Rivista di Psicologia Analitica N°86

 

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Lingua padre/Lingua madre

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Camilla Albini Bravo Cyrille Bonamy Rita Corsa Pier Claudio Devescovi Massimo Diana Antonio Di Ciaccia Brigitte Allain Dupré Angelo Malinconico Lella Ravasi Bellocchio Monica Tomagnini Leonardo Verdi Vighetti Caterina Vezzoli Lingua padre/ Lingua madre a cura di Pier Claudio Devescovi rivista di psicologia analitica nuova serie

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rivista di psicologia analitica Nuova serie n. 34 Volume 86/2012

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Rivista di Psicologia Analitica nuova serie A cura di Pier Claudio Devescovi Camilla Albini Bravo Cyrille Bonamy Rita Corsa Pier Claudio Devescovi Massimo Diana Antonio Di Ciaccia Brigitte Allain Dupré Angelo Malinconico Lella Ravasi Bellocchio Monica Tomagnini Leonardo Verdi Vighetti Caterina Vezzoli Lingua padre/Lingua madre

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Redazione Paolo Aite, Stefano Carrara, Stefano Carta, Maria Teresa Colonna, Pier Claudio Devescovi, Pina Galeazzi, Romano Màdera, Alessandro Macrillò, Angelo Malinconico, Barbara Massimilla, Daniela Palliccia, Clementina Pavoni, Lella Ravasi Bellocchio. Direzione Paolo Aite (Responsabile) Romano Màdera Barbara Massimilla Segretaria di redazione Roberta Canton Comitato Scientifico Internazionale Gaetano Benedetti (Basilea), Eugenio Borgna (Novara), Ricardo Carretero Gramage (Palma di Maiorca), Domenico Chianese (Roma), Christian Gaillard (Parigi), René Ka‘s (Lione), Renos Papadopulos (Londra), Andrea Sabbadini (Londra). La Rivista di Psicologia Analitica è riconosciuta come pubblicazione di elevato valore culturale dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali. La rivista di Psicologia Analitica si riceve per abbonamento annuale o biennale; inoltre è distribuita presso Feltrinelli e le migliori librerie da: JOO DISTRIBUZIONE - Via F. Argelati, 35 - Milano. ©2012 Editore Gruppo di Psicologia Analitica Via dei Giordani 18 - 00199 Roma redazione@rivistapsicologianalitica.it www.rivistapsicologianalitica.it N° iscrizione ROC: 16139 ISSN 0392-9787 Registrazione Tribunale di Roma n. 210 in data 3 maggio 1996 Periodicità semestrale

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INDICE Introduzione di Pier Claudio Devescovi pag. >> 9 Caos, forma e parola di Camilla Albini Bravo >> 13 Suvvia, parlate più forte d i C y r i l l e B o n a m y > > 27 Riflessioni sulla comparsa della parola. Il ruolo della funzione paterna di Pier Claudio Devescovi >> 39 Il gioco di silenzio e parola nella relazione padre e figlio. Metamorfosi della paternità di Massimo Diana >> 55 Parole senza padre nel transgenerazionale somatico di Rita Corsa >> 67

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Cold Case di Lella Ravasi Bellocchio >> 79 Langue mater – Langue amère di Brigitte Allain Dupré > > 89 Verbalizzazione e vocalizzazione di Monica Tomagnini >> 101 117 >> L inconscio non è strutturato come un linguaggio ' di Antonio Di Ciaccia >> Linguaggio materno, linguaggio paterno, sviluppo infantile di Caterina Vezzoli >> 129 Intervista a Dina Vallino e a Marco Macciò di Monica Tomagnini 143 opinioni >> La Vox Dei e l incompetenza etica ' 157 di Leonardo Verdi Vighetti >> In ricordo di Fausto Rossano di Angelo Malinconico 175 recensioni Giuseppe Maffei: Gli occhi della bruttezza. Dismorfofobia, senso estetico e percezione distorta del proprio corpo. La biblioteca di Vivarium, Milano, 2012 Pier Claudio Devescovi >> 181

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Abraham B. Yehoshua: La scena perduta. Einaudi, Torino, 2011 Clementina Pavoni Giulio Gasca: Lo psicodramma grupponalitico. Raffaello Cortina, Milano, 2012 Angelo Malinconico Silvano Tagliagambe, Angelo Malinconico: Pauli e Jung. Un confronto su materia e psiche. Raffello Cortina, Milano, 2011 Stefano Carta >> 184 >> 188 >> 191 gli autori >> 195

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Introduz io ne Pier Claudio Devescovi Il tema della lingua e del linguaggio è di enorme portata e di grandissima complessità, basti pensare che già i termini “lingua”, “linguaggio”, “parola”, “discorso” richiedereb bero distinzioni e definizioni accurate e una discussione molto ampia che dovrebbe coinvolgere discipline diverse. Consapevole di questa complessità ho delimitato una porzione di questo territorio. Il titolo di questo numero della Rivista di Psicologia Analitica, «Lingua-Padre/LinguaMadre», è nato dall’esperienza clinica di molti anni e nelle mie intenzioni vuole essere un invito a riflettere su diverse modalità di linguaggio, con aspetti spesso fortemente performativi, che incontriamo nel lavoro psicoterapeutico e analitico con i bambini e con i loro genitori. Discutendone con i colleghi mi è stato fatto notare che il titolo appariva quasi provocatorio. Il termine «LinguaMadre» ci è infatti familiare, ognuno di noi si riconosce in una lingua madre, ed è ben conosciuto ad esempio nell’ambito della linguistica dove si è riusciti a riconoscere con sicurezza, in casi dubbi, attraverso varie analisi, qual è la lingua madre effettiva di una persona. Il termine lingua padre appare quasi come una rivendicazione di una sorta di par-condicio, ma mi è sembrato utile per descrivere una serie di fenomeni che osserviamo nella clinica ma non solo, e gli articoli di questo numero ne sono testimoni. Camilla Albini Bravo, attraverso il racconto di Esiodo sulle origini del mondo, sottolinea come l’acquisizione della lingua-padre, così come la conosciamo, come «La nostra 9

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capacità di vedere e analizzare il mondo usando il pensiero astratto, sia il risultato di un lungo e non sempre facile percorso naturale che, se interrotto, produce sofferenza», come nei bambini autistici descritti da Francis Tustin o negli schizofrenici di cui ha parlato Paul Claude Racamier. «All’inizio fu lo spalancarsi – prosegue Albini Bravo – «non un’istanza psichica ma uno stato, un accadimento, un’apertura all’essere, un mondo che si apre». Il Chaos nella lingua greca antica indicava un essere spalancato. Quel Chaos che ha incontrato Arturo, il neonato raccontato nel commovente articolo da Cyrille Bonamy, e nel quale ha incontrato la voce del padre che, nominandolo, lo ha chiamato alla vita e alla relazione. Nel suo articolo Monica Tomagnini associa a due aspetti del linguaggio, la verbalizzazione, legata allo sviluppo del linguaggio interno, e la vocalizzazione, intesa come capacità di utilizzare il linguaggio per comunicare agli altri i propri pensieri e le proprie emozioni, rispettivamente alla funzione materna e a quella paterna. Queste due aree di esperienza si uniscono tanto che «Nella verbalizzazione e nella vocalizzazione sembra realizzarsi una continuità tra esperienze fusionali e sviluppo delle capacità intellettuali e relazionali. Questo aspetto emerge chiaramente nella descrizione del lavoro con due bambine. Alla base del racconto delle storie cliniche riportate nel mio articolo sta l’ipotesi che la lingua madre appartenga al due e che quella del padre sia legata alla struttura del tre e che la comparsa della parola sia legata, almeno in questi bambini, all’ingresso della figura del padre che, non negando la lingua madre ma affiancandosi a questa, abbia potuto introdurre una separazione che rendeva poi necessaria la parola verbale per essere colmata. Accanto al mio ho messo l’articolo di Massimo Diana che ricorda, attraverso la vicenda di Abramo e Isacco, che la funzione della linguapadre non è solo quella di separare il bambino dalla madre, con l’introduzione del terzo, ma anche quella di sciogliere il figlio dal legame col padre permettendogli l’autonomia e l’assunzione adulta di responsabilità, dono ultimo della parola del padre. L’articolo di Rita Corsa presenta, a partire da due casi clinici, alcune conseguenze somato-psichiche causate dal10

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l’assenza della lingua paterna nel succedersi delle generazioni. Appare molto interessante l’osservazione della trasmissione trans generazionale dal versante somatico, tema sul quale Rita Corsa si sta interrogando da tempo. Anche il Cold Case che Lella Ravasi Bellocchio propone con la sua scrittura poetica e con le immagini delle sabbie, ha a che fare con il trans generazionale. Un bambino, fratello della mamma, morto inspiegabilmente dopo pochi giorni dalla nascita, si rappresenta informe nella sabbiera per assumere, al termine dell’osservazione, un’immagine più chiara e precisa, frutto anche della narrazione della madre che ha permesso finalmente un lutto praticabile. Anche i lutti delle due storie che racconta Brigitte Allain Dupré appaiono complessi e difficili da affrontare: un adolescente ebreo, sopravvissuto ai campi entra, quasi fisicamente, nella lingua dello stato ebraico che si sta formando. La nuova lingua prende gradualmente il posto della lingua madre così come il piccolo bambino, “figlio di nessuno”, proveniente da laggiù, dal paese di Lucy, la piccola grande madre di tutti, si prepara all’ingresso nella nuova lingua della famiglia adottiva che lo aspetta all’aeroporto. Il lavoro di Caterina Vezzoli riprende l’importante tema della trasmissione trans generazionale ponendo l’attenzione, in particolare, sul ruolo del linguaggio dei genitori, che talvolta porta con sé antichi nuclei irrisolti, nel fondare lo sviluppo delle capacità meta cognitive e rappresentazionali del bambino. Il lavoro con Luca, un bambino di otto anni con problemi di linguaggio e di attenzione, sostiene il pensiero dell’Autrice. L’articolo di Antonio Di Ciaccia pone interessanti questio ni da un’ottica lacaniana, in particolare la questione della lingua dell’interpretazione nel lavoro analitico. Questa lin gua non può essere quella dell’“universale”, ossia del tut to, lingua che è all’insegna del “padre”, ma piuttosto quel la più personale, che riesce a dire le sfumature, che riesce ad essere legata a una terra particolare, una lingua materna. «L’inconscio» – conclude Di Ciaccia – «è strutturato come una lingua non tutta, ossia una lingua al femminile». Monica Tomagnini ha anche raccolto un’intervista a Dina Vallino e a Marco Macciò, che voglio ringraziare per la loro disponibilità. L’intervista prende spunto dal n. 65 dei 11

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Quaderni di Psicoterapia Infantile «Infant observation – Infant Research. Storie cliniche, applicazioni, ricerche», che essi hanno curato. Le ricerche e gli sviluppi teorici e clinici elaborati da Dina Vallino e Marco Macciò rappresentano un’evoluzione estremamente importante della psi coanalisi infantile, rispetto ad esempio alla posizione kleiniana, con l’apertura del setting ai genitori, attraverso il metodo della Consultazione Partecipata e Prolungata e con l’introduzione del concetto di identificazione proietti va non solo dal bambino verso i genitori ma anche, e soprattutto, dai genitori verso il bambino, per non citare che alcuni degli aspetti innovativi. L’intervista mi sembra preziosa in questo numero della Rivista di Psicologia Analitica, attento al ruolo delle lingue dei genitori e ai loro aspetti performativi nello sviluppo psicologico del bambino e nella sua sofferenza. Nella Rubrica «Opinioni ospitiamo l’articolo di Leonardo Verdi Vighetti che prende spunto da «un’affermazione di Jung secondo la quale il comportamento ispirato dall’eti ca nasce dal profondo della coscienza, dall’ascolto della Vox Dei che si genera dal travaglio incerto, segreto, profondo, vissuto nell’intimo dell’anima». Una voce, una lingua, per restare al tema di questo numero della rivista, che non si identifica né con la lingua-padre, né con la linguamadre, ma che nasce dall’intimo della persona come intuizione e risposta a momenti in cui sono in gioco gli orientamenti della vita di cui sintetizza il senso. Da questo numero la Redazione ha deciso di allargare le recensioni anche a libri di letteratura e non solo a lavori di psicologia. Ci è sembrata una necessaria apertura non solo al godimento estetico, ma anche un riconoscimento alla capacità del poeta e dello scrittore di dare parole e aiutarci nel nostro lavoro. Clementina Pavoni inaugura questa apertura con un commento del romanzo di Yehoshua La scena perduta. Angelo Malinconico con il suo ricordo di Fausto Rossano ci rende un po’ meno amara la perdita di un carissimo collega. 12

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Caos, forma e parola Camilla Albini Bravo È chiaro quindi per quale ragione l’uomo è un essere socievole molto più di ogni ape e di ogni capo d’armento. Perché la natura, come diciamo, non fa niente senza scopo e l’uomo, solo tra gli animali, ha la parola: la voce indica quel che è doloroso e gioioso e pertanto l’hanno anche gli altri animali [ ... ] ma la parola è fatta per esprimere ciò che è giovevole e ciò che è nocivo e, di conseguenza, il giusto e l’ingiusto: questo è, infat ti, proprio dell’uomo rispetto agli altri animali, di avere, egli solo, la percezione del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto e degli altri valori: il possesso comune di questi costituisce la famiglia e lo stato. Aristotele, Politica, 1253 a 7-18 Vorrei in questo breve scritto proporre l’ipotesi che la “ lingua padre” così come la conosciamo, il linguaggio del nostro agire sul mondo, sulle cose, la nostra capacità di vedere e di analizzare usando il pensiero astratto, sia il risultato di un lungo e non sempre facile percorso naturale, potenzialmente inscritto nella nostra stessa materia, un progetto che la nostra umana natura desidera e che, se interrotto, produce sofferenza. 13

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Userò il mito, come forma poetica in grado di esprimere i movimenti psichici in linguaggio immaginale e ne proporrò una lettura psicologica che, cogliendo assonanze e connessioni, possa essere di aiuto a ulteriori riflessioni. È dal racconto di Esiodo che vorrei partire, da come descrive le origini del mondo, senza dimenticare che, pur non essendo l’unico, è questo uno dei modi in cui ci siamo immaginati la nascita del mondo fuori e del mondo dentro di noi. Partiamo dunque dall’inizio. Nel suo racconto Esiodo ha conferito: Il rango della divinità più antica al solido suolo, alla Terra, alla dea Gea. Infatti Caos, che egli nomina per primo, non era per lui una divinità, ma soltanto un vuoto “spalancarsi” [ ... ]. Egli racconta così: prima sorse il Caos, poi Gea, dall’ampio seno, solida ed eterna sede di tutte le divinità che abitano lassù, sul monte Olimpo, oppure in lei stessa, nella Terra, ed Eros, il più bello tra gli dei immortali, che scioglie le membra e soggioga lo spirito di tutti gli dei e di tutti gli uomini. Dal Caos discendono Erebo, il buio privo di luce delle profondità e Nyx, la notte. Nyx partorì Etere, la luce del cielo ed Emera, il Giorno essendosi unita in amore con Erebo. Gea, invece, prima di ogni altra cosa, partorì come suo simile il Cielo stellato, Urano, affinchè questi l’abbracciasse interamente e fosse sede solida ed eterna degli dei beati (1). Come tutti sanno Urano, il dio del Cielo, andava di notte dalla sua sposa, la Terra, la dea Gea [ ... ]. Urano si accoppiava ogni notte con Gea. Odiava però, sin da principio i figli che generava con lei. Appena nascevano li nascondeva nella cavità interna della Terra. In tale malvagia azione, dice Esiodo esplicitamente, egli provava gran gioia. L’immensa dea Gea ne era costernata e si sentiva troppo angusta per il peso che rinserrava in sé. Così escogitò anche lei un inganno crudele. Trasse rapidamente dalle sue viscere il terribile acciaio, ne fece una falce con denti aguzzi e si rivolse ai suoi figli [ ... ] ma particolarmente a quelli maschi: “Ahi, figli miei e di un padre scellerato, non volete ascoltarmi e punire vostro padre per la sua malvagia azione? Fu egli il primo a escogitare un atto obbrobrioso!” I figli inorridirono e nessuno aprì bocca. Soltanto il grande Crono, dai pensieri tortuosi, si fece coraggio [ ... ]. Allora 1) K. Kerenyi (1963), Gli dei e gli eroi della Grecia, Garzanti Editore, Milano, 1984, p. 24. 14

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Suvvia, parlate più forte! Cyr ille Bonamy UNA NASCITA MOVIMENTATA Le due del mattino, la registrazione dei rumori del cuore del nascituro è diventata piatta; scompiglio nel blocco di ostetricia! In pochi minuti si realizza un cesareo con uno sforzo tremendo! Appena estratto il bambino lo afferro nel telo chirurgico che avevo riscaldato su me stesso e corro verso la sala di rianimazione meglio attrezzata. Nei metri che mi separano dalla sala intravedo il padre, verde come la mia casacca. «Seguitemi, subito, svelto!» Mi segue passo passo. Nella sala di rianimazione, ben riscaldata, l’ostetrica è pronta con tutto il materiale necessario. Colloco il bambino sotto l’apparecchio di riscaldamento radiante del tavo lo di rianimazione. Non c’è respirazione spontanea, il suo cuore batte, ma in modo estremamente lento. Le vie respiratorie vengono rapidamente liberate, realizzo una respirazione artificiale efficace, con la maschera. Il cronometro gira, rimangono due minuti prima che sopravvengano lesioni neurologiche. Malgrado la ventilazione con la maschera sia efficace non diventa roseo, il cuore rimane estremamente lento. Senza dire niente l’ostetrica mi ten de il laringoscopio affinché lo intubi e si posiziona per fare il massaggio cardiaco. Domando bruscamente al padre: «Come si chiama?» 27

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Farfuglia un nome che non capisco. «Come?» dico con forza. Farfuglia ancora. Questa volta grido «Via, più forte!». Allora con voce stentorea dice il nome del figlio: «Arturo!» nello stesso momento Arturo fa partire una grande inspirazione, inizia a gridare e finalmente diventa roseo, il cuore passa a un ritmo di 120/mn. L’ostetrica ed io ci scam biamo uno sguardo stupito ed incredulo. Allontano il materiale della rianimazione, afferro le braccia del padre, l’attiro verso il tavolo della rianimazione e, passando il mio braccio sulle sue spalle, lo obbligo a chinarsi su Arturo. Dico dolcemente al padre: «Come mi avete detto che si chiama?» «Arturo!» dice sopra il viso del bambino. Arturo apre subito gli occhi. Sussurro allora nell’orecchio di Arturo: «Vedi Arturo, è il papà. Avete visto i suoi piccoli occhi?» «Oh sì» – dice il papà –« sono belli i tuoi piccoli occhi Arturo mio!». Arturo non lascia gli occhi di suo padre. Io continuo: «E le sue orecchie, avete visto le sue orecchie?» «Oh sì, come sono belle le tue piccole orecchie Arturo!». Continuiamo così : le mani, le dita, le unghie, i piedi, la pancia, il sesso. E il padre parla a suo figlio e gli racconta la bellezza del suo corpo che vede per la prima volta. Dolce bugia! Il padre non vede niente, i suoi occhi sono pieni di lacrime. Durante questo tempo tengo con le mie mani Arturo, le gambe ripiegate sul suo tronco e le braccia riportate sulla sua pancia imprimendogli dei piccoli movimenti di dondolio molto dolce a destra e a sinistra affinché si senta totalmente contenuto e cullato fisicamente. Al caldo, chiuso e cullato come nell’utero, Arturo ascolta la voce conosciuta di suo padre e inizia la scoperta, per la prima volta, dei suoi occhi. Questa osservazione non può che porre delle domande. Cosa è successo esattamente? Quale ruolo ha avuto il richiamo della voce del padre, il suo nominarlo «Arturo!»? È almeno plausibile che il suo richiamo abbia fatto scattare la respirazione di Arturo? La morte apparente di un neonato è un fatto così comune in un blocco ostetrico che rende necessaria la presenza di un’équipe ostetrica e pediatrica pronta a mobilitarsi in ogni momento, perfettamente preparata per le manovre da realizzare; Arturo è uno di questi eventi frequenti. 28

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