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INTRODUZIONE Psichiatria e psicologia analitica Antonino Lo Cascio, Roma In questo volume si è inteso trattare dei rapporti intercorrenti tra psicologia analitica e psichiatria. In questa introduzione cercherò di definire cosa è la psichiatria oggi e cosa può rappresentare la psicologia analitica nelle sue articolazioni terapeutiche, al fine di verificarne le possibili interrelazioni. II quadro all'interno del quale tali relazioni possono svolgersi è limitato all'ambito itallano che a sua volta potentemente influenza la qualità e la quantità dello scambio. La sistemazione generale del paese, nella sua polimorfa realtà che contempera condizioni sociali fortemente differenziate, stenta a trovare pur nel continuo mutamento del suo assetto economico, politico e sociale una mutazione; cioè quel salto di qualità che, offrendo al futuro degli spazi di praticabilita, permetta ad ogni individuo di trovare nel presente una collocazione esistentiva che non tenda a slittare nel registro dell'alienità. In questa situazione generale di disagio si trovano al contempo sia I'individuo, sia la psichiatria. La crisi della psichiatria si era aperta « ufficialmente » dieci anni or sono, anche se fermenti di revisione erano gia

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presenti tra gli operatori a partire dalla deflazione che si era avuta con le prime consistenti verifiche sulla reale portata degli psicofarmaci. Già a partire dagli anni cinquanta erano poi vivaci gli scontri tra « organistici » e « psicodinamisti » (1), ma la portata del dibattito rimaneva improduttiva all'inteno della dimensione medicale. All'epoca era la visione psicanalitica che rappresentava la provocazione all'acquisito. Le voci dei malati non valicavano i muri dei manicomi e la loro sofferenza di esclusi veniva colta come tale solo da alcuni fra i tanti « sorveglianti della follia » (2). Dopo il '68 le contraddizioni della psichiatria sono divenute materia di conoscenza collettiva e I'opinione pubblica ha funzionato da cassa di risonanza (3). Si è allora rapidamente, e ad opera di pochi, passati a visioni completamente opposte, spesso a carattere trionfalistico, frutto di analisi superficiali. La malattia mentale è stata negata, i farmaci sono stati paragonati ai manicomi, tutti i terapeuti considerati come funzio nari del consenso. Molta confusività (4), che tuttavia ha permesso agli studi di psichiatria sociale di conoscere ampia diffusione e di indicare le radici lontane, sovrapersonali, del conflitto individuale (5). In tale fervore di attività gli strumenti critici si sono moltiplicati (6), rivolgendosi spesso anche contro se stessi e dimostrando non solo le false coscienze di molta « scienza » ma anche I'ideologizzazione di molte analisi. Mentre la vivacità dei discorsi e delle polemiche lasciava lentamente posto alla riflessione costruttiva (7), improvvisamente, dal Parlamento, è giunta una nuova legge sull'assistenza psichiatrica. La n. 180 del maggio 1978, ora pienamente assorbita ne! piano di riforma sanitaria nazionale varato il 1° gennaio di quest'anno, ha avuto una gestazione precipitosa ed una nascita affrettata. I motivi di ciò risiedono essenzialmente nella necessita di impedire che uno scriteriato referendum facesse di colpo regredire le istanze di liberazione che da ogni manicomio si levavano (8). La nuova legge stabilisce regole psichiatriche veramente innovative e rappresenta dunque I'aspetto legislativo di una mutazione. Tuttavia, le coscienze dei (1} « In tema di causalità psichica in alcune malattie mentali », in coll. con M. Bartoloni, Annali di Freniatria e Scienze Affini, 78, 1, 1965, p. 19. Per rendere operante il criterio di soggettivita a confronto, di cui diro in seguito a proposito del tema dell'obiettivita scientifica, ho ritenuto opportuno in questo saggio introduttivo citare in bibliografia soltanto quelle riflessioni, esperienze e dati di cui ero a diretta conoscenza e dei quali potevo rispondere personalmente. Tanto al fine di stabilire direttamente un reale clima di scambio tra la mia soggettivita e quella del lettore. (2) « La situazione della psicoterapia nell'Ospedale S. Maria della Pieta », in La Psicoterapia in Italla e la formazione degli psichiatri, a cura del Centra Studi di Psicologia Clinica, Milano, 1965, p. 47. (3) « Dalle contraddizioni dell'istituzione manicomiale alla nascita di una cultura istituente », in coll. con S. Mellina, // Lavoro Neuropsichiatrico, 56, 1-2, 1974, p. 277. (4) «A proposito di al cune tesi sull'antipsichiatria », // Lavoro Neuropsi chiatrico, 56, 1-2-3, 1975, p. 318; « Cultura - istituzione ■ follia: fenomenologia manicomiale di una conflittualita tra vecchio e nuovo», in coll. con S. Mellina, // Lavoro Neuro psichiatrico, 56, 1-2, 1975, p. 9. (5) « Lineamenti di una psicodinamica individuale deM'esperienza migratoria », in coll. con F. Pa-

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riante, in Psicodinamica e sociodinaivica della migrazione interna, Roma, II Pensiero Scientifico, 1975, p. 38; «Anamnese d'un echec: considerations sociopsychiatriques sur le rapatriement des emigres », in coll. con S. Mellina e M. Rosati, Relazione alla II Seance du Colloque Mediterraneen d'Aix en Provence, 3-5 Oct. 1977, in Rapport Provisoire du Colloque, a cura di Cl. Veil. Neully sur Marne, 1978, p. 31; « Nuovi problemi sociopsichiatrici posti dalla migrazione di ritorno », in coll, con S. Mellina, Rivista Sperimentale di Freniatria. 102, 2, 1978. (6) « In tema di psicoterapia istituzionale: missionarismo nella colonia manicomiale », in coll. con S. Mellina, // Lavoro Neuropsichiatrico. 56, 1-2-3, 1975, p. 243; « Apprendimento e formativita in una cultura psichiatrica di transizione: progetto per una formazione globale dell'infermiere psichiatrico a partire dalla realta attuale dell'ospedale», in coll. con S. Mellina, F. Pariante, Riv. Psichiatr., X, 4, 1975, p. 316; « In tema di tolleranza nell'Ospedale Psi chiatrico: un contributo socio-psicolociico alla conoscenza della vita intraistituzionale », // Lavoro Neuropsichiatrico, 57, 3, 1975, p. 232. (7) « Contribution a la elaboration d'une methodologie socio-psychiatrique », in coll. con S. Mel lina. Relazione alla VI Seance du Colloque Mediterraneen d'Aix en Pro vence, 3-5 Oct. 1977, in Rapport Provisoire du Col loque, cit., p. 128; « Real ta e possibility nell'evoluzione della psichiatria del presente », in coll. con S. Mellina, Rivista Sperimen- piu sono risultate ancora spreparate a rinunciare alI'ospedale psichiatrico come dumping ground della follia ed a convivere con il disturbato psichico ad esem pio in una corsia di un ospedale generale. Le difficolt à poi ad applicare la legge nei suoi aspetti più positivi come I'assistenza reale sul territorio (9) — e cioe fuori degli ospedali, che devono rappresentare solo un momento eccezionale e comunque breve nel trattamento assistenziale — ha portato per le carenze dei servizi decentrati ad inasprire i mugolii della mag gioranza silenziosa, sempre pronta a sostenere operazioni di retroguardia e di restaurazione. Dopo anni di inefficienza è difficile improvvisare soluzioni valide e capaci di rendere pienamente utilizzabile questa legge che può essere considerata nel presente solo un programma da realizzare. Nel tempo, tuttavia, gli effetti non potranno mancare e non mi riferisco qui solo ai risultati assistenziali. I riflessi della nuova legge saranno infatti inevitabili sul piano della maturazione degli individui e, specificatamente, su certi aspetti non solo formali della psicopatologia. E' difficile difatti pensare che certe componenti del « pericolo » rappresentato dai « matti » non fossero anche l'effetto feed-back della precedente legge del 1904 imperniata sulla custodia della pericolosità di un individuo e che invece regole di assistenza profonda mente diverse non inducano risultati, pure nella cifra tura psicopatologica, ben diversi. Volendo passare ora a discutere su cosa è oggi la psichiatria si incontrano subito non poche difficoltà: non è possibile infatti fornire un quadro globale delle posizioni psichiatriche teoriche, laddove la messa a punto della teoresi emerge dal lavoro critico estratto dalla prassi. Evidentemente, le conclusioni dipendono dalle situazioni affrontate, sempre diverse e difficilmente sovrapponibili, ed anche dagli strumenti utilizzati per le elaborazioni teoriche. L'ausilio della sociologia, dell'economia politica, della psicologia del profondo ha portato alcuni operatori, piu legati al concreto dell'assistenza, a riaffermare in mode nuovo e ben differenziato I'esistenza della malattia mentale, quale

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primo risultato critico di quella fase di entusiasmo revisionista che aveva caratterizzato I'esplosione della identificazione fra pubblico e privato. Con tutta evidenza questo movimento non si allinea con la psichiatria classica che fa dello psicofarmaco e delle tecniche, repressive in quanto si rifanno ad un modello preformato, le armi per ottenere una guarigione intesa come decapitazione del sintomo. Al contrario la psichiatria avanzata ha cercato la sua demedicalizzazione ed il restringimento del suo campo di intervento per evitare la psichiatrizzazione. Nonostante le difficoltà nello stabilire una nuova professionalità, non vi è dubbio che molto è avanzata la conoscenza della foIlia ed in questo avanzamento si è registrato il riaffermarsi delle teorie e prassi analitiche rivisitate in chiave sociale. Tra i contributi teorici stranieri piu significativi mi pare si sia situata I'opzione di un Lorenzer, dotato di un apparato filosofico-analitico di prima qualità. II filone antipsichiatrico inglese, che richiede soprattutto applicazione, sembra essersi affermato più nelle librerie che nei luoghi di assistenza. In Italla il ricordato polimorfismo di esperienze, di ritardi, di assenze e di interventi fa si che ancora Franco Basaglia si costituisca come unico importante punto di riferimento di una nuova prassi psichiatrica che tuttavia non riesce a superare il limite rappresentato dalla patologia della metropoli (10). Le grandi città vedono esperienze e tentativi isolati, centrati sulle tecniche psichiatriche alternative (interventi domiciliari, gruppoterapie, sussidi per i casi « sociali », istituzioni di casafamiglia, piccole comunita agricole e di lavoro, clubs, ecc.) senza che la impreparazione di alcuni e I'assenza di incentivi seri permettano ancora al lavoro psichiatrico di incidere significativamente sul contesto globale dell'assistenza. La psichiatria accademica avanza sempre le sue pretese ed il suo potere con I'effetto frequente di confondere I'opinione pubblica, sollecitata spesso nelle sue zone d'ombra, e di alterare i termini del problema sostenendo di fatto la necessità del ricovero e I'uso tale di Freniatria, 102, 5, 1464, 1978. (8) « II contesto legislati vo dell'assistenza manicomiale: una critica per il superamento delle leg gi vigenti », Relazione al Convegno « La responsabilita dell'operatore psi chiatrico in osservanza delle leggi vigenti », a cura del Comitato Promotore degli Operatori De mocratici del « S. Maria della Pieta » per il supe ramento dell'Ospedale Psi chiatrico. Roma, 18 giugno 1977. In corso di stampa a cura dell'Assessorato al I'Assistenza Psichiatrica della Provincia di Roma. (9) « Venti anni di psichia tria: dalla Comunita Tera peutica alla politica del territorio », Recensione a M. Jones, Al di la della Comunita Terapeutica, II Lavoro Neuropsichiatrico, 58, 1-2-3, 1976, p. 436. (10) « Dalla madre agra alla collettivizzazione del temenos », Recensione a A. Scala, Una citta per I'uomo, II Lavoro Neuropsichiatrico, 59, 3, 1976, p. 298.

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(11) « Dalla socioterapia alla revisione dei concetti di prognosi psichiatrica: a proposito della migrazione di ritorno », in coll. con S. Mellina, M. Rosati, // Lavoro Neuropsichiatrico, 62, 1-2, 1978, p. 113. degli psicofarmaci, fonti di lucro ed al contempo di sperpero. Alcune esperienze alternative hanno tuttavia permesso di intaccare il sapere-potere degli ambiti accademici. A titolo di mero esempio si possono citare al riguardo i risultati, parziali e da convalidare, ma già significa tivi a proposito del concetto di « gravita psichiatrica » (11). Operando su casi a chiara determinazione sociale, chi scrive ha potuto verificare come trattamenti psicoterapeutici in equipe, basati sulla decodificazione della sofferenza espressa a livello psichiatrico, ottenessero piu frequentemente risultati positivi in casi di psicosi che in situazioni di psiconevrosi reattive. Cosi ad esempio nel caso degli « emigrati di ritorno » è stato possibile sciogliere delle strutturazioni deliranti, mentre si è dovuto registrare I'insuccesso di fronte a vissuti di depressione e di ansia reattivi presentati da altri pazienti egualmente respinti dalle rigide economie di quei paesi europei che abitualmente sfruttavano la mano d'opera italla na. Al classico criterio di gravità derivante unicamente dall'inquadramento nosografico si era potuto sostituire il concetto di « distanza elaborativa ». Con tale fo-mulazione si è inteso indicare la quantita dell'ingerenza del processo primario nell'elaborare l' erlebnis. Ouando il sintomo rimane per il suo aspetto contenutistico relativamente attinente agli avvenimenti del reale, interpretandolo, la « distanza » è considerata minima e I'approccio terapeutico facilitato; quando il sintomo subisce nella sua costituzione un più ampio intervento dei meccanismi che caratterizzano I'operare dell'lnconscio, la distanza dalla realtà aumenta fino a cancellarla e I'intervent o diviene piu complesso e difficile. La metodologia consiste, ovviamente, nello studio accurato dell'anamnesi che permette poi all'intervento psicologico di ristorificare I'individuo riconducendo la sua « realtà psichica » a quella realtà sociale che ha concorso nell'indurre quel disagio che si è tradotto in « malattia mentale ». Certo per il paziente il risultato di queste guarigioni è si la cessazione della 11

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sofferenza a livello psichiatrico ma non certo la « normalizzazione »: al paziente viene riconsegnato il suo disagio sociale ma anche la possibilità di svolgere a livello collettivo quelle giuste forme di lotta contro le ingiuste leggi del profitto. Lo psichiatra impara cosi a non porsi come funzionario del consenso ed a restituire al sociale un individuo non piu ottuso dall'effetto dei farmaci, ne chiuso nel suo disagio privato ma pronto e motivato a partecipare responsabilmente alla vita collettiva. In altre situazioni in cui il condizionamento sociale ed economico prevale sugli aspetti biologici, come nel caso della patologia della terza età, si è potuto vedere come molte « affezioni caratteristiche della vecchiaia » sono con tutta chiarezza il mero risultato di un effetto alienizzante che dall'esterno ricadeva sull'anziano improduttivo (12). Anche il concetto di diagnosi è stato sottoposto a revisione: per la sua carica reificante può anche essere considerato un atto alienizzante che lo psichiatra perpetra su di un oggetto già alienato, aumentando cosi la distanza tra normale e patologico e complicando le possibilità di un rapporto terapeutico. La diagnosi, spesso vissuta come un atto « sacro », il distillato del prestigio professionale dello psichiatra, è di fatto un atto mentale che non emerge dalla conoscenza bensì dal pregiudizio e cioè da un giudizio estrinseco calato sui sintomi in sè ed irrelato alla storia di quello specifico individuo che è costretto ad esprimersi nella misteriosa cifra della psicopatologia (13). E' evidente che la diagnosi, figlia prediletta della nosografia, non può giovarsi delle fondamentali correzioni che sia la psicologia del profondo sia le nuove conoscenze sociopsichiatriche hanno apportato all'apparato psichiatrico classificatorio di stampo linneano. Certo si può dire che dalla diagnosi discende la prognosi e da questa la terapia e dunque il programma di intervento. Tuttavia, se si può incrinare il criterio classico di gravità grazie ad un diverso approccio, si può allora parallelamente trasformare una prognosi. Basti pensare come certe diagnosi in casi 12 (12) « Per una relativizzazione del concetto di vecchiaia: considerazioni sociologiche e psicopatolo giche », // Lavoro Neuropsichiatrico, 55, 3, 1974; « Psicopatologia del contesto della vecchiaia: contributo fenomenologico alla conoscenza del Lebenswelt della terza eta », in coll. con S. Mellina, // Lavoro Neuropsichiatrico, 56, 1-2-3, 1975, p. 1; « La realta clinica e sociale della vecchiaia e la sua ridu zione trattatistica », Recensione a B. Pitt, Manuale di Psicogeriatria, II Lavoro Neuropsichiolrico, 57, 1-2, 1975, p. 363; « Correlazioni tra psicopatologia del vecchio e spazio sociale », in coll. con G. Francesconi, S. Mellina, // Lavoro Neuropsichiatrico, 58, 1-2-3, 1976; « La Societa e il campo di desiderio dell'uomo della terza eta: psicopatologia di un conflitto ». in coll. con G. Francesconi, S. Mellina, // Lavoro Neuropsichiatrico, 58, 1-2-3, 1976; « Considerazioni su benessere sociale e salute mentale nelI'anziano », Relazione al Convegno su « Una moder-

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na assistenza psichiatrica in rapporto alla riforma sanitaria », Potenza, 23-24 febbraio 1978. In corso di stampa a cura dell'Amministrazione Provinciale di Potenza. (13) « La diagnosi come delega alienizzante », in coll. con S. Mellina, Relazione al Simposio « Nosographie et Politique », VII World Congress of So cial Psychiatry, Lisbon, Portugal, Oct. 8-14, 1978. In Preliminary Abstracts. (14) •< II concetto di pre ps i cos i », // Lavoro Neuropsichiatrico, 55, 3, 1974, pp. 216 e 223. (15) Corsivo mio. di border-line abbiano appiattito la richiesta di rapporto che certe condizioni prepsicotiche rappresentano, definendone il destino (14). E d'altronde, quando si parla di terapia mediata da strumenti psichici (e non fisici o chimici) ci si può riportare a Freud che nel 1895 criticando la psichiatria diceva: « non saprei chiarirmi un caso ... in modo migliore che sottoponendolo ad un'analisi ». E continuava: « Se penso alla diversità che esiste normalmente nel mio giudizio prima e dopo un'analisi del genere, mi sento quasi tentato di considerare quest'analisi indispensabile per la conoscenza di una malattia... » (15). L'ultimo elemento di difesa della diagnosi è rappresentato al livello tecnico dalla necessità di preconoscere la struttura del paziente al fine di aiutare il terapeuta ad impostare il rapporto in maniera adeguata. Si invoca sempre la diversità di approccio che necessita la psicosi rispetto alla nevrosi ma in realt à lo psichiatra critico e avveduto, che ha saputo apprendere anche solo la lezione degli antropofenomenologi, ha da tempo rinunciato alle « ricette di comportamento » e le ha sostituite con quell'autenticit à che gli deriva da un'approfondita conoscenza di se che gli permette di porsi sempre in maniera corretta di fronte al paziente. La diagnosi può trovare poi particolari applicazioni di ordine proiettivo (e quindi con un « vantaggio secondario » per chi la enuncia) quando venga applicata ad un individuo di sesso femminile (16). Molti ricoveri di donne in ambiente psichiatrico (17) sono legati alla presenza nell'operatore (come nell'operatrice) di stereotipi culturali che vengono inconsapevolmente utilizzati nella formazione dell'atto mentale che adialetticamente identifica nel ruolo di folle la donna che cerca di ribellarsi al folle ruolo di persona « affettuosa, dolce, riservata, comprensiva e sottomessa ». In una prospettiva psicologica la donna può essere considerata un « oggetto scisso » (18): oggetto in quanto individuo al quale non viene riconosciuta una sua propria cultura; oggetto scisso in quanto confinato nel privato e separato dalla possibilità di realiz13 (16) « Contributo alla co noscenza del fenomeno della proiezione », // Lavo ro Neuropsichiatrico, 51, 1, 1972, p. 115. (17) « Influenze socio-familiari sull'ospedalizzazione psichiatrica della don na », in coll. con S. Melli na, M. Rosati, // Lavoro Neuropsichiatrico, 60, 3, 1977, p. 135. Vedi anche recensione a G. Morandini, « ... e allora mi hanno rinchiusa », in AA.VV., Esistere come donna, Venezia, Marsilio Editori, 1977, p. 233.

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zare nel sociale i suoi bisogni esistenziali in maniera tale da poter contribuire a modificare i valori-guida d'una cultura. Certo, questo oggetto scisso risuita di fatto piu fragile dell'uomo ed « ammala » piu facil mente. Ma cosa significa questa fragilit à (19) che si da in un mondo retto esclusivamente da valori che negano ogni liberazione e inducono alla obbedienza? Bianca laccarino illustra in maniera vivace e documentata I'argomento portando un articolato contributo alla demistificazione di quella repressione (o rimozione?) che nosografia e diagnosi psichiatrica possono effettuare nei confronti della « cultura inconscia » del femminile (20). Una paradossale utilizzazione della diagnosi psichiatrica può essere rappresentata dall'applicazione del diagnostico a quella stessa psichiatria che categorizza l'uomo (21). Così facendo si può definire questa psichiatria dell'alienità una psichiatria dissociante in quanto dissocia e frammenta psicoticamente in visioni parziali l'uomo, quell'uonno sofferente di cui non coglie mai la essenzialità in quanto lo riduce ad un oggetto da laboratorio, isoiato dal contesto significativo in cui vive, lavora, ammala. Questa psichiatria è anche perversa perchè si basa sul potere, senza mai raggiungere I'amore di un rapporto oggettuale. A dimostrazione di questo potere — che ne riconsolida poi le intime fratture —- basta pensare che la psichiatria accademica è nata da quella dei manicomi eretti a norma di legge « per la custodia degli alienati ». La psichiatria è anche nevroticamente isterica perchè mentre soffre di allucinazioni — vede col desiderio ciò che non è — rimuove poi dal suo campo tutto cio che la contraddice. Tale patologia della psichiatria, e dalla quale si va decisamente uscendo, affonda le sue cause lontane in un delirio genealogico di nobiltà scientifica e nella anacronistica fedeltà ai principi di obiettività. L'equivoco dell'obiettività, presa a prestito dalle scienze naturali che conferivano « valore », ha causato una serie di guasti che solo da poco tempo vengono ri14 (18) « La femme comme object scinde: aspects sociaux, historiques et ana lyses d'une souffrance individuelle », in coll. con S. Mellina, M. Rosati, Relazione alla Vle Seance du Colloque Mediterranean d'Aix en Provence, 3-5 Oct. 1977, in Rapport Proviso!re du Colloque, cit., p. 116. (19) « II pensionamento femminile come Erlebnis sociale: rilievi psicopatologici e clinici », in coll. con S. Mellina, M. Rosati, Riv. Psichiatr., XII, 6, nov.dic, 1977, p. 426. (20 « Mito e psicopatologia nella condizione femminile », in coll. con S. Mellina, M. Rosati, // Lavoro Neuropsichiatrico, 61, 1-2-3, 1977, p. 193; « Per una riappropriazione delI'archetipo femminile », in coll. con S. Mellina, M. Rosati, Min. Psichiatr., 19, 2, 1978. (21) « Dalla psicopatologia dell'individuo ad una vi-sione critica della cultura accademica », // Lavoro Neuropsichiatrico, 57, 1-2, 1975, p. 317.

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(22) « Problemi di metodologia psichiatrica: I'obiettivita psicopatologica», in coll. con S. Mellina, // Lavoro Neuropsichiatrico, 57, 1-2, 1975, p. 41. conosciuti (22) e che non possono essere occultati dietro un tecnicismo miope ed astratto da specialisti dell'alienità. Non mancano in proposito gli esempi edificanti. II più obsoleto ma anche il più smagliante, se ci si pone a riflettere in una dimensione scevra dai pregiudizi dell'ovvio, è I'istituto della perizia medicolegale. Essa, legata come è alla contro-perizia, permette il più spesso di dare opposte interpretazioni — entrambe « scientifiche » e quindi « obiettive » — di un unico fatto, considerato d'ordine psichiatrico e sul quale il magistrato deve giudicare. Un altro esempio è costituito dalla legge sul « ricovero degli alienati nei manicomi ». Questa, fondata essenzialmente sulla pericolosità sociale e sul pubblico scandalo, è stata recentemente riconosciuta come una legge scandalosa e socialmente pericolosa ed è stata abrogata. Questa legge ha autorizzato per anni la psichiatria, stante I'arbitrarieta e I'evanescenza dell'assunto della pericolosita e la relativizzazione del concetto di scandalo legato ai costumi, a trasformare uno stato occasionale in un « ruolo » stabile, da custodire poi nei manicomi. II discorso sulla perizia psichiatrica e sulla pericolosità non viene posto qui a sproposito ma rientra nella piu vasta curvatura concettuale della psichiatria intesa come strumento di individuazione della pericolosità e di salvaguardia dell'assetto sociale dominante. L'esasperazione di tali funzioni si ha quando la psichiatria viene investita ufficialmente del compito di sanzionare la devianza ideologica. In questi casi la psichiatria assume un connotato di potere e di difesa di una condotta egemone che non ammette pluralismi. E' I'ora del trionfo del conformismo e della burocrazia che si sposano solidamente per istituzionalizzare il pensiero. Qui l'« obiettivita » diventa sopraffazione. In questo volume viene pubblicato uno dei primi, se non il primo in assoluto, samizdat di argomento psichiatrico. E' lo scritto di uno psichiatra sovietico che non avendo trovato accoglimento nelle riviste scientifiche del suo paese ce lo ha fatto pervenire appunto 15

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« stampato in proprio » in lingua francese. Pare che egli tema anche per la sua salute mentale, nel senso che prefigura un suo possibile ricovero — d'autorità — in uno dei tanti ospedali psichiatrici sovietici. In effetti questa rara testimonianza, ed in questo senso preziosa, si presenta come un classico esempio di dissenso culturale. L'argomento è scientifico, ma I'oggettivita — chiaramente — assente. Non concordo personalmente con le tesi ingenuamente biologistiche sull'origine della schizofrenia proposte al mondo occidentale da E. F. Kazanetz ma il mio dissenso deve ugualmente riconoscergli il diritto di esprimersi al fine di poter confrontare la sua soggettività con quella altrui. Non è questo un discorso retorico poiche tutti i volumi di questa rivista sono presenti — su richiesta — presso I'Accademia delle scienze del I'URSS e quindi Kazanetz e i suoi colleghi potranno leggere assieme il suo e gli altri contributi. Ciò che si vuole ribadire qui è I'irnpossibilità di affermazioni scientifiche esatte nel campo dell'umano. Anche la biologia molecolare ha assunto per comprendere il suo oggetto di studio il Principio dell'ordine dal disordine cosi come Heisenberg nel 1927 aveva acquisito allo studio dei processi fisici il Principio di Indeterminazione. Una nuova e diversa obiettività psichiatrica intesa come punto di riferimento non può che nascere, come nell'incontro terapeutico, dall'intersoggettività e cioè dal confronto tra diverse soggettività. Cio che ne emergerà verra poi verificato a livello operativo e se darà dei risultati soddisfacenti verrà acquisito come punto di partenza per ulteriori confronti da portare dialetticamente in avanti nella direzione dello sviluppo della conoscenza. Probabiimente il collega moscovita, come me, non crede alla scienza statale sulla ereditarietà della schizofrenia, ma piuttosto nella potenzialità creativa del pensiero deviante. Senza ciò nessun Galileo avrebbe potuto sovvertire con la propria intuizione I'ortodossia tolemaica. Senza il pensiero « eretico » la terra non si sarebbe mai mossa. Tut16 ; 2 3 ) Citato :D contribu*

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(23) Citato nel surricordato contributo. tavia per muovere la terra non basta davvero uno psichiatra ne il dissenso sovietico che, psichiatrico o no, non ci ha ancora offerto alcuna materia creativa. Sappiamo bene con Geymonat che la psichiatria ha un coefficiente di scientificità assai scarso rispetto alle altre discipline, dunque proporre I'intersoggettività è scelta necessaria e coerente laddove non la si scambi con il soggettivismo e ove si tenga conto con Marx che « non è la coscienza dell'uomo che determina il suo essere ma, all'incontro, il suo essere sociale che determina la coscienza ». E infatti per soggettività si vuole qui intendere la somma delle conoscenze e del portato personale dello psichiatra. Queste conoscenze vanno considerate come qualcosa di relativo e non di assoluto, derivate — come ha mostrato la lezione della sociologia della conoscenza — dai contesti socioculturali entro cui queste forme conoscitive sono nate ed hanno preso corpo. Come scrive Trevi (23) — che riprende il pensiero di Mannheim — tali determi nazioni sociali fondano la storicità concreta di ogni conoscenza ed al contempo la relativizzano. E d'altra parte dobbiamo ancora ricordare che la psichiatria deve pur prevedere — per superare il falso naturalismo descrittivo — che il soggetto conoscente si identifichi, pur parzialmente e temporaneamente, con I'oggetto da conoscere. Cio perchè si possa raggiungere un reale atto di conoscenza dell'umano. Allora possiamo citare la frase di Jung: « comprendere è la mia passione », con la quale si inaugura per la psicopatologia una nuova metodologia conoscitiva. Questa può essere definitivamente considerata come la scienza del comprendere che si attualizza nell'incontro di due soggettività che si confrontano. Entrambe e ciascuna altra all'altra. Da questa tensione dialettica, in un clima di rapporto coesistentivo può proporsi una conoscenza temporanea: una sintesi di due posizioni spesso polarmente contrapposte ma entrambe fondamentalmente omogenee. Jung, archeologo della psiche collettiva, ci ricorda infatti che « ... ciò che proviene dal soggetto proviene in definitiva dal substrato del mondo, proprio come anche I'essere piu strano e piu inverosimile esi17

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stente al mondo » — il diverso diremmo noi oggi — « è ospitato e nutrito dalla terra comune a tutti noi ». A questo punto, per favorire il processo di conoscibilità, lo psichiatra deve rivelare chi egli sia. Così operando, rendendo noto uno dei due termini dell'equazione conoscitiva, si potrà risolvere I'incognita rappresentata dall'altro. Lo psichiatra deve dunque dichiarare chi è, da dove viene, dove vuole andare. Solo definendosi nella sua identità nei confronti dell'altro potrà correttamente ascoltarlo e decifrare i suoi messaggi. Non dovrà applicare schemi, anche se acquisiti da situazioni « analoghe », ne potrà generalizzare la conoscenza acquisita. In questo modo, eludendo la « norma » del patologico intesa come generalizzazione, lo psichiatra si preservera dal cadere nel canone del «termine medio » (nelI'uso jaspersiano) ed eviterà I'accerchiamento che questo comporta a livello di creatività e di liberazione. Dunque la psichiatria è cambiata nella misura in cui non si pone più in una posizione metastorica, taumaturgica capace di risolvere a livello biologico ogni sofferenza di qualsiasi natura essa sia. Di questo abbandono della medicalizzazione onnipotente negli assunti teorici della psichiatria da conferma un dato indiretto: I'80% degli psicofarmaci viene prescritto dai medici generici, evidenti responsabili d'un'indiscrimi nata psichiatrizzazione di ogni disagio, efficientistici gestori attraverso il corpo delle anime dei loro pazienti che si affidano all'autorità medica che li mantiene inconsapevoli e dipendenti. Un altro dato, forse di colore ma egualmente indicative è rappresentato da quei congressi di psicotera peuti sostenuti dalle grandi case farmaceutiche che tentano cosi di reinserirsi « in maniera nuova » nelI'ambito specialistico. Ancora, molti neurolettici maggiori, classici azzeratori di sintomi, vere contenzioni chimiche, vengono dichiarati dai fabbricanti portatori di effetti « risocializzanti » o coadiuvanti o favorenti i trattamenti psicoterapici. 18

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(24) Intese nel loro significato etimologico e non nell'accezione di psicopatia proposta da Gastaldi. (25) « Aspetti sociali delI'abusivismo in campo psichiatrico », in coll. con M. Maurillo, S. Mellina, // Lavoro Neuropsichiatrico, 63, 1-2, 1978. Di fatto, come le statistiche dimostrano, lo psichiatra usa con sempre maggior prudenza, parsimonia ed attenzione la chimioterapia. D'altra parte anche I'opinione pubblica piu avvertita comincia a vedere criticamente lo psicofarmaco, già in grande auge all'epoca dei « tranquillanti », mentre i giovani lo hanno gia sostituito con la droga. Questi orientamenti globalmente considerati vedono accomunati psichiatri, programmatori politici ed utenti nell'indirizzare la psichiatria verso la epochizzazione dei canoni morali (che per anni attraverso il moralismo hanno determinato il valore negativo del diverso), I'azione preventiva, la distinzione del campo d'interve nto dalle sociopatie (24) (da trattare attraverso la rifruizione dei diritti e la gestione della societa) e verso la cura basata sulla crescita culturale, la presa di coscienza individuale e collettiva e la conoscenza della realta. Laddove si escludano le sindromi psichiatriche somaticamente determinate (che sono numericamente irrilevanti rispetto a quelle a motivazione extrasomatica — e che il piu spesso non conoscono terapie che possano intervenire sulle cause —) molti psichiatri soprattutto per i casi che rientrano nella « piccola psichiatria » scelgono tipi di intervento basati sulle tecniche di mediazione psichica. Per « intervento psichicamente mediato » intendo tutti quei procedimenti il cui scopo dichiarato e la eliminazione della situazione patologica e la cui azione si pone in atto con o senza I'ausilio di particolari apparati al di fuori di un primario coinvolgimento del substrato somatico (25). All'interno di questa definizione considerero unicamente in questa sede, perchè piu attinente al nostro argomento, quegli interventi nei quali I'agente terapeutico risiede nella relazione che si stabilisce tra la psiche del curante e quella del curato. Questa distinzione permette una ulteriore differenziazione a seconda che gli effetti derivino dagli scambi all'interno della relazione psichica ovvero dalla analisi del significato della relazione stessa. Nel primo caso si sarà individuata la struttura d'una psicoterapia, nel secondo quel19

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la di un'analisi svolta sul piano psichico al fine di conoscere la personalità globale del paziente. Queste due modalità assieme alla cura psichiatrica in senso stretto — che prevede invece una modificazione psichica attraverso un intervento portato sul corpo del paziente — costituiscono tre significative modalità di assistenza. Di questo argomento scrive in questo volume Giuseppe Maffei che porta la sua riflessione sulI'analisi e sul raffronto delle diverse prassi, evidenziando i guasti che derivano dalla mescolanza confusiva ed inconsapevole delle diverse metodiche. II suo contributo svolto prevalentemente a livello teorico risulta di grande utilità non soltanto a livello euristico, bensi anche sul piano pratico dell'agire terapeutico. Gli orientamenti terapeutici, sia pure con differenti presupposti e finalità, tendono sempre piu a distanziarsi dalle terapie sintomatiche e lenitive per raggiungere ed incidere nella dimensione causalistica. Credo tuttavia che si debba qui ricordare con Freud (1895) che « una terapia causale non è in genere propriamente altro che una profilassi: sospende I'ulteriore azione del male, ma non per questo elimina necessariamente i risultati prodotti dal male sino a quel punto. In genere occorre anche una seconda azione che as- ; solva quest'ultimo incarico ». In questo senso ed in certi casi può essere opportuno, in un clima di chiarezza, allargare il piano di intervento con la confluenza di piu tipi di prassi. Certo le difficoltà nel raggiungere una dimensione di collaborazione non mancano, stante la diversità delle « filosofie » che sono alla base degli interventi e la eventuale carenza di rigore nell'applicazione delle rispettive metodologie. Aldo Carotenuto a questo proposito tratteggia in questo volume alcune situazioni limite di conflitto che si stabiliscono in luogo di una collaborazione tra psicologo analista e psichiatra quando il primo fa proprio il punto di vista del paziente ed il secondo si riporta ad un criterio di norma. La contrapposizione che ne risulta è I'omologo esterno della conflittualità intima del paziente. Lo psicologo in que20

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sti casi deve poter uscire « allo scoperto » per scuotere le « certezze psichiatriche » e lasciare spazio, sia pure nella dimensione del rischio, aile forze di rinnovamento che possono portare all'autoguarigione del paziente. Ho illustrato fin'ora certi cambiamenti nelle teoresi e nelle prassi psichiatriche. Certamente lo psichiatra è cambiato, fa spesso dell'esperienza psicologica di se stesso il centro della sua preparazione di specialista, si pone degli interrogativi, vive il dubbio come spazio per un diverso apprendimento. Parallelamente al mu tare dello spirito dei tempi — e della storia — anche il paziente psichiatrico è « cambiato ». In alcuni casi lo stravolgimento e le storture della psiche sembrano anticipare le trasformazioni della società, in altri le seguono, ma sempre rimanendovi strettamente legati. Oggi non è più dato di vedere il folle che mima il dittatore cosi come sono scomparse le convulsioni della grande isteria. I meccani smi psicologici, e soprattutto psicopatologici, posti in atto oggi sono diversi e cosi I'isteria si è tradotta nelle tante e tanto diffuse affezioni psicosomatiche. Parimenti gli sconvolgimenti imposti da una psiche gravemente sconvolta non si manifestano piu nella pastosa immobilità del catatonico, bensì nelle crisi di depersonalizzazione e nelle esperienze di frammentazione della personalità. II disagio psichico sembra essere sempre di piu I'ingenuo e sospeso racconto cifrato di quella psicopatologica vita quotidiana che i modelli della attuale società impongono a tutti. E cosi, mentre I'individuo consapevole lotta fortunosamente, e si logora pericolosamente nel suo impegno a reinventare una qualita dell'esistere, I'immaturo — irrigidito nelle sue strutture vocate a realizzare quel piacere che la realta gli nega sempre più — fugge i conflitti sociali. Questa fuga nell'introversione conduce inesorabilmente I'individuo ad incontrare i suoi conflitti inconsci verso i quali non può opporre alcun argine. II prezzo dello straripamento è I'annegamento dell'io, I'ulteriore distacco dalla realtà. 21

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