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Il successo ed il fallimento della psicoterapia visto attraverso la sua fase conclusiva Michael Fordham, Londra È spesso difficile stabilire se un trattamento psicoterapeutico è stato un successo o un fallimento in quanto i criteri di giudizio sui risultati di un'analisi sono piuttosto vaghi. In realtà chiunque abbia una ben definita teoria può usarla per valutare il proprio lavoro e dal momento che la conosce bene e sa come usarla, le sue conclusioni saranno degne di ogni rispetto. Tuttavia vi sono molte teorie non facilmente paragonabili l'una con l'altra: per questa ragione potrà essere utile focalizzare la propria attenzione sulla fine della terapia, una situazione tutta particolare con ben definite caratteristiche. Non è molto facile trovare descrizioni sul modo in cui paziente e terapeuta prendono congedo l'uno dall'altro alla fine di un'analisi; sappiamo soltanto che quantunque lunga e ben condotta una terapia pone sempre l'analista, nella fase finale, davanti al problema di non aver raggiunto gli scopi che si era

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prefissi. Pur non sottovalutando tali difficoltà Jung, tuttavia, ha scritto poco a proposito della fine della terapia: ne ha descritta una in « L'Io e l'Inconscio » e ha fatto una lista di nove motivi validi per la conclusione di un'analisi in « Psicologia e Alchimia» (1) ed è tutto. La lista inizia con quei pazienti che hanno bisogno solo di una terapia di sostegno e finisce con quelli in cui il processo di individuazione richiede una analisi pressocché interminabile. È quest'ultimo gruppo di pazienti che ha maggiormente tormentato le nostre riflessioni sull'opportunità di usare le categorie del successo e del fallimento come criteri di giudizio sulla validità della terapia. In realtà, di fronte a questo problema, ogni criterio si dimostra insufficiente, sia esso di carattere medico, filosofico, sociale o religioso. Poiché il comitato direttivo del congresso ha sag-giamente optato per la brevità di ogni singolo interverrto, non mi soffermerò sulle riflessioni cui danno adito questi problemi, ma inizierò da alcuni assiomi fondamentali della psicologia analitica. (1) C. G. Jung, L'Io e l'inconscio. Boringhieri, Torino 1967, pag. 33; Psicologia e Alchimia. Astrolabio, Roma 1950, pag. 16. Essi sono: 1) Perché si abbia una terapia radicale il paziente e l'analista debbono incontrarsi con la massima regolarità per un periodo prolungato. 2) Arriva il momento in cui debbono separarsi. 3) All'inizio la relazione è asimmetrica: il terapeuta ha più esperienza e conoscenze del paziente. 4) Con il procedere dell'analisi questa asimmetria diminuisce — sebbene non scompaia mai — e il paziente raggiunge una più larga consapevolezza di sé stesso e un maggiore controllo sulle proprie emozioni. Il modo in cui si svolge la fine di una terapia dipende essenzialmente dall'ultimo assioma e da un gran numero di fattori tra cui le questioni eco-nomiche, le richieste della vita esterna e d'altro canto dal tipo di relazione transferenziale e contro-transferenziale che si è stabilito. Tuttavia le situazioni particolari sono tante e così significative che si è tentati di rifarsi soltanto all'esperienza co-

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me criterio di giudizio, prendendo spunto da una sequenza di fantasie o dai suggerimenti dei sogni, dalle necessità pratiche o dalla situazione del transfert. Ma anche se tutti questi fattori, presi singolarmente sono importanti, è bene non fidarsi di nessuno preso isolatamente. Prendiamo per esempio un paziente (o una paziente) che è stato in analisi per un tempo sufficiente a capire ed elaborare i suoi principali conflitti. Durante questo periodo si sarà creata una collaborazione sufficiente a far nascere un transfert che verrà analizzato nei suoi aspetti positivi (di amore) e negativi (di odio). Attraverso questo lavoro verranno analizzate e comprese in relazione al passato e al presente, alla psiche personale e a quella collettiva, le associazioni, le fantasie, i sogni e le immaginazioni attive. Infine arriva un momento in cui il materiale comincia a diminuire; i sogni cominciano a diminuire di numero e di profondità, le associazioni divengono più superficiali, le fantasie perdono il loro potere d'attrazione; le difficoltà della vita personale e sociale vengono affrontate in maniera sempre più soddisfacente e non si verificano più crisi di natura transferenziale. A questo non c'è da meravigliarsi se il paziente e l'analista cominciano a pensare che il loro lavoro sta volgendo al termine: può addirittura succedere che ne parlino contemporaneamente o che uno dei due affronti questo argomento e l'altro dica che anche lui da tempo aveva la stessa opinione. Si inizia cosi la fase terminale. Una volta che l'argomento è stato affrontato non resta altro che stabilire una data per la separazione e il congedo. È indubbiamente triste che un rapporto cosi lungo debba terminare proprio quando il paziente è diventato una persona veramente vitale, ma sia il paziente che l'analista sono in genere d'accordo sul fatto che in queste condizioni è più produttivo terminare la terapia piuttosto che continuarla. Per sapere se questa decisione sarà duratura converrà rivedere, alla luce di questo problema, tutta l'analisi che sta adesso per concludersi ed anche tutta la storia delle varie separazioni che il paziente ha

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dovuto affrontare dalla nascita in poi. Tutte queste informazioni, siano esse registrate dalla memoria del paziente o conosciute attraverso il racconto di altri, avranno valore e saranno utili solo se riferite agli episodi di separazione che si sono verificati durante la terapia: e cioè: come ha reagito il paziente alle interruzioni per le vacanze; quale grado di stress gli hanno causato e, se il paziente aveva cinque sedute la settimana, che cosa gli comportavano le interruzioni di fine settimana? Diventa anche importante analizzare il modo in cui il paziente era abituato a porre termine alle sue sedute. Queste riflessioni fanno sorgere una quantità di problemi sulla fine dell'analisi, ma uno di questi assume una speciale importanza e richiede di essere esaminato: e cioè come porre termine ad un'analisi evitando di riprodurre le trascorse situazioni traumatiche. È verosimile che il paziente e l'analista incomincino ad affrontare il problema del porre termine all'analisi quando le separazioni che si siano verificate durante l'analisi siano già divenute tollerabili: ma si trattava sempre di separazioni relative in quanto c'era la certezza di una seduta fissata ad una distanza di tempo più o meno grande. Questa volta invece la separazione sarà definitiva. È molto probabile che il paziente, messo di fronte al fatto di dover finire l'analisi, anche se sia stato proprio lui a prendere questa decisione, prenderà uno di questi due atteggiamenti: o gli diventerà più facile esprimere la sua gratitudine nei confronti dell'analista oppure, al contrario, comincerà a passare in rivista tutte le colpe e le mancanze che gli attribuisce, cosa che fino a quel momento non ha avuto il coraggio di fare. Oppure il paziente può sviluppare nuovamente sentimenti di dipendenza per esempio producendo fantasie di unione con l'analista. Questi esempi, che potrebbero essere moltiplicati, dimostrano quanto possano essere varie e differenti le reazioni di fronte alla fine della terapia.

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Elaborando queste reazioni il paziente potrà riuscire, prima della fine dell'analisi, a riconciliarsi con le mancanze e le insufficienze dell'analista oppure a raggiungere una stima più realistica delle sue doti e, in tal modo, da un punto di vista soggettivo potrà accettare le sue proprie limitazioni e i suoi meriti. Molto spesso la reazione del paziente di fronte alla fine della terapia risveglierà il problema principale per il quale il paziente ha iniziato la terapia e a volte può anche verificarsi una ri-analisi in miniatura dei conflitti essenziali. Ma nonostante le differenze, nel periodo finale in genere emergono dei sentimenti comuni che devono essere esaminati: il rimpianto per ciò che ci si era prefisso e che non è stato raggiunto e la tristezza per la separazione — cioè la perdita dell'analista — che si unisce alla gratitudine per tutto ciò che invece è stato raggiunto. Sarebbe del tutto falso pensare che questi sentimenti appartengano solo al paziente, perché anche l'analista, invece, sta per lasciare un paziente nei cui confronti è stato più o meno coinvolto: anche l'analista non può sottrarsi alla tristezza della separazione. È chiaro che sarebbe del tutto falso affermare che l'analista si trovi nella stessa situazione del paziente: il sentimento più rilevante non sarà la gratitudine ma la soddisfazione per il lavoro ben svolto. Per dare un esempio di un'analisi terminata in maniera soddisfacente descriverò un caso che presenta tutti gli aspetti già presi in esame e mi soffermerò sulle reazioni dell'analista. La paziente, una donna di mezza età, era stata in analisi con diversi analisti. Aveva iniziato la prima analisi nella tarda adolescenza e fino a quando non era venuta da me aveva continuato a sottoporsi a trattamenti terapeutici con brevissime interruzioni tra l'uno e l'altro. Una caratteristica di ciascuna interruzione delle sue analisi consisteva nel non essere dipesa mai da una sua aperta decisione: o era stata deliberatamente provocata dall'analista oppure era stata dettata dalle circostanze.

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Quando affrontammo l'argomento della fine della terapia ella cercò di fare in modo che fossi io a decidere come e quando dovessimo smettere. Alla luce della sua storia passata fu relativamente facile farle comprendere quello che lei stava tentando di fare e che se io avessi aderito alla sua richiesta non avrei fatto altro che provocarle la ripetizione della sua dolorosa separazione dall'unica figura positiva che riuscisse a ricordare, cioè suo zio. Dopo questa interpretazione fu lei stessa a prendere una decisione e a fissare la data. Da parte mia io mi trovavo d'accordo con la sua decisione ma non riuscivo a trovare in me sentimenti di tristezza o di dispiacere per la separazione imminente, ne alcuna soddisfazione per essere riuscito a portare la paziente alla possibilità di prendere lei stessa questa decisione. Dopo aver riflettuto mi convinsi che non era affatto chiaro il perché della sua repentina decisione che aveva fatto seguito alla mia interpretazione; ma nelle sedute successive tutto divenne più chiaro. Infatti ella non aveva mai potuto confidare a nessuno la disperazione per la perdita di suo zio: questa notizia le era stata confidata in segreto e i suoi sentimenti dovevano rimanere ugualmente segreti. Con l'approfondimento e l'elaborazione di questa situazione la paziente potè far emergere e comunicare per la prima volta questi suoi sentimenti; acquistò vitalità, divenne piacevole ed attraente, mentre da parte mia io cominciai a provare tristezza per questa separazione imminente insieme con la soddisfazione per la decisione presa dalla paziente. Quando ci salutammo, la paziente espresse la sua gratitudine in termini equilibrati e convincenti. Sulla base della mia esperienza e delle mie conoscenze ritengo che questa analisi si è conclusa in maniera del tutto soddisfacente; la paziente non ha intrapreso nessun'altra terapia e non ci sono le premesse perché lo faccia in futuro. Questo accadeva dieci anni fa. Ma è legittimo ritenere conclusa una terapia al momento della separazione tra analista e paziente? Noi sappiamo che non è così e che ogni buona analisi

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continuerà in una autoanalisi, cioè in una continuazione a livello inconscio di ciò che è stato messo in moto dal processo terapeutico. Può succedere tuttavia che l'ex-paziente ritorni dall'analista poco dopo la conclusione della terapia per discutere delle cose che non erano state affrontate. Quando questo succede, è sorprendente notare come il paziente riprenda il filo dei problemi là dove essi erano stati lasciati, e in tal modo tutto si conclude in una o due sedute. Cosi, sebbene questi ritorni possano verificarsi a distanza di un anno o anche più, non si inizia mai di nuovo una vera analisi. È stata proprio questa osservazione che mi ha suggerito l'idea che dopo l'analisi il paziente entri in una fase che potremmo definire post-analitica durante la quale la sua identificazione con l'analista continua a richiedere un periodico rinforzo prima che il paziente possa stabilizzarsi sulle nuove posizioni che l'analisi gli ha permesso di raggiungere. E con ciò termina la mia descrizione di una soddisfacente conclusione di una terapia. I casi cui ho fatto riferimento si sono svolti tutti in un arco di tempo piuttosto lungo con una frequenza di quattro o cinque sedute settimanali. Solo il caso che ho illustrato fa eccezione, in quanto la signora non raggiunse mai questa frequenza di sedute ed anzi è stata scelta deliberatamente per confutare l'eventuale obiezione che le caratteristiche che io ho enumerato come normali nella conclusione di una terapia, possano in realtà applicarsi solo ai casi di una terapia con sedute quasi quotidiane. Desidero ora offrirvi un esempio di una conclusione di analisi che può essere considerata un fallimento. Si tratta di una paziente che ho avuto in cura per un periodo lunghissimo, non ricordo nemmeno quanto, forse venti anni. La prima parte del trattamento si concluse perché, a mio giudizio, la paziente aveva bisogno di sedute più frequenti e regolari. La seconda parte mise in evidenza un transfert illu-sorio che indusse nella paziente uno stato di disorientamento molto profondo, molto simile al caso

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descritto da Jung nel suo articolo « La realtà della pratica psicoterapeutica » (2). Dopo molto tempo riuscii a chiarire a me stesso che non era la mia situazione controtransferenziale che contribuiva in maniera significativa alle proiezioni della paziente. Lavorai con la paziente per circa sei mesi su questa base e mi convinsi che il suo transfert non si poteva risolvere con strumenti analitici. Così quando per l'ennesima volta emerse una proiezione di tipo illusorio, dissi fermamente alla paziente che questa situazione si era ripetuta troppo spesso e che, dato che non riuscivamo a trovare una soluzione, dovevamo considerarla come un segno del fallimento della terapia. Le dissi che non intendevo smettere immediatamente, ma che avevo deciso di fissare la conclusione dell'analisi in coincidenza delle vacanze natalizie, cioè dopo tre mesi. La paziente andò via perplessa. Dopo una o due sedute adottò un comportamento piuttosto familiare: sembrò cioè accettare ciò che io avevo detto, ma andò avanti come se nulla fosse accaduto. Questo fatto mi rese perplesso; le dissi subito quello che pensavo lei stesse realmente facendo e aggiunsi che non volevo che ci fosse nessun equivoco circa le mie intenzioni. Fu a quel punto che la paziente manifestò in maniera indiretta e distorta di aver accettato le mie decisioni. Disse infatti a suo marito che lei stessa aveva deciso di concludere l'analisi. La sua risposta era stata: « Non ritornare sulla tua decisione ». 11 fatto più sorprendente del periodo finale della terapia fu il seguente. Sedette in poltrona (precedentemente aveva sempre preferito il divano) ed espresse dettagliatamente un'opinione sul motivo per cui avevo commesso un errore in un articolo che conteneva riferimenti alla sua analisi. Dopo alcune sedute si dimostrò insoddisfatta di come procedevano le cose e cominciò a usare di nuovo il divano. Ebbi l'impressione che la paziente avesse una certa idea anche se confusa sulla natura della sua controversia con me, ma che ritenesse inutile espri- (2) C. W. n. 16, Second Edition, 1956, pag. 330.

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merla perché io, ai suoi occhi, ero sempre sulla difensiva. Arrivò l'ultima seduta. Ci fu quasi una dichiarazione d'amore. Ella mi porse entrambe le mani ed io ebbi l'impressione che le avrei prese e che l'avrei abbracciata. Con un certo rincrescimento le strinsi le mani e mormorai delle banalità che nessuno riuscirà a farmi ripetere. Questo caso illustra molto bene come la conclusione di una terapia possa cristallizzare un fallimento, proprio come gli altri casi mi hanno aiutato a comprendere cosa sia un successo. Le caratteristiche del fallimento sono: 1) La decisione di terminare era unilaterale; la paziente non era per nulla d'accordo e lo mostrò al momento del congedo con la sua dichiarazione d'amore. Il suo unico segno di assenso lo aveva dato in maniera distorta e non convincente quando aveva dichiarato di essere stata lei a decidere di smettere l'analisi, e che quindi la decisione non era partita da me. 2) L'angoscia fondamentale, per la quale era venuta da me, non si era risolta e lo stesso era per il transfert. 3) Non diede nessun segno di tristezza o gratitudine e da parte mia io non provai nessun sentimento di soddisfazione per tutto il lavoro compiuto. Eppure, dal punto di vista terapeutico, questo caso potrebbe essere considerato un successo. La vita della paziente si era arricchita, nel lavoro era creativa e aveva successo. Aveva sempre posseduto una ricca vita inferiore, ma adesso aveva imparato a valutarla di più, a comprenderla meglio e a metterla in rapporto con la sua vita di relazione. Ho aggiunto questi particolari perché ritengo che la questione del successo o del fallimento di un'analisi richiede uno strumento di comprensione più profondo e penetrante dell'apparente successo terapeutico.

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Per concludere dirò che noi tutti possiamo adesso capire cosa intendesse dire Jung quando affermava che aveva imparato molto di più dai suoi fallimenti piuttosto che dai suoi successi: infatti un fallimento, anche se vissuto in maniera del tutto opposta dal paziente, offre all'analista un problema da risolvere. È per questo che i fallimenti sono più interessanti ed io spero che questo articolo dia qualche contributo in questo senso. In tal modo potremo scoprire dei settori in cui, personalmente e collettivamente, abbiamo bisogno di intraprendere una ricerca che comporti una nostra ulteriore individuazione. (Trad. di BIANCA JACCARINO)

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Il successo psicoterapeutico con gli “hippies” William Walcott, Pasadena Non si può trascurare il fenomeno, di cosi vaste proporzioni in California, dei giovani, sia uomini che donne, capelloni, con la barba e trasandati, cioè i cosiddetti « hippies ». Nelle strade principali. nelle città, e perfino nei loro ghetti e nelle loro comuni, questi ragazzi vagabondano in una terra estranea, fedeli alla ricerca del vero profeta. In qualsiasi parte soggiornino, da soli o in due o in tre, incontrano la paura, l'ostilità e gli insulti riservati ai pellegrini in una terra straniera. Il fatto che essi abbiano invaso gli studi di molti analisti ci costringe non solo a riconoscere la loro esistenza, ma anche a riesaminare le nostre vecchie dottrine, in particolare la nostra concezione di progresso e di successo. Questo esame di un certo numero di giovani mostrerà, penso, la difficoltà inerente al nostro modo di giudicare lo sviluppo psichico o la malattia di qualcuno che vive in un mondo, in una

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cultura o in una Weltanschauung diversa dalla nostra. Farò le mie osservazioni su dodici giovani girovaghi che ho conosciuto e che appartenevano alla « Nuova Cultura». Prima di confrontare questi giovani girovaghi ad altri giovani, tenterò di valutare il loro « successo » nella psicoterapia di orientamento junghiano. In un periodo di cinque anni, dal 1965 al 1969, ma specialmente negli ultimi dodici mesi del '69, ho verificato un afflusso sorprendente di giovani nella mia pratica privata. La scelta del 1969 come punto finale non è particolarmente importante, se non per il fatto che in quel periodo cominciai a riflettere sul numero dei miei pazienti giovani, dai tredici ai ven-tisei anni di età, che avevo avuto negli ultimi cinque anni. Erano trentacinque. In realtà mi incuriosiva molto sapere quanti hippies avevo visto recentemente. In che cosa essi erano diversi dagli altri e quali esiti aveva avuto la psicoterapia? Tra questi trentacinque c'erano alcuni che prendevano la marijuana, altri il seconal, altri l'L.S.D., uno era dedito all'eroina, e molti non prendevano nessuna droga. Alcuni indossavano abiti esotici, avevano la barba, i capelli lunghi ed erano scalzi o apertamente trasandati, molti si vestivano in maniera del tutto convenzionale. Alcuni azzardavano idee su Dio e si preoccupavano di raggiungere dei traguardi, mentre altri parlavano dei boy friends o delle girl friends, della popolarità, dei genitori insopportabili, degli insegnanti intolleranti. Insomma mi sembrava di avere davanti due gruppi ben distinti di giovani. Pensando in particolare a tré giovani, decisi che il loro orientamento religioso-psicologico fosse la loro caratteristica più peculiare, o che contrastava maggiormente con la norma dei giovani da me conosciuti. Con ciò voglio dire che il loro interesse e la loro attenzione erano concentrati su argomenti psicologici, sia sulla propria che sulla psicologia in generale e sul contenuto e gli scopi dei problemi religiosi. Presto mi vennero in mente i nomi di altri tre giovani di vedute simili e poi di altri tre ancora

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quando verifica! tra i miei pazienti. Poiché sotto certi aspetti avevo molta familiarità con loro, aggiunsi altri tré giovani al gruppo di nove, anche se questi non erano stati in terapia con me. C'erano, quindi, dodici giovani, soprattutto ragazze, dai quindici ai ventisei anni che appartenevano ad un singolo gruppo. L'orientamento di tutti gli altri sembra che corrisponda alla fase dello sviluppo psicologico tipica dell'adolescenza, fase che presenta caratteristiche immutate da venti anni fa ad oggi, come sostengono anche i manuali. Questi giovani concentravano innanzitutto sull'lo i loro pensieri, si occupavano di condizioni sociali, di popolarità, di acquisizioni materiali e così via. Nel complesso, il loro coinvolgimento nella psicoterapia era superficiale, almeno secondo gli standards analitici. Essi raramente, a volte mai, offrivano spontaneamente i sogni. Gli unici sintomi da curare erano soprattutto i loro traguardi o quelli dei loro genitori. Per esempio, mi fu affidata una ragazza di tredici anni, fisicamente e socialmente precoce, perché soffriva di dolori psicosomatici gastrointestinali. Le sue preoccupazioni erano di questo tipo: come tenere stretto un boy friend, come sopportare suo padre e vivere con una madre che aveva rapporti sessuali promiscui e beveva troppo. L'atteggiamento di quelli intellettualmente dotati verso l'educazione era passivo e disinteressato, cioè, ciò che imparavano non sembrava parte della loro vita. In generale, questo gruppo non ebbe nessun conflitto con la moralità e le mete collettive, sebbene ciò non significhi che essi tenevano sempre fede ad esse. Insomma, i loro punti di vista e le loro aspirazioni si concentravano sulla socievolezza, sulla libertà dalla tensione, dal guadagno materiale e dal sucesso eterosessuale; aspirazioni che sono, direi, caratteristiche degli adolescenti in generale. I dodici giovani di orientamento religioso-psicologico non erano gli adolescenti tipo. Sia la religione in un senso ampio, che la psicologia, dal punto di vista generale e personale, erano di enorme inte-

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resse per loro. Essi si occupavano del benessere umano, della libertà individuale, della pace del mondo, della dignità umana, e dell'amore tra gli uomini. Alcuni cominciarono come « figli dei fiori » innocenti, semplici, facendo « love-ins » al Griffith Park a Los Angeles. La loro innocenza svani presto quando videro i loro compagni colpiti senza ragione dai manganelli della polizia in quelle assemblee. In fantasia o realmente, tutti cercavano una fuga Walden-Rousseauniana nella natura o una fuga dal caos urbano, dall'impersonalità e dalla repressione. Moltissimi erano attratti dal misticismo orientale, dalla divinazione mediante le carte di Tarot, da 1 King e dalla lettura della mano; molti erano conquistati da Jung e dalla sua difesa dell'individuo e della realtà della psiche. Di recente, erano diventati attuali gli insegnamenti di Gesù. Prima o poi, sollevavano tutti una questione di significato per contraddire qualcosa che avevo detto o per asserire la loro filosofia. Mostravano una profonda preoccupazione per lo sviluppo psicologico, non solamente per la cura del sintomo. Quasi tutti volevano superare la confusione che pervadeva la loro vita, la loro mancanza di mete da raggiungere, o la loro incapacità di instaurare rapporti significativi. Stranamente questi dodici giovani provenivano da famiglie unite, cioè, con i genitori che vivevano insieme a casa. Ciò contraddice gli articoli di giornali, le descrizioni delle riviste e altre informazioni che offrono testimonianze convincenti che le comuni, i ghetti degli hippies, e le persone di strada provengono in massima parte da famiglie sfasciate. Oltre alla relativa stabilità delle famiglie dei dodici giovani (se possiamo accettare come criterio di stabilità il fatto che i genitori vivano insieme), molti genitori avevano fatto un pò di psicoterapia o di analisi (i genitori di cinque ragazzi avevano fatto un'analisi junghiana). In moltissimi casi la religione di famiglia era protestante. Per quanto riguarda le idee politiche e sociali, i genitori di almeno metà dei giovani erano liberali; tutti gli altri erano conservatori o io ne ignoravo le idee.

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L'educazione dei giovani era al di sopra della media se confrontata a quella degli altri giovani nella mia pratica nello stesso periodo di cinque anni. Dei dodici, dieci erano iscritti a scuola o avevano completato il liceo o il college; gli altri due se ne erano andati dal college prima di conseguire una laurea. In complesso, avevano frequentato la scuola in media tredici anni e mezzo. La mia esperienza contrasta di nuovo con la prospettiva della stampa d'informazione: l'opinione comune è che i giovani capelloni, hippies, siano degli esclusi dalla scuola. Nove dei dodici se ne andarono di casa per una delle seguenti ragioni. (Incidentalmente, vorrei aggiungere che in seguito anche gli altri tre se ne andarono di casa). Approssimativamente ho classificato le due ragioni per lasciare la casa propria come convenzionali o non convenzionali. La prima ragione comprende il matrimonio, l'entrata nel college, o il fatto di trovare un alloggio per vivere da solo od un impiego regolare. La seconda ragione implica una ricerca di un tipo di vita radicalmente diversa da quella conosciuta nelle loro case. Ciò significa vivere con un partner come da sposati, vivere come un vagabondo nelle strade o nelle comuni. Alcuni di quelli che se ne erano andati di casa nel modo convenzionale, (cioè con l'approvazione dei genitori), prima o poi intrapresero il modo non convenzionale di vita tipico dei capelloni o degli hippies. È importante sottolineare che sia in un modo che in un altro quasi tutti questi giovani volevano vivere indipendenti e separati dai loro genitori. I tre che stavano in casa e più tardi la lasciarono, erano studenti liceali, al di sotto dei diciotto anni. Degli altri soltanto tre abbandonarono la casa non convenzionalmente; moltissimi altri la lasciarono all'inizio per frequentare il college. Lavorando con queste persone, raramente si ha l'impressione che essi stiano scappando via da casa, il che è il tipo di motivazione a cui si è abituati, per esempio, quando ci si occupa di persone che si sono sposate troppo presto. È molto più preciso dire che essi stavano correndo verso qualcosa e non scappando

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