1977_16

 

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Sul preconcetto di inferiorità della donna: Alcune riflessioni sul femminile dal punto di vista della Psicanalisi e della Psicologia Analitica Bianca Garufi, Roma « Solo il fatto che il maschile non può esistere senza il femminile ha impedito la estirpazione, procedura che altrimenti sarebbe stata accarezzata, da questo gruppo di esseri 'malvagi' sui quali sono stati proiettati tutti i pericoli dell'inconscio ». E. Neumann. Gli stati psicologici dello sviluppo femminile. Marsilio Editori, p. 54. (1) S. Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale (1905), Opere Complete voi. »V, p. 465, Boringhieri. (2) S. Freud. The question of lay analysis (1926), The standard edition of the complete psychological works. vol. 20, p. 212. « La vita sessuale degli uomini è diventata ormai accessibile alla ricerca. Quella delle donne è nascosta dietro una impenetrabile oscurità» (1). E' una frase di Freud, una frase ben nota. Vent'anni la separano da un'altra ancora più famosa: «e La vita sessuale della donna è il continente oscuro della psicanalisi » (2). Entrambe le frasi non lasciano dubbi sull'esistenza di aspetti riguardanti la donna del tutto ignoti per lui. Nonostante queste chiare e oneste asserzioni di totale ignoranza del femminile e malgrado il suo genio grandioso di indagatore del profondo, Freud non seppe, non potè confutare l'opinione vecchissima (anche se forse non vecchia come il mondo) che « inferiore » fosse un attributo sostanzialmente appropriato per la donna. Un'opinione che inevitabilmente le sue teorie contribuirono a confermare. 19

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Non sorprende infatti che la maggioranza delle correnti di pensiero il cui scopo è l'evoluzione della donna abbiano identificato Freud con un nemico. Esse ritengono che la psicanalisi, uno degli strumenti della struttura patriarcale, asserisca che la donna è inferiore e che possa conseguire la sua vera femminilità solo in veste di moglie e di madre; per esse la psicanalisi serve a giustificare lo status quo borghese patriarcale di cui Freud è ritenuto la personificazione. Possiamo convenire con Juliet Mitchell (3) che della psicanalisi e della situazione della donna si è occupata ampiamente, che il freudismo popolarizzato (4) si attaglia a questa descrizione. Dobbiamo però convenire con essa ugualmente che il rifiuto del pensiero di Freud è fatale all'evoluzione della donna d'oggi. Qualunque sia l'uso che ne sia stato fatto (e pur essendo pensiero di un uomo. in una società patriarcale, e quindi inevitabilmente a favore della medesima) esso. la psiche di questa società, ha avuto il coraggio e la genialità di analizzarla (5). Di conseguenza nessuno a cui prema un cambiamento effettivo dell'attuale situazione psicologica e sociale della donna può permettersi oggi di rifiutarlo. « La caratteristica comune », dice la Mitchell, « delle critiche mosse all'opera di Freud consiste nel fatto che. sebbene esse sembrino sempre riferirsi ad argomenti specifici, in sostanza ciò che viene respinta è l'intera struttura intellettuale della psicanalisi » (6). Dietro alle critiche mosse ad alcuni aspetti delle teorie di Freud, c'è un inconfessato rifiuto della sua impostazione generale e di ogni suo concetto fondamentale. Ci sembra in effetti un voler negare la realtà il non tener conto della portata che ha avuto l'esplorazione, iniziata da Freud, dello spazio sottostante la coscienza, nonché dell'impegno e del metodo con cui egli volle cercare in questo spazio un rimedio ai disturbi della psiche. L'aver aperto la porta verso quello che c'è dietro la coscienza e aver dato ascolto ai prodotti spontanei dell'attività psichica fino ad allora tenuti in disparte, è stato e rimane il grande merito di Freud e di coloro che presero parte alla sua scoperta. Lo stesso Jung. che di questa scoperta può conside ri J. Mitchell. Psicanalisi e femminismo (1974), Einaudi. (4) « Masse di donne alla ricerca di qualcosa studiarono psicologia con passione nella speranza di trovare una soluzione per i loro disturbi. Ma le donne che sì erano interessate alla psicologia perché la materia le riguardava personalmente, si misero ben presto a sputare sentenze in gergo sull'adattamento matrimoniale e la responsabilità del ruolo sessuale. Le facoltà di psicologia divennero delle specie di centri di addestramento che rispedivano le donne a casa, « adatte ai loro ruoli tradizionali di mogli e madri ». Quelle donne che insistevano nel voler fare carriera divennero a loro volta strumenti del sistema educativo repressivo; e la loro appena conquistata « conoscenza » psicologica servì per tenere a bada una nuova generazione di donne e bambini. La psicologia divenne reazionaria fino al midollo, il suo potenziale come disciplina seria venne minato dall'utilità che aveva per i detentori del potere ». Shuiamit Firestone, La dialettica dei sessi, Guaraldi Edit. p. 81. (5) J. Mitchell. Op. c/f.. p. IX. (6) J. Mitchell, Op. cit. p. 7. 20

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(7) C.G. Jung, Psicologia dell'inconscio (1917), Boringhieri 1968, p. 48. (8) K. Horney, Psicologia femminile, 1973, Armando Editore. (9) K. Horney, // problema del masochìsmo femminile, in ld.. Op. cit, p. 245. rarsi coautore, non ha esitato a dichiarare apertamente che spetta a Freud il « merito immortale di aver posto le fondamenta di una psicologia delle nevrosi » (7). Tuttavia fu proprio dalle critiche rivolte alle teorie freudiane sulla psicologia femminile e dalle elaborazioni susseguenti, che una visione più oggettiva del femminile cominciò a farsi strada. Già nel campo dei suoi seguaci, e precorrendo per certi aspetti gli odierni dibattiti biologici, psicologici e politici delle femministe. vediamo la Horney prendere un rilevante distacco dalla psicanalisi ortodossa (8). Con grande audacia e per prima — contrariamente a Helen Deutsch la cui opera ampliò e diffuse acriticamente i concetti freudiani sulla psiche femminile — essa sostenne che il masochismo nelle donne era una manifestazione nevrotica culturalmente indotta e culturalmente incoraggiata anziché una normale ed inevitabile conseguenza della biologia femminile (9). La Horney si dedicò con tutta la sua energia e la sua competenza professionale a una lunga e tenace opera di confutazione della teoria freudiana secondo la quale le donne soffrono di invidia del pene. Essa osservò quanto la psicanalisi fosse stata unilaterale nel porre la sua attenzione soprattutto sull'uomo e sul ragazzo, mostrando molto chiaramente come il taglio culturale della mentalità maschile avesse influenzato i precetti della teoria psicanalitica. Dimostrando non solo che la psicanalisi, in quanto creazione di un genio maschile, fosse sotto molti lati una psicologia maschile, e che la nostra intera civiltà è maschile, essa fece rilevare che il punto di vista psicanalitico riguardante lo sviluppo della psicologia femminile era in ogni particolare identico all'idea che il bambino si fa della bambina. E cioè: partendo dal presupposto che ognuno ha o dovrebbe avere un pene, il bambino nota che la bambina non ce l'ha, ed è lui a pensare che lei sia castrata, mutilata, è lui a credere che lei abbia subito la punizione da lui temuta per sé, è lui a considerare lei come inferiore perché lei ha perduto il prezioso organo, ed è lui ancora a non poter immaginare che lei possa guarire da questa perdita o dall'invidia provata per il pene di lui. Nel criticare la psicanalisi per l'importanza fondamen- 21

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tale data alla differenza genitale fra i sessi, la Horney giunge a suggerire un suo punto di vista che, pur fissando la donna nella funzione riproduttiva, e riducendola quindi a un livello principalmente biologico. ha almeno il merito di aver posto una alternativa al pensiero freudiano ortodosso sulla femminilità. Il dogma dell'inferiorità della donna può, secondo la Horney. aver origine da un'inconscia tendenza maschile a proiettare un proprio senso di inferiorità sulla donna, tendenza che si basa sulla profonda invidia del maschio riguardo la capacità di generare che è appannaggio della donna (10). Se le tesi sostenute dalla Horney ci appaiono ancora oggi di notevole importanza è perché esse mettono in luce quanto la scelta freudiana fosse impostata sul Padre, scelta inevitabile e fondamentale per una cultura patriarcale, o meglio per la cultura tout court, che è patriarcale. Le posizioni della Horney furono appoggiate da Jones al quale va il merito non solo di essersi posto il que-sito se « donna si nasce o si diventa » (11). ma anche di indurci a ricordarci una massima di saggezza la cui fonte è più antica di Fiatone: « All'inizio. Dio. maschio e femmina li creò » (12). Questa massima che risale alla Genesi non vuole esprimere soltanto la credenza nella origine divina della creazione ma affermare il fatto elementare che il genere umano è insieme maschio e femmina. La favola dell'estrazione di Èva dalla costola di Adamo è chiaramente un'inversione patriarcale. per dare la precedenza al maschio, di un mito anteriore. quello cioè dell'eroe nato dalla Dea Terra e che ad essa deve tornare per rinascere ancora (13). Nel primo capitolo della Genesi, che ci da la versione più conosciuta, la donna è concepita invece non solo come parte dell'uomo, ma anche ricavata dall'uomo senza che egli se ne renda conto, mentre si trova in un sonno profondo. E' un mito dunque che rappresenta la donna come una parte inconscia dell'uomo, completamente dipendente da esso, senza spirito ed anima propria. Questo mito è l'espressione dell'atteggiamento fondamentale dell'uomo rispetto alla donna. Dice Esther Harding: » Se il racconto fosse stato riportato da una donna, (10) K. Horney. fuga dalla femminilità (1926), in Id., Op. cit, p. 59. (11) E. Jones, La sessualità femminile primaria (1935), in Teoria del simbolismo; scritti sulla sessualità femminile. Astrolabio. p. 503. (12) E. Jones, La fase fallica (1932), in Id., Op. cit, p. 492. (13) J. Campbell. Thè Masks of God: Occidental Mythology (1964). Souvenir Press (Educational & Academic) Ltd.. p. 30. 22

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(14) E. Harding, La strada della Donna (1933). Astrolabio. p. 18. (15) J. Mitchell, Id.. Op. cit., p. 153. (16) S. Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale (1905), Opere Complete voi. IV, p. 457. Boringhieri. avremmo avuto una versione della creazione del tutto differente. Una volta per esempio in una scuola fu dato un tema dal seguente tenore: narrate la creazione dell'uomo. Una bambina scrisse: « Dio creò prima Adamo. Poi guardandolo Dio disse 'credo che se mi ci provassi di nuovo potrei far di meglio'. Quindi creò Eva » (14). Questa ingenua versione del mito, del tutto femminile, (anche se unilaterale e quindi inaccettabile) è divertente e soprattutto spiccia nel dimostrare come non sia difficile, qualora lo si voglia, fare della storia Io strumento del proprio tornaconto. Per la Harding. come per Jones e la Horney. anche se per questi ultimi con una visione più riduttiva e di conseguenza con un campo di indagine meno ampio e profondo, la donna e l'uomo sono creati nella natura. La società esige dalla bisessualità psicologica di entrambi i sessi che uno di essi raggiunga una preponderanza assoluta di femminilità e l'altro di mascolinità: l'uomo e la donna sono fatti nella cultura (15). E' interessante ricordare come il concetto di innata bisessualità nell'essere umano occupi un posto centrale nel pensiero di Freud. Egli considerò la bisessualità come « proprio della normalità » rivelando che cia-scun sesso porta dentro di sé aspetti biologici dell'altro sesso e questi elementi biologici di potenziale bisessualità l'essere umano li porta con sé nella sfera psicologica (16). Per aver trasportato il concetto di bisessualità a un più generale concetto di bipolarità quale fattore esistente non solo nell'essere umano ma nell'intero universo, e per aver fatto dell'equilibrio di questi opposti la sostanza e lo scopo della sua teoria, la psicologia junghiana ha dato inizio a una ricerca che doveva contribuire inevitabilmente, anche se con ristagni e lentezze, all'attuale presa di coscienza dell'unilateralità dei valori patriarcali in vista di una nuova cultura i cui valori non potranno essere di certo patriarcali soltanto. Sono del 1925 le parole di Jung: « E in genere, può essere in grado un uomo di scrivere sulla donna, suo contrario? Voglio dire. scrivere qualcosa di vero e giusto, al di là di ogni programmatica sessuale o risenti- 23

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mento, al di là di ogni illusione o teoria? Io non so davvero chi potrebbe arrogarsi simile superiorità » (17). Queste parole riflettono soprattutto la sua intuizione di uomo che non potrà non evolversi davanti ad una donna che si evolve, dell'uomo moderno che non può non avere problemi di crescita se la donna ha problemi di crescita. Secondo Jung l'uomo del presente non può. « non importa il perché », ritornare al passato senza provare una perdita essenziale. L'uomo del presente deve lavorare per il futuro e lasciare ad altri la conservazione del passato. « Egli non è quindi », continua Jung, « soltanto un costruttore, ma anche un distruttore. Tanto lui quanto il suo mondo sono incerti ed ambigui. Le vie che il passato gli ha indicato e le risposte che esso da alle sue domande sono insufficienti di fronte alle necessità del presente. Le vecchie vie comode sono chiuse, si sono aperte nuove possibilità. e sono sorti nuovi pericoli, sconosciuti al passato. La via nuova deve passare per un terreno vergine. senza presupposti e purtroppo spesso, anche senza pietà » (18). Nonostante queste parole che esprimono l'accettazione del mutamento e quindi l'audacia implicita in ogni avventura della psiche. Jung, quando parla della bipolarità AnimusAnima non suggerisce una visione altrettanto ardita riguardo ai sessi, come ad esempio potrebbe essere se li considerasse effettivamente uguali benché diversi: Egli dice infatti: « Come l'uomo fa fuoruscire la sua opera, creatura completa, dalla sua femminilità inte-riore. così la mascolinità della donna produce germi creatori che possono fecondare la femminilità del maschio » (19). Pur affermando che sia l'uomo che la donna traggono le loro energie creative dall'inconscio, per Jung esiste una sottile — o forse non troppo sottile — differenza: l'Anima dell'uomo aiuta l'uomo a produrre il suo lavoro creativo, l'animus della donna dovrebbe principalmente inseminare l'anima dell'uomo ispirandolo nel produrre il lavoro creativo dell'uomo stesso. E' con accento ironico che June Singer commenta questo concetto di Jung. « E' fortunata », essa dice parafrasandolo, « ma (17) C.G. Jung, La donna in Europa, In: Realtà dell'anima, Boringhieri, Torino 1953, p. 93. (18) C.G. Jung, Op. cit, p. 96. (19) C.G. Jung. L'Io e l'inconscio (1928), Boringhieri. Torino 1967, p. 129. 24

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(20) J. Singer, Androgyny: Toward a new theory of sexuality (1976). Anchor Press Doublé Day. p. 47. (21) J. Singer, Op. cit., p. 48. (22) E. Jung. Animus Anima (1931), Spring Publications. davvero rara, la donna il cui animus attivo, creativo, viene favorito dal tenero nutrire l'anima dell'uomo » (20). Tuttavia Jung ha insistito sulla necessità per la donna di integrare l'animus nella totalità della propria personalità femminile. Per giungere a ciò, la donna deve essere capace di riconoscere il funzionamento dell'ani-mus al momento della sua comparsa. L'animus della donna si manifesta nell'indipendenza, la rivendicazione, l'ambizione, la lotta intellettuale e altri tipi di comportamento che non sembrano adatti alla donna così come è vista dall'uomo il quale considera queste qualità delle virtù quando appartengono a lui. Di conseguenza per la donna sarebbe meglio tenere l'animus sotto fermo controllo, subordinandolo al suo lo femminile. Che l'animus stia in sottordine non solo è conveniente ma è indispensabile se una donna vuole avere con un uomo una relazione che funzioni bene. La Singer fa notare che questa posizione, così come Jung l'ha enunciata negli anni venti, non è stata seriamente messa in discussione fino agli anni settanta (21). E' del 1931 il saggio di Emma Jung sul principio femminile e sulla psicologia della donna (22). A rileggerlo oggi sì ha l'impressione che in qualche modo esso esprimesse la conferma di quanto Jung stesso aveva asserito, e cioè che solo una donna può parlare della donna. Senza voler togliere nulla del valore intrinseco e storico di questo saggio, e soprattutto nulla all'autrice stessa, tenuto conto dell'inevitabile influenza esercitata su di lei dalla personalità di Jung nel suo triplice aspetto di maestro, marito e padre dei suoi cinque figli, non si può non ricavarne leggendolo (nonostante essa scriva essenzialmente per la donna e su fenomeni che riguardano la donna) l'impressione che l'uditorio all'interno e al di fuori di sé fosse più maschile che femminile. Anche se l'incrinatura che percepiamo nella sua voce sia comprensibile e persino ovvia, essa da a gran parte di ciò che dice proprio quel tono che forse lei stessa non avrebbe voluto che avesse, un tono in cui traspare, in modo più o meno evidente, la universale e diffusa sottovalutazione della donna. Un 25

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segno ne è il suo quasi chiedere scusa quando scrive: » Ne l'audacia, ne la presunzione ci avrebbero spinto all'arroganza di voler essere come Dio, ovverossia come l'uomo... No. ma qualcosa ci è giunto come un comando » (23). Da questa frase appare, come da altre dello stesso saggio, che il principio maschile in quanto spirituale e intellettuale è « più alto » (e non si può non cogliere la sfumatura: « e quindi migliore ») mentre il principio femminile è « più basso », più vicino alla natura e all'inconscio. Emma Jung descrive due diverse reazioni o modi di comportarsi dell'animus nelle donne: il primo, che lei considera il più diffuso, è di restare represso, contaminato dall'inconscio con una corrispondente glorificazione conscia di ciò che viene comunemente inteso come ruolo e funzione femminile. Il secondo è l'identificazione con l'animus stesso, il che rende l'adempimento del ruolo femminile impossibile o per lo meno difficile. • Dobbiamo porci il compito ». dice la Jung, « di imparare a conoscere la natura e l'effetto di questo fattore, di questo uomo in noi per distinguerlo da noi. Se non Io facciamo siamo identiche all'animus o da esso possedute, uno stato che porta agli effetti più deleteri » (24). Ciò che nel suo saggio Emma Jung descrive con particolare chiarezza sono proprio queste difficoltà cui va incontro la donna moderna nel suo sviluppo. Le soluzioni da lei offerte hanno anche oggi una natura realistica e quindi operativa: le donne non conscie dovrebbero diventare coscienti delle loro qualità maschili, e le donne conscie dovrebbero non perdere il contatto con il principio femminile, e questo anche aprendosi ad una maggiore amicizia e solidarietà fra donne. In altre sue frasi però ci sembra sentire di nuovo la sua sfiducia di fondo e l'atteggiamento più che critico. pessimista, nei confronti del femminile. Essa infatti scrive: « E' ben noto che una facoltà della mente veramente creativa è cosa rara in una donna » (25). Un dato di fatto questo su cui potremmo anche essere tutti d'accordo. Ma è il modo di porsi di fronte a questa asserzione che può vederci quanto meno perplessi; 26 (23) E. Jung. Op. cit, p. 5. (24) E.Jung.Op.c/f..p.13. (25) E. Jung, Op. cìt., p. 21.

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il perché la facoltà della mente è raramente creativa nella donna. Comunque è nel paragrafo seguente che il preconcetto sull'inferiorità del femminile appare più dolorosamente evidente. Quando parla di « facoltà creative della mente », essa intende le facoltà discriminatorie e critiche. Ora queste facoltà, benché possano avere un ruolo nel « creare », non rappresentano il tutto del « creare ». In realtà considerare queste facoltà come la base della creatività porta all'annullamento della creatività stessa. Nella sua asserzione che la creatività della donna, il campo reale del potere creativo femminile sta solo nello « sviluppo dei rapporti ». il femminile come da lei viene inteso, invece di arricchirsi ne esce minimizzato. Quando dice che la donna si realizza principalmente nello sviluppo dei rapporti. nella casa. nella famiglia, l'incrinatura che avevamo notato nella sua voce si fa risentire come se fosse il patriarcato e non lei a dare per certo che si tratti di un'autentica realizzazione. E tuttavia questa stessa frase, » lo sviluppo dei rapporti » in un altro contesto, avulsa cioè dal fastidioso sospetto di ghettizzazione: — la donna qui. nei rapporti, e l'uomo lì, fuori dei rapporti —, dovrebbe poter suggerire, a rifletterci meglio, molto di più. Essa potrebbe esprimere il potere di vedere il tutto oltre che le singole parti, di creare un nesso tra simbolico e oggettivo, tra le idee, sentimenti, gli atteggiamenti e il mondo in genere. Essa potrebbe esprimere una coscienza la cui potenza meriterebbe la stessa considerazione della potenza delle funzioni creative razionali e differenziatrici. All'analisi che fa Emma Jung della psiche femminile bisogna aggiungere e considerare le successive e più estese discriminazioni di Erich Neumann. Egli descrive lo stato psichico iniziale della donna come identico a quello dell'uomo, uno stato di unità psichica. L'Io nel suo processo di formazione è ancora un germe nell'inconscio, uno stato che si può associare alla realizzazione simbiotica tra il bambino e la madre. Nel bambino lo sviluppo dell'Io porta a riconoscere nella figura materna « l'altro ». Vi può essere amarezza in questa constatazione, il senso di essere stato tradito. 27

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ma vi è anche il rinforzamento dell’ lo e una tendenza da quel momento in poi ad impostare i rapporti come un incontro tra un /o e un tu estraneo e diverso (26). D'altro canto l'lo in formazione della bambina non incontra differenze ma similitudine, e così l'identificazione con la madre può continuare molto più a lungo. anche tutta la vita, senza causare ciò che potrebbe diventare col tempo una nevrosi. Fintante che rimane entro questo recinto (dell'identificazione con la figura materna), la donna è certamente infantile e immatura per quanto riguarda Io sviluppo cosciente, ma non è estraniata da se stessa (27). Per questa donna i rapporti non sono questione di Io e tu, bensì una inconscia identificazione di sangue: con la madre che l'ha generata, con l'essere che a sua volta genererà. E l'uomo è essenzialmente solo il padre di quest'essere: egli non ha altra funzione per lei. nessun rapporto ben definito. Essa vive per e tramite i propri figli, ignara di qualsiasi elemento maschile in se stessa e facilmente, benché inconsciamente, infastidita da ciò che è maschile, soprattutto se questo tenta di interferire nel suo campo. Per le donne appartenenti a questa prima fase. concepire finalità diverse dal proprio ruolo biologico richiederebbe un moto fuori dalla ^identificazione primaria » e quindi anche se inconsciamente, ma proprio per questo tanto più profondamente, ciò ad esse apparirebbe come un tradimento non tanto dell'uomo bensì della propria madre e di conseguenza dei propri figli. Secondo Neumann la donna diventerà più conscia di sé come individuo quando un ulteriore moto la porterà verso uno stadio susseguente nel quale, afferrata da un ignoto e irresistibile potere, diventerà preda non dell'amore per un uomo bensì del principio maschile proiettato su un contenuto transpersonale « la cui grandezza si manifesta all'interno di una religione come divinità o, al livello concreto, come un grande uomo. un artista, un genio, un veggente, un poeta, a cui la donna si sente legata » (28). Prerogativa costante di questo tipo di proiezione è quella di tenerla lontana dal principio maschile che sia in qualche modo in rapporto diretto con la realtà. Superata questa seconda (26) E. Neumann, Gli stadi psicologici dello sviluppo femminile (1953), Marsilio Editore. 1974, p. 28. (27) E. Neumann, Op. cit., p. 32. (28) E. Neumann, Op. cit., p. 41. 28

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(29) E. Neumann, Op. cit., p.48. (30) E. Neumann, The Great Mother (1955). routiedge & Keegan. fase. la donna viene liberata grazie al suo amore per un uomo reale. Essa giunge così alla terza fase: il matrimonio patriarcale (29). Diventa così la compagna di un uomo che si identifica con l'attività razionale maschile e che considera la donna incapace di tale attività. Le si chiederà di essere la donna-nutrice della prima fase senza peraltro che al femminile venga offerto supporto alcuno ne che la società (della quale come donna della terza fase potrebbe ormai usufruire) le offra quel minimo di appoggio che il femminile aveva nella prima fase. In questo simbolico rapporto matrimoniale l'uomo è l'intellettuale, il direttore spirituale. la donna è la nutrice emotiva, materiale. Man mano però che le donne diventano più coscienti del loro proprio potenziale, il matrimonio patriarcale diventa sempre più formale e insostenibile. D'altra parte gli atteggiamenti esistenti dietro quel matrimonio e dietro tutto il sistema socio-psico-economico-politico nel quale questi atteggiamenti predominano non può essere modificato, a meno che il valore del femminile non sia stabilito. L'interpretazione che da Neumann del principio femminile in rapporto alla coscienza tenta di portare una luce maggiore su questo problema. Sulla base di numerosi dati archeologici (30) egli sostiene che il principio femminile non è solo « elementare » e cioè generatore di vita avviluppante e corroborante, ma anche « trasformativo », cioè generatore di coscienza. Se nel suo aspetto elementare il principio femminile poggia le sue fondamenta sulla realizzazione inconscia nel grande ciclo della nascita, copula e morte, la qualità trasformativa del femminile cerca di unire questo ciclo con la coscienza. In altre parole non è necessario pensare che il principio maschile, l'animus in una donna. agisca in opposizione al femminile. Piuttosto, l'animus. come Hermes psicopompo, potrebbe guidare la donna dall'aspetto elementare della femminilità al trasformativo. E l'Anima in un uomo dovrebbe agire non solo come un nesso con l'inconscio bensì come una alleata per conquistare un ampliamento della coscienza. Questa coscienza nasce dunque da una fonte di energia spirituale e psichica identificabile con il femmi- 29

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nile. Perciò, se l'umanità è alla coscienza che mira. stabilire il migliore rapporto possibile con il femminile assume una grandissima importanza. Consideriamo ancora per un momento il procedimento descritto da Neumann per mezzo del quale la coscienza maschile si libera dalla morsa della grande madre, cioè dall'aspetto negativo inconscio del principio femminile. Neumann utilizza come simbolo centrale di quel conflitto la lotta dell'eroe contro il drago. la Madre cioè. il potere che ha l'inconscio di trattenere e sopraffare l'eroe. Il drago deve essere distrutto in maniera che l'Anima possa aprirgli i tesori della sua propria « anima » (30 bis). La lotta contro una figura matriarcale è da Neumann posta al centro di ogni vita ma è una lotta che va vista anche come la replica di un conflitto avvenuto nella preistoria. Tutta l'arte. la religione, la scienza, la tecnologia sono il frutto. il risultato di questa lotta, di questa ribellione. Le teorie di Neumann sono. senza il minimo dubbio. affascinanti, però nell'approfondirle una donna non può non sentirsi sostanzialmente lasciata fuori. Il principio femminile ha la funzione di qualcosa che si deve sopraffare: la madre; o di qualcosa che deve ispirare: la musa, l'eterno femminino. Comunque esso sia, lo sviluppo della coscienza, nella storia e negli individui, è descritto come un'esperienza specificamente maschile, anzi per quanto paradossale possa sembrare, anche nella donna la coscienza ha carattere maschile (31). Infatti, poiché ogni donna racchiude in sé aspetti di principi sia maschili che femminili. Neumann non nega alle donne la possibilità della coscienza. La conclusione è che qualsiasi coscienza la donna possa raggiungere, la raggiunge nonostante la sua femminilità. La Harding. nel suo ricchissimo ed esauriente studio sul simbolismo della luna (32). vorrebbe che questo approccio al femminile iniziasse dopo essersi liberati da tutte le idee preconcette su che cosa sia la donna e su che cosa sia veramente femminile, e cioè cercando di avvicinarci ad esso con mente il più possibile aperta. (30 bis) L'anima è qui l'essere umano nella sua essenza e nella sua complessità fisica, psichica e spirituale (in inglese:soul). (n.d.a.). (31) E. Neumann, The origins and History of Consci ousness (1954), Pantheon, p. 42. (32) E. Harding, / misteri della donna (1955). Astrolabio. 30

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(33) E. Harding, Op. cit. p.41. Dagli scritti della Harding. nonostante il condizionamento della sua formazione e del tempo in cui scrive, e quindi le interne inevitabili contraddizioni che in essi si possano reperire, traspare uno sforzo minuzioso e appassionato per ridare al principio femminile tutta la dignità e la regalità perdute. « La nostra civiltà ». dice la Harding, « è stata così a lungo patriarcale. con il predominio dell'elemento maschile, che la nostra concezione di ciò che è femminile è quasi del tutto frutto di pregiudizi. E' ad esempio un «e fatto » risaputo che il maschile è forte e superiore, e la donna debole e inferiore. Questo dogma è stato scosso soltanto ultimamente dalla rivolta delle donne le quali non si sono limitate a mettere in dubbio la teoria ma hanno dimostrato nella pratica che si tratta di una convinzione fasulla. Tuttavia ancora resiste il preconcetto che gli uomini, in un qualche modo a loro peculiare che non dipende dalle realizzazioni personali, dal carattere o dalla forza, siano superiori alle donne, che l'uomo in quanto uomo è superiore alla donna come tale » (33). Nelle società matriarcali viene invece sostenuto il contrario di questo assunto. Benché le pure società matriarcali siano oggi molto rare. ne esistono ancora un certo numero in cui resta fondamentale la norma materna anche se gli uomini hanno man mano acquistato, rispetto al passato, un maggior potere. Per esempio in quelle tribù in cui il clan è formato tramite la parentela materna, il marito non vi occupa alcun posto. La sua presenza nel villaggio viene tollerata durante la vita della moglie, ma se questa muore egli è costretto a ritornare nel villaggio della madre, dove sottostà alla podestà del fratello materno e non a quella del proprio padre. L'ascesa del potere maschile probabilmente ebbe inizio quando l'uomo incominciò ad accumulare la proprietà personale in contrapposizione a quella comune e scoprì che la sua forza e il suo valore potevano accrescere i suoi possedimenti. Engeis dice: » Man mano che le ricchezze aumentavano, l'uomo assumeva nella famiglia una posizione superiore a quella della donna, mentre si determinava l'impulso a rovesciare la tradizionale forma di successione a beneficio dei pro31

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pri figli » (34). Che i figli ereditassero dal padre, fino a quel momento, non era stato possibile poiché vigeva il diritto materno. Infatti i figli del defunto non appartenevano alla gens del padre bensì a quella della madre. Dal proprio padre non potevano ereditare nulla finché rimaneva in vigore il diritto materno. « II crollo del diritto materno fu la sconfitta del sesso femminile nel quadro della storia universale. L'uomo assunse il governo anche in casa, la donna fu avvilita e asservita, divenne la schiava dei suoi appetiti e il semplice strumento per la procreazione dei figli. Questa posizione umiliante della donna... venne un po' alla volta ingentilita e ipocritamente dissimulata: abolita non fu mai » (35). Un altro motivo concomitante all'accumulo di beni personali in mano all'uomo, motivo precedente o susseguente, importa poco, ma di importanza inequivocabile per l'ascesa del maschile, si può individuare nel momento in cui l'uomo e la donna, e probabilmente tramite un'intuizione di quest'ultima, si resero conto che era l'uomo, e non un principio divino-magico, il responsabile della gestazione nel corpo della donna. Forse fu in quel momento che l'uomo, identificandosi con la paternità, s'identificò per la prima volta con la divinità. Comunque sia, questa trasformazione che si operò nel principio maschile e che coincise con il potere secolare, si riflette nell'ascesa del culto solare basato sul sacerdozio maschile per cui i più antichi culti lunari vennero scalzati, « decentralizzati ». Essi ovviamente non andarono perduti del tutto; rimasero nelle mani delle donne e divennero loro appannaggio, la cui forza spirituale potè esprimersi al più alto grado soltanto e soprattutto attraverso i « misteri » che ad esse appartenevano. « L'adorazione del sole », dice la Harding. « era generalmente introdotta e stabilita per ordine di un dittatore militare, come accade in Babilonia, in Egitto e probabilmente anche negli altri paesi » (36). Questo passaggio, dall'impronta culturale femminile al maschile, fu di vastissima portata. Uno degli elementi più importanti di questo passaggio fu forse che il concetto di tutto ciò che fin allora era stato conce- (34) F. Engeis, L'origine della Famiglia, della Proprietà Privata e dello Stato (1884), Savelli, p. 84. (35) F. Engeis, Op. cit., p. 85. (36) E. Harding. Op. cit. p. 42. 32

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(37) E. Harding. Op. cit, p.42. [38) R. Grinnell. Alchemy in a modern woman (1973). Spring Publications. pito come valore religioso o spirituale, e che fino allora si era espresso simbolicamente con la luna. fu trasferito al sole e cadde sotto il controllo maschile, tramutandosi in religione di stato. Il sole divenne di conseguenza Dio della guerra, della potenza personale e delle cose di questo mondo mentre le qualità spirituali rimasero, come abbiamo accennato, collegate con le divinità lunari. L'adorazione della luna riflette da allora soltanto l'adorazione delle forze creative e feconde della natura e della saggezza intrinseca all'istinto e alle leggi naturali. L'adorazione del sole divenne invece l'adorazione di ciò che vince la natura, che mette ordine nella sua caotica pienezza e imbriglia la sua energia per la realizzazione degli scopi dell'uomo. Il principio maschile, o Logos, venne così ad essere venerato nella persona del Dio Solare, e le qualità divine presenti nell'uomo, la sua capacità di realizzare e ordinare, formulare, discriminare e generalizzare. furono venerate in un eroe solare che intraprendeva fatiche e uccideva i serpenti dell'ignoranza e dell'indolenza, acquistando in tal modo la coscienza, un valore spirituale di ordine differente. « II nostro moderno atteggiamento ». secondo la Harding. « è il risultato di questo spostamento di accento dai valori simbolizzati dalla luna a quelli rappresentati dal sole. E cioè la retrocessione e la svalutazione del principio femminile a vantaggio di una esaltazione del maschile ha dato luogo alla convinzione che l'intelletto è la più grande forza spirituale e che se la gente facesse soltanto uso della propria intelligenza ogni cosa potrebbe essere ordinata nel modo giusto » (37). Robert Grinnell è a nostro avviso l'altro autore che ha sentito intensamente la preoccupazione, a suo tempo espressa dalla Harding, di ridare al femminile (e vorremmo precisare: al femminile della donna) tutta la maestà e la levatura che le compete. Egli ci offre del principio femminile un'interpretazione profondamene elaborata e per non pochi aspetti consolante (38). Partendo da un caso clinico magistralmente condotto sulla base dell'alchimia, egli analizza la problematica tipica di una giovane donna emancipata, di 33

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