1978_17

 

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Il contesto della psicologia analitica in Italia Antonino Lo Cascia, Roma Gentili Colleghe e Colleghi, Signore e Signori, è un grande onore per noi junghiani italiani ospitare nel nostro paese il VII Congresso Internazionale di Psicologia Analitica, il primo che si svolga in Italia, lo personalmente mi unisco al messaggio di benvenuto rivolto dal Presidente del Congresso ai Colleghi qui convenuti e desidero ringraziare il Comitato dell'Internazionale per aver scelto Roma quale sede di questo incontro; una scelta ambitissima per noi italiani — e spero gradita anche ai Colleghi giunti da lontano — ma anche una scelta che al di là degli oneri organizzativi pone grandi responsabilità per coloro che rappresentano il pensiero junghiano in questo paese. Ritengo infatti che, limitatamente ai suoi riflessi nazionali, questo congresso internazionale porterà Jung al centro dell'interesse della cultura italiana, una cultura spesso disattenta e provinciale. E* difficile compito ed impegno per noi tutti far si che questo interesse e le eventuali critiche che ne scaturiranno possa divenire un lievito culturale che nel tempo possa tradursi in un più ampio spazio di conoscenza capace di apportare, 15

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assieme alle altre presenze nel campo, un contributo significativo al lavoro terapeutico. Un primo ed importante riconoscimento culturale ci viene proprio da questo luogo così carico di suggestioni e di prestigio, il Consiglio Nazionale delle Ricerche, che ci è stato generosamente offerto per lo svolgimento della nostra attività congressuale. Comprendiamo bene dunque quanto questo incontro sia importante non solo per le informazioni e le comunicazioni che potremo scambiarci ma anche per le implicazioni per il futuro, il futuro della psicologia analitica. Ma per prepararci al futuro dobbiamo partire dal presente, ed è della situazione attuale della psicologia analitica in Italia che vorrei parlare per offrire ai Colleghi stranieri un preciso strumento per meglio comprendere la nostra realtà, una realtà umana, sociale e politica che ritengo peculiare rispetto a quella di altri paesi, una situazione di trasformazione che non può non influire sui problemi che incontriamo e sul modo con il quale li affrontiamo. Mi limiterò a dare dei brevi cenni. Nel nostro paese agiscono circa sessanta psicologi analisti che si riconoscono nelle due società: FA.I.P.A.. Associazione Italiana per lo studio della Psicologia Analitica, ed il C.I.P.A., Centro Italiano di Psicologia Analitica, entrambe mèmbri dell'Associazione Internazionale di Psicologia Analitica, I.A.A.P. Il gruppo freudiano riconosciuto dalla rispettiva internazionale ha in Italia vasta affermazione e conta un numero più che doppio, mentre innumerevoli sono i singoli od i gruppi che a torto o a ragione esercitano attività psicoterapeutiche senza un training di qualche attendibilità. La maggior parte degli psicologi analisti svolgono attività terapeutica nel campo professionale privato, mentre una parte consistente e che va sempre più allargandosi opera nelle istituzioni pubbliche, sia culturali, l'università, sia assistenziali e cioè negli ospedali e nei centri di igiene mentale. Sono soprattutto i giovani a lavorare nelle istituzioni e sono essi che, a contatto con realtà diverse, pongono domande e problemi ai quali spesso non è facile rispondere se non in senso riduttivo. Ed è ai giovani ed alla loro maturazione, ma 16

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anche alla validità delle loro critiche costruttive, che è consegnata la psicologia analitica di domani. Fino a pochi anni or sono, e sin dall'inizio della presenza pionieristica di Ernst Bernhard, Jung ha avuto in Italia un prestigio indiscusso ma ristretto a livello di élite nella vita culturale italiana. Letterati, critici, cineasti, architetti, artisti, ma anche pensatori, filosofi, uomini di scienza hanno conosciuto Jung e ne hanno sentito la carica di fascino e di verità. Anche se altri di recente hanno utilizzato inconsciamente — o consapevolmente ma senza riconoscerne il debito — il pensiero di Jung. il corpus junghiano è entrato difficilmente a contatto con il grosso pubblico. I grandi mezzi di comunicazione hanno trascurato Jung, cosi come l'editoria italiana che si è mossa in maniera seria ed organica solo con notevole ritardo. E' di pochi anni il varo del progetto di pubblicazione dell'opera completa della quale fin'ora troppo pochi volumi, peraltro rigorosamente curati, sono comparsi. Le opere di junghiani, pur se presenti sul mercato dell'industria culturale, non sono in grado di competere a livello di quantità con gli scritti delle altre scuole di psicologia del profondo. Queste carenze, anche se negli ultimi anni sono andate colmandosi, e certe travisazioni dovute a disinformazione o a letture affrettate hanno impedito nel passato che molti potessero avvicinarsi adeguatamente ad Jung. Solo di recente i giovani hanno improvvisamente « scoperto » la psicologia analitica come strumento per una conoscenza alternativa ed attraverso la loro fame di benessere psicologico l'hanno rilanciata nel mondo dell'attuale come possibile antidoto all'indifferenza del qualunquismo. Cosi Jung ha iniziato ad essere confrontato con le varie ideologie, da quelle politiche a quelle religiose, da quelle psichiatriche a quella della cultura della droga che movimentano e travagliano l'Italia d'oggi. Cosi Jung sta uscendo dagli interessi meramente culturali, ma anche dagli studi professionali frequentati prevalentemente dalla classe borghese, per entrare in contatto tramite le università, gli ospedali psichiatrici, 17

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i centri di igiene mentale, con una realtà più vasta colmando in tal modo il divario fra cultura e prassi. Oggi in Italia esiste, pur nella confusione delle lingue, un minimo comun denominatore che viene richiesto ad ogni teoria che si proponga come prassi psicoterapeutica: è questo rappresentato dal fatto che ogni trattamento rivolto all'individuo debba possedere implicitamente una sua dimensione sociale capace di adeguatamente considerare l'importanza del « contesto » nel quale è immerso l'individuo. In effetti ciò che si chiede è che le metodologie che presiedono alla risoluzione d'un caso siano in grado di inserire il « privato ». la sofferenza di quell'individuo. nel « pubblico » e cioè nel più vasto mondo del sociale, con le sue contraddizioni e le sue storture. Molti di noi ritengono che nella teoria della psicologia analìtica risiedano le caratteristiche richieste, e che il suo specifico setting sia in grado di fornire, forse più di altri, valide possibilità per una liberazione dalla sofferenza, considerata nelle sue profonde basi archetipiche e collettive. D'altra parte è difficile Immaginare una teoresi ed una prassi che ignorino, a favore d'una isolata visione solipsistica dell'individuo, la forza strutturante del presente e delle dinamiche economico-politiche che determinano i ritmi del quotidiano. Scriveva Bernhard che una presa di coscienza individuale non può essere terapeuticamente risolutiva se non avviene al contempo una presa di coscienza collettiva. Cosi la psicologia analitica per validarsi nel reale deve potersi fare anche interprete del sociale e denunciarne le eventuali aberrazioni, evitando in tal modo di farsi strumento di controllo ed artefice d'un consenso passivizzante ed antiterapeutico. Da qualche tempo in Italia le forze politiche hanno cominciato a riconoscere l'importanza dell'assistenza psichiatrica; di recente le scelte fatte dal politico e dal legislatore, in accordo con le forze sindacali e con gli orientamenti dei tecnici più avanzati, convergono verso la strutturazione di una politica sanitaria che rimuova dall'assistenza psichiatrica l'emarginazione e che imposti dal fondo la risoluzione delle problematiche psicopatologiche dell'individuo. Molti programmi di assisten18

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za raccomandano l'abbandono dell'abuso degli psicofarmaci, indicati come possibili strumenti di controllo della libertà dell'individuo. L'orientamento psicoterapeutico e psicosociale si impone come scelta necessaria — anche ad evitare una psichiatrizzazione attraverso i farmaci —, cosi come ci si avvia alla socializzazione dell'assistenza sanitaria considerata un servizio inteso come diritto di ogni cittadino. L'assistenza psichiatrica, quale prodotto ultimo e concreto degli avanzamenti della scienza psichiatrica ed intesa come patrimonio sociale, si fa capillare e va attivamente incontro all'individuo, ai suoi problemi ed ai suoi bisogni socio-personali nei suoi luoghi; il territorio — e non lo studio dello psicoterapeuta — è ora il luogo dell'incontro, il nuovo campo del lavoro terapeutico. In questa dimensione si svolge l'intervento psicologico i cui momenti, confrontandosi nel concreto, trovano immediata critica e verifica in tutti quei nodi del tessuto sociale del quale partecipa l'individuo. Il processo terapeutico si traduce dunque in atto nella misura in cui ogni sua fase incide non solo sulla realtà animica del singolo, bensì su tutta la sua vasta area relazionale che coinvolge persone, luoghi, entità. Da questo punto di vista si può dire che talora l'intervento terapeutico è anche un intervento politico, in quanto trasformatore della pratica di realtà delle persone; la sua capacità trasformativa deriva altresì dall'acquisizione di un metodo di analisi che investe gli elementi contestuali, anche lontani, dell'individuo i quali abbiano concorso storicamente a determinare il 'come' della sua sofferenza. La psicologia analitica sta cominciando ad uscire da quello che è stato nel passato un suo splendido ma troppo asettico isolamento, per inserirsi in questa nuova prospettiva delle cose psichiatriche che vede nell'assistenza allargata a tutti i cittadini la modalità unica per raggiungere il risultato comune del benessere psichico individuale. Il disconoscere questa filosofia vuol dire saltare un appuntamento i cui tempi sono difficilmente differibili; la pena per questa astensione sarebbe la ghettizza19

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zione elitaria. la ricerca di soluzioni utopiche, il distacco dalla realtà e dai traguardi che la società responsabile ed operosa si è posti. Per questi motivi il nostro congresso può rappresentare una significativa occasione per la verifica della vocazione al futuro della psicologia analitica, un futuro che è vicino e che attraversa la prassi dei grandi movimenti trasformatori della società. 20

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Il contesto della psicologia analitica in Italia Antonino Lo Cascio, Roma Gentili Colleghe e Colleghi, Signore e Signori, è un grande onore per noi junghiani italiani ospitare nel nostro paese il VII Congresso Internazionale di Psicologia Analitica, il primo che si svolga in Italia, lo personalmente mi unisco al messaggio di benvenuto rivolto dal Presidente del Congresso ai Colleghi qui convenuti e desidero ringraziare il Comitato dell'Internazionale per aver scelto Roma quale sede di questo incontro; una scelta ambitissima per noi italiani — e spero gradita anche ai Colleghi giunti da lontano — ma anche una scelta che. al di là degli oneri organizzativi. pone grandi responsabilità per coloro che rappresentano il pensiero junghiano in questo paese. Ritengo infatti che, limitatamente ai suoi riflessi nazionali, questo congresso internazionale porterà Jung al centro dell'interesse della cultura italiana, una cultura spesso disattenta e provinciale. E* difficile compito ed impegno per noi tutti far si che questo interesse e le eventuali critiche che ne scaturiranno possa divenire un lievito culturale che nel tempo possa tradursi in un più ampio spazio di conoscenza capace di apportare, 15

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assieme alle altre presenze nel campo, un contributo significativo al lavoro terapeutico. Un primo ed importante riconoscimento culturale ci viene proprio da questo luogo così carico di suggestioni e di prestigio, il Consiglio Nazionale delle Ricerche, che ci è stato generosamente offerto per lo svolgimento della nostra attività congressuale. Comprendiamo bene dunque quanto questo incontro sia importante non solo per le informazioni e le comunicazioni che potremo scambiarci ma anche per le implicazioni per il futuro, il futuro della psicologia analitica. Ma per prepararci al futuro dobbiamo partire dal presente, ed è della situazione attuale della psicologia analitica in Italia che vorrei parlare per offrire ai Colleghi stranieri un preciso strumento per meglio comprendere la nostra realtà, una realtà umana, sociale e politica che ritengo peculiare rispetto a quella di altri paesi, una situazione di trasformazione che non può non influire sui problemi che incontriamo e sul modo con il quale li affrontiamo. Mi limiterò a dare dei brevi cenni. Nel nostro paese agiscono circa sessanta psicologi analisti che si riconoscono nelle due società: l’A.I.P.A.. Associazione Italiana per lo studio della Psicologia Analitica, ed il C.I.P.A., Centro Italiano di Psicologia Analitica, entrambe mèmbri dell'Associazione Internazionale di Psicologia Analitica, I.A.A.P. Il gruppo freudiano riconosciuto dalla rispettiva internazionale ha in Italia vasta affermazione e conta un numero più che doppio, mentre innumerevoli sono i singoli od i gruppi che a torto o a ragione esercitano attività psicoterapeutiche senza un training di qualche attendibilità. La maggior parte degli psicologi analisti svolgono attività terapeutica nel campo professionale privato, mentre una parte consistente e che va sempre più allargandosi opera nelle istituzioni pubbliche, sia culturali, l'università, sia assistenziali e cioè negli ospedali e nei centri di igiene mentale. Sono soprattutto i giovani a lavorare nelle istituzioni e sono essi che, a contatto con realtà diverse, pongono domande e problemi ai quali spesso non è facile rispondere se non in senso riduttivo. Ed è ai giovani ed alla loro maturazione, ma 16

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anche alla validità delle loro critiche costruttive, che è consegnata la psicologia analitica di domani. Fino a pochi anni or sono, e sin dall'inizio della presenza pionieristica di Ernst Bernhard, Jung ha avuto in Italia un prestigio indiscusso ma ristretto a livello di élite nella vita culturale italiana. Letterati, critici, cineasti, architetti, artisti, ma anche pensatori, filosofi, uomini di scienza hanno conosciuto Jung e ne hanno sentito la carica di fascino e di verità. Anche se altri di recente hanno utilizzato inconsciamente — o consapevolmente ma senza riconoscerne il debito — il pensiero di Jung. il corpus junghiano è entrato difficilmente a contatto con il grosso pubblico. I grandi mezzi di comunicazione hanno trascurato Jung, cosi come l'editoria italiana che si è mossa in maniera seria ed organica solo con notevole ritardo. E' di pochi anni il varo del progetto di pubblicazione dell'opera completa della quale fin'ora troppo pochi volumi, peraltro rigorosamente curati, sono comparsi. Le opere di junghiani, pur se presenti sul mercato dell'industria culturale, non sono in grado di competere a livello di quantità con gli scritti delle altre scuole di psicologia del profondo. Queste carenze, anche se negli ultimi anni sono andate colmandosi, e certe travisazioni dovute a disinformazione o a letture affrettate hanno impedito nel passato che molti potessero avvicinarsi adeguatamente ad Jung. Solo di recente i giovani hanno improvvisamente « scoperto » la psicologia analitica come strumento per una conoscenza alternativa ed attraverso la loro fame di benessere psicologico l'hanno rilanciata nel mondo dell'attuale come possibile antidoto all'indifferenza del qualunquismo. Cosi Jung ha iniziato ad essere confrontato con le varie ideologie, da quelle politiche a quelle religiose, da quelle psichiatriche a quella della cultura della droga che movimentano e travagliano l'Italia d'oggi. Cosi Jung sta uscendo dagli interessi meramente culturali, ma anche dagli studi professionali frequentati prevalentemente dalla classe borghese, per entrare in contatto tramite le università, gli ospedali psichiatrici, 17

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i centri di igiene mentale, con una realtà più vasta colmando in tal modo il divario fra cultura e prassi. Oggi in Italia esiste, pur nella confusione delle lingue, un minimo comun denominatore che viene richiesto ad ogni teoria che si proponga come prassi psicoterapeutica: è questo rappresentato dal fatto che ogni trattamento rivolto all'individuo debba possedere implicitamente una sua dimensione sociale capace di adeguatamente considerare l'importanza del « contesto » nel quale è immerso l'individuo. In effetti ciò che si chiede è che le metodologie che presiedono alla risoluzione d'un caso siano in grado di inserire il « privato », la sofferenza di quell'individuo, nel « pubblico » e cioè nel più vasto mondo del sociale, con le sue contraddizioni e le sue storture. Molti di noi ritengono che nella teoria della psicologia analitica risiedano le caratteristiche richieste, e che il suo specifico setting sia in grado di fornire, forse più di altri, valide possibilità per una liberazione dalla sofferenza, considerata nelle sue profonde basi archetipiche e collettive. D'altra parte è difficile Immaginare una teoresi ed una prassi che ignorino, a favore d'una isolata visione solipsistica dell'individuo, la forza strutturante del presente e delle dinamiche economico-politiche che determinano i ritmi del quotidiano. Scriveva Bernhard che una presa di coscienza individuale non può essere terapeuticamente risolutiva se non avviene al contempo una presa di coscienza collettiva. Cosi la psicologia analitica per validarsi nel reale deve potersi fare anche interprete del sociale e denunciarne le eventuali aberrazioni, evitando in tal modo di farsi strumento di controllo ed artefice d'un consenso passivizzante ed antiterapeutico. Da qualche tempo in Italia le forze politiche hanno cominciato a riconoscere l'importanza dell'assistenza psichiatrica; di recente le scelte fatte dal politico e dal legislatore, in accordo con le forze sindacali e con gli orientamenti dei tecnici più avanzati, convergono verso la strutturazione di una politica sanitaria che rimuova dall'assistenza psichiatrica l'emarginazione e che imposti dal fondo la risoluzione delle problematiche psicopatologiche dell'individuo. Molti programmi di assisten18

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za raccomandano l'abbandono dell'abuso degli psicofarmaci, indicati come possibili strumenti di controllo della libertà dell'individuo. L'orientamento psicoterapeutico e psicosociale si impone come scelta necessaria — anche ad evitare una psichiatrizzazione attraverso i farmaci —, cosi come ci si avvia alla socializzazione dell'assistenza sanitaria considerata un servizio inteso come diritto di ogni cittadino. L'assistenza psichiatrica, quale prodotto ultimo e concreto degli avanzamenti della scienza psichiatrica ed intesa come patrimonio sociale, si fa capillare e va attivamente incontro all'individuo, ai suoi problemi ed ai suoi bisogni socio-personali nei suoi luoghi; il territorio — e non lo studio dello psicoterapeuta — è ora il luogo dell'incontro, il nuovo campo del lavoro terapeutico. In questa dimensione si svolge l'intervento psicologico i cui momenti, confrontandosi nel concreto, trovano immediata critica e verifica in tutti quei nodi del tessuto sociale del quale partecipa l'individuo. Il processo terapeutico si traduce dunque in atto nella misura in cui ogni sua fase incide non solo sulla realtà animica del singolo, bensì su tutta la sua vasta area relazionale che coinvolge persone, luoghi, entità. Da questo punto di vista si può dire che talora l'intervento terapeutico è anche un intervento politico, in quanto trasformatore della pratica di realtà delle persone; la sua capacità trasformativa deriva altresì dall'acquisizione di un metodo di analisi che investe gli elementi contestuali, anche lontani, dell'individuo i quali abbiano concorso storicamente a determinare il 'come' della sua sofferenza. La psicologia analitica sta cominciando ad uscire da quello che è stato nel passato un suo splendido ma troppo asettico isolamento, per inserirsi in questa nuova prospettiva delle cose psichiatriche che vede nell'assistenza allargata a tutti i cittadini la modalità unica per raggiungere il risultato comune del benessere psichico individuale. Il disconoscere questa filosofia vuoi dire saltare un appuntamento i cui tempi sono difficilmente differibili; la pena per questa astensione sarebbe la ghettizza19

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zione elitaria, la ricerca di soluzioni utopiche, il distacco dalla realtà e dai traguardi che la società responsabile ed operosa si è posti. Per questi motivi il nostro congresso può rappresentare una significativa occasione per la verifica della vocazione al futuro della psicologia analitica, un futuro che è vicino e che attraversa la prassi dei grandi movimenti trasformatori della società. 20

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Sulla metodica dell’ interpretazione dei sogni Hans Dieckmann, Berlino (1) Kohnstamm. citato In Siebenthal. Die Wissenschaft vom Traum, Berlin Góttingen Heidelberg, Springer-Verlag, 1953. La letteratura sul sogno è sempre stata affascinata dall'idea della eterogeneità del nostro mondo onirico rispetto al mondo dell'esperienza cosciente. Ogni volta che nella letteratura si parla di complesso dell'Io, si parte senz'altro dal presupposto che nel sogno questo complesso si dissolve, che si verifica una dissociazione, che i confini dell'Io scompaiono o che l'lo stesso non dispone più della relativa capacità di coordinamento delle singole componenti psichiche. Cosi scrive ad esempio Kohnstamm nel 1927 (1): « La direzione monarchica dell'Insieme dei processi psichici viene meno. e con essa anche il ricomporsi cosciente del nostro essere fisico e spirituale nell'unità dell'Io ». Freud è stato il primo a concepire il sogno come uno stato simile alla psicosi; da allora non si fa che parlare del mondo onirico come di qualcosa di complicato, di astruso. di apparentemente privo di senso, che solo con grande difficoltà riesce a trovare una giusta collocazione nella nostra coscienza della veglia. Ma basta seguire un cospicuo numero di sogni per un ampio arco di tempo ed ecco che si affacciano dei dubbi su questa concezione; da qualche tempo mi vado chie21

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dendo se non è in seguito al manifestarsi di qualità di esperienza e di combinazioni fantastiche nuove che in certi momenti sopravvalutiamo questa eterogeneità del sogno rispetto all'esperienza da noi vissuta nella veglia. Sicuramente nell'Io del sogno possono presentarsi qualità di esperienza vissuta nuove ed eterogenee. che non corrispondono alla realtà. Si pensi ad esempio ai sogni, molto frequenti nella pubertà. In cui ci si immagina di volare, e cosi pure quelli dell'incontro con un sosia ovvero della scissione dell'Io in due persone, una che osserva e l'altra che agisce. E' anche sicuramente esatto dire che nel sogno si verifica un allentamento dei confini dell'Io e che l'Io del sogno non dispone della stabilità e coordinazione proprie dell'Io cosciente, cosi com'è sicuro che si ha un indebolimento dei sistemi di difesa. Noi rimaniamo. è chiaro, particolarmente affascinati dalle forme estreme e dalle metamorfosi dell'Io. E' raro oggi trovare un libro dei sogni che non citi il famoso sogno del filosofo cinese Chuang Tzu, in cui questi sogna di essere una farfalla, e ricollega all'episodio la questione filosofica se sia stato un uomo a sognare di essere una farfalla o una farfalla a sognare di essere un uomo. Si tratta certamente di un sogno molto suggestivo. e non possiamo escludere, sulla base dei vari resoconti dì cui disponiamo, che sogni simili esistano realmente. Nessuno però ha scritto sinora quanto frequenti essi siano e in quali individui o in quali manifestazioni morbose siano soliti presentarsi. Sulla base del materiale in mio possesso (oltre 50.000 sogni di pazienti), e anche per la conoscenza dei miei sogni personali e le numerose inchieste condotte presso colleghi, devo costatare che sogni di questo genere hanno un carattere di straordinaria rarità. Nell'intero corso della mia attività analitica li ho potuti esperimentare solo due volte: uno è il caso di una paziente tossicomane, che sognò di essere un fiore che sapeva correre, l'altro risale agli inizi della mia formazione di analista: ricordo di aver sentito allora, in un seminario, il racconto di una psicotica che aveva sognato di essere un vaso. Sarebbe interessante indagare con quale frequenza e in quali stati patologici si presen22

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(2) H. Dieckmann, « Integration Process of the Egocomplex in dreams », The Journal of Analytical Psychology, vol. 10, n. 1. 1965. tano in genere sogni di questo tipo. I due casi da me osservati mostravano anche nell'esperienza della veglia gravissimi disturbi dissociativi del complesso defilo. e mi sembra probabile, come dimostrerò anche in seguito, che tali sogni si verifichino solo in presenza di gravi malattie psichiche o forse anche, se vogliamo dar credito al sogno di Chuang Tzu, nel caso di personalità dalla spiccata capacità creativa, che siano in grado di intraprendere processi di identificazione del tutto inusitati. Per lo più il comportamento dei pazienti nel sogno è straordinariamente simile, se non identico, a quello dello stato di veglia. L'io del sogno adopera le stesse formazioni difensive, vive le stesse sensazioni e gli stessi sentimenti che avrebbe vissuto nella realtà trovandosi in una situazione analoga. Al contrario di quanto si suole affermare, il complesso dell’lo dispone di un grado elevato di costanza e stabilità, e non ha affatto la tendenza a dissolversi e a dissociarsi in larga misura nel sogno, bensì è fortemente impegnato a conservare, anche nell'Io del sogno, le sue funzioni. Ciò non esclude che vi siano fenomeni ben evidenti di allentamento e che il sogno sia lo strumento più idoneo a fornire al complesso dell'lo qualità di esperienza vissuta nuove o represse. In un passato lavoro (2) ho descritto tanto questi processi di integrazione che si verificano nell'Io del sogno quanto il mutare delle sue forme di esperienza e dei suoi modi di comportamento nel corso del lavoro analitico. A suo tempo ero giunto alla conclusione che la maggior parte dei fenomeni di trasformazione verificantisi durante l'analisi passa dapprima per l'lo del sogno, per arrivare poi più agevolmente, grazie a questo tramite, a livello del cambiamento cosciente. Nelle qualità di esperienza e di comportamento dell'Io del sogno di regola non troviamo confermata ne la teoria dell'appagamento di desiderio ne quella della funzione compensatoria: l'Io del sogno infatti cerca di conservare anche nel sogno la continuità del complesso dell'lo. Una ragazza di 14 anni sognò che, salendo per una scala, era presa e trattenuta in una casa da un altro bambino, col quale veniva quindi a furi- 23

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