Rivista di Psicologia Analitica N°88

 

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Paure della contemporaneità

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Marc Augé Paulo Barone Chandra Livia Candiani Ricardo Carretero Gramage Adolfo Ceretti Roberto Cornelli Pia De Silvestris Roberto Finelli Nicole Janigro Yasuo Kobayashi Alfredo Lombardozzi Valerio Magrelli Barbara Massimilla Mariko Muramatsu Tobie Nathan Sonya Orfalian Clementina Pavoni Giorgio Villa Paure della contemporaneità a cura di Barbara Massimilla rivista di psicologia analitica nuova serie

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rivista di psicologia analitica Nuova serie n. 36 Volume 88/2013

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Rivista di Psicologia Analitica nuova serie A cura di Barbara Massimilla Marc Augé Paulo Barone Chandra Livia Candiani Ricardo Carretero Gramage Adolfo Ceretti Roberto Cornelli Pia De Silvestris Roberto Finelli Nicole Janigro Yasuo Kobayashi Alfredo Lombardozzi Valerio Magrelli Barbara Massimilla Mariko Muramatsu Tobie Nathan Sonya Orfalian Clementina Pavoni Giorgio Villa Paure della contemporaneità

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Redazione Paolo Aite, Stefano Carrara, Stefano Carta, Maria Teresa Colonna, Pier Claudio Devescovi, Pina Galeazzi, Romano Màdera, Alessandro Macrillò, Angelo Malinconico, Barbara Massimilla, Daniela Palliccia, Clementina Pavoni, Lella Ravasi Bellocchio. Direzione Paolo Aite (Responsabile) Stefano Carta Angelo Malinconico Segretaria di redazione Roberta Canton Comitato Scientifico Internazionale Gaetano Benedetti (Basilea), Eugenio Borgna (Novara), Ricardo Carretero Gramage (Palma di Maiorca), Domenico Chianese (Roma), Christian Gaillard (Parigi), René Kaës (Lione), Renos Papadopulos (Londra), Andrea Sabbadini (Londra). La Rivista di Psicologia Analitica è riconosciuta come pubblicazione di elevato valore culturale dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali. La rivista di Psicologia Analitica si riceve per abbonamento annuale o biennale; inoltre è distribuita presso Feltrinelli e le migliori librerie da: JOO DISTRIBUZIONE - Via F. Argelati, 35 - Milano. ©2013 Editore Gruppo di Psicologia Analitica Via dei Giordani 18 - 00199 Roma redazione@rivistapsicologianalitica.it www.rivistapsicologianalitica.it N° iscrizione ROC: 16139 ISSN 0392-9787 Registrazione Tribunale di Roma n. 210 in data 3 maggio 1996 Periodicità semestrale

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INDICE Paure della contemporaneità di Barbara Massimilla >> 9 La paura prende alle spalle di Nicole Janigro >> 13 Quando la paura bussa, apri di Chandra Livia Candiani >> 21 Versi sulla paura di Valerio Magrelli 33 Al di là del terrore. Per una nuova antropologia di Roberto Finelli >> 39 Le nuove paure Intervista a Marc Augé di Alfredo Lombardozzi 51

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Fra paura e speranza nella psichiatria attuale di Giorgio Villa 57 L’ora del buio di Sonya Orfalian >> 71 Le paure dell’adolescenza di Ricardo Carretero Gramage 81 Parlare delle mie paure Una Testimonianza >> 103 Un Ginn dalla pelle nera di Tobie Nathan 113 Paura di esistere, paura di scomparire di Pia De Silvestris >> 119 Oltre la paura Dialogo con Adolfo Ceretti e Roberto Cornelli di Clementina Pavoni >> 127 Múlàdhàra. “Seduti in un buco, nella pelvi del mondo” di Paulo Barone >> 137 Superare l’angoscia della nostra epoca Colloquio con Yasuo Kobayashi di Mariko Muramatsu >> 149

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recensioni Rita Corsa: Edoardo Weiss a Trieste con Freud. Alle origini della psicoanalisi italiana. Le vicende di Nathan, Bartol e Veneziani, Alpes, Roma, 2013 Pier Claudio Devescovi Luigi Zoja, Paranoia. La follia che fa la storia, Bollati Boringhieri, Torino, 2011 Andrea Arrighi >> 165 170 Laura Campanello, Sono vivo, ed è solo l’inizio – Riflessioni filosofiche sulla vita e sulla morte, Mursia, Milano, 2013 Barbara Massimilla >> 173 Angelo Malinconico, Nicola Malorni, Psiche Mafiosa. Immagini da un carcere, Edizioni MAGI, Roma, 2013 Marco Zanasi >> 177 gli autori >> 185

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Paure della contemporaneità Barbara Massimilla L’angoscia ha cessato di essere la questione privata della singola persona. L’umanità occidentale in generale è immersa nell’angoscia e nella paura: un determinato presentimento di minaccia terribilmente incombente sconvolge la certezza ontologica della persona umana. V. E. von Gebsattel Nel lessico psicoanalitico, psichiatrico, filosofico, ansia e angoscia non sono distinte tra loro se non su un piano semantico, entrambe non sono identificabili con la paura, con il timore di qualcosa. L’angoscia è fondamentalmente diversa dalla paura. La paura è sempre paura per qualcosa di determinato (M. Heidegger). Mentre l’angoscia non ha oggetto, è senza nome. Questa differenza sostanziale tra angoscia e paura nel momento storico attuale sembra attraversare una fase d’inattesa ambiguità. Per gli effetti della globalizzazione e della rapidità dei sistemi di informazione ci troviamo a vivere molteplici paure condensate in un amalgama indifferenziato: un unica paura globale diffusa e indistinta. Se nei secoli scorsi, si aveva innanzi tutto paura della morte, og9

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gi si ha soprattutto paura della vita. Le catastrofi naturali e nucleari, le epidemie, il terrorismo, le discriminazioni sociali, le violenze politiche, l’esplosione di nuovi conflitti e il rinnovarsi di eterni teatri di guerra, le minacce del sistema finanziario e la disoccupazione, per una sorta di reazione a catena sembrano nel loro insieme costituire una cupola d’inquietudine planetaria. Singolarmente sono paure esistite da sempre, ma è il nuovo modo di percepirle appunto come amalgama indistinto che evoca una percezione di attrito con la coscienza. La loro condensazione simultanea diventa insostenibile per la mente che tende a confonderle tra loro e a smarrire i confini di ogni singola voce. Le reti di comunicazione amplificano una nuova forma di paura, nella quale si rispecchia l’ombra dell’oggetto: la concretezza dell’oggetto si dissolve, sfuma in un terrore paralizzante, nel panico generalizzato. È la “paura della paura”, quella che ci riferiscono spesso i nostri pazienti fobici quando temono l’esplodere di una crisi di panico. Una paura che perde i confini e sfocia in un vissuto d’angoscia permanente. Come psicoanalisti, psichiatri, filosofi, esperti in Scienze Umane, scrittori, poeti ma specialmente come esseri umani consapevoli dei rischi connessi alla perdita di modelli identitari di riferimento profondamente etici, di garanti metasociali e metapsichici affidabili, quale responsabilità potremmo assumerci personalmente nel nostro campo d’azione? Basterebbe descrivere queste forme di nuovo dolore dell’anima? Quale analisi? Quali inesauribili risposte? La dimensione temporale sembra schiacciata in un futuro dai contorni apocalittici. Il tempo collassa su se stesso e non mette più naturalmente ordine nelle cose del mondo. Il concetto di progresso e di avanzamento ha subìto un arresto. Nel caos e nel disordine si accentua l’eterno conflit to tra le generazioni, la trasmissione del sapere sembra non avere eredi riconosciuti, legittimati. La confusione investe il senex e il puer. La vecchiaia risente di un’onnipotenza biologica per le scoperte scientifiche nel campo della salute. Mentre il corpo inesorabilmente decade si vive una sorta di delirio di eternità nel mito di un’efficienza a tutti i costi che non lascia spazio ai propri successori. I giovani sono orfani di speranza nel futuro, separati, 10

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esclusi da un modello genitoriale e dagli adulti che vivono in modo autoreferenziale e non alimentano lo scambio fertile tra le generazioni. Si congela il domani dei figli anche nell’illusione del bene senza sacrifici, proteggendoli in una nicchia familiare regressiva. Uno iato sempre più incolmabile tra il loro mondo e quello di chi lavora ed ha possibilità economiche, li costringe a una rassegnata passività, a non combattere, se non marginalmente, un sistema che non li accoglie né concretamente, né mentalmente. Addolora il fatto che la vita scorra a loro insaputa, come se i giovani non riuscissero più a dare valore al tempo, incistati in una posizione immobile che penalizza la curiosità e la loro creatività. Come restituire un nome alle paure interne tornando a distinguerle e ad affrontare ciascuna nella propria complessità? Come riuscire a placarle nel corpo, nel luogo per eccellenza della paura inconscia, originaria? Sulle basi di tali premesse su come si possa tentare di districare questo groviglio di paure è nato questo volume. Sono profondamente grata agli Autori che hanno scritto, ognuno dal vertice del proprio sapere e della propria disciplina, della propria cultura e appartenenza, cercando una via di fuga anche attraverso l’esplorazione di spazi carsici, mantenendo ferma la ricerca di forme d’adattamento non passive, verso nuovi orizzonti della mente. 11

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La paura prende alle spalle Nicole Janigro Essere felici significa essere consci di sé senza terrore. Walter Benjamin, Strada a senso unico 1. «Se mi potessi mettere al suo posto avrei meno paura, ho paura che la paura mi prenda alle spalle», mi dice la donna che nella stanza dell’analisi è seduta di fronte a me. In questo modo corre in macchina, spacca oggetti e si taglia con le forbici, i segni si vedono, vuole farli vedere: così diventa visibile la sua lotta infinita tra la Vita e la Paura. Se vive normale ha paura di fare così per la paura di aver paura. Marco mi racconta un suo sogno: Mi visitava un medico e mi ricoverava nel suo studio, non era un vero e proprio ospedale, sembrava più uno studio medico all’interno di un ufficio. A un certo punto faceva capolino il capo ufficio e mi chiedeva che ci facessi lì. Io gli spiegavo che ero stato ricoverato perché il medico riteneva che avessi una malattia grave, e intanto lo vedo che controlla il cartellino con la mia diagnosi: pancreatite, morte attesa e la scritta di una data a breve. Ho questo cartello davanti agli occhi e vedo la sua faccia, ci era rimasto malissimo. Io ci ragiono, da una parte mi dico mi godrò 13

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poco le cose nuove, dall’altra invece del terrore c’è una certa distanza, cerco di metabolizzare la notizia. Mi colpiva il non essere andato in panico, il non essere entrato in ansia, forse, mi dicevo, ha sbagliato il medico e la situazione non è così grave. La stranezza era la reazione alla notizia della mia possibile futura morte. Marco ha poco più di vent’anni, è un figlio unico c on troppe porte aperte davanti, per questo passa il tempo a chiuderle, non riesce a vivere perché ha troppa paura di morire, di notte sogna la data della sua fine, mentre di giorno effettua controlli sulle parti del suo corpo. Che sente vive, dunque pericolose. Tormento incessante. Un dolore al fegato. Una specie di ago nella gamba. Una stanchezza che vince insidiosamente tutto il mio corpo, tutto il mio essere. La testa presa in una morsa. Tumore? Metastasi ossea? Male sconosciuto? A tormentare, ad attaccare dall’interno sono gli organi, uno dopo l’altro. [ ... ] Ipocondria: i miei organi mi perseguitano. I miei organi: altrettanti oggetti dentro di me divenuti avversari attuali, potenziali, che mi attaccano senza pietà. Eccomi in preda a essi (1). In un mondo psichicizzato agisce spasmodica la speranza di trovare l’organo malato – localizzato, tangibile, visibile. Le radiografie si esibiscono come amuleti che scacciano il malocchio ma non riescono a sedare la paura che scappa da tutte le parti. Anche la richiesta di un farmaco corrisponde, forse, al bisogno di toccare qualcosa di più concreto della talking cure. «La paura mangia i globuli rossi – dice Anna – «produce un deficit, priva l’individuo della capacità di produrre l’aggressività necessaria alla sopravvivenza della specie». Ad Anna la paura impedisce di arrivare al telefono. La paralizza su una sedia, le porta via i gesti e le parole: viva senza segni di vita. È sopravvissuta a un fratello aggressivo, a una madre pazza e persecutoria, simulando la sua assenza – come chi si salva perché trattiene il respiro e resta immobile sotto una catasta di cadaveri. Quando lei ha paura il suo cane lo avverte, e deve attaccare per scaricarla, così anche gli altri cani sentono la paura di lui che poi è 14 1) J. B. Pontalis (2000), Finestre, trad. di L. Ferri, Ed. e/o, Roma, 2001, p. 48.

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Quando la paura bussa, apri Ch a ndr a L iv i a Ca n di a n i Ho paura, ho paura, ho paura di dire di cosa ho paura. Boris Pasternak La paura è stata nella mia vita non solo un’emozione, un attacco, una presa, ma piuttosto uno sfondo. La paura considerata illegittima, perché apparentemente senza contesto. Alla paura non davo il permesso di soggiorno, al massimo di transito. Allora, con l’indispensabile intelligenza del clandestino, si è rifugiata nella notte. Vengo da un’infanzia sgretolante e la paura, nel corso degli anni, è rimasta l’unico, o quasi, indizio del passato, un’eco, un’atmosfera da cui guardavo il mondo; anziché guardarla negli occhi, guardavo dai suoi occhi. La paura di un adulto è spesso avvolta dalla vergogna. Non solo la propria vergogna, ma anche quella degli altri, non vogliamo sapere che un adulto ha paura, che può aver paura, perché da qualche parte sappiamo che se un essere umano ha paura siamo tutti responsabili, non tutti personalmente, ma tutti insieme 21

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sì, perché siamo chiamati a rispondere della nostra connivenza e copertura non solo dei fatti che generano la paura, ma delle parole che li raccontano e che non possono essere dette e condivise, perché collaboriamo col mettere a tacere la paura che viene inesorabilmente coperta da una fittissima rete di complicità sociali. La paura è scomoda, ci chiama a essere vivi di fianco a un altro vivente, a non essere e parlare altrove, a non distrarci. Ho lavorato per anni e anni alla sopravvivenza della mia anima con la psicoanalisi e la psicoterapia, ma solo l’incontro con una psicoterapeuta che non ha avuto paura della mia paura (probabilmente perché conosce e accoglie la sua) e mi ha fermamente e premurosamente condotto a percepire il terrore, a rispettarlo e lasciarlo dire fino a ricostruire una storia, la mia storia, mi ha portato a una vera svolta: permettere a un altro di avvicinarmi dove ero inavvicinabile anche a me stessa, fidarmi scoprendo che ero riconosciuta come persona, vista nel mio intricato insieme di ferite, di fragilità e di singolare bellezza. Le misteriose vie della vita mi hanno regalato due metodi, due alleati per avvicinare e arrivare ad accogliere la paura: la poesia e la pratica del Buddhismo. Così la paura ha lasciato la notte, è tracimata nel giorno e si è fatta parole, dialogo, l’ho sentita e ascoltata, l’ho detta, è stata ascol tata, l’ho scritta, è stata letta. Da pochi. La poesia è entrata come un fulmine nella mia vita, quando ancora non andavo a scuola. Avrò avuto più o meno cinque anni e passando per il corridoio, ascoltai mio fratello imparare a memoria una poesia di Pascoli: Dieci Agosto. Ricordo di aver “visto” le parole che mio fratello pronunciava, di aver ascoltato parole che si facevano subito immagini. E ho pensato: «Da grande scriverò anch’io in quella lingua». Era una lingua che mi chiamava, un’altra lingua, che sapeva dire il male, anzi farlo vedere e così farlo toccare e sentire. Volevo quella lingua cellulare, che sapeva parlare al corpo, che “faceva”. La poesia è portare testimonianza, testimoniare la paura rende coraggiosi, è il più profondo atto di coraggio. Quando tengo seminari di poesia ai bambini ma anche agli adulti, spesso, per far intuire la potenza della parola poetica, cito Anna Achmatova: 22

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Versi sulla paura Valerio Magrelli 1. Raccoglimento Mia debolezza, debolezza mia, ma che devo fare con te? Ho cinquant’anni e tremo quando tuona, e sbaglio ancora posto come quando sbagliai banco all’asilo. Ho un corpo trapunto da graffe, il sonno come un campo di macerie, la forza che si sbriciola, la memoria in frantumi, e in questo Grande Sfascio, l’unica cosa intatta resti tu, mia ferita, mio Graal, codice a barre di un estraneo che è leso, che è fallato, che è costretto a essere me. Mia debolezza, talpa del nemico, creaturina indifesa che mi rendi indifeso, il solo, vero premio della morte sarà saperti morta insieme a me, mio motore, mio orrore, mia consustanziale sconfitta. 33

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