cui si riferisce l'immagine archetipica di Dio, induce un sentimento di privazione/insufficienza, che si trasforma in bisogno/incapacità e quindi in invidia/ colpa verso l'onnipotenza della madre e di Dio. Tutto quanto detto asserisce che la « struttura » dell'uomo, cioè quanto ne costituisce l'essenza, l'intelaiatura permanente quando compare alla vita, è fatta appunto di thanatos: l'eros si origina dalla memoria della condizione prenatale, dalla necessità di recuperarla, dalla percezione del vuoto dopo la pienezza dell'utero; si mette in moto così la storia di ciascuno e di tutti, che è divenire e continua ricerca. Perciò il « processo »

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dell'uomo è determinato dall'amore, che spera di colmare il proprio desiderio. Ma la condanna a morte sentenziata alla nascita aspetta la sua inevitabile esecuzione, non importa se questa avvenga dopo pochi secondi o dopo novant'anni. Il movimento impresso dall'amore tende a ripristinare la quiete e con essa la pace eterna e immutabile. Proprio per questo un amore che ritenga, sia pure illusoriamente, di aver raggiunto il perfetto, vuole fissarlo nell'eternità e quindi nella morte che meglio la rappresenta; vuole cristallizzare l'attimo al di là del tempo, che deteriora e distrugge. D'altra parte ciò che è immutabile è definito, mentre il movimento è energia, che si trasforma perennemente verso l'infinito. Dio disse a Mosè << lo divento è il mio nome » e cioè disse che il suo essere coincide con il divenire (e con l'amore) e che pertanto è impossibile definirlo. Allora l'uomo condannato a morte si dispone ad amare nella speranza del divenire; ma per fare questo o sostanzia la vita di tale consapevolezza, oppure rimuove l'attesa di morte e quando essa si presenta entra in crisi. A seconda poi del tipo di funzionamento psichico e del grado di evoluzione, nel primo caso renderà la vita emozionante, poiché privilegerà la conoscenza in svolgimento, apponendo affetti ai momenti successivi, alle cose, alle persone, agli atti, alle idee, alle immagini, e contemporaneamente relativizzandoli di fronte alla morte, in modo da non essere da tali affetti posseduto: la morte intrecciata alla vita merita di questa lo stesso rispetto, appare necessaria perché esista la vita e quindi è accolta come evento naturale e significante. Nel caso contrario l'uomo si identificherà con la morte, non comprenderà il senso della vita e vedrà sempre depressivamente il teschio dietro l'angolo, fino al punto in cui, non sopportando lo stress dell'attesa per l'esecuzione della condanna né lo sforzo dell'agonia, preferirà il suicidio. A proposito di quest'ultimo si può invece affermare che il soggetto, rivendicando drasticamente la libertà della scelta, decida di gestire la morte togliendole l'iniziativa e riducendola in suo potere con un'attività negativa dell'Io. Il tema del suicidio si presta per polemizzare, ad onta del mio obbligo psicodinamico, sugli atteggiamenti primari, che determinano la reazione alla vita e ai suoi ambivalenti fenomeni, senza tuttavia disattendere la cultura in quanto condizionamento ambientale. Agli atteggiamenti connaturati di estroversione e introversione descritti da Jung io aggiungerei « ottimismo e pessimismo », come due modalità date, che comportano risposte diverse allo stesso accadimento, indipendentemente dalla situazione oggettiva di chi lo sperimenta e dalle devianze soggettive dovute ai rapporti genitoriali, in particolare alla carenza o eccesso di amore materno.

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Mi sembra proprio che si tratti di aspetti biologicamente preordinati, per cui l'ottimista predilige l'eros, coglie immediatamente il positivo, cerca il significato del non-senso, guarda avanti al futuro, prevede e attiva il meglio con accenti più o meno maniacali; il pessimista invece predilige il thanatos, coglie il negativo, vuota di significato qualunque contenuto, guarda indietro al passato e si commisera, prevede il peggio e si dispone a subirlo depressivamente. L'alternarsi di vita e di morte, l'avvicendarsi di ottimismo e pessimismo mi fa supporre che l'uomo normale, partendo da un terreno fondamentalmente schizoide (la dualità ontologica), sviluppa successivamente un comportamento ciclotimico, che investe la sintomatologia più evidente dell'individuo e della società (gioia/dolore, successo/ fallimento, creatività/distruzione, pace/guerra). Questo lungo discorso introduttivo assume, per dirla con Fromm, le categorie dell'antagonismo simultaneo proprie della « logica paradossale » di estrazione cinese e indiana, proprie anche della psicologia di Eraclito, in opposizione dialettica con la « logica aristotelica ». La premessa mi è parsa indispensabile per accedere all'argomento specifico dell'amore, perché è inutile parlarne se prima non gli si procura un campo di espansione; il che avviene solo se nell'antagonismo tra thanatos ed eros si regola il bilanciere verso quest'ultimo, nel postulato di consentire continuità al ritmo biologico. Stabilito ciò, mi sembra utile riassumere in tema di amore le acquisizioni fondamentali del pensiero contemporaneo, non soltanto psicoanalitico. Innanzitutto va considerata la distinzione tra innamoramento e amore. L'innamoramento implica un'identificazione nell'oggetto (partecipazione mistica), rinunciando alla propria identità e stabilendo con esso legami simbiotici; oppure implica un'esclusione dell'oggetto, per cui è sentimento autoriflessivo e narcisistico (si ama in fondo se stessi). Il sentimento raggiunge punte altissime di intensità e si carica di aggettivi come « divampante, affascinante, estatico, straziante, urlante, drammatico, ribelle, prepotente, violento ecc.... »; consente di provare lo stupore della scoperta e l'ebbrezza dell'assoluto, in quanto riversa sull'oggetto prescelto la totalità delle aspirazioni; rende l'oggetto bersaglio delle proiezioni massime possibili, che, pur agganciandosi a spunti favorevoli offerti dall'interlocutore, ne ignorano la realtà e ancor più gli aspetti negativi. Quando si vive una simile follia, che è appunto tale perché scambia fantasia con realtà, l'inflazione psichica è così elevata da produrre sensazioni piacevolissime, proprio perché scavalcano qualunque limite e meccanismo di difesa: naturalmente si può decidere che vai la pena di vivere anche solo una breve stagione di siffatte delizie, anche se si pagano a carissimo prezzo, piuttosto che adottare l'altra proposta, ancorata alla

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realtà, che appare grigia, piatta, senza acuti abbaglianti. Ancora una volta la psicologia non si pone ufficialmente problemi morali, se è giusto in tal modo o in modo contrario: si può fare qualunque cosa purché se ne abbia consapevolezza e si rispetti la libertà dell'altro. Concedersi per un attimo il sublime, sentirsi onnipotente scrollandosi di dosso con un solo gesto il fardello della nostra intricata complessità, che ci opprime dalla nascita, significa operare una scelta esaltante, che ammette come contropartita la morte, deprivata in tal caso dei suoi attributi nefasti e quindi riconosciuta indispensabile al successo. Altra cosa è quando si debbono ritirare improvvisamente le proiezioni, nonostante la strenua resistenza a guardare davanti, per voltare invece la testa al bagliore di prima: la realtà cruda, opaca presenta spietatamente la sua nudità. Qui il crollo è fragoroso e subito come una maledizione del destino, a cospetto della quale, piuttosto che elaborare le cause, si preferisce la distruzione totale; oppure la coazione a ripetere (puer aeternus). Spostato sul piano sociale il problema non cambia. Alberoni dice che « l'innamoramento è lo stato nascente di un movimento collettivo a due », e lo paragona alla rivoluzione. In effetti si tratta di un movimento che intende mutare una condizione insoddisfacente: di fronte al ristagno dello sviluppo si produce un ingorgo della libido repressa e poi una deflagrazione; questa nel privato investe la persona più vicina e disponibile (innamoramento), nel pubblico tutta la collettività (rivoluzione). In quanto movimento si tratta di un fatto positivo, indispensabile per la vita: tutto sta appurare se il movimento debba avvenire necessariamente in tale modo e se le rivoluzioni siano veramente indispensabili e salutari, dato che senza repressione non esiste rivoluzione. Ne basta rilevare che le rivoluzioni ci sono sempre state e che, anche guardando alle più recenti e clamorose, esse sembrerebbero coincidere con il cosiddetto progresso. Non voglio qui affrontare un'analisi storico-sociologica che non mi compete; mi pare tuttavia opportuno osservare, in linea con quanto sopra premesso, che solo apparentemente l'innamoramento (e la rivoluzione) è un movimento a due, perché l'altro è presente solo come detonatore e non come componente essenziale e specifico della miscela esplosiva, che appartiene invece al protagonista. Questa mia insistente argomentazione sembra voler sgomentare gli innamorati, guardandoli dall'alto con sufficienza, e negare qualsiasi valore all'innamoramento (come alla rivoluzione). Ma non è esattamente così: la verità non sta mai da una parte sola e un diamante brilla anche nella polvere; nulla vieta all'uomo di passare la vita a contemplare le stelle, purché l'abbia scelto liberamente.

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Si tratta quindi di distinguere e separare le materie, e fare di ciascuna un uso appropriato; le alte temperature dell'innamoramento possono essere necessarie per fondere il ferro, ed essere invece deleterie per un legno tenero; comunque il ferro fuso deve poi essere raffreddato se si vuole dargli una forma utilizzabile. Così l'innamoramento deve cedere il posto ad una fase successiva, quella dell'amore, che dovrebbe usare il materiale precedente adibendolo alle circostanze, se non si vuole buttar via tutto il lavoro; d'altra parte lavorare continuamente negli alti forni è insopportabile e inumano. È però possibile, ultimato il materiale e passato un tempo congrue, ripetere il procedimento (dall'innamoramento all'amore). Ci accostiamo così a Barthes quando afferma che non esiste un amore totale, ma esistono solo frammenti di esso. Sempre a proposito di innamoramento e rivoluzione, si può dire che i cataclismi fanno parte inevitabile della natura: ma l'uomo si distingue appunto per la sua capacità di fronte alla natura, per il tentativo continuo, anche se relativo, di rivolgerla alle proprie esigenze; in caso contrario egli piomba nella rassegnazione fatalistica. Quindi l'innamoramento ha un suo diritto d'espressione e una sua funzione individuale e sociale: rappresenta l'aspetto infantile dell'uomo. Sappiamo anche che l'infanzia e l'adolescenza sono tempi indispensabili, e spesso gradevolissimi, e che sarebbe mortalmente noioso se il vecchio non conservasse un'adeguata porzione di puer come momento ludico e stimolo al nuovo. Una società di soli vecchi, magari anche saggi, sarebbe immobile e destinata all'estinzione: il vecchio si giustifica e rimanda la morte, solo se è ancora capace di immaginare il futuro, se non si riduce in poltrona; i muscoli, i vasi, le articolazioni, il cervello si atrofizzano nel blocco fisio-psichico. D'altronde il bambino non muore, soltanto se acquisisce la sua piccola parte di saggezza e cioè di vecchiezza, che è poi il sapore dell'esperienza, indispensabile per difendersi dalla distruzione: impara a difendersi quanto più, crescendo, è sollecitato all'autonomia e non demanda ai genitori la sua sopravvivenza. Quindi un ipotetico tutto puer o tutto senex coincide con la morte. Ma rimane da dire che cos'è infine l'amore. Per prima cosa esso implica concretamente l'interazione di due persone, riconosciute paritetiche: esiste un altro, esiste un oggetto (o soggetto altro) per definizione diverso da me, e la distinzione tra i due è prioritaria; quindi né identificazione nell'oggetto, né esclusione narcisistica di esso. E l'oggetto è tanto più distinto quanto maggiore ne è la diversità: per antonomasia il maschio si distingue nettamente dalla femmina. È chiaro tuttavia che l'amore non accade soltanto tra

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uomo e donna; Fromm ad esempio enumera varie qualità d'amore: materno, fraterno, erotico, amore per se stessi (narcisismo), amore per Dio. Ma noi incentreremo il discorso sull'amore erotico, accettando per brevità la classificazione di Fromm e prendendo decisamente le distanze dal presupposto di Freud, per il quale ogni manifestazione dell'amore è comunque una coazione a ripetere del modello primario, cioè dell'amore materno. Con tutto il rispetto per la statura di Freud sembra talora che il suo sforzo di coerenza, di costituire un sistema logicamente compiuto secondo i canoni positivistici, non gli consenta di ammettere, più che di cogliere, l'altra verità: sembra che egli riconosca i difetti della sua costruzione teorica e le ipotesi alternative ad essa, ma che si ostini a negarli con forza tanto più decisa quanto maggiormente difetti e alternative si fanno consistenti, Bisogna ancora una volta ripetere che l'ideologia diventa controproducente, se non si è disposti a discuterla, e che l'ultima delle libertà è quella dalla propria personale ideologia. Freud ha descritto magistralmente il più elementare dei meccanismi di difesa, e cioè la negazione, ma appunto di quest'ultima diventa paradossalmente succube, per non compromettere l'armonìa classica delle sue formulazioni. Comunque se la coazione a ripetere non si potesse interrompere, cadrebbe l'impalcatura dell'intera psicoanalisi. Pertanto rimane generalmente giusta l'analisi causale, quella dei condizionamenti alla strutturazione della personalità, ma non si può restringere l'intero percorso della vita nell'arco breve dei suoi primissimi tempi, anche se questi sono enormemente incisivi: in caso contrario il vizio assunto all'inizio diventa incorreggibile e somiglia troppo al peccato originale, riproponendo le angustie di quel determinismo, da cui la psicologia dinamica vuole quanto più possibile affrancarsi. Partiamo dall'Edipo e passiamo al superamento di esso (e non ail'anti-Edipo), al distacco psicologico dalla madre e cioè all'altro momento terribile dopo il taglio del cordone ombelicale: il momento in cui, dopo l'adolescenza, l'essere umano si ritrova ancora solo in faccia alla paura e alla morte. Ma se non regge alla prova, se chiede aiuto, allora si ripete la dipendenza dalla madre e i suoi amori sono coattivamente alimentati da un bisogno insaziabile, perché cercano retrospettivamente il rifugio nell'utero. Davanti c'è ostilità e squallore; farne l'esperienza richiede coraggio, che consenta di tornare dall'isola al continente, di raggiungere il verde delle pianure attraverso l'aridità del deserto. Esperire fino in fondo l'angoscia della solitudine, sapere costantemente di poterla sopportare è premessa indispensabile per accedere con pienezza all'amore adulto. La solitudine è attiva e differisce dall'isolamento, che si subisce come emarginazione della nostra debolezza e complessualità; la so-

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litudine sceglie consapevolmente l'autoemarginazione, per comprendere la profondità dell'inconscio e rinvigorire l'Io, affinché sia sempre più attento nel silenzio ad ascoltare la voce del Sé. Seguendo l'insegnamento di Freud bisogna elaborare il lutto: la madre è morta, ma l'accettazione di questo evento ineluttabile implica tempi lunghi e forse l'intera vita. Infatti i sogni ci ripresentano puntualmente l'immagine materna; ma secondo la psicoanalisi solo quando la madre appare in sogno certamente morta, si è compiuta l'elaborazione: il che sul piano della stretta interpretazione è discutibile. In altre parole è giusto che muoia la madre storica personale, ma la madre archetipica e transpersonale ha sempre diritto di parola, può frequentare i sogni da viva per stabilire un tramite con le categorie dello spirito. Ecco quindi che anche l'interpretazione dei sogni rimanda all'ideologia a monte: per cui la ricorrenza dell'immagine onirica della madre non può essere considerata soltanto un indizio della coazione a ripetere, ma va inclusa anche nella prospettiva della ricerca esistenziale. Se dunque l'amore non si riduce esclusivamente al modello materno, si configura un « Tu » diverso dalla madre, presupposto indispensabile per la liberazione dell'eros, che invece nella simbiosi non esce dal suo contenitore. L'amore pertanto non si ferma al primo incontro, nell'urgenza di riversare il proprio bisogno, non è occasionale ma elettivo: sceglie l'altro che corrisponda, che si incastri nel particolare e nell'insieme. In questo modo avviene praticamente l'integrazione dell'opposto, che si effettua anche a livello simbolico: l'esigenza di comporre la dualità interna all'uomo si proietta nella sintesi dell'incontro. L'aspirazione alla completezza richiede questo tempo, quando la conoscenza si invera nell'atto d'amore. Tale atto d'amore include necessariamente la sessualità: l'evidenza illuminante del tutto nella drammatìzzazione dell'unione (l'archetipo della coniunctio) si percepisce per un attimo al culmine di un rapporto erotico, quando lo stress sconvolgente di un orgasmo contemporaneo induce una parziale e momentanea abdicazione dell'Io. Qui torniamo alla follia come necessaria antagonista della consapevolezza per la comprensione dell'assoluto, come trasgressione che permette la fusione alchemica in una nuova entità: la terza sostanza si pone come « funzione trascendente », che comprende e sovrasta i due protagonisti. Quindi la sessualità è indispensabile non solo per verificare il significato di un incontro interpersonale, ma anche per accedere a una degustazione dell'assoluto. D'altronde, dice ancora Fromm, « l'unico modo per afferrare il mondo definitivamente sta non nel pensiero, ma negli atti, nell'esperienza dell'unità (l'atto di sentire l'unità con Dio) ». La sessualità è parte fondante di questi atti, per cui, se si trascura il primato

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genitale, si rischia di cadere in una sessualità perversa, cioè in una sessualità deviante rispetto alle sue motivazioni; nella devianza si può includere persino la sublimazione. Quest'ultima tocca livelli altissimi di conoscenza, ma ignora il senso di un'integrazione reale del << Tu », essenziale per capire fino in fondo l'amore; la sublimazione tramite uno spostamento della libido nell'astratto, nella contemplazione del numinoso, sconfina nella mistica, che si caratterizza per la riflessione su se stessi, oppure, affidandosi esclusivamente al pensiero, incorre fatalmente nel dogma, o nella scienza, che deludono ambedue l'attesa di totalità. Per questo motivo Jung afferma che Sophia è superiore a Maria: infatti, pur conservando la qualità spirituale di Maria, annette l'ombra del femminile, che si insinua attraverso l'istinto di Eva e il sentimento di Elena. L'amore quindi si distingue innanzitutto nel riconoscere l'esistenza dell'altro, che non si attiene a riflettere i nostri desideri, ma si realizza perché diverso dal soggetto e dall'immagine proiettiva, dal soggetto stesso creata; perché costringe il soggetto a visitare l'altro uscendo dai propri confini, a capirne lo specifico messaggio, formulato in una lingua estranea. Per amare l'altro non basta compiacersi della sua bellezza e bontà, cosa facile per tutti, ma bisogna sintonizzarsi con i suoi risvolti oscuri, imprevedibili, ambigui, di apparenza sgradevole; compromettersi cioè con « l'ombra >>. L'amore demarca un temenos, che contiene le tensioni e le dinamizza, proclama la sincerità ma tollera consapevolmente il non espresso rispettando i tempi necessari: la sincerità rende il rapporto sempre più lineare e diretto, e ne affina il grado di maturità, ma deve rifiutare i tagli del semplicismo e le illusioni velleitarie, confrontandosi con l'aggressività, l'invidia, la gelosia, l'abbandono; deve evitare il rischio del sadomasochismo. Spesso la confessione è catartica ma non consente l'elaborazione della colpa presunta e grava l'altro di un peso insostenibile; ancora una volta la regola, in questo caso della sincerità, vale solo se relativizzata dall'eccezione, se considera la complessità dei contenuti umani, irriducibili ad uno schema. Così l'amore all'esplicita e responsabile durezza del confronto alterna toni discreti, sussurrati, omessi, ririspettosi, caldi, rassicuranti; si propone come crescita graduale, acquisizione consecutiva, riforma invece che rivoluzione, costanza di riferimento, perseguimento comune. Siamo arrivati intanto a parlare della coppia, che insiste tuttora come modello di relazione erotica largamente dominante nonostante la sua crisi, più volte ufficialmente annunciata. Superato, ma non escluso, il concetto di coppia a vita, vediamo le caratteristiche della coppia durante la sua permanenza. Bisogna subito dire che l'ipotesi tardo-borghese e liber-

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taria di « coppia aperta » si è dimostrata illusoria, in quanto l'ipotesi stessa di coppia prevede l'esclusività dell'amore e non ammette il terzo, se non come deroga effimera: il ménage a trois, così caro al teatro degli anni venti, è una realtà facile da verificarsi e sembra quasi necessaria alla sopravvivenza della coppia: ma è un falso linguistico e strutturale. La triade non può essere la coppia e introduce modalità d'amore completamente diverse [ma non per questo « cattive ») da quelle sopradescritte, che si basano sull'interazione a due. A esemplificare una di tali modalità può accadere che il terzo entri con valenze omosessuali indirette: cioè la donna desidera l'amante del marito e l'uomo l'amante della moglie. È chiaro però che l'integrazione ideale del « Tu » rasenti l'utopia, in quanto la polivalenza umana non consente, nella giustapposizione, il perfetto combaciare delle parti; per lo stesso motivo l'uomo oscilla dal politeismo dell'Olimpo, che raccoglie le proiezioni di tutte le sue componenti strutturali, al monoteismo giudaico-cristiano, che esprime la tendenza processuale al perfetto unitario. Le parti inevase da un'incompleta adesione cercano il loro complementare: si potrebbe così supporre uno schema centrale di coppia, che sia l'elemento portante, come nelle formule chimiche, e catene laterali che si saturano di volta in volta in modo diverso. Questo sarebbe possibile se esteso ai due partners, perché altrimenti lo squilibrio produrrebbe energia distruttiva. Una tale ipotesi tuttavia è negata dai fatti, perché mentre, come dicevo, una deroga temporanea può persino rientrare faticosamente nel rapporto fondamentale come stimolo di rinnovamento, la ripetizione delle esperienze all'esterno logora i contenuti e distrae la libido sottraendola al rapporto. Bisogna inoltre fare i conti con la gelosia, che nella sua forma fisiologica, è sintomatica dell'amore. In altri termini è possibile separarsi senza dolore solo da ciò che non si ama, mentre la sottrazione dell'oggetto d'amore provoca naturalmente una reazione dolorosa intesa a conservarlo, senza che ciò significhi incontenibile desiderio di possesso; per cui le buone intenzioni, contenute in frasi come “ facciamo le cose civilmente ", che si rifanno al fair play degli inglesi, hanno un suono falso e stereotipato, emesso più dalla fredda repressione dell'eros che da un suo calibrato controllo. D'altronde l'istanza di relazione (e di amore) è inversamente proporzionale all'istanza di libertà, e solo una visione etica del problema, che comporti necessariamente interventi repressivi sulle pulsioni di rottura, consente la durata del rapporto. Altra cosa è quando la coppia perde valore, perché ha esaurito tutte le possibilità di arricchimento reciproco: in questo caso va favorito il suo scioglimento. La suddetta polivalenza dell'uomo e la sua continua ricerca del nuovo potrebbero allora esaudirsi in rapporti

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successivi di significato diverso; mentre ribadisco che la contemporaneità di affetti simili contraddice l'immagine di amore esclusivo, postulato come tipico della specie umana. Quando parlo di specie umana intendo segnalarne il carattere peculiare, che è quello di fare cultura, partendo dalla natura; proprio di questo si occupa l'antropologia culturale. Pertanto l'antica questione se l'uomo sia essenzialmente monogamo o poligamo potrebbe fornire l'ipotesi che l'essere umano, all'origine poligamo (o poliandrico), sia arrivato alla monogamia per l'evoluzione delle sue attitudini e per ragioni socio-economiche. Certo i rapporti multipli, anche se successivi, allargano la conoscenza in senso orizzontale, ma potrebbero limitare l'approfondimento in senso verticale, data l'inesauribilità del microcosmo personale. Una soluzione suggestiva, che tenga presente il pensiero di Jung, la prospettiva idealistica del « Tu unico » e la prassi attuale, potrebbe configurare l'attività erotica articolata in due soli rapporti successivi, che caratterizzino la prima e la seconda metà della vita ed esaudiscano i due nuclei principali della personalità. Un'ulteriore versione interessante è caratterizzata da relazioni durature, che, reggendosi su di un equilibrio instabile, escludano la convivenza e permettano incontri regolati a seconda delle necessità alterne prevalenti di libertà o di amore: meglio ancora se i due partners vivono in città diverse, in modo che il trovarsi sia sempre una rinnovata conquista e si tenga a distanza la peste d'amore. Un significato simile è manifesto nella coppia che esprime slancio e immaginativa tra i due solo dopo formalizzato il divorzio. A favore invece della contemporaneità di storie d'amore si potrebbe evocare di nuovo il pericoloso esempio dell'amore materno: la madre ama tutti i suoi figli, ma ognuno in maniera diversa; con ognuno stabilisce un rapporto diverso e specifico. Così l'uomo potrebbe amare più donne e viceversa, trovando in ogni rapporto la risposta a esigenze diverse, e raggiungendo l'agognata totalità nella somma dei fatti parziali. Ma l'esempio della madre è pericoloso perché unidirezionale, e cioè da una parte sta la madre sola e dall'altra i vari figli; e non è possibile, invertendo i termini, ottenere un solo figlio e tante madri; pericoloso perché tale esempio può riprodursi nella vita erotica adulta con grave danno del maschio o della femmina, che verrebbe a costituire una serie (harem). Si tratterebbe comunque, al di là della discussa onnipotenza dell'amore materno, di rapporti superficiali che ricalcano lo stereotipo sbiadito della donna o dell'uomo-oggetto. Piuttosto bisognerebbe immaginare avveniristicamente che un maschio abbia varie femmine e che ciascuna di queste femmine abbia a sua volta vari maschi e così via in uno svolgimento modulare dell'eros. Ho detto avveniristicamente (o dovevo dire regressivamen-

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te?) anche se modelli del genere sono stati già effettuati con risultati assai deludenti nelle esperienze di comunità impostate sulla libertà dello scambio, sull'accoppiamento piuttosto che sulla coppia. Simile alla condizione della madre è quella dell'analista, in quanto è unico di fronte ai vari interlocutori. Egli tuttavia, assumendo anche la funzione paterna, rifiuta pregiudizialmente la simbiosi e restituisce continuamente all'altro la gestione di sé, perché appunto la relazione ha luogo solo nella distinzione dei soggetti; afferma che ogni tipo di amore acquista il senso dell'ambito che lo descrive; offre soprattutto la capacità di amare, che consiste nel l'accettare affettivamente l'altro nella sua interezza reale. Tale capacità di amare è transpersonale, è una disposizione generica, che, quando si traduce nel singolo personale, diventa amore da transfert: questo ha per regola la sublimazione dell'istinto; il passaggio all'atto, la sessualizzazione, necessaria per la completezza dell'amore, è rinviata all'esterno dell'analisi, mentre l'infrazione della regola va comunque a discapito dei contraenti. Data perciò la grande affinità tra sentimento transferale e amore « vero », è comprensibile che emerga la paura e scattino meccanismi di difesa contro un desiderio irrealizzabile. L'analisi diventa un lungo e faticoso esercizio, che da una parte richiede la presenza dell'emozione, dall'altra insegna a ordinarla. L'amore da transfert possiede però una caratteristica che sigla il suo alto livello: prepara e consente paradossalmente la separazione, perché vuole il bene dell'altro e ne rispetta la libertà. Torniamo con questo a parlare di un amore che appartiene anche allo spirito, in opposizione alle tesi di certi antropologi, che considerano soltanto la biologia della materia e riducono l'amore ai comportamenti rivolti all'accoppiamento nella stretta ritualità degli istinti. Osservando la fenomenica dell'uomo contemporaneo sembra che la validità della coppia si fondi su tre punti qualificanti: istinto, sentimento, ideologia. È come una casa a tre livelli: sotto in cantina sta la sessualità, l'emotività reattiva al corpo del compagno, affidata esclusivamente ai sensi; subito sopra, al pian terreno, il sentimento è un'emozione intesa alla consonanze con il modo di essere dell'altro, che soddisfa il piacere attraverso l'estetica, la gestualità, la mimica, l'approccio; ancora sopra, al primo piano, sta la visione del mondo, che guarda dall'alto panoramicamente gli avvenimenti, fornisce interessi, opinioni, giudizi, attività. Quanto maggiormente confluiscono le tre componenti tanto più pregnante è il rapporto, che nell'attenzione al processo di sviluppo permette di scoprire tutte le modalità successive della stessa persona, in una trasformazione inesauribile a due. A questo modello, che insiste nella significanza interna della coppia, si oppone una tendenza che decreta gene-

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ricamente la fine dell'amore romantico; mentre è chiaro che il nostro caso non può essere incluso in quest'ultima categoria se non per affinità parziali, tale tendenza rinnega drasticamente la conquista appena raggiunta di una libera scelta d'amore. L'equivoco nasce dalla confusione con l'innamoramento, che, se non è propedeutico all'amore ed è avulso dalla critica, produce matrimoni fugaci, derivati da pulsioni incontrollate. L'amore adulto invece ordina e relativizza la perentorietà dell'istinto, adegua il desiderio alla realtà nella misura giusta affinché non scada nel conformismo. Tuttavia salvaguardare l'amore dalle devianze della reattività, del sentimentalismo, e della dipendenza sessuale, riconoscere l'importanza delle molteplici valenze dell'istituzione matrimoniale, e fra queste non ultime le condizioni socio-culturali, non vuoi dire perseguire il fine della stabilità restaurando una legge che demandi al clan la decisione e privilegi il patto sociale. Si ripresenta il conflitto tra amore e potere: il pubblico, quando si sovrappone al privato, inibisce la spontaneità dei sentimenti; appunto quanto è disastrosamente successo per il predominio del logos maschile, sempre più lontano dall'eros. La società dei maschi, la società della ragione pura è fondata sull'omosessualità, e quindi sul ripiegamento narcisistico dell'eros, nonostante le esibizioni grottesche di prestanza eterosessuale. La giustizia dei padri porta a interdire l'amore, aderendo all'utopia degli stoici, che propone la saggezza della rinuncia. Comunque il potere si insinua anche all'interno della coppia, dove è impossibile adottare il criterio della maggioranza per dirimere le inevitabili divergenze. Ciascuno dei due quindi cerca, spesso inconsciamente, di prevalere; ciò va detto senza paura dello scandalo nell'analisi spregiudicata della realtà. La competizione, antitetica ma non incompatibile con l'amore, implica una forza costantemente e fluidamente eversiva, che richiede l'elaborazione del dialogo, attribuendo a ciascuno le sue spettanze nell'economia dei singoli e del rapporto: è necessario lasciare spazio sufficiente alla creatività, che trasformi l'energia distruttiva. In caso diverso la coppia funziona sulla prepotenza dell'uno e la dipendenza dell'altro, cioè sulla convenienza delle nevrosi rispettive, che sclerotizzano l'ipotesi di crescita. A questo punto l'equazione freudiana, che riporta la psicopatologia ai tempi di fissazione dello sviluppo sessuale, andrebbe ampliata includendo l'inibizione d'amore; perché se una sessualità immatura corrisponde alla nevrosi, un amore malinteso arriva alla psicosi nel conflitto tra Es e Io. Al termine del mio discorso mi sembra di avere comunque usato la parola e la logica per descrivere l'immagine dell'amore, che è invece ad esse irriducibile; l'impegno di dire cose giuste rischia in questo caso di

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essere estremamente falsificante: il logos non sì addice all'amore, perché l'amore risiede nell'inconoscibile.

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“ Piena cosa di paura ” Aldo Carotenuto, Roma Quando si afferma che l'amore attiene al campo del sentimento s'intende dire che, in apparenza, esso è un fatto che non si può controllare: accade o non accade, indipendentemente dalla nostra volontà. E dovrebbe essere già di per sé stupefacente che un fenomeno così importante, su cui si fonda la stessa esistenza dell'uomo, sia lasciato al caso, all'imponderabile. Ma se la natura ha disposto così le cose, se ha lasciato sopravvivere nei millenni questa modalità, ci dovrà pur essere una ragione. Svincolato quindi dalla coscienza l'amore va e viene, a suo piacimento, nelle condizioni più disparate e in quelle che in apparenza sembrano le più impossibili. C'è poi un'altra caratteristica. A prescindere dagli amori subitanei, che sembrano appartenere più all'anelito creativo dei poeti e alla fantasia degli scrittori, l'amore può nascere lentamente fra due persone che in un primo incontro non avevano minimamente pensato a una simile eventualità. Gesti, stati d'animo, espressioni del volto prima insignificanti, assumono poi, con il tempo, un loro contenuto preciso, colmo di un valore seducente. In seguito, con il procedere dell'esperienza, questa attrattiva viene vissuta come mancanza. Più che in termini positivi essa è fenomenicamente descrivibile in termini negativi, nel senso che all'amore si accompagna il patimento per qualcosa di cui l'amante si sente privato e che l'altro porta con sé. Non si è mai sicuri se ciò che è stato preso verrà restituito, perché ogni amante vive il rapporto come una concessione momentanea che può finire da un momento all'altro. Poiché questa sensazione non è appresa dall'esperienza (infatti è presente anche nel cosiddetto « primo amore »), essa deve essere strutturale all'amore stesso e deve probabilmente esserne il fondamento. Un esame del problema ci spinge però a una ulteriore considerazione. Nello stato di innamoramento è impos-

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sibile distinguere l'esperienza del ricevere da quella del dare, per cui si può indifferentemente parlare di credito o di debito. Per essere più concreti: il « vuoto >> che sentiamo in mancanza dell'oggetto amato può essere determinato sia dal fatto che ci è stato portato via qualcosa, sia dal fatto che la sua presenza ha riempito un vuoto preesistente che è ora evidenziato dall'assenza. Eros, ad esempio, penetra con la sua freccia e crea un vuoto, oppure, nella versione di Apuleio, nel momento in cui è conosciuto alla luce della lampada, scompare lasciando un vuoto in Psiche. Soffermiamoci ora su questo punto. L'esperienza fenomenica ci insegna che l'inquietudine che coglie due amanti quando sorgono dei contrasti può paralizzarli nelle altre attività della vita, finché il litigio non sia risolto. « La testa è altrove », si dice, e in effetti la corrente libidica è talmente assorbita dalla situazione che le persone circostanti possono, non del tutto a torto, parlare di vera e propria malattia. Non solo, è stato sempre evidenziato il carattere di malattia dell'amore, ma gli amanti possono accusarsi reciprocamente di essere l'uno la malattia dell'altro: « Tu rappresenti la mia malattia ». Il timore della perdita segna uno dei momenti più tragici dell'esistenza e anche gli individui che hanno mostrato d'avere un temperamento forte e adeguato alla realtà dell'ottica collettiva, sono capaci in queste circostanze di manifestare atteggiamenti delinquenziali. Personalmente ho conosciuto la verità psicologica dell'uomo soprattutto in questi momenti di panico. A mio parere è una situazione nobile perché in questi casi la ragione non ha più potere e il suo sonno momentaneo si sposa alla nascita di nuove e potenti dimensioni umane. Forse questo intendeva Baudelaire quando scriveva che « l'unica e suprema voluttà dell'amore sta nella certezza di fare il male. E l'uomo e la donna sanno fin dalla nascita che il male è fonte di ogni voluttà » (1). In questa circostanza si può parlare di un'associazione per delinquere nella quale cominciano a istituirsi delle regole di comportamento del tutto particolari. Non so se sia il caso di parlare di rivoluzione. Certo è che i due amanti, per il tempo del loro amore, diventano « fuori legge ». Si domandava un filosofo: « Chi dà legge agli amanti? L'amore è in sé una legge più grande » (2). Si osservi l'atteggiamento di una coppia affiatata e innamorata. Essi non danno l'impressione di essere due compagni ma sembrano, e in realtà lo sono, due complici. Il rapporto con queste persone diventa difficile e complicato perché essi sono uniti contro il mondo, da loro vissuto in forma paranoica. La loro chiusura e aggressività non può non far nascere dei sospetti sulla loro compattezza e in effetti, come vedremo, essi si difendono da una possibile intrusione dell'altro, intrusione che segretamente desiderano. Si capisce che nella complicità si cela anche l'inizio di un processo conoscitivo, in (1) Charles Baudelaire (1887), Diari Intimi, Milano, Mondadori, 1970, p. 47. La (2) Severino Boezio, consolazione della filosofia, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1968, p.211

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