ARTeTRA 13

 

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rivista monografica su Alessandro Antonucci

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Museo MUSPAC, l’Aquila ART TRA alessandro antonucci E

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traVOLTI fotografie di Alessandro Antonucci testi Franco Speroni Martina Sconci in copertina: Antonello 70x50 cm a lato: Serparo (particolare) 70x50 cm Le opere esposte nella mostra sono stampe lambda su carta Kodak Endura, montate su alluminio

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I ritratti ambientali di Alessandro Antonucci di Franco Speroni Le fotografie di Alessandro Antonucci fissano volti che sembrano fermi immagine di una storia raccontata per frammenti: attimi bloccati di una trama che scorre come fosse un film i cui protagonisti sono i ritratti. Per questo, al primo impatto, le fotografie evocano fotogrammi cinematografici per la sintesi che propongono tra personaggio e ambiente. Lo stesso trattamento digitale evoca dissolvenze che riportano nell’immagine statica la sensazione del movimento, il trascorrere del tempo, la compenetrazione tra corpi, luoghi, colori, atmosfere. Di conseguenza le foto diventano composizioni polimateriche pur non rinunciando mai alla fragranza dell’incontro tipica del ritratto, alla sua riconoscibilità che ogni volta ripropone la sorpresa. Fotografie che sono anche sculture improprie, assemblaggi mentali. Del resto è nella storia della fotografia la doppia natura che isola e, insieme, assembla: isola perchè circoscrive, inquadrandola, un’immagine; assembla perché accosta più elementi trovando tra loro segrete corrispondenze. Il risultato di queste foto sembra la creazione di un simulacro monumentale che potrebbe richiamare anche un’eredità “neorealista", al di là delle intenzioni dell'autore. Tutto si disloca intorno al ritratto facendone un personaggio. Frasi scritte intorno al ritratto di Lo scrittore, filamenti di paglia alla Van Gogh come in Odore d’Estate, o la corteccia In questa pagina, dall’alto verso il basso: Il sedile Santa Rina, 50x50 cm Lo scrittore, 50x50 cm Primo piano per me, 50x50 cm Nella pagina a lato: Odore d’estate, 50x50 cm

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che diventa la pelle rugosa dell’ Uomo di montagna sono enunciati che introducono i vari protagonisti fusi nel loro ambiente. Il volto – notava Georg Simmel nei suoi saggi sull’arte (in particolare Il significato estetico del volto1) – è la sintesi visiva simmetrica di una situazione sempre mutevole come lo stato d’animo. La trasparenza tra volto, corpo e luogo abitato, infrange la distinzione tra figura e sfondo e crea una compenetrazione affettiva. Il superamento della distinzione tra figura e sfondo è una vecchia storia che parte dall’Impressionismo e matura nelle Avanguardie storiche, per cogliere il movimento, la relazione e quindi 1 una realtà ben più profonda della costruzione prospettica fondata su paradigmi cognitivi basati sulla sequenzialità logica e astratta della scrittura. Fino alla rivoluzione della sensibilità maturata con la fotografia e le conseguenti reazioni delle altre arti, la pittura, come la scultura, erano state rappresentazioni nel senso propriamente teatrale. Lo scatto fotografico trasformò la rappresentazione in presentazione di atti performativi in sintonia con la trasformazione dell’atto creativo dalla riproduzione di regole condivise, in espressione individuale di un modo di essere, di vedere, di sentire. Rispetto però alle soluzioni delle avanguardie polimateriche che sono andate avanti fino all’Informale, la fotografia ha mantenuto una particolare sensibilità nel rendere la relazione tra le cose, in parte alterando l’immagine delle cose stesse, ma comunque privilegiando la visibilità del processo nelle modalità di alterazione del corpo nell’ambiente: penso ad esempio a film nati dal desiderio di animare la fotografia, come Il ritorno alla ragione di Man Ray (1923), a quella celebre immagine di torso femminile la cui pelle è disegnata dai riflessi di luce e ombra della tenda. A proposito di fotografia surrealista, verso la quale Antonucci rivela qualche indubbio interesse, Yve-Alain Bois e Rosalind Krauss2 hanno ragionato proprio sui processi di alterazione della forma, indici del passaggio dal culto classico della forma a quello che Gorges Bataille aveva definito nel suo Dizionario critico “basso materialismo”, “orizzontalità”, propri di una sensibilità altra e alterante che vuole attingere a quel fondo vitale altrimenti inaccessibile ai luoghi comuni della tradizione culturale. Questa sensibilità altra ed alterante poiché 2 Simmel G., Il volto e il ritratto. Saggi sull’arte, il Mulino, Bologna 1985. Bois Y. A., Krauss R., L’informe, Bruno Mondadori, Milano 2003; Krauss R., Teoria e storia della fotografia, Bruno Mondadori, Milano 1999. Nella pagina a fianco Salvatore il poeta, 50x50 cm In questa pagina: La cesta, 70x50 cm

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alterata non passa attraverso nuove sintesi formali, come ad esempio è stata la ricomposizione auratica e monumentale delle materie da parte di Alberto Burri nella dimensione armonica del quadro (che tuttavia è anch’esso oggetto di attenzione da parte di Antonucci), bensì attraverso la sperimentazione e la commistione di tecniche e mezzi sempre nuovi per avviare processi di mutamento nella percezione e quindi nella coscienza. Le textures di Antonucci, infatti, raccontano i personaggi nel loro scenario quotidiano per indicare come ciascuno di noi è costituito dai luoghi che abita, dai colori che vede, dalle atmosfere con le quali si fonde e nelle quali si forma. Parafrasando la famosa frase di Ludwig Feuerbach “l’uomo è ciò che mangia”, guardando queste foto potremmo dire che noi siamo ciò che facciamo, l’aria che respiriamo, siamo gli ambienti che abitiamo. Questi determinano i nostri passi, la nostra andatura, i nostri sguardi. Ci pesano addosso e a loro volta noi, faticosamente, penetriamo la loro materialità determinando ecosistemi evolutivi ogni volta diversi. Quella che viene rappresentata nelle fotografie è allora l’identità intesa non come fondamento e radice, che inevitabilmente ci renderebbe prigionieri del passato, bensì come catena di relazioni. Richiamando ancora Feuerbach: “Pensi tu l’infinito? Ebbene tu pensi ed affermi l’infinita potenza del pensiero. Senti tu l’infinito? Tu senti ed affermi l’infinita potenza del sentimento” . Quanto il filosofo 3 diverse sfumature della sensibilità contemporanea. A cominciare dalle intuizioni fenomenologiche di Maurice Merlau Ponty4 sulla “carne” del mondo: un tessuto continuo di esperienze che superano la dicotomia idealistica tra soggetto e oggetto, tra corpo e spazio; per passare attraverso il principio della convergenza di Pierre Teilhard de Chardin5, per cui la convergenza e l’attrazione sono – senza alcuna differenza di natura – le modalità fisiche e spirituali che costruiscono un essere aperto in continuo divenire; fino a giungere alla sensibilità mediologica fondata sulle attuali condizioni dell’abitare basate per dirla con Derrick de Kerckhove6 sul superamento del soggetto isolato a favore di un’intelligenza connettiva, che non è la semplice somma delle parti ma un nuovo insieme composito e qualitativamente differente. Sentirsi connessi significa superare il carattere isolato del soggetto per passare dalla concezione del soggetto a quella di una soggettività espansa. La soggettività indica un insieme di relazioni che vengono a costruire una modalità d’essere fluida che prende ogni volta la forma e la coscienza che è attivamente costruita dalla relazione. Che questa sensibilità tipica di tutta la riflessione sul postumano tanto in ambito mediologico, che filosofico, che estetico7, si riscontri anche nelle foto di Antonucci così, come dicevo, “neorealiste” e tendenzialmente “monumentali” nell’impatto che offrono, può sembrare cosa curiosa o addirittura fuorviante. Ma non credo proprio sia così. Per sciogliere questa contraddizione superficiale tra apparente “monumentalità” del simulacro e sensibilità per una soggettività espansa, sciolta, e quindi in sé antimonumentale, bisogna concentrarci proprio sulla natura del medium utilizzato da Antonucci, sul dispositivo che aziona. anti idealista affermava per dire che l’uomo proietta fuori di sé il proprio essere e lo oggettivizza in una realtà trascendente, costituendo di fatto un tessuto di relazioni, una rete (come oggi potremmo meglio visualizzare) dell’essere senza soluzione di continuità tra materiale e spirituale, a ben vedere, appartiene a 3 4 Feuerbach L., L’essenza del cristianesimo (1841), Feltrinelli, Milano 1994. Merleau-Ponty M., Fenomenologia della percezione, il Saggiatore, Milano 1965. 5 Teilhard de Chardin P., Il cuore della materia, Queriniana, Brescia 1993. 6 Kerckhove de D., L’architettura dell’intelligenza, testo & immagine, Torino 2001. 7 Pireddu M., Tursi A. ( a cura), Post-umano. Relazioni tra uomo e tecnologia nella società delle reti, Guerini, Milano 2006.

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Il progetto di porte cittadine, ad esempio, è un’idea per un apparato scenografico che mescola frammenti di ritratti, corpi, pietre, senza soluzione di continuità tra organico ed inorganico proprio per accogliere (il senso della porta) l’altro attraverso un apparato che visualizza subito la catena infinita dell’essere e quindi il suo progressivo crescere e complicarsi per effetto di contaminazioni impure. Quello che alla fine Antonucci ci offre è quindi una situazione fondamentalmente spettacolare con una finalità relazionale, perché ci propone la concatenazione reale-virtuale di persone che diventano personaggi, di luoghi che diventano scenari. Dal momento però che non si può più prescindere dal fatto che “il medium è il messaggio”, forse, in conclusione, sarebbe auspicabile per questo tipo di lavoro, oltre che la fruizione tipica della mostra in galleria - momento importante - che valorizza soprattutto l’aspetto concettuale e metaforico del lavoro, una sua effettiva realizzazione ambientale, immaginando queste foto proiettate sui muri delle case dalle quali sono nate; trasformate, magari, in illuminazione notturna, in light design ambientale, per rilanciare concretamente il meccanismo di fusione e di relazione dal quale derivano. Affinché questo meccanismo esca dall’ambito della metafora concettuale, appunto, e diventi, invece, piena esperienza immersiva. Nella pagina precedente: progetti per porte urbiche. A sinistra, Porta del sole, stampa fotografica u.v. su cemento, (h 2,50 m) A destra, Porta della luna, stampa fotografica u.v. su legno e gesso, (h 2,50 m) In questa pagina: Tarsìa, 70x50 cm

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La natura dei volti, i volti della natura di Martina Sconci In una società in cui il senso del sacro sembra definitivamente perduto e il tempo ci sfugge dalle mani, senza che riusciamo più a cogliere la poesia di un gesto, la bellezza di un attimo, Alessandro Antonucci, con l'uso sapiente del mezzo fotografico, sente la necessità di soffermarsi a raccontare storie. Storie di giovani, di vecchi, di uomini e donne il cui spirito si rivela perché forte è il senso di appartenenza ai luoghi. Sono tracce, proiezioni di immagini di volti, testimonianze di presenze vissute che, sollecitando la memoria e la creatività dell'artista, si insinuano e si incarnano nel legno. In questo ricongiungimento con le energie naturali, in questa perfetta armonia con la roccia o con l'albero si mescolano realtà e fantasia. Frutto di una sperimentazione in cui il caso sembra assumere il ruolo di protagonista, le foto presenti in questa mostra, dal titolo “traVOLTI”, rivelano soluzioni impreviste e imprevedibili. Come un artista informale Alessandro, protagonista di un'alchimia fatta di bit e di luce, lascia che l'immagine si materializzi davanti ai suoi occhi, limitandosi a favorirne lo spontaneo svolgimento. Attraverso l'accostamento con la materia, una serie di volti carichi di storia imprimono il loro vissuto su tronchi e cortecce, esaltando il confronto tra le energie dell'uomo e quelle della natura. Le rughe dei visi segnati dal tempo si fondono e si confondono con quelle degli alberi. Il tempo della vita vegetale e il tempo della vita umana coincidono. In questa osmosi tra uomo e natura mi sembra di cogliere un certo collegamento con il lavoro dell'artista Giuseppe Penone la cui ricerca è rivolta sin dagli esordi all'intenso rapporto con la natura e con i suoi elementi, all'interazione tra le azioni

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dell'artista e i processi organici di mutazione. In molte delle sue opere le venature dei tronchi degli alberi sono equiparate alle impronte digitali dell'uomo, segno della sua crescita e del suo vissuto; rappresentano il flusso energetico che li accomuna con il corpo umano. Allo stesso modo le rughe degli alberi presenti nelle foto di Antonucci sembrano tracciare un sistema vascolare che ricorda le venature della pelle umana. Come in una metamorfosi, in una trasmutazione del corpo nell'elemento natura, i suoi ritratti si mescolano con la materia, la loro pelle è come quella degli alberi e delle rocce che circondano il luogo in cui abitano e dove conducono la loro vita quotiana. In qualche modo è come se il corpo facesse fisicamente parte di quei luoghi e confondendosi con essi ne vivesse tutte le caratteristiche. Lo vediamo ad esempio nella foto dal titolo “Porta” dove il viso di una anziana signora sembra appartenere da sempre a quella porta, come un fantasma pronto a difendere il suo territorio da presenze estranee. In “Tarsìa” invece, il volto di un ragazzo sorridente è come ingabbiato dentro la natura di un albero. Con sapienti primi piani e inquadrature coraggiose Antonucci penetra nell'invisibile cuore caldo di una cultura, traccia di identità e di specifiche storie individuali . Le sue immagini fotografiche sono documenti di modi d'essere di persone che hanno creato la “geografia culturale” di un territorio in cui sembra ancora possibile rimanere collegati alla natura primordiale, alle origini dell'innocenza perduta. L'artista carpisce l'atmosfera di un paese per mettere in risalto tanto l'unicità dei soggetti che lo abitano, quanto la loro contingenza. Ogni foto racconta la storia del personaggio che rappresenta. “Lo scrittore” è un uomo anziano che sembra recitare frasi che, come in un collage surrealista, lo sovrastano sul fondo dell'immagine. In “Memorie” lo sguardo profondo e il sorriso appena accennato di un'anziana donna ci svelano i suoi ricordi, manifestando una certa malinconia. In “Serparo” la superfice rugosa e butterata, accostata al viso di un ragazzo, richiama sensazioni di spiacevolezza e di conflitto. Sono volti completamente immersi con lo sguardo nelle condizioni intime che caratterizzano la loro esistenza e che solo attraverso la dimensione dell'arte possono acquisire una nuova connotazione culturale, un nuovo modo d'essere nella natura stessa del mondo..

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rivista del Museo Sperimentale d’Arte Contemporanea di L’Aquila Via Paganica 17 , L’Aquila - tel 0862/410505 www.museomuspac.com - info@museomuspac.com numero monografico dedicato ad Alessandro Antonucci in occasione della mostra al Muspac dal 6 al 19 dicembre 2008 grafica e impaginazione primeVie edizioni Via Tiburtina Valeria, 43. 67030 Corfinio (Aq) Tel. 0864.728323 - info@primevie.it contatti autore: 338.1118944 Regione Abruzzo Provincia dell’Aquila D'Auria Industrie Grafiche

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