1976_14

 

Embed or link this publication

Description

Archivio

Popular Pages


p. 1

Psicologia analitica e psicoanalisi in rapporto alle dominanti psichiche Aldo Carotenuto, Roma Claudio Ricciardi, Roma Jung ha sentito il bisogno di porsi di fronte all'uomo con una dimensione spirituale più vasta di quella che la psicologia del suo tempo gli suggeriva. Che questa sua motivazione sia sgorgata soltanto dall'osservazione dei fatti, come era uso dire il maestro zurighese, o da un irresistibile richiamo di elementi metafisici, romantici e mistici non è facile dire. Certo è il fatto che l'idea di un legame psichico ininterrotto con un lontanissimo passato della specie umana è sempre stato da Jung implicitamente o esplicitamente espresso. Con il progredire della sua esperienza di terapeuta e lo studio delle più svariate espressioni dell'inconscio il tema di un legame psichico con il passato è diventato, all'interno della dottrina di Jung, un costante punto di riferimento tanto da spingere alcuni studiosi a denominare quella di Jung «Psicologia archetipica» (1). Ci proponiamo nel nostro saggio di seguire il pensiero di Jung e Freud sul tema specifico delle domi301 (1) James Hillman, Why “Archetypal” Psychology? Spring, 1970, p. 212.

[close]

p. 2

nanti psichiche, di quegli aspetti della dimensione psicologica cioè che in maniera ricorrente appaiono nello strutturarsi della personalità e nelle manifestazioni dell'operare fantastico. Si badi che Jung anche in questo settore specifico di ricerca, ha riconosciuto di essere un continuatore di Freud. Lo afferma nei Ricordi, sogni e riflessioni (2) e in una lettera del 1949 al figlio di Flournoy: (2) C. G. Jung, Ricordi. sogni, «Sto portando avanti ciò che Freud aveva iniziato. riflessioni. Il Saggiatore. Spesso lamento il fatto che la scuola freudiana non ha Milano 1965. p. 1965. saputo sviluppare la fortunata scoperta del maestro » (3). Ma come giustamente viene spiegato in un'altra parte di questa Rivista, alcune vicende personali di mutua (3) C. G. Jung, Letters, vol. 1, incomprensione spinsero i due esploratori dell'inconscio su p. 526. Princeton University Press 1973. strade diverse. Nella monumentale Wandiungen und Symbole der Libido del 1912 e rimaneggiata nel 1952 con il titolo defintivo di Simboli della Trasformazione, Jung si distacca sostanzialmente dalla metodica e prospettiva freudiana per lanciarsi nell'avventuroso campo della mitologia comparata. Le fantasie di una donna sull'orlo della schizofrenia ed alcuni documenti let-terari, religiosi, etnologici e mitologici, gli permisero di fare una serie di arditi accostamenti e fecero maturare in lui l'idea della presenza di « Dominanti psicologiche » che si trovano alla base del funzionamento psichico dell'uomo. Già comunque nel 1909 nel lavoro Conflitti dell'anima infantile Jung rilevava come alcune fantasie di bambini sulla nascita degli angeli, contenessero in nuce l'idea della reincarnazione che « come noi sappiamo è ancora viva oggi tra milioni di esseri umani » (4). I curatori dell'edizioni junghiana inglese dei Collected Works fanno notare che il saggio del 1909 è permeato dall'idea dell'attività archetipica senza che lo stesso Jung ne fosse interamente consapevole. È chiaro che come ogni ipotesi che vuole spiegare un fenomeno, quella degli archetipi non si è formata di colpo ma ha preso (4) C. G. Jung, Psicologia e forma lentamente all'interno del sistema psicologico che educazione. Astrolabio, Roma Jung andava elaborando. Ma la lettura delle primissime 1947, p. 103. opere di Jung può lasciare sconcertato lo studioso perché anche in esse 302

[close]

p. 3

(5) C. G. Jung, Studi psichiatrici. Boringhieri, Torino 1970. p. 90. (6) Freud / Jung, Lettere. Boringhieri, Torino 1974, p. 493. (7) C. G. Jung, La Libido. Simboli e Trasformazioni (edizione del 1912, da non confondersi con l'opera dallo stesso titolo pubblicata nel 1965 dall'editore Boringhieri e ripubblicata poi dallo stesso con il titolo definitivo di Simboli della Trasformazione). La edizione del 1912 è stata pubblicata dalla Newton Compton di Roma. La citazione da noi riportata è a p. 27. (8) Idem, p. 49. è possibile scorgere i germi della teoria archetipica. Ci riferiamo alla tesi di laurea del 1900 Psicologia e Patologia dei cosidetti fenomeni occulti nella quale sono raccolti molti riferimenti ad elementi non personali del medium che gli permettono appunto di parlare in lingue a lui sconosciute (5). Spesso nei suoi Ricordi Jung fa riferimento al ricco mondo culturale di Basilea e all'influsso ricevuto al contatto con le solide tradizioni umanistiche a lui contemporanee. È soprattutto la storia delle idee il cibo preferito da Jung anche perché tutta la sua vicenda personale di bambino introverso e a disagio nel mondo degli altri, in un certo qual modo gli aveva già fatto vivere dolorosamente sulla sua pelle la presenza degli archetipi. È esperienza comune che quando un giovane si sente estraneo agli altri, cerca un legame all'interno di un sistema ideale, magari utopico, ma non meno reale soggettivamente di quanto sia il mondo da cui si sente escluso. Nelle Wandiungen del 1912, sulla cui prima parte almeno Freud si espresse molto favorevolmente (6), troviamo una serie di passi che indicano su quali sentieri si sarebbe poi incaminato Jung. «Durante tutta la nostra vita possediamo..... un pensare fantastico che corrisponde a quello dell'antichità e dell'età della barbarie. Come il nostro corpo conserva in molti organi i relitti di funzioni e condizioni arcaiche, cosi anche il nostro spirito che pure apparentemente si è sviluppato liberandosi da quelle tendenze pulsionali arcaiche porta ancor sempre il marchio dell'evoluzione percorsa e, almeno nelle fantasie, ripete sognando i suoi primordi » (7). Jung in varie occasioni ha rilevato l'influenza di alcuni studiosi come Adolf Bastian, nell'elaborazione dell'arcaismo psichico. Un'altra preziosa affermazione contenuta nelle Wandiungen porta l'attenzione sul fatto che «..... l'inconscio è comune a tutti gli esseri umani in misura infinitamente maggiore dei contenuti della coscienza individuale; esso è infatti la condensazione di ciò che è storicamente medio e frequente » (8). Il bellissimo articolo del 1914, coevo alla rottura con Freud, Sulla comprensione psicologica, contiene in 303

[close]

p. 4

maniera molto più esplicita i temi toccati nelle Wandiungen. Dopo aver polemizzato con il metodo riduttivo, Jung sostiene che ogni manifestazione soggettiva non può essere compresa che nell'ambito del soggettivo. Il soggettivo può essere « analizzato » ma nell'analisi esso deve essere riferito a dei « tipi » perché « anche il sistema più individuale non è mai assolutamente unico, ma offre indubitabili e interessanti analogie con altri sistemi » (9). È soltanto questo confronto che permette al « soggettivo » di diventare « oggettivo », vale a dire che esso si stacca da una matrice individuale e personalistica per parlare un linguaggio vasto, quel linguaggio che gli uomini hanno espresso in certi momenti della loro esistenza e che come un leit-motiv wagneriano. rammenta ad ognuno la appartenenza ad un ciclo molto più ampio della sua singola vita. Questo succede immancabilmente con i pazienti la cui analisi non è un sostegno, non accomodamento, ne un tentativo di venire a patti con il principio di realtà ma è un « vero » colloquio con l'inconscio. La condizione di un dialogo autentico è data soprattutto dall'esaurimento dei tentativi alloplastici. spesso illusori perché fondati su dei modelli paranoici che allucinano il mondo a noi esterno. Si noti che esiste, per un mal compreso senso della storia, una vera e propria violenza ideologica su chi timidamente pensa in termini di autorealizzazione personale come se un simile obiettivo fosse, ipso facto, un'implicita accettazione del reale. Inoltre le critiche all'analisi si fondano proprio su dei fatti che con l'analisi non hanno niente a che fare. Purtroppo certe osservazioni sorgono da una matrice marxiana non digerita in cui abbondano paralogismi e petizioni di principio. Dicevano che un autentico processo analitico parla con voci collettive, legate ad esperienze più vaste. proprio nel senso dell'humani nihil a me alienum puto. Vediamo ora, con l'aiuto di un. sogno, di illustrare l'idea delle immagini archetipiche cosi come si sono evolute nel pensiero di Jung. Perché un sogno? Perché i sogni « hanno il vantaggio di essere (9) C. G. Jung, Sulla comprensione psicologica. Si trova in: Psicogenesi delle malattie mentali. Boringhieri, Torino 1971, p. 193. 304

[close]

p. 5

(10) C. G. Jung,II concetto di inconscio collettivo. Si trova in The archetypes and the collective unconscious. C. W. n. 9, p. 48. (11) Tutto il materiale cli-nico dell'articolo appartiene alla casistica privata di Aldo Carotenuto. involontari, prodotti spontanei dell'inconscio e sono per questo un puro prodotto della natura non falsificata da alcun obiettivo cosciente» (10). Il nostro paziente (11) è un giovane di 28 anni, laureato in filosofia e fisica, fornito di un'acutissima intelligenza. Lavora nel campo delle particelle elementari ed è molto apprezzato nella sua attività per le ampie possibilità speculative che indubbiamente possiede. È in terapia da più di tre anni ed il motivo che lo spinse a cercarci era un'impotenza di chiara natura psichica. Ed ecco il sogno: Mi trovo immerso in un'acqua profonda, calma e limpida, lo sono come uno strano pesce e sono legato, per tutta la lunghezza del corpo con un'altra persona, mio compagno. Avanziamo nel senso dei piedi che girano come un'elica e che fanno anche da timone. Il mio amico però non sa muovere i piedi ed 10 gli insegno come fare. Ogni tanto passa vicino un pesce enorme, una specie di pescecane che non mi fa alcuna paura: è come se fossi anch'io un grande pesce. Ad un tratto, sempre sott'acqua, arriviamo al limite di un abisso; è una specie di oceano oscuro senza fondo. Anche adesso non ho alcuna paura perché capisco che ormai tra me e questo mondo abissale non si può fare neanche un minimo confronto. Decido di tornare indietro dall'abisso, con un senso di impotenza. Il paziente ci porta il sogno in preda ad una grande agitazione, in contrasto all'apparente mancanza di ansia durante l'accadimento onirico. È inoltre muto rispetto ai particolari, qualche amplificazione non aggiunge nulla al contenuto manifesto. Eppure ambedue intravvediamo nel sogno una serie di motivi che appartengono alla fantasia dei popoli. Ad esempio emerge il motivo del « doppio » (l'amico al quale è legato), l'immagine dell'oceano, il mostro marino, l'abisso da cui non si torna. Ora questi elementi sono « tipici » in quanto sono confrontabili nell'ambito di una struttura di storie diverse, in genere si tratta di miti o fiabe. Allora la domanda che Jung si pone è questa: «Perché è necessario tradire la ricchezza che il paziente porta in analisi, riducendolo ad un vissuto personale che per giunta spiega ben poco? » L'acquisizione personale che dovrebbe rilevarsi nel sogno sembra insufficiente di fronte alla 305

[close]

p. 6

vibrazione e fantasia del sogno stesso. Nel 1919 Jung comincia a delineare, anche se in un modo non del tutto privo di ambiguità, la sua teoria sull'inconscio collettivo. Nell'articolo L'Istinto e Inconscio dopo aver definito l'inconscio « la totalità di tutti i fenomeni psichici che mancano della qualità della coscienza » (12) il maestro zurighese affronta l'arduo e pericoloso problema delle qualità psichiche ereditate. Sarà proprio nello strato ereditato che Jung situerà gli archetipi (13). « In questo profondo strato noi troviamo le forme innate di ‘intuizione' vale a dire gli archetipi della percezione e dell'apprendimento che sono i necessari determinanti a priori di tutti i processi psichici » (14). Jung spiega poi la differenza fra istinto e archetipo: «come l'istinto spinge l'uomo verso un tipo di esistenza specificamente umana, cosi gli archetipi forzano i suoi modi di percezione e apprendimento dentro modelli tipicamente umani » (15). Dicevamo che questo articolo presenta notevoli ambiguità, analoghe a quelle inserite ne La struttura dell'anima del 1927 (l'inconscio è un deposito dell'esperienza) (16). Sono note le critiche sorte da un tale tipo di formulazione, ma con ogni probabilità Jung, nel momento in cui maturava le sue idee intorno all'inconscio collettivo e gli archetipi era più interessato al grande significato della sua ipotesi piuttosto che alla sua rigorosa formulazione, coerente con i principi scientifici del suo tempo, in particolar modo con la biologia (17). Quando però sempre nella struttura dell'anima afferma che « l'inconscio collettivo contiene tutta l'eredità spirituale dell'evoluzone umana, nata di nuovo nella struttura celebrale di ogni individuo » (18) si pone già in una prospettiva diversa in quanto fa intervenire il momento storico dell'uomo, anche se in chiave di pura fisiologia. L'ambiguità si ripresenta comunque nei Tipi psicologici del 1921 quando parlerà dell'immagine primordiale o archetipo come deposito primordiale (19). Si ha la netta impressione che Jung. sommerso dal materiale con cui lavorava, abbia preferito un certo tipo di formulazione assai appealing (12) C. G. Jung, Istinto e inconscio. Si trova in La dinamica dell' inconscio. Boringhieri. Torino 1976. Poiché al momento della stesura dell'articolo ancora non abbiamo potuto vedere il volume di Boringhieri, ci siam o serviti della traduzione del medesimo articolo contenuta in C. G. Jung, Inconscio, occultismo e magia. Newton Compton, Roma 1971. p. 223. In questa edizione ve di anche l'introduzione di Aldo Carotenuto sul problema del rigore scientifico in Jung. (13) Idem. (14) Idem. (15) Idem. (16) C. G. Jung. La struttura dell'anima. Si trova in: II problema dell'inconscio nella psicologia moderna. Einaudi, Torino, p. 120. (71) Adolf Portman, Jung's Biology Professor. Spring 1976. (18) C. G. Jung, La strut tura dell'anima, cit. p. 122. (19) C. G. Jung, Tipi psicologici. Boringhieri, Torino 1969. p. 451. 306

[close]

p. 7

(20) II saggio si trova in II problema dell'inconscio nella psicologia moderna, cit. p. 48. (21) Idem. (22) Henry Murray, Some basic psychological assumptions and conceptions. In Dialectica, 1951, 5. p. 266292. (23) C. G. Jung, Psicologia e educazione, cit. p. 62. alla fantasia ma scarsamente fondato su categorie scientifiche. Un anno più tardi Jung chiarirà ulteriormente la sua ipotesi precisando per l'appunto che « non esistono rappresentazioni innate ma possibilità innate di rappresentazioni (20); ed ancora, sempre nel 1922 con l'articolo Psicologia analitica e poesia affermava con un rigore assolutamente moderno che « l'inconscio collettivo non esiste neppure, in quanto esso non è altro che una possibilità..... quella possibilità che ci è trasmessa nella struttura del nostro cervello » (21). E cioè: il cervello umano (attraverso la selezione naturale) si è strutturato in un certo modo e funziona quindi in quel certo modo. Come si sa, questo riferimento cosi strettamente biologico è stato ripreso dallo psicologo Henry Murray che parlando del concetto di personalità, dice che questa « può essere definita da un punto di vista biologico come l'organo di governo, o l'ordine superiore del corpo. Come tale, essa è localizzata nel cervello. Senza cervello non vi è personalità » (22). Il riferimento che Jung fa al cervello dovrebbe sollevarlo dall'accusa di miope idealismo cui spesse volte viene sottoposto. Jung non ha mai creduto che lo spirito viene prima del corpo anche se, tenden-zialmente avrebbe preferito fare affermazioni del genere. Forse un giorno qualcuno riuscirà a spiegarci quali sono i precoci condizionamenti che ci fanno essere idealisti o materialisti malgrado le evidenze. Diciamo che l'idealista, per rispetto dei fatti, deve fare un discorso materialista, ma ha bisogno di molta attenzione per evitare, suo malgrado di ricadere nell'affascinante e seducente trappola dell'idealismo. In psicologia analitica ed educazione (23) del 1924 Jung avanza la prima distinzione fra archetipo e im magine archetipica equivalente, in un certo senso. a ciò che nella psicologia freudiana si intende per istinto e per rappresentazione dell'istinto. Durante tutto il discorso nelle opere successive molte volte Jung lascia al lettore il compito di decifrare a quale dei due concetti si riferisce. Va quindi chiarito che quando, ad esempio in un sogno si parla di arche- 307

[close]

p. 8

tipo, si intende sempre la rappresentazione dell'archetipo che, nell'accezione junghiana, viene in genere definito simbolo. Il lettore ricordi quindi che simbolo e rappresentazione dell'archetipo sono sinonimi. A questo punto del nostro esame delle formulazioni junghiane il lettore deve rimanere giustamente disorientato perché Jung alternativamente presenta varie versioni di queste dominanti psicologiche. Nell'articolo del 1925 II matrimonio come relazione psicologica, Jung accennerà all'eterna immagine della donna di cui ogni uomo è portatore specificando che « ciò vale anche per la donna: anch'essa ha un'immagine innata dell'uomo » (24). Non solo Jung fa questa affermazione ma ne fa un'altra ancora più compromettente quando dirà che « anche se non esistessero le donne questa immagine incosciente (l'immagine cioè di cui ogni uomo è portatore) ci permetterebbe sempre di determinare quelle caratteristiche psichiche che una donna dovrebbe avere » (25). Riconosciamo francamente che l'ambiguità è la matrice idealistica di tali formulazioni e non possiamo non pensare allo strano rapporto avuto da Freud e Jung con i più elementari presupposti della rivoluzione darwiniana. Un singolare destino lo accomuna alle speculazioni errate di Marx sul valore. Come però nessuno metterebbe in discussione il rivolgimento sociale che comunque deriva dalla visione marxiana, cosi le ingenue formulazioni lamarckiane del primo Jung e, strano a dirsi, il lamarckismo totale di Freud non inficiano, la nuova Weltanschauung che essi hanno offerto agli uomini. Le formulazioni di Jung sull'archetipo oscillano fra vari poli: ad esempio nel 1928 la stesura finale di La struttura dell'inconscio (saggio scritto nel 1916) con il titolo definitivo L'Io e l'inconscio, sempre a proposito dell'anima (l'immagine femminile di cui ogni uomo è portatore), presentava la bizzarra possibilità di una doppia eredità sia dell'immagine sia della struttura (26). Nel Mistero del fiore d'oro, del 1929, l'Anima viene da Jung poi definita come « un'immagine o archetipo, o deposito di tutte le (24) II saggio si trova in II problema dell'inconscio nella psicologia moderna, cit., p. 201. (25) Idem. (26) C. G. Jung. L'Io e l'inconscio. Boringhieri, Torino 1967. p. 107. 308

[close]

p. 9

(27) Jung-Wilhelm, il mistero del fiore d'oro. Bari, Laterza 1936, p. 44. (28) C. G. Jung, Paracelso. Si trova in Thè spirit in man, art and literature. C. W. n. 15. p. 8. (29) lì saggio si trova in Thè practice of psycho-therapy. C.W. n. 16, p. 34. (30) II saggio si trova in II problema dell'inconscio nella psicologia moderna, cit, p. 126. esperienze dell'uomo con la donna » (27). Come si vede tutte formulazioni fuorvianti lo studioso ingenuo che non sottoponga a spirito critico quello che sta leggendo. Ci sono comunque delle strane incongruenze perché sempre nel 1929, l'articolo su Paracelso, Jung presentava le immagini archetipiche come « emergenti solo quando vi sono delle circostanze favorevoli » (28). Come si vede una formulazione accettabile e per un certo verso matura sul significato di archetipo. Anche in Alcuni aspetti della moderna psicoterapia del 1930, parlando dell'ere dità* collettiva, dirà che essa «non è fatta di rappresentazioni innate ma della possibilità di avere queste rappresentazioni ». In altre parole, di categorie a-priori di un possibile funzionamento (29). Possiamo quindi stabilire un punto preciso: intorno al 1930 Jung presenta due tipi di spiegazione: l'immagine archetipica è una possibilità (vale a dire che il cervello dell'uomo è fatto in un certo modo per cui, se stimolato opportunamente, reagisce e funziona in un certo modo; l'altra spiegazione riguarda invece l'eredità dell'immagine (vale a dire che avendo fatto l'uomo una certa esperienza, questa si è depositata nell'uomo il quale la ha trasmessa ai suoi successori). Come abbiamo detto questa ipotesi è insostenibile per quanto piena di suggestivo romanticismo. Già però nel 1931 Jung si poneva il problema di come si riconosce la presenza dell'archetipo e in Anima e Terra proponeva, da un certo punto di vista operativo di « indagare se ogni reazione psichica, sproporzionata alla causa che l'ha provocata non sia in pari tempo dovuta anche ad un archetipo » (30). Il lettore che ci ha seguito nel nostro excursus potrà notare come con questa formulazione faccia rientrare l'archetipo nell'ambito del costrutto mentale stimolo-risposta. Da una parte il mondo esterno con le sue sollecitazioni dall'altra un'apparecchiatura predisposta secondo le leggi della selezione naturale, a scattare e a riempirsi di un contenuto storico particolare e tipico della condizione dell'uomo, hic et nunc. Si noti che l'idea era già 309

[close]

p. 10

adombrata nel 1930 nel lavoro Psicologia e Letteratura. Jung vi accennava all'archetipo del vecchio saggio che si « sveglia » quando i tempi sono maturi (31). Ma queste nuove modulazioni sull'archetipo ci impongono di fare una tappa sulla nostra ricognizione dello sviluppo di idee di archetipo nel pensiero di Jung e ci spingono a riprendere in esame il nostro sogno (32). Rammentiamo che il nostro paziente è. come si suoi dire, un fisico puro che vive del tutto a suo agio fra le teorie riguardanti la composizione della materia. Figlio di genitori operanti in campi teorici, per i quali il mondo è soltanto pura razionalità, ha avuto continue sconfitte nel campo sentimentale caratterizzate da scelte puerili di partner sbagliate o comunque del tutto irraggiungibili. Inoltre il paziente lamenta una strana impotenza sessuale (motivo principe che lo ha condotto in terapia). Viene cioè, nel momento del rapporto con una donna, preso dal dubbio se la sua erezione è veramente un'erezione conforme alla sua vigoria fisica, con risultati facilmente intuibili. L'analisi ha immediatamente affrontato l'intricata problematica del figlio unico, per giunta bello e intelligente ed i legami inconsci ambivalenti con i genitori. L'idea generale che se ne ricava è che il paziente sembra del tutto cieco di fronte ai rapporti sentimentali. Il termine « infantilismo » da appena un'immagine di quello che noi vogliamo intendere, con accentuate punte di auto-distruttività che raggiungevano l'apice nei rapporti con le donne. Tutto il corso dell'analisi è stato caratterizzato, specialmente nelle fasi iniziali, da una grande forza di volontà per venire a capo di una situazione sempre più dolorosa e sconvolgente per un logico come il nostro paziente. Questo era il suo stile, naturalmente, in parallelo però con la nostra fiducia nella dissoluzione di un tale atteggiamento perché al massimo della malattia — scriveva Jung — è come se il potere distruttivo si convertisse in forze creative. Questo è creato dal risvegliarsi degli archetipi..... che prendono la guida della personalità psichica..... Si noti che anche in questa espressione (31) II saggio si trova tradotto in italiano nel l'antologia curata da Luigi Aurigemma, La dimensione psichica con il titolo Psicologia e poesia, p. 87. Da non confondersi quindi con l'articolo Psicologia analitica e l'arte poetica contenuto in II problema dell'inconscio nella psicologia moderna, cit. La dimensione psichica è stata pubblicata da Boringhieri nel 1972. (32) Un approccio storico all'evoluzione del concetto di archetipo è stato curato dalla Jolande Jacobi, Complesso Archetipo Simbolo. Boringhieri, Torino 1971, p. 37; ma consulta anche W. Pauli, Fisica e conoscenza, Boringhieri, Torino 1964, p. 133. Il lettore interessato ad una critica distruttiva e poco intelligente del concetto di archetipo può consul tare Heinrich H. Balmer, Die archetypentheorie von C. G. Jung. Eine Kritik. Heidelberger Taschenbucher Band 106, Berlin. Heidelberg. New York. Springer 1972; ma vedi anche la recensione del libro che smaschera la insipienza e tracotanza nevrotica del Balmer in Ztschr. f. Parapsychologie und Grenzgebiete der Psychologie, Jahrgang 15, 1. 1973 da parte della A niela Jaffé, p. 56-59. 310

[close]

p. 11

l'archetipo è considerato « qualcosa » che viene at tivato da una situazione che porta scompiglio o comunque che rompe un equilibrio preesistente. Ora è noto che il procedimento analitico può essere considerato, con una metafora già usata da Freud, come un lavoro di scavo e di approfondimento delle strutture psichiche. Ecco perché c erti sogni sono impensabili all’inizio del trattamento mentre invece si fanno abbastanza frequenti con il proseguire dell'analisi. Come abbiamo già detto il nostro paziente, dopo il sogno, è venuto da noi con un forte senso di allarme e di angoscia, con una reazione psichica cioè non giustificata da nessun fatto concreto. Egli sente lontani da sé i contenuti del sogno. Ed è proprio quello che Jung dirà nelle Tavistoc Lectures del 1935, quando parlando degli archetipi afferma che essi « producono l'impressione di appartenere non a una persona in particolare, bensì piuttosto a tutta quanta l'umanità (33). Sempre nelle Tavistoc Lectures Jung offre un consiglio tecnico: « Se un analista viene messo di fronte a un archetipo, deve cominciare a pensare» (34). Infatti, mentre con i contenuti (33) C. G. Jung, Psicologia dell'inconscio personale non si può, ne si deve aggiungere analitica. Mondadori, Milano nulla alle associazioni del paziente, ben diversa è la 1975. p. 35. situazione con l'inconscio collettivo di fronte al quale è generalmente il terapeuta a dover fornire il necessario (34) Idem. p. 86. materiale. Il paziente è una persona colta, dopo tre anni di analisi si è abituato a cogliere il significato di certe immagini. Non è difficile dialettizzare con lui la polivalenza del mare. profondo e limpido nello stesso tempo, una cellula (35) Sub problema del doppio tematica che allude al progredire obiettivo del nostro abbiamo un interessante studio di Otto Rank, ora rapporto che illumina, data la limpidezza, ad arcaici modelli reperibile anche in lingua della mente umana. la figura dell'altro, del nostro doppio a inglese. Per la parte cui (35), volenti o nolenti, siamo legati. Vediamo allora, sejunghiana segnaliamo il condo le ultime formulazioni dell'archetipo da noi illustrate, recente lavoro di Micheli Walker. The Doublé. an come possiamo comprendere il processo che ci è di fronte. archetypal Configuration, Jung ci dice che le immagini archetipiche si svegliano sotto apparso su Spring 1976. p. l'impulso di un certo stimolo esterno. Vengono alla luce 165. secondo una struttura predisposta che è tipica di ogni uomo e 311

[close]

p. 12

cioè: « gli archetipi sono forme e rappresentazioni eternamente ereditate che non hanno, sulle prime, un contenuto specifico. Il loro contenuto appare soltanto nel corso della vita individuale... » (36). Oppure: « Gli archetipi emergono nella coscienza soltanto quando le esperienze personali li rendono visibili » (37). Se l'analista deve pensare sopratutto di fronte all'archetipo il suo pensiero non deve andare soltanto al probabile, possibile e cauto significato delle immagini ma soprattutto alle condizioni che hanno permesso l'emergere di tali immagini. Un comportamento di fuga di un animale non ha senso se non svolge una funzione ben precisa e per noi sarebbe del tutto incomprensibile se non avessimo anche una pur minima idea della causa scate nante (38). Allora noi dobbiamo chiederci cosa è, in questo momento della terapia e della vita del paziente, che ha sollevato dall'interno una tale modalità espressiva. Ora il procedimento di Jung consiste nel chiedersi in quali momenti storici dell'umana e tragica vicenda compare un certo motivo. Si vedano ad esempio le ricerche effettuate sul simbolo del Sé in Aion (39). II problema che si presenta nel sogno, almeno come prima immagine, è la figura del « doppio ». Una ricognizione nel campo del mito ci suggerisce Gilgamesh e Enkiddu e, nella sua essenza più pura, l'incontro di Cristo con il diavolo. In termini psicologici questi momenti rappresentano l'incontro con l'altra parte della nostra vita psichica, quella inconscia; solo in unione con questa noi approfondiamo la conoscenza di alcune forze che ci governano, malgrado la nostra volontà. Si abbia presente l'aspetto razionale e volontaristico del nostro paziente. Un uomo abituato ad avere ragione dei segreti della natura ma non del proprio corpo. Una delle caratteristiche dell'incontro con materiale archetipo è proprio un effetto sconvolgente, che equivale al tipo di esperienza che con ogni probabilità si effettua all'interno degli esercizi Zen. C'è un particolare del sogno che vogliamo far notare al lettore e cioè che la figura legata al sognatore non muove i piedi. (36) C. G. Jung, Psychology and religion: West and East. C.W. n. 11, p. 518. (37) Idem. p. 519. (38) Aubrey Manning, II comportamento animale. Boringhieri, Torino 1972, p. 78. (39) C. G. Jung, Aion. Pantheon Books, New York 1959. 312

[close]

p. 13

(40) C. Q Jung, Letters vo l 1, p. 267, op. cit. (41) W. M. Kranefeldt, Complesso e mito. Si trova inserito nei volume di Jung II problema dell'inconscio nella psicologia moderna, cit, p. 235. All'interno della strutturazione del sogno deve essere il nostro paziente ad insegnare al suo alter Ego una modalità particolare perché i piedi, usati come elica, permettano ai due corpi di accelerare la discesa. Ora noi abbiamo considerato il piede sia come un'espressione fallica sia come, tout court, un mezzo di locomozione per cui una sua riattivazione, anche se soltanto al livello di una progettazione in conscia. implica un movimento di forze all'interno dell'economia psichica. Vivere il proprio « doppio » con una modalità cosi diversa dalla nostra equivale, in linguaggio archetipico, all'incontro di Cristo con i suoi inconsci desideri di potenza (40). Come noi sappiamo, la saggezza e la predicazione avvennero subito dopo il contatto con il diavolo, il nuovo cioè è il risultato di un'assimilazione sempre sufficientemente dolorosa. Il nostro « scienziato » ora deve ammettere la presenza del diverso, del non coerente: dove cioè fronteggiare una personalità «dissociata » che potrebbe operare in maniera contraddittoria. È arrivato cioè il momento, e l'analisi ne è la diretta responsabile, di capire come il suo castello intellettuale (che opera del resto molto bene) potrebbe naufragare da un momento all'altro perché rappresenta anche una compensazione ordinatrice e compatta della tendenza sgretolante della personalità. Ma poiché in un modo o nell'altro con la natura non si bara il sottile logico sta pagando con l'impotenza la negazione di una personalità molto diversa da quella da lui assunta. Il nostro paziente e noi non saremmo mai stati soddisfatti da una spie gazione in termini di «romanzo familiare» (41). Come Gilgamesh non potrà andare a caccia dell'im mortalità senza fare i conti con Enkiddu, come Ercole con Euristeo. Cristo con il diavolo, cosi anche il nostro, fisico deve pagare uno scotto, ma ciò che a lui viene comunicato si pone in una prospettiva di gran lunga superiore di quella misera, meschina, ridut-tiva che da l'impressione di stare con i piedi in terra ma soltanto perché non si è mai imparato a volare. Ma per meglio capire questa prima parte del sogno in termini di immagini archetipiche ripren- 313

[close]

p. 14

diamo ora il nostro esame sull'evoluzione del concetto di archetipo di Jung. Nel 1936 il maestro zurighese è cosciente che le sue formulazioni si prestano a varie interpretazioni; per questo motivo dedica una sua conferenza alla chiarificazione delle sue idee che inizia con queste significative parole: « Probabilmente nessuno dei miei concetti empirici si è incontrato con tante incomprensioni come l'idea dell'inconscio collettivo » (42). Onestamente non possiamo dire che gli immancabili 25 lettori avessero del tutto torto, come ci è sembrato di illustrare durante la nostra disamina. Vediamo adesso cosa Jung si accinge a spiegare. « L'inconscio collettivo è una parte della psiche che si può distinguere dall'inconscio personale perché, a differenza di quest'ultimo, non deve la sua esistenza ad una personale esperienza, ed non è perciò un'acquisizione personale. Mentre l'inconscio personale è fatto essenzialmente di contenuti che sono stati un tempo coscienti ma che sono scomparsi dalla coscienza essendo stati dimenticati o rimossi, i contenuti dell'inconscio collettivo non sono mai stati nella coscienza e perciò non sono mai stati acquisiti individualmente, essi devono la loro esistenza esclusivamente all'eredità. Mentre l'inconscio personale consiste in massima parte di complessi, il contenuto dell'inconscio collettivo è fatto essenzialmente di archetipi » (43). Nelle formulazioni precedenti abbiamo già visto in che senso Jung intenda ' eredità '. Ciò che interessa nell'articolo è la definizione che Jung si accinge a dare di archetipo e cioè: « L'archetipo è un modello di comportamento istintivo » (44). Questa definizione di Jung, partico-larmente felice, viene conservata praticamente in tutti i suoi scritti fino all'importante e complicato saggio del 1947 Riflessioni teoriche sulla essenza della psiche. Con tale definizione Jung, anche se in senso metaforico, avvicina l'ipotesi dell'archetipo all'idea generale degli istinti, come programmazione innata, di cui ogni organismo vivente, tramite la selezione naturale, è di norma equipaggiato. L'idea dell'archetipo diventa allora uno strumento di so- (42) Vedi riferimento della nota n. 10. La pagina corrispondente è la n. 42. (43) Idem. (44) Idem. 314

[close]

p. 15

(45) C. G. Jung, Psicologia e religione. Comunità, Milano 1962. p. 77. (46) Jung e Kerényi, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia. Boringhieri. Torino 1972. p. 140. (47) C. G. Jung, Alchemical Studies .C. W. n. 13. p. 168. pravvivenza del più adatto, come specificherà poi Jung nel 1937 quando dirà che i motivi archetipici derivano dai « modelli della mente umana » (45), modelli che entrano in funzione sotto un determinato stimolo così come è per gli istinti. Accanto a questa definizione bisogna affiancarne un'altra del 1940 quando discutendo dell'archetipo del fanciullo Jung dirà che l'archetipo, appunto perché ha come caratteristica quella di unire gli opposti, va considerato come un mediatore tra lo strato inconscio e la psiche conscia (46). Nella prospettiva di Jung ora l'archetipo è anche visto come un punto di riferimento che permette all'essere umano (e al paziente in parti-colar modo) di guardare indietro, mirare certe matrici arcaiche della sua personalità che, in un certo momento storico, per la sua salvezza ed equilibrio, hanno bisogno di essere riportate alla luce e veicolate alla mente cosciente. L'analisi allora e il rapporto con l'analista rappresentano quelle corde che permisero ad Ulisse di ascoltare il canto delle sirene senza esserne distrutto. Se in questa prospettiva il benevolo lettore ci riaccompagna al sogno, dovrebbe risaltare immediata la differenza fra una impostazione personale e un'archetipica. L'immagine archetipica effettivamente veicola al paziente lo strato del bene e del male dell'Io e non lo. rende questo strato recepibile alla coscienza, ma non permette, però che il paziente ne venga distrutto. Noi sappiamo che ogni archetipo « è psicologicamente fascinoso, vale a dire esercita un'influenza che eccita e stimola l'immaginazione » (47). Ed il passato e presente formarono per il paziente un potente stimolo di sicurezza perché il senso di estraneità di cui tutti siamo vittime ed in particolar modo sotto l'imperversare della nevrosi è proprio lo sradicamento dal nostro passato. Ma c'è dell'altro. Nella seconda parte del sogno, l'incontro col mostro marino, che per ogni analista è ormai quasi un motivo banale, allude a una specie di esorcismo delle forze negative, incapaci di fare del male. È vero che il pescecane può immediatamente evocare elementi cannibalici e castranti dei genitori, ma 315

[close]

Comments

no comments yet