Rivista di Psicologia Analitica N°83

 

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Clinica poetica

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Mario Ajazzi Mancini Daniela Bonelli Bassano Eugenio Borgna Dario Borso Giuditta Ceragioli Cristiana Cimino Maria Teresa Colonna Maurizio Franco Angelo Guarnieri Nicole Janigro Giuseppe Leo Michelantonio Lo Russo Romano Made ra Angelo Malinconico Sandro Manfroni Paolo Mantegazza Federica Mazzeo Karin Michaelis Raffaella Morelli Clementina Pavoni Lella Ravasi Tatjana Rosenthal Luigi Vero Tarca a cura di Romano Màdera Lella Ravasi rivista di psicologia analitica nuova serie

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rivista di psicologia analitica Nuova serie n. 31 Volume 83/2011

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Rivista di Psicologia Analitica nuova serie A cura di Romano Màdera Lella Ravasi Mario Ajazzi Mancini Daniela Bonelli Bassano Eugenio Borgna Dario Borso Giuditta Ceragioli Cristiana Cimino Maria Teresa Colonna Maurizio Franco Angelo Guarnieri Nicole Janigro Giuseppe Leo Michelantonio Lo Russo Romano Màdera Angelo Malinconico Sandro Manfroni Paolo Mantegazza Federica Mazzeo Karin Michaelis Raffaella Morelli Clementina Pavoni Lella Ravasi Tatjana Rosenthal Luigi Vero Tarca Clinica poetica

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Redazione Paolo Aite, Stefano Carrara, Stefano Carta, Maria Teresa Colonna, Pier Claudio Devescovi, Pina Galeazzi, Romano Màdera, Angelo Malinconico, Barbara Massimilla, Daniela Palliccia, Lella Ravasi Bellocchio. Direzione Paolo Aite (Responsabile) Romano Màdera Barbara Massimilla Segretaria di redazione Roberta Canton Comitato Scientifico Internazionale Gaetano Benedetti (Basilea), Eugenio Borgna (Novara), Bruno Callieri (Roma), Ricardo Carretero Gramage (Palma di Maiorca), Domenico Chianese (Roma), Christian Gaillard (Parigi), René Kaés (Lione), Renos Papadopulos (Londra), Andrea Sabbadini (Londra), Mario Trevi (Roma). La Rivista di Psicologia Analitica è riconosciuta come pubblicazione di elevato valore culturale dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali. La rivista di Psicologia Analitica si riceve per abbonamento annuale o biennale; inoltre è distribuita presso Feltrinelli e le migliori librerie da: JOO DISTRIBUZIONE - Via F. Argelati, 35 - Milano. ©2011 Editore Gruppo di Psicologia Analitica Via dei Giordani 18 - 00199 Roma redazione@rivistapsicologianalitica.it www.rivistapsicologianalitica.it N° iscrizione ROC: 16139 ISSN 0392-9787 Registrazione Tribunale di Roma n. 210 in data 3 maggio 1996 Periodicità semestrale

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INDICE Perché clinica poetica di Romano Madera pag. >> 9 15 Il lavoro poetico di Clementina Pavoni >> La malinconia come parola tematica della psichiatria e della poesia di Eugenio Borgna >> 34 L’aritmia e la gentilezza di Lella Ravasi >> 43 La poesia, la psichiatria, Alda Merini: epifanie e nascondimenti di Angelo Malinconico Angelo Guarnieri (e... Alda Merini) >> 57 Cammino su sabbia lavica di Maurizio Franco >> 81 Dove l’altro è di Nicole Janigro >> 83 91 In ricordo di Basilio Reale di Daniela Bonelli Bassano >> Le parole per dirlo. Il linguaggio poetico come fune verso l’inconscio di Federica Mazzeo >> 95 Riflessioni su un testo mai scritto di Raffaella Morelli > > 105

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Dittico Celaniano di Dario Borso >> 119 L’ombra e l’anello... di un motivo circolare in Zeitgehöft di Paul Celan di Mario Ajazzi Mancini >> 123 L’arte della paura. Il giovanotto dagli occhi ardenti di Maria Teresa Colonna >> >> 139 165 Karin Michaelis «L’età pericolosa» alla luce della psicoanalisi di Tatjana Rosenthal Introduzione di Giuseppe Leo La vergogna e l’età pericolosa Freud, Jung, Schreber. E Otto Gross di Giuseppe Leo >> 183 197 >> di Michelantonio Lo Russo >> Ondine e fate: la donna – anima nell’immaginario medievale di Sandro Manfroni >> 209 Le emozioni dell’analista nella relazione: l’odio di Giuditta Ceragioli >> 225 La parola in psicoanalisi tra ripetizione e apertura di Cristiana Cimino 239 La trasparenza del male. Poesia tragica, psiche e filosofia di Paolo Mantegazza >> >> 247 259 L’esperienza filosofica come terapia dell’anima di Luigi Vero Tarca

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recensioni Nicole Janigro, Luca Ghirardosi: Il terzo Gemello Antigone Edizioni, Torino, 2010 Pina Galeazzi Paolo Bartolini: La teoria dei bisogni. Un ponte tra filosofia pratica e neofunzionalismo in psicoterapia. L’Orecchio di Van Gogh, Falconara, 2010 Stefano Giuliodoro Moreno Montanari: Hadot e Foucault nello specchio dei greci. La filosofia antica come specchio di trasformazione Mimesis Milano, 2009 Maria Luisa Martini Angela Giannetto, Nunzio Cosentino: La violenza che uccide Per una comprensione della psiche e dell’internamento del folle– reo Aracne, Roma, 2010 Maria Teresa Rufini Rivista di Psicoterapia Psicoanalitica: La necessità di essere creativi. Fratelli e sorelle Borla, Roma, anno XVII - N. 1 - gennaio-giugno 2010, pag. 256, 28. € >> >> 277 >> 281 >> 283 >> 289 294 301 >> gli autori

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Perché clinica poetica Romano Màdera Raccolte nel nome della Clinica Poetica le voci che compongono questo volume della Rivi sta raccontano l’esito di un lungo percorso che una corrente della psicoanalisi si è trovata a formare, in modo spontaneo, disorganico e disorganizzato, trasversale alle scuole e alle istituzioni: il lento, sofferto e contrastato esodo dalla concezione scientifica del mondo che il fondatore aveva posto come premessa e come esito della impresa psicologica. Sommessamente, senza polemica, quasi lasciando che le parole si scavino pazientemente il loro solco, lo sforzo titanico di portare la storia clinica a ritrovare le tracce perdute della verità storica della patologia, è stato svuotato dall’interno, fino a cadere come uno spinoso riccio di castagna che sta per essere abbandonato dai suoi frutti. Parole evocative, emozioni attuali che trasmettono l’intensità della memoria, costruzioni plausibili che dise gnano un senso a tornanti interrotti di discese dolorose – a questo piuttosto possiamo aspirare, dismessa la pretesa dell’esattezza ricostruttiva. Nel brancolamento del genio che indovina anche le deviazioni che verranno buone quando la traiettoria voluta e preferita si troverà spiazzata, Freud aveva visto, in un breve scritto del 1906, Il poeta e la fantasia , che una inspiegata potenza di presentificare il senso del dramma psichico, degli individui e delle culture, fluiva dalle fantasie ascoltate e coltivate dai poeti. Che i poeti avevano divinato oscuramente, e prima ancora dei concetti per pensarle, le strutture 9

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del desiderio e degli autoinganni che muovono e conservano la psiche. Ora ci troviamo nella scomoda posizione di dover dubitare che la fantasia poetica pre-veda in immagine confusa quel che lo sguardo scientifico saprà mettere a fuoco e analizzare. Forse la fantasia non prevede ma dà nuova forma. E questo ci importa: e se fosse fantasia ad essere poesia efficace, cioè a creare lo scenario nel quale l’insensato e confliggente spezzettamento esistenziale potesse essere finalmente messo in figura? E se fosse immaginazione creativa quel che rimescola un angoscioso balbutire e ne provasse una possibile forma dicibile, comprensibile? Com-prensibile perché abbracciabile? È a questa domanda che la Clinica Poetica risponde positivamente, e forse risponde anche per altri, addirittura per la maggioranza degli analisti delle scuole tradizionali: in una sottrazione alla coazione ad interpretare, in una sottolineatura del clima emozionale, in un rimando continuo allo scambio transferale reciproco, in una attenzione privilegiata al registro immaginale, in una modalità narrativa di empatia e di restituzione, in una infinità di stili emerge una ecumene del «poetico», sentito più affidabile del vacillante paradigma scientifico. Significa questo che gli analisti hanno traversato la magica metamorfosi che, in virtù di un ascolto appassionato, li ha trasformati in poetanti dell’oggetto «clinica»? Ovviamente no, poetico qui è la comune potenza della mente-affetto-senso di offrire nuovi modi di vedere, di sentire, di comprendere – di tessere dal confuso e dallo scisso nuovi possibili legami di racconto, di figure, di consentire. Siamo alla radice oscura e ordinaria dell’atto poetico, ma ben al di qua della sua fioritura (se non per eccezioni, delle quali indichiamo qualche esempio). Non si tratta infatti di comporre poesie, di suscitare arti speciali, ma di esercitare bene, nel suo fondo ancora magmatico, la sola e onnipresente arte di vivere umanamente, incarnata in una tecnica di ascolto e di visione della espressione altrui e del continente inespresso che la sospinge a dichiararsi in molti e incompresi modi. La vicinanza, l’ispirazione che l’arte propria del poeta, narratore, pittore, scultore, architetto, musicista, sa suscitare, risuonano 10

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Il lavoro poetico Clementina Pavoni Forse qualcuno toglie un velo al mistero del mondo (1) C. Viviani, Poesie 1967 – 2002, Mondadori, Milano, 2003. o lo aggiunge (1). (3) Il velo sarebbe un invito a far maturare una coscienza simbolica delle cose, capace di cogliere (e accogliere) qualcosa che va oltre il concreto. Gli aspetti sconosciuti, come quelli inconoscibili e invisibili della realtà non sono colti dietro, ma attraverso e grazie al suo velo: esso non è una copertura, bensì la manifestazione stessa delle cose. E. Caramazza, «Creatività femminile e religiosità, Studi Junghiani, vol. 16, n.1, 2010. La scrittura poetica, non troppo costretta ai vincoli della sintassi, può con grande agilità incamminarsi nei territori oscuri dell’ignoto. In questo corpo a corpo con il mistero, la parola in poesia assume un valore privilegiato di svelamento e di conoscenza. Può togliere un velo, o porlo alle cose che celano la loro verità nell’appiattimento di una concretezza senza aperture (2). Ecco, quel qualcuno forse è il poeta, e nell’atto di svelare o velare consiste il lavoro poetico. Nominazione e metrica La poesia del Novecento ha potuto esprimersi anche al di fuori delle forme metriche regolari, ma con questo non è certamente venuta meno la particolarità della scrittura poetica: gli a capo dei versi hanno mantenuto tutta la loro pregnanza, forse persino accresciuta. La lettura dei versi, in metrica o liberi, comporta una sospensione, l’occhio salta alla riga successiva e la voce sosta per un attimo. Si crea un piccolo vuoto intorno alla parola che ne riceve una luce particolare ed è come se la cosa ricevesse per la prima volta il suo nome. 15

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La scrittura interrotta del verso, che lascia lo spazio bianco dell’a capo, è un pò come lo spazio indefinito intorno ad alcune nature morte. Uno spazio che conferisce una dignità in qualche modo assoluta ai semplici oggetti di una cucina: una tazza, una brocca, un ramaiolo, una lepre morta... (3). Così nello spazio vuoto della pagina la parola riscopre e in qualche modo crea la cosa a cui conferisce quasi un’anima. Anche per questo i poeti amano le loro parole: Amo il bianco tra le parole, il loro margine ardente, amo quando taci e quando riprendi a parlare, amo la parola che galleggia solitaria sullo specchio buio del vocabolario, e quando sborda, va alla deriva con deciso smarrimento, quando si oscura e quando si spezza, si fa ombra. Quando veste il mondo, quando lo rivela, quando fa mappa, quando fa destino. Amo quando è imminente e quando si schianta, quando è straniera, quando straniera sono io nella sua ipotetica terra, amo quello che resta, dopo la parola detta, non detta. E quando è proibita e pronunciata lo stesso, quando si cerca e si vela, quando si sposa e quando è realtà dei muri e quando sfracellarsi al suolo, quando scorre candida e corre per prima a bere, (3) Sto pensando alle nature morte di Chardin che trasmettono l’idea dello spazio intorno alle cose. Ma è una caratteristica credo comune ai dipinti di nature morte. 16

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La malinconia come parola tematica della psichiatria e della poesia Eugenio Borgna Premessa Sono molte le psichiatrie possibili che si possono riassumere in due grandi categorie: la prima riunisce le psichiatrie ad orientamento biologico che hanno come loro oggetto di conoscenza la funzione delle formazioni cerebrali; mentre la seconda racchiude le psichiatrie ad orientamento ermeneutico che hanno come loro oggetto di conoscenza la interiorità, la soggettività, la alterità, la intersoggettività, e che sono definibili come psichiatrie fenomenologiche, e psicodinamiche. Sono, in ogni caso, psichiatrie che si realizzano fino in fondo solo nella misura in cui si sia consapevoli della esigenza della loro integrazione dialettica, e della reciproca delimitazione dei campi di ricerca, e di applicazione pratica e teorica. Certo, non è possibile confrontarsi con le correlazioni possibili fra psichiatria e poesia, fra esperienze emozionali ed esperienze poetiche, fra clinica nel senso della psichiatria e clinica poetica, come è nella splendida definizione tematica della rivista, se non nel contesto di una psichiatria ermeneutica: quella fenomenologica. Muovendo dalla esperienza che la psichiatria ha della malinconia, vorrei analizzare come essa si possa costituire come matrice di una esperienza poetica, e quali ne siano le conseguenti. 35

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La malinconia: dalla psichiatria alla poesia Uno dei temi, dei quali la psichiatria si occupa costantemente, è proprio quello della malinconia, della tristezza, della depressione. Il termine depressione è il meno felice, e dovrebbe essere utilizzato solo nel momento in cui i grovigli del cuore lacerato dal dolore e dalla disperazione siano fatti rientrare in una diagnosi. Non è facile, per la psichiatria, ritrovare le parole leggere e arcane, fragili e friabili, che le consentano di interpretare il discorso della malinconia che è una esperienza di vita, sana o malata, così complessa e così misteriosa; e la poesia, le parole della poesia incrinata dalla malinconia, aiuta la psichiatria a cogliere, e a definire, gli orizzonti di senso tematici e interiori della malinconia. Ne rinasce, immediata e palpitante di vita, una circolarità, una reciprocità, di esperienze: la psichiatria rintraccia le ombre, e i crepuscoli, della malinconia nel cuore della poesia; e la poesia, a sua volta, offre alla psichiatria parole e intuizioni folgoranti che l’aiutano nella decifrazione ermeneutica del senso segreto, e talora nascosto, della malinconia clinica. Cosa è, allora, la malinconia clinica? La malinconia è una emozione, un sentimento, uno stato d’animo, che fa parte della vita, e che ha in psichiatria significati diversi nella misura in cui si abbia a che fare con la malinconia come emozione normale, come Stimmung, o con la malinconia come malattia. In ogni caso, la malinconia è una esperienza emozionale fra le più pure e le più fragili, fra le più aeree e le più poetiche; e in essa si oscurano dolorosamente gli orizzonti di senso della vita. Cosa sia la malinconia come emozione poetica, e come essa si manifesti nel divenire della creazione poetica, rinasce dalla mirabile testimonianza leopardiana. Nulla di più sconvolgente, e di più struggente, in ordine alla definizione della malinconia delle cose che risplendono nelle pagine dello Zibaldone. Non è propria de’tempi nostri altra poesia che la malinconica, né altro tuono di poesia che questo, sopra qualunque subbietto ella possa essere. Se v’ha oggi qualche vero poeta, se questo sente mai veramente qualche ispirazione di poesia, e, va poetando seco stesso, o prende a scrive- 36

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L’aritmia e la gentilezza Lella Ravasi (1) A. Bertolucci, Aritmie, Garzanti, Milano 1991. Come raccontare la storia di un poeta se non attraverso le sue parole, il suo cauto e coraggioso, timido e intrepido, viaggio nella vita? L’incontro con la poetica di Attilio Bertolucci ha segnato per me la possibilità di riconoscere nella vita dell’altro l’inespresso che mi abitava, l’aritmia che scandiva le intermittenze del cuore, terrorizzato di esserci, di battere, di segnare il tempo, di dare parola al simbolo-sintomo. La sua aritmia mi faceva riconoscere il senso della mia (1), l’ansia che nasceva da lontano, nella paura dell’abbandono, della perdita, l’emozione di essere una bambina piccola ma già con gli occhi grandi, troppo, che avevano guardato da vicino l’ombra e il male nel loro farsi. In quest’anno – centenario della sua nascita – mi corrono dentro le immagini della sua scrittura e della sua vita, e il privilegio dell’incontro con lui e Ninetta, la compagna di tutta l’esistenza, le tazze di tè e le lettere, l’andare e venire delle parole e dei sentimenti, l’inquietudine, la verità e la bellezza, e il soffrire, la depressione che andava e veniva anche lei, forse coltivata dentro l’autoesilio da Parma a Roma, forse ancora dentro la morte giovane della madre, chissà. E il suo narrare l’ansia, l’abbandono, la perdita. mi sono parenti dalla parte del cuore, in una memoria viva. L’intuizione poetica porta alla luce come un sogno un significato che ci precipita nell’umano, ciascuno a suo modo. La poesia come forma altissima d’arte ha un significato se ce ne lasciamo pervadere così come è accaduto 43

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all’artista quando, dice Jung «egli ha toccato quella profondità psichica salutare e liberatrice nella quale ancora nessuna coscienza singola si è isolata, per seguire la via degli errori e del dolore, dove tutti sono ancora presi nello stesso ritmo, dove il sentire e l’agire del singolo si riper cuotono ancora sull’umanità intera». La poesia di Bertolucci entra nelle fibre dell’intero di cui sono fatta. Il suo romanzo famigliare in versi La camera da letto , mi fa incontrare i luoghi dell’ansia e del desiderio radicati nell’infanzia. La poesia come narrazione d’anima e non gioco estetico, è una fragile e feroce messa a nudo di emozioni e sentimenti che ripercorrono il romanzo famigliare di tutti noi, il mistero al fondo, la conoscenza vitale della finitudine. Ed è nei luoghi del dolore, quelli per cui non ci sono parole, che la parola - risonanza poetica tocca e cura, cioè si prende cura di noi, delle nostre emozioni, dell’inesprimibile nei luoghi dell’estremo, che sentiamo vibrare. La parola poetica è gesto psichico, narrazione che riconduce e ricompatta lì dove ci sembra di non trovare luogo al dolore, fisico e psichico. E il gesto psichico , non so dirlo meglio, mi sembra il modo migliore per comunicare il senso dell’incontro con la clinica poetica, con il gesto-parola che tocca e cura. Come parlare dell’assenza di vita che precede l’abbandono nelle forme depressive che incontriamo? E come dire quello che viviamo noi, i curanti-curati, a mezzo tra desolazione e speranza, tra empatia e distanza? Prima di entrare nel gesto psichico di Attilio Bertolucci mi fermo alla bianca stanza della bianca signora, e con lei accompagno le parole di una giovane donna che si racconta e chiama per nome il Tremendo di cui fa esperienza con i versi di Emily Dickinson: La vicinanza al Tremendo procura un’Agonia – il dolore si espande senza confini – La vicinanza alle Leggi tranquillo sobborgo della quiete – il Dolore non è misurabile in Acri – la sua collocazione è l’illocabilità (2). (2) E. Dickinson, Poesie, n. 963, traduzione in proprio. 44

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