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Note sul Transfert (*) Michael Fordham, Londra (1) C. G. Jung, La Psicologia del Transfert. Il Saggiatore, Milano 1962. (2) H. G. Baynes, Mythology of the Soul. Rout-ledge and Kegan Paul, London 1954. (3) Francis G. Wickes, The Inner World of Men. Ungar, New York 1948. (4) J. Jacoby, La Psicologia di C. G. Jung. Boringhieri, Torino 1965. Nella premessa alla « Psicologia del Transfert » Jung dice: « II lettore noterà che nel presente saggio manca una descrizione dei fenomeni clinici del transfert. Le mie analisi però non sono rivolte ai principianti, a coloro ai quali manca una conoscenza del fenomeno, ma esclusivamente a coloro che hanno già acquisito sufficiente esperienza attraverso la loro pratica medica» (1). E’ abbastanza sorprendente quanto poco sia stato pubblicato nel passato riguardo alle esperienze cliniche del transfert. Non c'è riferimento a questo soggetto nell'indice di « Mythology of the Soul » (2), il libro di Baynes contenente alcuni casi clinici; Francis G. Wickes, nel suo scritto «The Inner World of Men » (3), non fa alcun cenno specifico al transfert, mentre J. Jacoby, nell'importante lavoro « La Psicologia di C. G. Jung » (4), dedica al problema del transfert soltanto una rapidissima discussione. Tuttavia, di recente, sono stati pubblicati

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articoli di G. Adler (5), Henderson (6), Moody (7), Plaut (8), Stein (9) e Fordham (10). Tali articoli hanno cominciato a riempire la lacuna del libro di Jung; il mio attuale saggio continua su questa linea, e prenderà in esame quegli aspetti del transfert che più mi hanno colpito e più hanno stimolato discussioni fra candidati analisti e colleghi (11). Non ho tentato di definire la nozione in dettaglio, perché questo è stato già fatto da Stein (12); è soltanto necessario precisare che il termine verrà usato in un senso piuttosto esteso in modo da esprimere tutti i contenuti della relazione analitica. Jung, nei suoi scritti sul transfert, insiste particolarmente sul ruolo svolto dalla personalità dello analista nella terapia (13). Fu la sua stessa esperienza di psicoanalista a suggerirgli quest'ipotesi. Più tardi consigliò che tutti gli psicoterapeuti si sottoponessero ad un'analisi didattica, ribadendo questo concetto innumerevoli volte. Il suo punto di vista sembra sia scaturito dagli esperimenti associativi. Baynes, che dovrebbe conoscere molto bene il problema, dice (14): «Jung ha scoperto l'influenza di questo fatto sperimentando i suoi tests di associazione verbale. Si accorse che la personalità ed il sesso introducevano una variante difficile da calcolare... Jung capì che era impossibile evitare l'equazione personale nel lavoro psicologico, e da quel momento l'avrebbe tenuta presente ». Buona parte del comportamento degli junghiani ha origine da questa «scoperta»: la sistemazione relativamente informale dello studio, il sedersi dì fronte al paziente, l'assioma che lo psicologo è in analisi come il paziente, conduce in maniera inevitabile lo psicoterapista a spogliarsi del suo ruolo ed a reagire alla situazione analitica con tutta la sua personalità. E' chiaro che solo coloro che posseggono un carattere ben differenziato possono comportarsi così senza trasformare l'intero processo in qualcosa che non abbia senso. L'atteggiamento dell'analista dev'essere infatti coerente con le cose che dice; egli verrà senza dubbio spinto in uno stato di identità primitiva con il paziente, e sarà (5) Gerhard Adler, On the Archetypal Content of Transference, Report of the International Congress of Psychotherapy. Basel and New York 1965. (6) J. Henderson, Resolution of the Transference in the Light of C. G. Jung Psychology, ibidem. (7) R. Moody, Thè Relation of Personal and Transpersonal Elements in thè Transference, ibidem. (8) A. B. Plaut, Research into Transference Phenomena, ibidem. Transference in Analytical Psycnology, British Journal of Medical Psychology, Vol. XXXX Part 1, 1956. (9) L. Stein, The Terminology of Transference, Report of the International Congress of Psychotherapy, op. cit. (10) M. Fordham, Note on Significance of Archetypes for the Transference in Childhood. In: New developments in Analytical Psychology. Routiedge and Kegan Paul, London 1957. (11) Lo scopo del mio lavoro non è quello di studiare il transfert nella sua totalità, perché, in tal caso, dovrei prendere in esame l'intero processo analitico. (12) L. Stein, op. cit. (13) C. G. Jung, Some Cruciai Points in Psychoanalysis, Collected Works n. 4. — Confronta anche vari riferimenti nel volume: « The Practice of Psychotherapy» C. W. n. 16, Pantheon, New York 1954. (14) H. G. Baynes, Freud versus Jung, Analytical Psychology and the English Mind. London 1950.

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(15) II significato di questa nozione verrà approfondito a pag. 41. (16) Confronta Gerhard Adler, opera cit. pag. 285. Adler avanza l'ipotesi che le due sfere possano facilmente essere divise e quindi sottoposte a diverso trattamento. perciò necessario che sia conscio delle proprie reazioni primitive. Questa condizione rende indispensabile, per ogni psicologo che voglia diventare un analista praticante, intraprendere una lunga e completa analisi personale. Jung ritiene che esista un fattore terapeutico nella personalità del medico. E' chiaro che una componente del genere non può risiedere soltanto nella coscienza; sarà pure nell'inconscio, che è l'elemento di gran lunga più importante. A questo riguardo è necessario ricordare anche la teoria junghiana transpersonale degli archetipi, teoria che spiega perché il paziente solleciti nello analista reazioni terapeutiche ed opportune, le quali, insieme a quelle non adeguate del paziente, costituiscono la base principale di tutti i transfert intensi. Inoltre, sono le reazioni archetipiche dell'analista a formare la base della sua tecnica (15), che, senza tali reazioni, mancherebbe di efficacia. In tal modo la teoria di Jung ha approfondito la comprensione della « variabile difficile da calcolare » a cui si riferiva Baynes, convertendola in una categoria ben definibile di funzioni personali e transpersonali, e rendendo possibili ulteriori indagini. La distinzione fra inconscio personale ed inconscio transpersonale posta da Jung per differenziare le sue ricerche da quelle di Freud, è estremamente sottile ed è impossibile stabilire una netta separazione fra i due concetti (16). Infatti molte relazioni personali ed in particolar modo quelle di tipo transferenziale, si esprimono con forme archetipiche, e queste, a loro volta, spesso si presentano in forma personale. Di conseguenza, sebbene la distinzione sia utile in altri campi di studio, nel descrivere il transfert ho preferito considerarlo come un fatto singolo che appare nella coscienza sia in forma personale che transpersonale. La qualità obiettiva (transpersonale) dell'esperienza, che dipende dalle immagini archetipiche e numinose, non può essere trascurata in nessuna manifestazione transferenziale, qualunque ne sia la forma, ed è questo

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che rende lo studio della relazione paziente-anali-sta così affascinante ed utile. Da questa relazione complessa risulta che sia l'analista che il paziente creano le premesse per lo sviluppo, nella coscienza, di tutte quelle innumerevoli esperienze psichiche che emergono dall'inconscio nel quadro del transfert. Con l'analisi di tali esperienze sono toccate tutte le relazioni personali del paziente, ed in particolar modo la sua capacità di controllare gli affetti interpersonali in maniera più positiva, distinguendo fra ciò che appartiene al suo Io e ciò che non gli appartiene. Le forze che vanno oltre il controllo dell'Io comprendono i contenuti del transfert transpersonale o obiettivo, contenuti che formano la sostanza del libro di Jung relativo al transfert nel processo di individuazione. Eppure, anche se tali contenuti vengono riconosciuti come transpersonali, molto spesso essi vengono sperimentati in un primo momento come personali. Il recente interesse degli psicologi analisti per il transfert ha suscitato qualche incertezza per quanto riguarda la sua necessarietà nel processo analitico. In altre parole, ci si domanda se esistono metodi psicoterapeutici nei quali il transfert non si verifichi. Studiando le idee di Jung sull'argomento, si capisce come egli ritenga che l'insieme dei procedimenti psicoterapeutici può non comprendere l'analisi del transfert. In molti dei suoi saggi il transfert non viene sufficientemente preso in esame. Jung considera diversi modi di trattamento e specifica il proprio contributo in varie maniere, ma ribadisce il concetto che i metodi e le tecniche come la confessione, suggestione, i consigli, chiarificazione ed educazione, hanno lo scopo di rendere il paziente più normale. Questo, secondo molti psicoterapisti, è il bisogno della maggioranza dei pazienti, in particolar modo di quelli che si trovano nella prima metà della vita, i quali, se hanno bisogno di trattamento analitico, dovrebbero essere curati coi metodi della psicoanalisi. La psicoanalisi viene classificata come un metodo di chiarificazione e interpretazione

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(17) C. Q. Jung, The Practice of Psychotherapy, C. W. n. 16. Questo atteggiamento corrisponde alla definizione di Jung di « uomo moderno ». (18) Ibid. pag. 5. (19) Ibid; pag. 51. Traduzione italiana contenuta in « II problema dell'inconscio nella psicologia moderna », pag. 79. Einaudi, Torino 1964. dei processi inconsci, basato su una generale vi sione teorica o su di una psicologia individuale. Essenzialmente è un processo educativo che ha come scopo la socializzazione dell'individuo. Ma questi metodi non sono validi per quei pazienti che considerano la normalità senza significato, e per i quali lo sviluppo individuale è, per così dire, un'esigenza. Con questi pazienti tutti i metodi devono essere abbandonati « perché l'individualità... è assolutamente unica, imprevedibile e non interpretabile. In questi casi il terapista deve abbandonare tutti i preconcetti e le tecniche ed affidarsi soltanto a un procedimento dialettico, adottando un comportamento che eviti qualsiasi metodo» (17). Ne deriva che il sistema psichico del paziente comincia a « innestarsi con il mio e ad agire su di esso; la mia reazione è l'unica cosa mediante la quale io, in quanto individuo, posso confrontare il paziente » (18). Per molto tempo Jung incontrò difficoltà nel descrivere che cosa succedeva quando la psiche del paziente e quella dell'analista erano innestate. Nel 1931 scriveva: « Sebbene abbia percorso molte volte questa strada con i pazienti, non sono mai stato capace di rendere sufficientemente chiari i dettagli di questo processo ai fini di una pubblicazione. Fino ad ora si è trattato soltanto di comunicazioni frammentarie » (19). Più tardi questa lacuna fu superata in un certo qual modo dalla « Psicologia del Transfert ». Penso che la difficoltà di Jung sia derivata dall'enfasi attribuita al carattere altamente individuale del processo. In effetti, se l'individualità è « unica, imprevedibile e non interpretabile » è anche indescrivibile in termini generali. Quando però Jung scrisse un saggio sul transfert nel processo di individuazione, facendo uso di materiale alchimistico, dovette pensare che fosse possibile una generalizzazione. Tale contrasto può essere compreso soltanto se si consideri che, con l'abbandono di ogni preconcetto e con il situare l'individuo al centro del conscio, prende inizio un processo totale, così come viene postulato dalla teoria della compensazione.

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Ed è appunto questo processo totale che Jung descrive. Molte volte Jung ha riconosciuto che il transfert può diventare una caratteristica centrale della analisi. Per esempio, egli affermò con Freud che il transfert « è l'alfa e l'omega del processo analitico » (20). Tuttavia cominciò col considerare il transfert nella psicoanalisi diverso da quello che si sviluppa nel processo di individuazione. Ciò dipende dal fatto che è diverso l'atteggiamento dell'analista verso il paziente. La differenza posta da Jung fra i pazienti che cercano un trattamento capace di riportarli alla normalità e quelli che cercano l'individuazione, ha il suo valore, ma presenta alcune limitazioni. Infatti potrebbe confonderci e non farci capire che nella prima classe di pazienti esistono caratteristiche individuali, mentre nella seconda classe molto spesso è necessaria una maggiore normalità. Il mio lavoro analitico coi bambini mi ha spinto a constatare il fenomeno in maniera sorprendente, in quanto ho scoperto che l'atteggiamento da Jung definito corretto per i pazienti sulla via dell'individuazione, è lo stesso che conduce allo sviluppo dell'Io nei bambini. Una relazione diretta fra l'analista ed il bambino è assolutamente necessaria. Questa considerazione, in principio basata sull'analisi individuale dei bambini, è stata confermata durante la II guerra mondiale quando furono organizzati dei collegi per bambini difficili. Fui molto fortunato perché potei osservare il lavoro rimarchevole di una assistente la cui capacità di stabilire un contatto terapeutico diretto con i bambini affidati alle sue cure, le permetteva di imporre una disciplina meno severa di quanto sarebbe stato possibile in altre circostanze. Ella era « il compagno di viaggio nel processo di sviluppo individuale » che avveniva in ogni bambino. Queste osservazioni naturalmente mi sorpresero molto, e cominciai a capire che c'era qualcosa di essenzialmente simile in tutto il mio lavoro analitico. Credevo fondamentalmente nell'individuo, qual-siasi fosse l'età, e cominciai a criticare gli atteggia- (20) C. G. Jung, La Psicologia del Transfert. Il Saggiatore, Milano 1962

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(21) Fatta eccezione per le personalità psicopati-che. (22) M. Fordham, The Origins of the Ego in Childhood. In: New Develop-ments in Analytical Psychology, Routiedge and Kegan Paul. London 1957. (23) Confronta pag. 108 in New Developments in Analytical Psychology, London 1957. menti descritti da Jung come metodi o tecniche di interpretazione ed educazione, perché essi sembravano imposti ai pazienti. Cominciai a considerare che non era necessario imporre un adattamento alle personalità giovani o a quelle male adattate, in quanto lo scopo del giovane o delle persone disadattate era di fare, in ogni caso, ciò che le altre persone fanno, vale a dire che lo scopo naturale era quello di diventare normale e adattato (21). Ho inoltre constatato che gli archetipi hanno una speciale relazione con lo sviluppo dell'Io (22), e questo mi spinse ad esaminare più attentamente il significato delle forme archetipiche nel rapporto tra nsferenziale interpersonale osservabile nei giovani. Presto compresi, con particolare evidenza, che la attività archetipica nel paziente giovane prendeva una forma molto più personale di quanto avviene nel secondo stadio della vita, e che di conseguenza essa si trovava proiettata sull'analista durante il transfert. Le proiezioni sollecitano una reazione nell'analista, e ciò porta ad uno stato di primitiva identità con il paziente, permettendo in quest'ultimo lo sviluppo di un Io più forte (23). Tale conclusione mi ha spinto a dare al valore dell'analisi nella prima parte della vita un'enfasi maggiore di quanto generalmente si faccia nella psicologia analitica. La posizione è alquanto problematica per ciò che riguarda l'inizio della individuazione vera e propria. Infatti questo processo presuppone che il problema non sia quello di sviluppare l'Io, ma di differenziarlo e di portarlo in una nuova relazione con l'inconscio, dal quale il Selbst emerga come esperienza differente dall'Io. Si presuppone che il paziente abbia raggiunto la fase nella quale i suoi obiettivi sociali siano soddisfatti, e che quindi i problemi spirituali comincino ad affiorare (24). Allora il transfert può assumere forme oscure, meno intense, più collettive, transpersonali e perfino sociali. Ma anche in questi casi le reazioni dell'analista, differenti perché inevitabilmente orientale verso l'individuazione, non sono meno importanti. Mi sembra di essere coerente con la posizione (24) Cf. Henderson, op. cit.

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di Jung se stabilisco che la base del mio lavoro analitico è fondata sul fatto che credo nell'individuo. Da ciò mi proviene una certa serenità e mi diventa possibile elaborare una teoria alla cui luce si potrà esaminare il fenomeno del transfert. Infatti, se la mia teoria è corretta, l'assenza di un transfert manifesto nei giovani è dovuta, in primo luogo, ad un apprezzamento insufficiente da parte dell'analista, e, in secondo luogo, all'incomprensione del paziente a proposito di ciò che sta avvenendo. E' generalmente ammesso che il transfert si manifesta in dipendenza di particolari circostanze. In questo studio verranno appunto esaminate le circostanze che precedono l'instaurarsi di un particolare rapporto fra l'analista ed il paziente. Per quanto comprenda come non possa esservi una netta distinzione fra gli aspetti esteriori dell'analisi ed i suoi contenuti, perché esiste un'interazione reciproca, pure questa distinzione è utile. E' chiaro che la frequenza delle sedute, la naturalezza o l'artificiosità della situazione, il modo in cui la libido del paziente è distribuita (questo concetto verrà discusso più avanti sotto il titolo « distribuzione dell'energia »), tutto è strettamente legato al transfert del paziente e alle reazioni dell'analista (quest'ultimo concetto verrà discusso sotto il titolo « controtransfert »). Ma, nonostante l'indubbia influenza reciproca, ho progettato questo studio tenendo presente la suddetta distinzione, ed il lettore se ne renderà conto esaminando le parti in cui il testo è diviso.

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SECONDA PARTE CONSIDERAZIONI GENERALI II Colloquio analitico l colloqui analitici consistono nell'incontro regolare di due persone per un certo periodo di tempo. Si presuppone che una, il paziente, ripeta le sue visite regolarmente e che l'altra, l'analista, offra tutto sé stesso, la sua esperienza, la sua conoscenza e tutta la sua attenzione. L'analista è stato un tempo anch'egli un paziente. La sua analisi fa parte dell'esperienza del training. Attraverso tale esperienza si sarà reso conto di cosa significa « essere dall'altra parte ». Inoltre ha un bagaglio di conoscenze (25) II problema della tecnica acquisite durante il training e si è impadronito di alcune verrà discusso nel capitolo tecniche (25) che gli saranno utili nel processo analitico. Si dedicato al controtransfert. ritiene che il training non interferisca con il processo « alchimistico » che gradualmente coinvolgerà paziente e analista. L'analista è al corrente che ogni singola affermazione da lui fatta è una testimonianza dello stato della sua psiche, sia che si tratti di un atto di comprensione, di un'emozione o di una chiarificazione intellettuale. Su tale principio si basano tutte le tecniche e le acquisizioni riguardanti il come analizzare. Fa parte del training analitico chiarire al candì- i dato analista che gli capiterà d'imparare, a volte di j più, a volte di meno, da ciascun paziente, ed è per I questo che egli stesso sarà coinvolto in un processo i di trasformazione (26). La posizione del paziente è simile, per molti aspetti, a quella dell'analista, perché qualsiasi cosa dirà verrà trattata come una espressione della sua psiche. Il paziente userà delle tecniche, per quanto meno elaborate, ed utilizzerà la sua comprensione e la sua accresciuta conoscenza non solo relativamente a sé stesso, ma anche al suo analista. (26) Jung da particolare rilievo La differenza essenziale fra analizzando ed analista è da a questo concetto quando discute le fasi di ricercarsi non in questi settori, trasformazione nell'articolo « Problemi della psicoterapia moderna », contenuto nel volume «The Practice of Psychotherapy» C. W. n. 16. Nel libro si troveranno altri riferimenti allo stesso concetto. L'articolo, tradotto in italiano, è conte-

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ma nel maggior disagio del paziente, la sua minore consapevolezza ed il suo maggior bisogno di rafforzare la coscienza in modo da cambiare sé stesso e il suo stile di vita. La differenza non va ricercata nella minore partecipazione dell'analista nei confronti del paziente, in quanto tutti gli psicologi analisti sono d'accordo con Jung nel rifiutare l'idea che il terapeuta possa essere soltanto uno schermo proiettivo. Sebbene l'analisi cominci in maniera semplice, i colloqui si caricano presto di una complessità che forma l'argomento del saggio seguente. E" necessario chiarire che la complessità dipende dal fatto che l'obiettivo principale è l'indagine dell'inconscio. Tale obiettivo ha radici archetipiche. La sua base storica si fonda sui riti di iniziazione più primitivi, sui riti religiosi, sul misticismo, sull'alchimia, fino a sfociare nel suo più moderno equivalente scientifico, cioè l'analisi. E' comunque importante aver sempre presente la naturalezza dei colloqui e la necessità di mantenerli con la stessa frequenza e con lo stesso tempo, poiché così si permette all'analista di essere lo unico punto fermo mentre tutto il resto è in uno stato fluido: di modo che fantasie, proiezioni e pensieri hanno qualcosa a cui riferirsi. nuto in << il problema dell’inconscio nella psicologia moderna >>. Einaudi, Torino 1964. Naturalezza e artificiosità del transfert II colloquio analitico può essere considerato come un'espressione della naturalezza con cui lo analista si pone di fronte al paziente; ma la discussione ricorrente se il transfert sia un fatto naturale o artificiale, mette in evidenza la complessità del problema. L'antitesi può essere considerata da un'altra angolazione, e cioè: « Fino a che punto la tecnica dell'analista provoca il transfert? E fino a che punto esso è un'inevitabile conseguenza dello incontro fra due persone nelle condizioni già descritte? ». Poiché il significato della tecnica verrà

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(27) Uno dei motivi della continua preoccupazione per ciò che riguarda la «naturalezza», senza dubbio va ricercato nella natura ascetica dell'.analisì. Tutti gli analisti, proprio a causa della tensione sessuale suscitata nei pazienti, vengono accusati di innaturalezza e vengono rimproverati per il loro « comportamento innaturale ». Questo rimprovero, tuttavia, nasce da una proiezione di fantasie incestuose che il paziente desidera equivocare e concretizzare. discusso più avanti, ci limiteremo per ora ad accettare tale formulazione del problema, anche se vaga. Nella « Psicologia del Transfert » Jung chiarisce come egli reputi il transfert un fenomeno naturale, e con ciò intende che II transfert non è una peculiarità del rapporto analitico, ma può essere osservato in tutta la vita sociale (27). Il punto di vista junghiano è senza dubbio confortato da molte osservazioni e dal confronto con altri rapporti nei quali si manifesta l'applicazione della teoria degli archetipi. Infatti, essendo gli archetipi un fenomeno universale, compaiono nell'analisi come nelle altre sfere della vita; e quindi il transfert, che è sempre legato agli archetipi, comparirà anch'esso sia nella analisi che nelle altre relazioni. Eppure, volendo considerare il rapporto analitico come un equivalente delle situazioni sociali, non va trascurato il fatto che in nessuna di esse tanta attenzione è dedicata alla psiche delle due persone, nell'ambito di condizioni relativamente « standard », ed in nessuna di esse si fa tanto sforzo per superare le resistenze. Inoltre, in altri contatti sociali, scarso è lo sforzo per chiarire il significato del rapporto, per cui la massa dell'energia psichica rimane inconscia. In questo senso la parola « artificiale » potrebbe sembrare appropriata; ma non bisogna dimenticare che il paziente viene in analisi a causa delle distorsioni della sua personalità (dovute ad una mancanza di sviluppo), e che l'analisi del transfert cerca di correggere queste distorsioni: per cui ciò che è artificiale nell'analisi viene di gran lunga superato da ciò che vi è di distorto nell'analizzando, in modo particolare all'inizio della terapia. Ma le distorsioni progressivamente diminuiscono come l'analisi procede, sino ad un termine ideale in cui il paziente lascia l'analista, avendo superato le sue frustrazioni. Solo allora il paziente sarà in grado di constatare la naturalezza del processo da cui ebbe inizio l'analisi.

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Analisi e vita Un altro problema connesso alla questione se il transfert sia naturale o artificiale, è quello di stabilire come il transfert, al di fuori dell'analisi, si colleghi alla « vita » nell'accezione più vasta del termine, come si colleghi cioè alle attività giornaliere del paziente, che sono in rapporto con ciò che è « naturale ». Henderson (28) afferma che la psiche del paziente si concentra quasi del tutto nell'analisi, di modo che, in linea teorica, la « vita » viene sospesa mentre la personalità si trova in un processo di trasformazione. Per tale motivo sarebbe necessario un periodo di post-analisi attraverso il quale viene raggiunto dalla nuova personalità un diverso adattamento alla vita. La mia esperienza non si accorda con questo punto di vista. E' vero che se si raggiunge un risultato soddisfacente molti cambiamenti nella vita dell'individuo sono inevitabili, ma questi sopraggiungono gradualmente durante l'analisi piuttosto che dopo. La vita prosegue evidenziando i cambiamenti che di continuo si hanno durante il transfert analitico, II tipo ed il grado di trasformazione variano secondo il carattere del soggetto. Le trasformazioni esteriori sono più evidenti nelle persone giovani, nei nevrotici alquanto gravi e negli psicotici, i cui obiettivi, come Henderson ha dimostrato, sono piuttosto pratici che spirituali. Le trasformazioni esteriori sono meno appariscenti in quei soggetti che hanno come principale obiettivo l'individuazione o il delineamento di una visione della vita. Ci sono due considerazioni fondamentali che devono essere tenute presenti: 1) il paziente manifesta dei sintomi per i quali cerca una soluzione; obiettivo dell'analista è una chiarificazione; ed un risultato di questo processo è lo sviluppo del transfert: l'energia dapprima assorbita dal sintomo viene ora diretta verso la persona dell'analista; (28) Henderson, Op. cit..

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2) il problema successivo consiste nel come maneggiare e infine risolvere il transfert. Come potremo vedere con maggiori dettagli, la maggior parte del materiale analitico che si rivela nel transfert non è tale da poter garantire una vita soddisfacente, perché altrimenti non avrebbe provocato sintomi; esso è formato piuttosto da quelle parti della personalità che sono inadatte alla vita. Quando la Jacoby afferma che Jung « ... ritiene che un « attaccamento » ad una terza persona, per esempio in forma di un rapporto amoroso, rappresenti una possibile soluzione di una nevrosi... » (29), sembra non comprendere la natura e l'importanza del transfert e la sua relazione alla vita (30). In (29) J. Jacoby, Op. Cit. linea gene rale, se un paziente è capace di sostenere una (30) Mi sembra che questo soddisfacente « relazione amorosa », la libido investita in concetto non si trovi in tale rapporto non appartiene a quel tipo che necessita uno alcuno degli scritti di Jung. sviluppo attraverso un'analisi del tran sfert. I pazienti vengono in analisi appunto perché le loro esperienze amorose non offrono una soluzione delle loro nevrosi. Soltanto quando le illusioni contenute in questi rapporti vengono vissute attraverso il transfert, e non in altro modo, una soluzione può essere trovata. Ho discusso la dicotomia « vita - analisi » perché è un problema ricorrente fra gli analisti. Si tratta comunque di una distinzione piuttosto equivoca, in quanto una delle qualità essenziali del transfert è proprio il suo dinamismo. A questo punto sorge la domanda se i fenomeni analitici siano indotti o messi in condizione di manifestarsi. La mia idea è che essi, con l'analisi, hanno la possibilità di rivelarsi, e su questa premessa si fonda buona parte del mio concetto del transfert. Distribuzione dell'energia Uno studio che riguardi l'energia liberata attraverso i colloqui analitici pone varie domande, per esempio sulla frequenza degli incontri e sul ruolo giocato dalle fantasie e dall'immaginazione attiva.

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Tali problemi sono importanti per gli psicologi in quanto non esistono regole standard a proposito del numero dei colloqui settimanali, ma piuttosto ci si orienta secondo i bisogni dei pazienti e le differenti circostanze. La mia pratica usuale è di cominciare con tre incontri settimanali, aumentandoli o diminuendoli secondo le necessità. Jung impose una specifica frequenza del colloquio ai soggetti impegnati nel processo di individuazione, in quanto lo scopo che si prefiggeva era di mettere i pazienti in condizione di condurre da sé la loro analisi sotto la sua supervisione. Quest'argomento verrà ripreso più tardi. Comunque l'affermazione categorica di Jung di avere come obiettivo la riduzione dei colloqui, mi ha spinto a fare le seguenti considerazioni. Prendiamo due casi limite, uno in cui il grosso dell'analisi è condotto durante gli incontri, un altro in cui l'incontro ha un carattere di supervisione ed il grosso dell'attività analitica si svolge attraverso l'immaginazione attiva e l'analisi che il soggetto fa dei propri sogni, al di fuori del colloquio. Dato che la durata dell'analisi può avere importanza, bisogna considerare che — nel secondo caso — il tempo dedicato durante le sedute allo studio dei sogni e delle immaginazioni attive è di gran lunga maggiore, anche se, a prima vista, si potrebbe pensare che la durata dell'analisi dovrebbe essere minore. Poiché tutto il tempo speso per i sogni e le fantasie può a volte dipendere da proiezioni sull'analista, e poiché tutto ciò spinge il paziente a produrre materiale sufficiente a riempire il colloquio, riportando sogni e fantasie, la durata dell'analisi può essere considerevolmente aumentata anziché ridotta (31). Proprio quest’uso difensivo dei sogni e delle fantasie (difensivo nel senso che maschera le proiezioni) rende utile distinguere tra il comportamento durante il colloquio e ciò che viene riportato di quanto accaduto fuori della seduta: le cose che il paziente dice di sé stesso, il suo rapporto con gli altri nel proprio ambiente, i suoi sogni, il suo mon- (31) Sfioro questo argomento perché qualche volta si è pensato che gli psicologi analisti abbiano scoperto dei metodi per abbreviare l'analisi: qualche volta invece il processo analitico viene prolungato!

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(32) L'applicazione di questo fatto nei primi colloqui psichiatrici è importante. Il transfert entra subito in aziono ed i fatti riportati, quando non vengono addirittura distorti, possono essere valutati secondo l'atteggiamento del paziente verso il medico. do interiore come viene rivelato dalle fantasie, dai sogni ad occhi aperti e dall'immaginazione attiva. Con l'uso di tale distinzione è più facile percepire quando il paziente si riferisce all'analista parlando di qualche altro, oppure quando ciò che dice è condizionato dal suo atteggiamento verso l'analista al punto che, molto spesso, la comunicazione del materiale è soltanto ed unicamente condizionata da tale atteggiamento (32). Un giovanotto che aveva difficoltà nel comunicare durante i colloqui mi disse che, fra una seduta e l'altra, poteva parlare più facilmente con un analista immaginario che identificava con me. In queste conversazioni si preparava gli argomenti che avrebbe dovuto discutere, ma quando poi si trattava di mettere in pratica i suoi piani, gli argomenti preparati venivano sostituiti da altri oppure non gli riusciva di avere alcun pensiero. Potrebbe sembrare che, in questo caso, buona parte di ciò che viene chiamato « processo analitico » (in senso costruttivo) fosse condotto al di fuori della seduta, mentre durante il colloquio il tempo veniva speso ad analizzare le resistenze che si trovavano alla base di quel comportamento. Poiché si trattava di resistenze assai forti, per molto tempo non vi fu alcun progresso sostanziale. Quest'esempio mostra chiaramente quanta energia può essere spesa al di fuori del colloquio; ma nella misura in cui l'analisi delle resistenze del mio paziente si approfondiva, l'intera situazione cominciò a cambiare, in modo che la figura immaginaria divenne sempre meno importante ed il paziente ebbe la possibilità di parlarmi con maggiore apertura. Da allora spese minor tempo per condurre la sua analisi al di fuori delle sedute, e questo fatto fu da me considerato come uno sviluppo positivo. G. Adler (33) nel suo studio « On the Archetypal Content of Transference » descrive il fenomeno da un altro punto di vista. Cita il caso di una donna il cui rapporto con lui, durante le sedute, potrebbe essere distinto in due parti: la prima, positiva, in cui la paziente svolgeva il ruolo della sorella buona; (33) Gerhard Adler, op. cit.

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