1972_6

 

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Malattia e cura dell’anima secondo Carl Gustav Jung Edmondo D’Alfonso, Milano Lo stimolo a questa disamina ci è venuto da alcuni, fra i nostri colleghi, che conoscendo gli aspetti predominanti dell'opera di Jung. quelli che attengono lo sviluppo psichico, si trovano impreparati di fronte alla patologia in senso stretto e si chiedono se non vi sia altra risoluzione da prendere, in tali casi, che ricorrere al metodo freudiano, come ripetutamente Jung invita a fare; o non sia invece possibile enucleare, dalla vastità della dottrina junghiana, una metodica specifica, alternativa a quella freudiana e, al tempo stesso, diversa dalla metodica dello « sviluppo » psichico. Poiché — essi aggiungono — quest'ultima si applica correttamente — anche a detta di Jung — solo dopo che i sintomi nevrotici siano stati risolti o, comunque, dopo che i metodi di trattamento cosiddetti « riduttivi » abbiano dimostrato non avere più alcuna utilità per il paziente (1). Altrimenti si rischiano errori professionali, che anche la letteratura junghiana ha denunciato (2). Il risultato della ricerca, che anticipiamo, è che la dottrina dello sviluppo psichico, cui Jung diede il (1) In « Principles of practical psychotherapy » (1935), Jung afferma: «The severe neuroses usually require a reductive analysis of their symptoms and states... According to the

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nome di dottrina della individuazione, occupa per intero il campo dell'indagine junghiana e non lascia spazio ad alcuna dottrina alternativa. E benché Jung stesso affermi esservisi dedicato di preferenza, in alternativa — si direbbe — alla psicopatologia in senso stretto (3), noi cercheremo di dimostrare che non si tratta di una propensione, ma di necessità,. perché la dottrina dell'individuazione è una dottrina psicoterapeutica completa, e lo stato di « disindividuazione » è, per Jung, la malattia psichica per eccellenza, che copre l'intera area della psicopatologia. Cercheremo, peraltro, di mostrare perché sia teorizzata in Jung la dicotomia di « nevrosi in senso stretto » (nevrosi personale, genuina nevrosi, etc.) e « malattie dell'anima », e come si giustifichi il suo intendimento di lasciare le prime alle cure della psicoanalisi, e di riservare soltanto alle seconde la via regia dell'individuazione. nature of the case, (one) should conduct the analysis more along the lines of Freud, or more along those of Adler... So long as one is moving in the sphere of genuine neurosis one cannot dir spense with the views of either Freud or Adler. But when the thing becomes monotonous... or when mythological or « archetypal » contents appear, theh it is time to givo up the analytical reductive method and to treat the symbols anagogically or synthetically. which is the equivalent to the dialectical procedure and the way of individuation ». Collected Works, vol. VI, pagg. 19-20. (2) Così Murray Jackson, in Journal of Analytical Psychology, n. 1. 1963: « L'immaginazione archetipica, la funzione creativa del simbolo ed altri concetti junghiani possono essere un nutrimento assai ricco e come tale possono costituire il cibo ideale per quei pazienti che hanno come nucleo centrale della loro nevrosi una fame emotiva. Dunn ha formulato bene questo punto in un suo recente lavoro: « La facile accettazione del mondo archetipico diventa una seduzione che li distrae da ogni esperienza del loro inconscio. Una volta avvertita l'importanza della psiche transpersonale, la loro passività è ulteriormente rafforzata». (pag. 52). « Senza questi fondamenti, l'archetipo può facilmente diventare una astrazione disincarnata, che può ben essere introiettata da pazienti schizoidi e depressi al fine di raf- Abbiamo articolato il nostro lavoro in quattro parti. Nella prima abbiamo esaminato certi punti nodali della critica che Jung muove alla dottrina di Freud negli anni stessi del distacco da lui (1912-13), soffermandoci particolarmente sul concetto di « regressione », perché ci indica chiaramente quale corso il pensiero di Jung avrebbe preso negli anni a venire. Vi abbiamo aggiunto una classificazione degli stati morbosi — che Jung fece in seguito, ma è già implicita in quei primi scritti — che ci è parsa una illuminante premessa al discorso che svilupperemo nella terza parte. Nella seconda parte abbiamo illustrato come Jung sgombri il campo, e con un certo fastidio, dalla fenomenologia delle forme nevrotiche specifiche, per formulare il problema della malattia psichica nei termini che gli sono peculiari: come divorzio dell'Io dalla totalità psichica.

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forzare i processi interiori di scissione che proteggono dagli impulsi distruttivi» (pag. 62). E ancora, ibidem, n. 2, 1963, pp. 165-66: « L'uso per scopi difensivi dell'esperienza simbolica è facilmente trascurato, ed il fatto che ciò che si è venuto creando ha un effettivo valore non altera la possibilità che tale esperienza venga usata come difesa maniacale (vedi Plesch. 192). Ciò è meno probabile che avvenga se l'aspetto corporeo della vita psichica assume l'importanza centrale che merita nella cura o nella trattazione dei livelli profondi dell'organizzazione mentale. Quanto meglio siano stati sperimentati e integrati i primitivi livelli, tanto più è probabile che i livelli superiori abbiano un risultato creativo e curativo, piuttosto che difensivo ». (3) « II mio contributo alla psicoterapia si limita a quei casi in cui il trattamento razionale non fornisce risultati soddisfacenti» (Coli. Works. XVI, 41). (4) Ci riferiamo in particolare a: J. lacobi, The way of individuation, London, Hodder & Stoughton, 1967. (5) II nostro attuale orientamento è mutato rispetto al primo abbozzo di questa tesi. contenuto nella Introduzione al volume: Jung, La psicoanalisi e Freud, Newton Compton Italiana, 1971, alle pagg. 1920. Nella terza parte abbiamo ricostruito, sulla base dei testi junghiani e con la guida di uno dei più accreditati esegeti di Jung, la dott.ssa J. Jacobi (4). II modello di sviluppo dell'Io, a partire dall'originaria totalità psichica,cui Jung fa costante riferimento esplicito o, più spesso, implicito. Tale modello ci consente di capire come e perché insorga la patologia dell'Io e, di conseguenza, come indirizzare una psicoterapia che voglia essere coerente con la prospettiva junghiana. Una volta compreso che questo è l'unico modello di etiopatogenesi che sottende tutta l'opera di Jung, si comprenderà altresì quanto vano sia ogni tentativo di « scoprire » altre vie terapeutiche, complementari o alternative a quell'unica indicata da Jung, sempre che lo si voglia seguire in maniera coerente. Nella quarta ed ultima parte abbiamo cercato di mostrare che l'intera dottrina junghiana dello sviluppo psichico, della sua patologia nonché della sua restaurazione, si regge su di un principio regolatore. il Sé, che non appartiene alla scienza naturale; ma che ciò non costituisce eccezione, perché la psicopatologia in generale, essendo chiamata non solo a descrivere fenomeni, ma a valutarli, è per principio costretta a far uso di criteri di valutazione che esu lano dalla sfera della pura scienza naturale (5). Parte Prima. Nevrosi e regressione. Dopo i primi sei anni di collaborazione con Freud, Jung non esita, nel 1912-13 a rendere esplicito il suo dissenso da lui e dalla sua dottrina, che vede nella storia infantile e nella fissazione libidica a livelli infantili di sviluppo (fase anale, fase edipica) la condizione primaria dell'insorgere di ogni nevrosi. La domanda che, secondo Jung, resta senza risposta è: « qual è la causa di questa fissazione della libido su vecchie fantasie e su vecchie abitudini infantili? » (6). La risposta freudiana: « la causa è da ricercarsi nel (6) Cfr. C. G. Jung, Psychoanalysis and Neurosis (1913), C. W. IV, 244-45;

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complesso nucleare, nel complesso edipico », lascia insoddisfatto Jung. e a buon diritto, una volta formulato in questi termini l'intero problema della ne-vrosi; perché l'esistenza della situazione edipica, che è di tutti, non è di per sé sufficiente a discriminare coloro che vi restano fissati, da coloro che la superano senza residui. E, d'altra parte, « se la fissazione fosse in effetti reale — soggiunge Jung — dovremmo aspettarci di riscontrare la sua influenza in modo continuativo; in altre parole, una nevrosi che duri tutta la vita » (7). In realtà, la nevrosi scoppia ad un certo momento della vita e questo « momento dell'insorgere della nevrosi non è casuale, anzi di regola è molto critico. Normalmente è il momento in cui sorge la richiesta di un nuovo assetto psicologico, cioè di un nuovo adattamento » (8). Ridefinito cosi il quadro dell'insorgenza morbosa, Jung avanza una nuova interpretazione dell'etiologia nevrotica, dando importanza primaria a cause che risiedono nel presente, e assegnando all'energia psichica, la libido — ormai spogliata di ogni connotazione esclusivamente sessuale — il compito della attivazione dei sintomi. Ecco il modo di argomentare di Jung: « Ogni volta che la libido, nel processo di adattamento, incontra un ostacolo, avviene una accumulazione che normalmente da origini ad uno sforzo raddoppiato che serve a superare l'ostacolo. Ma se l'ostacolo sembra insormontabile, e l'individuo abbandona il compito di superarlo, la libido immagazzinata subisce una regressione. Invece di essere impiegata per uno sforzo maggiore, la libido rinunzia al suo compito e ritorna ad un primo e più primitivo modo di adattamento» (9). In altri termini: « La libido si ritrae dinanzi all'ostacolo che non può superare e sostituisce un'illusione infantile all'azione reale» (10). I La riattivazione delle fantasie infantili e del complesso di Edipo non è dunque un fenomeno primario, che abbia rilevanza nell'etiologia delle nevrosi, ma un « fenomeno secondario e regressivo... una trad. ital.: Psicoanalisi e nevrosi, in: La psicoana-lisi e Freud, Newton Compton Italiana. 1971, pag. 177. (7) Cfr. ibidem, CW. IV, p. 246; tr. it. cit. p. 179. (8) Cfr. Ibidem. CW. IV, p. 246; tr. it. cit. p. 179. (9) Cfr. Ibidem, CW .IV, 248; tr. it. cit. p. 181-82. (10) Cfr. C. Q. Jung. The theory of Psychoanalysis (1913), noto col nome di « Fordham Lectures », CW. IV, pp. 170-71; tr. it: Teoria della Psicoanalisi, Newton Compton Italiana, 1970, p. 143.

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(11) Cfr. C. C. G. Jung, Psychoanalysis and neurosis, cit, CW. IV, p. 250; tr. it. cit. pag. 184. (12) Cfr. C. G. Jung. The theory of Psychoanalysis, cit, CW. IV. p. 183; tr. it: Teoria della psicoanalisi, cit., p. 162. (13) Cfr. Ibidem, CW. IV. p. 184; tr. it. cit. p. 163. conseguenza dell'incapacità di applicare in modo giusto la libido immagazzinata» (11). Occorre dunque che il terapeuta tenga fermo lo sguardo sul momento attuale, senza lasciarsi distrarre dalle manovre diversive del paziente. Che tali devono essere, alla fin fine, considerate le attivazioni delle fantasie morbose infantili: «formazioni sostitutive, travestimenti e spiegazioni artificiali dell'incapacità di adattarsi alla realtà» (12). E guai ad incoraggiarlo su questa strada: « il paziente sente che la sua tendenza alla regressione è rafforzata dall'interesse dell'analista, per cui produce persino più fantasie di prima» (13). Date queste premesse, ci riesce un po' difficile comprendere come. sul piano terapeutico, le due diverse impostazioni non debbano produrre due diverse linee di condotta. « Questa mia differente opinione sulla teoria della nevrosi non colpisce il procedimento analitico. La tecnica rimane la stessa. Sebbene non immaginiamo più di essere in grado di dissotterrare l'ultima radice della malattia, dobbiamo sradicare queste fantasie sessuali, perché l'energia di cui ha bisogno il paziente per la sua salute, cioè per il suo adattamento, è attaccata a loro » (14). Ma è ancora prematuro chiedere a Jung l'elaborazione di una linea terapeutica diversa e coerente con i suoi originali orientamenti teoretici. Ci preme peraltro fare osservare che proprio l'approfondimento del concetto di regressione della libido condurrà Jung a un decisivo distacco e dalla teoria e dalla pratica psicoanalitica. Tale approfondimento è già presente nelle opere del 1912-13: non occorrerà che svilupparne le implicanze, sia teori-che che pratiche. Dice Jung, nelle ' Fordham Lectures ' (1913): Le fantasie regressive « sono tesori sommersi... quella che prima era una compulsione, ora ha un senso e uno scopo, è diventata un lavoro. Il paziente, assistito dall'analista, si cala nelle sue fan- (14) Cfr. C. G. Jung. Psychoanalysis and neurosis, cit, CW. IV, p. 250; tr. it.: Psicoanalisi e nevrosi, cit. p. 185.

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tasie, non per perdersi in esse, ma per recuperarle, pezzo per pezzo, e riportarle alla luce del giorno » (15). E' già un primo punto. Ma v'è di più. « Sarebbe un grave errore negare ogni valore finalistico alle fantasie evidentemente patologiche di un nevrotico. Esse, nella realtà dei fatti, sono i primi indizi di una spiritualizzazione, i primi brancolamenti tendenti alla ricerca di nuovi sistemi di adattamento. Il ritirarsi a un livello infantile non significa soltanto regressione e ristagno, ma anche possibilità di scoprire un nuovo sistema di vita. Dunque la regressione è in realtà la condizione basilare dell'atto creativo, e qui debbo fare ancora una volta riferimento al mio libro, più volte citato, ' Simboli della trasformazione* » (16). Va innanzi tutto notato che l'adattamento di cui Jung ha sin qui parlato, l'adattamento in cui il nevrotico fallisce, non è l'adattamento passivo al vivere corrente, ma « ricerca di nuovi sistemi di adattamento », « possibilità di scoprire un nuovo sistema di vita », « inizi di una spiritualizzazione ». Ed è quindi quanto mai opportuno raccogliere l'invito di Jung a riandare a «Simboli della trasformazione », perché là è contenuta l'intuizione originaria di Jung, a riguardo della vicenda della Libido e del destino dell'uomo in generale, da cui rampollerà tutta la sua sistematica ulteriore. Vale la pena di citare per esteso. «La morale religiosa e la morale convenzionale si coalizzano con la dottrina freudiana nello svalutare la regressione e la sua meta apparente... anzi vi è di più: la condanna morale si abbatte sulla tendenza regressiva e tenta con tutti gli artifici della svalutazione di impedire il ritorno sacrilego alla madre... Per contro la terapia deve favorire la regressione, fintante che questa non raggiunga la fase ' prenatale '... La regressione riporta solo in apparenza alla madre; questa in (15) Cfr. C. G. Jung, The theory of Psychoanalysis, cit. CW. IV, p. 186; tr. it. cit. p. 166. (16) Cfr. C. G. Jung, Ibidem, CW, IV. p. 180; tr. it. cit. pp. 156-57.

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(17) Cfr. C. G. Jung, Sym-bois of transformation (1912), in: CW. V, p. 329-30; tr. it: Libido - Simboli e trasformazioni, Boringhieri. 1965, p. 323. (18) Cfr. Ibidem, CW. V, p. 330; tr. it. cit. p. 323-324. (19) Cfr. Ibidem, CW. V. pp. 330-31; tr. it. cit. p. 324. Cfr. pure: ibidem, CW. V, pp. 419-20; tr. it. cit. p. 408. realtà è la porta che si apre sull'inconscio, sul ' regno delle Madri ' » (17). E ancora: « Di fatto la regressione, quando non è disturbata, non si arresta alla madre, ma risale al di là di essa per raggiungere un ' eterno femminino ' prenatale, il mondo primordiale delle immagini archetipiche, dove intorno al ' bambino divino ', che assopito tende a divenire cosciente, ' aleggiano le immagini di tutte le creature '. Questo figlio è il germe della totalità ed è caratterizzato come tale dai suoi simboli specifici» (18). E prosegue: «Allorché Giona fu ingoiato dalla balena, non si trovò semplicemente imprigionato nel ventre del mostro, ma, come racconta Paracelso, vide ' stra-ordinari misteri '... Nelle tenebre dell'inconscio è nascosto un tesoro, quello stesso ' tesoro difficile da raggiungere ' che... viene descritto come perla luminosa o... come mistero, con il che si intende un * fascinosum ' per eccellenza. Queste possibilità di vita e di sviluppo ' spirituali ' o ' simbolici ' costituiscono la meta ultima ma inconscia della regressione... Senza dubbio il dilemma non è mai stato formulato con maggior chiarezza come nel dialogo di Nicodemo: da un lato l'impossibilità di rientrare nel seno materno, dall'altro la necessità della rinascita da ' acqua e spirito '. L'eroe è un eroe proprio perché in tutte le difficoltà della vita vede la resistenza contro la meta proibita e combatte questa resistenza con tutto l'anelito che lo porta verso il tesoro difficile da raggiungere o irraggiungibile; anelito questo che paralizza o uccide l'uomo comune» (19). Possiamo dire che in questo dettato del 1912, che abbiamo riferito per esteso, è già contenuta in nuce tutta la tematica junghiana. Esaminiamola partita-mente. Innanzi tutto notiamo una rivalutazione della regressione, concepita come premessa indispensabile ad ogni rinascita spirituale, contro cui osta tutta la psichiatria moderna, a qualunque indirizzo appartenga, e che trova unica voce concorde nel leader della

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psichiatria anglosassone contemporanea, Ronald Laing (20). In secondo luogo troviamo nitidamente delineata la distinzione fra l'eroe, cioè l'uomo che si batte per la conquista del « tesoro difficile da raggiungere », l'esistenza singolare, romanticamente intesa, e l'uomo comune, che non regge al compito di una esistenza superiore e — a rigore — non è neppure uomo. In terzo luogo vediamo illustrata in una mirabile parabola la vicenda dell'uomo, che per guarire, per sollevarsi dalla condizione di morte che è la vita non riscattata dallo spirito, deve simbolicamente morire, ' discendere agl'inferi ', per poi ' rinascere '. Dirà Jung, in un luogo che non ci è stato più possibile localizzare: « Dobbiamo fare il salto oltre la psicoanalisi. Essi non sanno della rigenerazione, ma soltanto della generazione. La terapia dev'essere rinascita (21); ma la psicoanalisi non crede che l'uomo possa rinascere » (22). Il quadro fenomenologico su cui Jung ha aperto la sua polemica con Freud ci risulta ormai chiaro. In un momento cruciale dell'esistenza, s'impone all'uomo evidente, nei fatti, il compito di mutar vita, di mutar mente. Le esemplificazioni talvolta usate da Jung. come quella del rocciatore di fronte allo ostacolo (23), non debbono fuorviare: si tratta di momenti cruciali, in cui s'impone all'uomo un salto qualitativo, non questo o quel compito particolare. L'uomo paventa, esita, poi — spesso — ritiene miglior partito fuggire all'indietro nel tempo, e trovare rifugio nelle fantasie infantili di possesso della madre. Ma questa, che è una fuga, è al tempo stesso un presagio di mutamento, « giacché bisogna tener conto che in realtà la ' madre ' è una imago, una mera immagine psichica, che possiede un gran numero di contenuti inconsci differenti ma importantissimi. La ' madre ', come prima incarnazione dell'archetipo ' anima ', personifica sinanche la totalità dell'inconscio » (24). La terapia deve favorire questa regressione, e « apin- (20) Vedi. ad esempio, R. Laing, Metanoia «alcune esperienze a Kingsiey Hall, Londra, in: Psicoterapia e Scienze umane, n. 2, Aprile Giugno 1971. pp. 1-4. (21) Soltanto Ronaid Laing, per quanto ne sappiamo, concepisce ugualmente il processo di guarigione come una rinascita, quando paria di 'neogenesi ' nel riferire dell'esperienza di regressione e Unicamente incoraggiata e controllata, cui fece seguire un « nuovo progredire », di una paziente che « aveva cominciato a sentire ... di aver smarrito se stessa ad un certo punto della sua vita... (ed) aveva l'impressione che solamente regredendo avrebbe avuto la possibilità di ritrovare se stessa e quindi vivere in modo non falso ». Secondo if resoconto fatto dalla paziente, « essa regredì sino a prima della sua nascita. A dire if vero, essa disse di voler regredire sino a prima della sua incarnazione ... non solo al periodo prenatale, ma ad un periodo precedente la incarnazione ». R. Laing non ha difficoltà ad ani mettere che )a regressione possa « es"

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sere concepita dalie persone come un ritorno al concepimento ... prima che esse possano nuovamente ' voltarsi * ed una volta ancora progredire ». E ne parla come di un « viaggio » (all'indietro e poi di nuovo in avanti), che conduce ad una « trasformazione di tipo potenzialmente liberatorio », per la quale propone il termine di « metanoia ». Cfr. R. Laing, Metanoia, cit. in: Psicoterapia e Scienze Umane », n. 2, Aprile-Giugno, 1971, pp. 1-4. (22) La citazione è tratta da un corsivo di V. Saltino, in L'Espresso, 20 giugno, 1971. (23) Cfr. C. G. Jung, The theory of psychoanalysis, cit., CW. IV, p. 169; tr. it. cit, pp. 140-41. (24) Cfr. C. G. Jung, Sym-bois of transformation, (1912). CW, V, pp. 329-30; trad. ital. cit. p. 323. (25) Cfr. C. G. Jung, Some aspects of modern psychotherapy (1929), in: CW. XVI, pag. 35. (26) Cfr. C. G. Jung, Principles of practical psychotherapy (1935), in: CW. XVI, pag. 10. gerla oltre l'incesto... perché allora il paziente non soltanto scoprirà la vera ragione delle sue brame infantili ma, spingendosi oltre se stesso, entro la sfera della psiche collettiva, farà prima il suo ingresso nel favoloso regno delle idee collettive, e poi in quello della creatività » (25). Ma qual è l'uomo cui fa costante riferimento Jung? Lo abbiamo già visto: è l'uomo chiamato a un destino singolare di rinascita, l'uomo potenzialmente 'individuale', che spicca sulla massa degli ' uomini-massa ', degli uomini « meramente collettivi ». Questi ultimi « possono mutare per suggestione fino al punto di diventare — o sembrar di diventare -— diversi da come erano prima. Ma l'uomo, nella misura in cui è individuo, può soltanto diventare ciò che è, e sempre è stato » (26). Negli scritti della piena maturità (1951) Jung giungerà persino ad introdurre una tipologia delle ne-vrosi, fondata sulla distinzione di uomo-massa e di uomoindividuo: « II primo tipo è rappresentato da un genere di nevrosi che può interpretarsi a livello personale (nevrosi personale), in quanto si tratta di una forma di disadattamento alla cui radice sta una ' debolezza ' (weakness) personale. Non occorre altro, per curarla, che una demolizione delle errate conclusioni e decisioni del soggetto. Una volta corretto il suo atteggiamento errato, il paziente può reinserirsi di nuovo nella società ». « II secondo tipo è formato di individui che potrebbero adattarsi... ma non possono o non vogliono adattarsi... La causa della loro nevrosi sembra risiedere nel fatto che essi posseggono qualcosa al di sopra della media, un di più per il quale non vi è uno sbocco adeguato. Ci si può allora attendere che il paziente sia critico, in modo consapevole o, spesso, inconsapevole, delle idee e dei punti di vista accettati dai più » (27). Se ci si passa la pedanteria, vorremmo soffermarci e schematizzare questa tipologia, che ci sembra importante. (27) Cfr. C. G. Jung, Fundamental questions of psychotherapy, (1951), CW. XVI, pp. 121-22.

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I. Uomo meramente collettivo (C. W. XVI, 120) a. Principio che lo governa: «Conformarsi al canone delle idee consce collettive (Super-lo) » (C. W. XVI. 120). b. Nevrosi: «Cessando di conformarsi al canone delle idee collettive, si troverà verosimilmente non soltanto in conflitto con la società, ma in disarmonia con se stesso, poiché il Super-lo rappresenta un altro sistema psichico entro di lui. Diventerà nevrotico: sopraggiungerà una dissociazione della personalità... » (C. W. XVI, 120). E' il modello della nevrosi personale (ibid.). e. Causa: « Qualche anomalia nella disposizione personale del soggetto... » (C. W. XVI. 120). Una certa debolezza, congenita o acquisita (XVI. 121). d. Cura: «... demolire le false conclusioni e le errate decisioni del soggetto... correggere il suo errato atteggiamento... ed il paziente può nuovamente reinserirsi nella società » (C. W. XVI. 120-21). II. Individuo (C. W. XVI. 10) a. Principio che lo governa: « Non conformarsi al canone delle idee collettive (Super-lo)» (XVI, 121). Essere subordinato all'unico principio regolatore, il Sé (come vedremo più avanti). b. Nevrosi: « Impossibilità di adattarsi ai modi collettivi di vita» (XVI. 121)». e. Causa: « II possedere qualcosa al di sopra della media, un di più che non trova uno sbocco adeguato » (XVI. 121).

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d. Cura: «II medico lascerà aperta la via individuale alla guarigione, e la cura non produrrà alcuna alterazione della personalità, ma consisterà nel processo che chiamiamo ' individuazione ', in cui il paziente diventa ciò che egli realmente è » (XVI, 10). Questa tipologia, si è detto, appartiene agli scritti della maturità. Ma le premesse sono già implicite in quanto Jung aveva pensato e scritto negli anni cruciali del suo distacco da Freud e a cui appartengono tutti e tre i lavori ai quali abbiamo finora attinto: Simboli di trasformazione della Libido (1911-12); Fordham Lectures (1913); Psicoanalisi e Nevrosi (1913). Senza più avere cura di attenerci all'osservanza della cronologia, che questo lavoro vuoi essere più sistematico che storico, mostreremo, nella seconda parte, come Jung giunga, ormai rotti i vincoli che lo legavano alla psicoanalisi, a una definizione di nevrosi che coerentemente si inserisce nella visione del destino dell'uomo che Jung ha ormai acquisito e teorizzato in « Simboli della trasformazione ». e che presuppone un modello genetico della vicenda psichica, che illustreremo nella terza parte. Ci riserbiamo la quarta parte per una riflessione globale sulla concezione junghiana, che pensiamo di avere, a quel punto, compiutamente illustrata. Parte Seconda. Nevrosi e senso della vita. Rotti i legami che lo costringevano al carro della psicoanalisi, Jung può porre il problema della sofferenza psichica in un quadro che abbraccia la totalità della vita psichica e non si restringe alla ' angusta ' considerazione dei sintomi nevrotici: « La psicoterapia sa ' in primis et ante omnia ' — o almeno dovrebbe sapere — che il suo oggetto più proprio non è la finzione di una nevrosi, ma la totalità distorta dell'essere umano... (28). (28) Cfr. C. G. Jung, Me-

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... Nell'ultimo mezzo secolo... essa si è ristretta al troppo angusto campo delle psiconevrosi. Ma a questo punto ha dovuto accorgersi abbastanza presto che attaccare i sintomi, ovvero, come s'usa dire oggi, l'analisi dei sintomi, non era che metà dell'opera, e che il vero problema è il trattamento dell'essere umano nella sua totalità psichica... (29). ...Ma per acquisire una reale comprensione di questo compito noi dobbiamo allargare sostanzialmente la nostra tradizionale concezione della psiche » (30). Si introduce, dunque, il concetto di una totalità psichica che non coincide con la personalità conscia, l'Io, di cui si occupava la psicologia accademica, ma neppure con l'Io più il suo bagaglio di rimozioni, l'inconscio personale, quale lo sosteneva la psicoanalisi. Jung introduce una nozione di psiche totale di cui l'Io e l'inconscio personale sono soltanto una parte, e di cui il ' Regno delle Madri ' — per stare alla terminologia romantica che Jung ha adottato in ' Simboli della trasformazione —è la grande, inesauribile matrice. Il discorso del ' Regno ' che custodisce il segreto della ' rinascita ' e della personalità nuova, sposta necessariamente il discorso psicoterapeutico su scopi che con la psicologia medica non hanno più nulla che vedere: « Presto o tardi era fatale che divenisse chiaro che non si può trattare la psiche senza affrontare l'uomo e la vita nella loro interezza, ivi compresi gli scopi ultimi e supremi » (31). Tali scopi fanno parte di una ' scienza ' che Jung si rende conto non è più identificabile Don la scienza medica, ne con alcuna delle scienze naturali, ma che egli non definisce ulteriormente: « Per una conoscenza obiettiva della malattia... è necessaria la scienza, non una conoscenza puramente medica che abbracci solo un campo limitato, ma una vasta conoscenza di ogni aspetto della psiche umana » (32). dicine and Psychotherapy, (1945). CW. XVI. 88. (29) Cfr. C. G. dem, CW. XVI, (30) Cfr. C. G. dem, CW. XVI. Jung. ibi89. Jung, ibi90. (31) Cfr. C .Q. Jung, Psychotherapy and a philosophy of life, (1942), CW. XVI. 76. (32) Cfr. C. G. Jung. The

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therapeutìc value of abreaction, (1921), CW. XVI, 138. (33) Cfr. C. G. Jung. Psychotherapy today. (1941), CW. XVI, 95. Questa scienza dev'essere una scienza senza confini: « La scienza in quanto scienza non ha confini » (33). Essa può spaziare dalla religione alla filosofia: «... La psicoterapia, se vuoi trattare certi casi, deve espandersi ben oltre i confini della medicina somatica e della psichiatria, fin dentro regioni che un tempo eran dominio di preti e di filosofi » (34). Ma se da un lato è rivendicata alla psicoterapia il diritto di introdursi in campi che non le son propri, al prezzo — questo Jung non lo dice e non lo avverte— di divenire tutt'altra cosa. dall'altro Jung non cela il suo fastidio per certi compiti che tradizionalmente eran propri della psicoterapia: «La diagnosi è una cosa del tutto irrilevante... Nel corso degli anni mi sono abituato a trascurare totalmente la diagnosi di specifiche nevrosi » (35). « Ciò che veramente conta è il quadro psicologico, che può essere disvelato nel corso della cura oltre il velame dei sintomi patologici » (36). La ragione di ciò si fa chiara non appena ci accostiamo al nuovo significato che la nevrosi ha ormai acquistato per Jung: « Le teorie di Freud e di Adler... non danno un sufficiente significato alla vita. Mentre è solo il significato che libera... Essi non sanno dare risposta al problema e al profondo significato della sofferenza dell'anima. Una psiconevrosi deve invece, in ultima analisi, essere intesa come la sofferenza di un'anima che non ha scoperto il senso del suo esistere » (37). L'affermazione è degna della più attenta considerazione. In essa è adombrato il concetto basilare che salute e malattia dell'anima sono subordinate al « senso dell'esistere ». Ciò importa che la psicopatologia, se vuoi discernere la « malattia » dalla (34) Cfr. C. Q. Jung. Fundamental questions of psychotherapy, (1951 ), CW. XVI, 122. (35) Cfr. C. G., Jung, Medicine and Psychotherapy, (1945), CW. XV j. 86. (36) Cfr. C. G. Jung, ibidem. CW. XVI. 92. (37) Cfr. C. G. Jung, Psychotherapists or the Clegy, .(1932), CW. XI, 330-331.

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«salute», deve valersi di un criterio di vantazione che è religioso. E' alla religione, infatti, che appartiene il «sapere del fine», il «senso dell'esistere»; e ' scoprire il senso del proprio esistere ' vale il medesimo che ' scoprire il principio che governa la propria vita », ossia ' scoprire il proprio dio ', il proprio/mito*. Jung è consapevole di questo rapporto che lega la psicopatologia alla religione. Egli non esita, infatti, a porsi come sacerdote dinanzi all'uomo sofferente: « Perciò non esito a considerare i problemi religiosi che il paziente mi presenta come autentici e come possibili cause della nevrosi » (38). Ma quale è esattamente la risposta di Jung a quella sofferenza che è la nevrosi. qual è — in ultima analisi — per Jung l'essenza della nevrosi? La risposta riprende, e finalmente illumina, il discorso sulla totalità psichica: « L'Io è malato per il fatto stesso di essere tagliato fuori dalla totalità, e ha perso il suo legame non solo con l'umanità, ma con lo spirito » (39). E ancora: « La causa della nevrosi è la discrepanza fra la tendenza dell'Io e la tendenza della psiche inconscia. Questa dissociazione può essere sanata solo mediante l'assimilazione dei contenuti della psiche inconscia» (40). « Nevrosi è una dissociazione della personalità... un essere in conflitto con sé medesimo... Il conflitto può essere fra l'uomo spirituale e l'uomo sensuale... che è quanto Faust intende quando dice: ' Aimè, due anime abitano insieme e separate entro il mio petto'» (41). Per illuminare come l'uomo possa giungere a questo stato di dissociazione inferiore, è necessario riprendere a monte il discorso, su come Jung concepisca lo sviluppo dell'Io in relazione alla sua ma(38) Cfr. C. G. Jung, ibidem. CW. XI. 338. (39) Cfr. C. G. Jung, Freud and Jung: contrasta, (1929), CW. IV, 340. (40) Cfr. C. G. Jung, Principles of practical psychotherapy, (1935), CW, XVI. 20. (41) Cfr. C. G. Jung, Psychotherapists or the Clergy. (1932), CW. XI. 341.

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trice, la psiche inconscia, e mostrare come dalle vicende di questa relazione dipenda la salute o la malattia psichica dell'individuo. Parte Terza. Totalità psichica, etiopatogenesi e psicoterapia. Un discorso genetico non è mai stato — a nostro sapere — affrontato diffusamente da Jung, ma sempre implicitamente sottinteso ogni volta che ha affermato essere la nevrosi un difettoso sviluppo della personalità: « Le tipiche nevrosi sono, propriamente parlando, disturbi di sviluppo (42)... La maggior parte delle nevrosi sono sviluppi difettosi (misdevelopments) che hanno avuto luogo nell'arco di molti anni (43)... In tutti i casi evidenti di nevrosi abbiamo a che fare con un difetto di sviluppo che generalmente risale molto indietro, agli anni dell'infanzia» (44). Ancor più precisamente: « La nevrosi è, di regola, uno sviluppo patologico, unilaterale della personalità, i cui esordi impercettibili possono farsi risalire quasi indefinitivamente fino ai primissimi anni dell'infanzia » (45). Per poter comprendere in che senso sia da intendersi unilaterale e quindi patologico lo sviluppo della personalità, è necessario rendere esplicito il quadro dello sviluppo della personalità nella sua ortogenesi e nei suoi risvolti patologici. A questo proposito ci soccorrono i lavori di J. Jacobi (46) e di E. Neumann (47) che hanno compreso l'importanza del discorso genetico a sostegno della visione junghiana e hanno sviluppato i pochi accenni che ad esso ha dedicato Jung (48). Come Freud ha collocato le origini dell'Io nell'es, « il centro di un dinamico caos di forze che lotta ed urge unicamente per scaricarsi » (49), cosi la psicologia analitica suppone che Ilo sia originaria- (42) Cfr. C. G. Jung, Principles of practical psychotherapy, cit, p. 23. (43) Cfr. C. G. Jung, ibidem, CW. XVI, 24. (44) Cfr. C. G. Jung, ibidem, CW. XVI. 27. (45) Cfr. C. G. Jung, The therapeutic value of abreaction, (1921), CW. XVI, 129. (46) Cfr. Jolande Jacobi, The way of Individuation, London, Hodder & Stoughton. 1967. (47) Cfr. Erich Neumann, Die Psyche und die Wandlung der Wirkiichkeitsebenen, in: Eranos-Jahrbuch, 1952. (48) Cfr. C. G. Jung:

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