Rivista di Psicologia Analitica N°82

 

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Il Crogiolo Junghiano

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Camilla Albini Bravo Fabrizio Alfani Andrea Arrighi Gaetano Benedetti Elena Caramazza Stefano Carta Maria Teresa Colonna Pier Claudio Devescovi Silvia Di Marzo Elvio Fachinelli Concetto Gullotta Franco Livorsi Romano Màdera Nicola Malorni Maria Ilena Marozza Piergiacomo Migliorati Gianni Nagliero Luigi Zoja Il Crogiolo Junghiano a cura della Redazione rivista di psicologia analitica nuova serie

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rivista di psicologia analitica Nuova serie n. 30 Volume 82/2010

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Rivista di Psicologia Analitica nuova serie A cura della Redazione Camilla Albini Bravo Fabrizio Alfani Andrea Arrighi Gaetano Benedetti Elena Caramazza Stefano Carta Maria Teresa Colonna Pier Claudio Devescovi Silvia Di Marzo Elvio Fachinelli Concetto Gullotta Franco Livorsi Romano Màdera Nicola Malorni Maria Ilena Marozza Piergiacomo Migliorati Gianni Nagliero Luigi Zoja Il Crogiolo Junghiano

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Redazione Paolo Aite, Stefano Carrara, Stefano Carta, Maria Teresa Colonna, Pier Claudio Devescovi, Pina Galeazzi, Romano Màdera, Angelo Malinconico, Barbara Massimilla, Daniela Palliccia, Lella Ravasi Bellocchio. Direzione Paolo Aite (Responsabile) Romano Màdera Barbara Massimilla Segretaria di redazione Roberta Canton Comitato Scientifico Internazionale Gaetano Benedetti (Basilea), Eugenio Borgna (Novara), Bruno Callieri (Roma), Ricardo Carretero Gramage (Palma di Maiorca), Domenico Chianese (Roma), Christian Gaillard (Parigi), René Ka‘s (Lione), Renos Papadopulos (Londra), Andrea Sabbadini (Londra), Mario Trevi (Roma). La Rivista di Psicologia Analitica è riconosciuta come pubblicazione di elevato valore culturale dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali. La rivista di Psicologia Analitica si riceve per abbonamento annuale o biennale; inoltre è distribuita presso Feltrinelli e le migliori librerie da: JOO DISTRIBUZIONE - Via F. Argelati, 35 - Milano. ©2010 Editore Gruppo di Psicologia Analitica Via dei Giordani 18 - 00199 Roma redazione@rivistapsicologianalitica.it www.rivistapsicologianalitica.it N° iscrizione ROC: 16139 ISSN 0392-9787 Registrazione Tribunale di Roma n. 210 in data 3 maggio 1996 Periodicità semestrale

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INDICE La Rivista di Psicologia Analitica, quarant’anni a cura della Redazione pag. >> 9 Narcisismo, Solitudine, Amicizia Note sul rapporto Freud-Jung e la situazione analitica di Stefano Carta >> 17 Incontro con Jung di Michele Accettella >> 33 Edipo Re, il complesso di Edipo, il piccolo Hans. Una proposta di lettura junghiana di Camilla Albini Bravo Pier Claudio Devescovi >> 37 Incontro con Jung di Chiara An'ia >> 53 Note e riflessioni sulle lettere di Jung di Franco Livorsi >> 55 Incontro con Jung di Eugenio Borgna >> 73 Liber Novus: la novità dello spirito nell’Opera al Rosso di Romano Madera >> 75 Incontro con Jung di Ricardo Carretero Gramage >> 91 I complessi e le cause della dementia praecox Presentazione di Concetto Gullotta Fabrizio Alfani > > 93 I complessi e le cause della dementia praecox di Eugene Bleuler C a r l G u s t a v J u n g > > 105 Incontro con Jung d i S i l v i a D i M a r z o > > 115 Freud (1966)

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>> di Elvio Fachinelli Alcune note all’articolo di Elvio Fachinelli: «Freud (1966)» di Claudio Devescovi >> 119 155 Incontro con Jung di Salvatore Martini >> 159 161 Jung e la schizofrenia di Gaetano Benedetti >> C.G. Jung – G. Benedetti tra psicoanalisi e neuroscienze. Riflessioni intorno all’articolo «Jung e la schizofrenia» di Gaetano Benedetti di Nicola Malorni >> 175 Incontro con Jung di Mario Mastroianni >> 191 Vecchiaia di Maria Teresa Colonna >> 193 201 Incontro con Jung di Clementina Pavoni >> Jung interculturale? La tipologia psicologica e al valorizzazione delle culture di Andrea Arrighi >> 203 Incontro con Jung di Riccardo Daniele Pecora >> 219 La creatività e il male di Luigi Zoja >> 221 227 Incontro con Jung di Patrizia Peresso >> Principianti, disorientati ed esperti di niente: di cosa parliamo quando parliamo di psiche? di Maria Ilena Marozza >> 231 247 Incontro con Jung di Elena Pulcini >> Training dell’AIPA per l’età evolutiva:

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note storiche e teoriche di Gianni Nagliero >> 249 269 273 293 Incontro con Jung di Anna Maria Sassone >> Riflessioni sull’esperienza analitica di Piergiacomo Migliorati >> Incontro con Jung di Annalisa Simoncini >> Ricordo di Aldo Carotenuto Dialogo di Elena Caramazza Silvia di Marzo >> 297 recensioni Domenico Chianese, Andreina Fontana: Immaginando Franco Angeli, Milano, 2010. Stefano Carta 319 Massimo Diana: Figure dell’amore. Percorsi di umanizzazione Moretti e Vitali, Bergamo, 2010. Pier Claudio Devescovi 323 Maria Irmgard Wuel: L’ascolto in analisi. Esperienze e riflessioni psicoanalitiche La biblioteca di Vivarium, Milano, 2009. Giuseppe Maffei 325 AA VV La psicoanalisi e i suoi confini (a cura di Giuseppe Leo) Astrolabio, Roma, 2009. Nicole Janigro 329 Pia De Silvestris, Adamo Vergine: Dio, l’inconscio, l’evoluzione, Franco Angeli, Milano, 2010. Daniela Palliccia C.G. Jung, The Red Book. Liber Novus, Philemon Series & W.W. Norton & Co, New York, London 2009. C.G. Jung, Das Rote Buch. Liber Novus, Vorwort von Ulrich Hoerni, Patmos, Düsseldorf 2009. Giovanni Sorge >> >> >> >> >> >> 332 337 gli autori >> 347

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La Rivista di Psicologia Analitica, quarant’anni A cura della Redazione Con questo numero la Rivista di Psicologia Analitica celebra il suo quarantesimo anno di vita. La Rivista, infatti, fu fondata nel Marzo del 1970 da un gruppo di cinque analisti: Aldo Carotenuto, Antonino Lo Cascio, Silvia Rosselli, Marcello Pignatelli e Paolo Aite. Diretta per molti anni da Aldo Carotenuto, in seguito da Marcello Pignatelli ed oggi da Paolo Aite, si è arricchita della collaborazione fattiva in redazione di molti altri analisti. Tra essi ricordiamo con particolare affetto Bianca Garufi, Mariella Loriga Gambino, Rita Maglione e Fulvia Selinghieri Pes, alle quali va la nostra riconoscenza. Il fatto che la Rivista sia uscita senza discontinuità per un periodo così lungo di tempo ne fa una sorta di filo storico che attraversa le vicende della psicologia analitica italiana; un luogo identitario che, con i suoi limiti e i suoi pregi, è ormai testimonianza della presenza storica, culturale e finanche sociale del pensiero junghiano nel nostro paese. La Rivista nasceva nove anni dopo la fondazione dell’Associazione Italiana di Psicologia Analitica, costituitasi attorno ad Ernst Bernhard, e cinque anni dopo il distacco dall’AIPA di un gruppo di analisti che, dopo la morte di Bernhard, avvenuta nel 1965, avevano fondato il Centro Italiano di Psicologia Analitica (CIPA). Dal momento della sua fondazione, e per tutta la sua storia, la Rivista non ha mai tenuto conto di questa scissione; mai si è schierata o ha preso posizione nella disputa di allora. Fedele allo spirito junghiano, lo spazio di senso rappre9

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sentato dalla Rivista fu, ed è sempre rimasto, fondato sull’et-et; uno spazio in cui le differenze di impostazione, di pensiero, di approccio non solo erano attese, ma addirittura sovente sollecitate. In questo senso anche le eventuali distinzioni istituzionali non si riprodussero sulla struttura e la natura della Rivista che fu, e da allora è rimasta, un riferimento su ogni piano stabilmente comune. Crediamo che un’articolazione del senso dell’esistenza e della vitalità della Rivista lungo la sua storia sia stata la sua capacità di tenere fermo uno dei principi fondativi della forma mentis junghiana: la natura centrifuga-centripeta di un pensiero affidato alla dialettica degli opposti, in pre-visione di una provvisoria composizione simbolica. Per questo, pur nella mutevolezza dei tempi, delle organizzazioni teoriche e istituzionali, la Rivista ha sempre tenuto fede a questo suo primo mandato fondativo: la com-prensione e l’esaltazione positiva delle differenze coniugandolo con un secondo mandato fondamentale: quello di testimoniare l’esistenza, la forza, la vitalità di un pensiero junghiano vivo nel presente del tempo nel nostro paese. Per quanto riguarda il primo aspetto: dopo tanti anni dalla prima divisione tra le due società maggiori può essere interessante fare un’osservazione che ci auguriam o sia condivisa dai nostri colleghi. A differenza delle scissioni che hanno lacerato in passato i nostri colleghi freudiani o lacaniani, a tanti anni di distanza oggi è difficile ricordare per quale ragione ci si sia davvero separati. Questo atteggiamento sereno dinanzi alla divisione consente di depotenziare i vissuti potenzialmente distruttivi di una scissione, per tradurli nell’esperienza di un movimento positivo di libertà dei singoli gruppi, che li vede collaborare costantemente, e non certo da oggi, a tutti i livelli ed in moltissime occasioni. L’ultima tra queste collaborazioni tra AIPA e CIPA è l’organizzazione congiunta della celebrazione dei cinquant’anni dello junghismo in Italia attraverso un Congresso che si svolgerà nel 2011 a Roma. Nel riportare queste considerazioni la Rivista si riconosce proprio in quella testimonianza storica coerente che, in forza delle idee che animavano i suoi redattori e i suoi tanti autori, ha consentito alla comunità junghiana italiana di 10

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Narcisismo, Solitudine, Amicizia Note sul rapporto Freud-Jung e la situazione analitica Stefano Carta In queste pagine prenderò spunto dalla relazione che intercorse tra Freud e Jung nei primi anni del ‘900. Tuttavia, nel leggerla vorrei che si osservasse una sorta di istruzione per l’uso di ciò che scriverò. L’istruzione è questa: vorrei che il mio riferimento alla relazione tra Freud e Jung si considerasse più come un topos letterario che come qualcosa di storico, di realmente accaduto. Vorrei insomma, che il lettore si accostasse a questo scritto per il suo spessore psichico, o, in senso laterale: letterario, piuttosto che per un qualche presunto riferimento alla realtà materiale dei fatti. Io parlerò, dunque, di uno Jung e di un Freud come degli exempla, dei tipi di un evento tragico che si rinnova perpetuamente attraverso spoglie infinite tra protagonisti diversi. Il rapporto tra Freud e Jung è documentato soprattutto dalla corrispondenza privata che intercorse tra i due a partire dalla prima lettera di Jung a Freud l’11 Aprile 1906, fino all’ultima, del 20 Aprile 1914. Mentre nel 1952 le let tere di Jung a Freud erano già state messe a disposizione di alcuni lettori selezionati, sia appartenenti al versante junghiano (Aniela Jaffè e Carl Maier), che a quello freudiano (Ernest Jones e Kurt Eissler), le lettere di Freud a Jung sembravano ormai essere andate perdute. Fu solo nel 1954 che tutto il carteggio del versante freudiano fu ritrovato da Anna Freud in una cassa. Ciò che mi ha sempre colpito fu la reazione di Carl Maier 17

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alla lettura del carteggio completo. Mentre leggendo le sole lettere di Jung, Maier aveva condiviso una sensazione di moderato interesse, quando poté leggere lo scam bio epistolare completo scrisse ad Eissler una lettera che si apriva con queste parole: «La mia prima impressione è veramente quella di una tragedia devastante». Ecco. Dobbiamo partire da qui e chiederci: «cosa è davvero successo tra Freud e Jung? Cosa significa la frase di Maier? Perché, insomma, invocare la tragedia, ed una devastante tragedia?» Ho conosciuto bene Carl Maier; è stato uno dei miei supervisori più importanti ed un uomo a cui ho voluto bene. So, e posso garantire, che le sue parole di allora erano del tutto sincere e che Maier non le aveva scelte affatto a caso. Tragedia voleva veramente dire tragedia, e per più di una ragione. La prima è che, se consideriamo il rapporto Freud Jung dal lato umano – come sto qui facendo – credo vi possano essere pochi dubbi che si trattò di un rapporto profondamente segnato dall’Edipo in cui Freud giocò il ruolo del padre e Jung quello del figlio. Per Freud, Jung è il figlio prediletto, «l’uomo del futuro» (1). L’intenzione egoistica di Freud –sono parole sue – è quella di insediare Jung come «continuatore della mia opera». Come un novello Abramo, Freud vede in Jung colui che ne assicurerà la progenie e il futuro della sua creatura: la psicoanalisi. È universalmente noto che Freud svenne due volte in presenza di Jung e che egli stesso interpretò tali svenimenti come reazioni ai desideri di morte che immaginava che il suo figlio prediletto nutrisse nei suoi confronti. Tuttavia non basta che uno solo dei due attori desideri partecipare alla tragedia edipica affinché questa si compia: Laio ed Edipo si chiamano e si rispondono. Se immaginassimo che solo Freud avesse interpretato in un’enor me enactment il ruolo del Grande Padre castratore, e che Jung fosse immune dal ruolo complementare, nulla sarebbe accaduto: il rapporto si sarebbe spento come materia emotivamente inerte. Freud sviene perché, in quanto Laio, riconosce il proprio figlio che effettivamente lo aspetta, in fondo al bivio. L’angoscia persecutoria di morte dominerà Freud sia in quanto persona che in quanto ebreo. Per que18 (1) P. Gay, Freud , CDE, Milano, 1988, p. 183.

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Incontro con Jung Michele Accettella psicologo analista CIPA Dell’irrazionale fu l’inizio. Poi, la misura. Un sentore di vocazione, un nesso estremamente potente attivato al semplice suono pronunciato, quasi per caso, da qualcuno durante una cena di famiglia, di quella psicologia che suonò come un potente attrattore, e che diede mutamento alla linea della mia esistenza. Poco meno che vent’enne, partii dall’inizio, dalle definizioni, di quella che era lo studio dell’anima . Quest’ultima, seppur camuffata, si perse per strada, in parte, quando l’Uni versità non rispose a pieno al mio interesse per lo psichico. Di lì, ugualmente, passò il nesso di una nuova possibilità: un seminario sulla psicologia analitica per il corso di psicologia dinamica del prof. Marasco: junghiano di formazione, pensatore senza dipendenze. Il fascino irriverente della sua figura, il sottile acume delle sue riflessioni, mi avvicinarono alle prime parole dei testi e del pensiero della psicologia analitica. Avevo trovato un luogo comprensivo, un linguaggio familiare che dava riparo e ristoro alla mia ricerca di significato e di senso. Una genuina complicità emotiva legavano le parole dei testi di Jung con il tipo di linguaggio che usava la mia mente per pronunciarsi a se stessa. Ancora oggi, dopo dieci anni, è la stessa sensazione che mi attraversa nel rileggere i testi di Jung: un senso di pacificazione emotiva; la modalità espressiva delle frasi, la metrica e i periodi a volte poetici, a volte disordinati, a volte illuminati, a volte banali, mi hanno avvicinato alla mia umanità, alla contraddizione mia e dell’uo33

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mo, all’aulico e all’abisso che lo abitano. Fu lì, in quegli anni, che si verificò un terzo nesso: trovai un collegamento significativo tra le teorie di Jung e l’impianto profeticoimmaginativo di William Blake. Altro tormento della mia vita emotiva, Blake, accompagnatore poetico della mia adolescenza, mi aveva sempre dato un certo senso di fascinosa sgradevolezza: una potenza del linguaggio profetico e dell’immagine eterna che entra nelle viscere, sbattendo l’uomo dinanzi alla pochezza della sua statura cosciente, nudo dinanzi all’universo dell’immaginale. Con buona fiducia, quello stesso professore che anni prima mi aveva offerto, senza volerlo, le coordinate di senso del mio peregrinare, mi fu concessa la tesi di ricerca sul tema dell’immaginale, archetipico e mitopoietico, dell’opera profetica di Blake sviluppata attraverso una lettura junghiana. Mi attese un anno e mezzo al limite della sopportazione de ll’immagine: tra santi, rocce, druidi, terre di Urlo, il neoplatonismo, lo gnosticismo, il catarismo, la mistica ebraica, Swedenborg, la Bibbia, le Emanazioni, i fiori del giglio, la comunione dell’Uomo con Dio, la salvezza dell’immaginazione, la «quadruplice visione». La mia mente, nella sua perseveranza, andò dritta alla sostanza, al divenire. Da me stesso frenata, a volte, per paura del diavolo, e di tutti quei malefici che mia nonna leggeva dall’estendersi dell’olio nell’acqua. E poi le immagini d’emozione e del mio abbandono degli anni a venire: i serpenti, gli alberi di ulivo, il sangue, la carne, il sesso, le urla d’or rore, la morte, la croce; e poi il Cristo, e con esso il diavolo, le tigri bianche e le gabbie, l’uomo di nero vestito, le tzigane, la terra rossa, i veleni, i fiori dorati, il blues, i muri plastici della mente, i regni esotici e le scimmie; i pazzi, i re e i giullari; gli angeli scolpiti, e le tele dipinte ad olio; il rosso cremisi della carne viva, e il bianco dell’astratta pacificazione. Venne un sogno a simbolizzare il rinnovamento che di lì a poco avrebbe subito la mia vita: «In una meravigliosa giornata di sole primaverile, mi trovavo dinanzi la casa paterna, in campagna; ero intento a togliere la corteccia da un vecchio albero di ulivo grazie all’aiuto di mia nonna. Ne scorgevo le nuove venature dai colori caldi, teneri e lucenti.» Mi diede ristoro e serenità. Fu la strada della mia trasfor34

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Edipo Re, il complesso di Edipo, il piccolo Hans. Una proposta di lettura junghiana Camilla Albini Bravo e Pier Claudio Devescovi (1) M. Innamorati, «La diagnosi di Sofocle. Edipo e le contraddizioni ermeneutiche», Giornale Storico di Psicologia Dinamica, n. 30, 1991, p. 143. È stato detto che: «Nonostante le centinaia di pagine già scritte, [ ... ] i saggi che propongono un’interpretazione nuova di Edipo continuano ad essere pubblicati (1). Non stupirà quindi il nostro desiderio di aggiungerci agli Autori che ci hanno preceduto, proponendo uno sguardo junghiano sul mito e sul complesso di Edipo, così come Freud l’ha formulato basandosi esclusivamente sul testo di Sofocle Edipo Re. L’assunto di base di Jung è che l’Io si deve porre nei confronti delle immagini dell’inconscio (miti, sogni, fantasie ecc.) con un atteggiamento che interroghi e osservi senza nulla togliere o aggiungere alle immagini. È questa una posizione etica dell’Io che non censura alcuna parte e che riesce a tenere, a reggere le contraddizioni interne all’immagine. È con questo metodo che vogliamo accostarci al mito di Edipo, al complesso edipico e al saggio forse più famoso di Freud, dove le sue formulazioni trovano una prima applicazione clinica, il caso del piccolo Hans. Del mito di Edipo Freud comincia a parlare nel 1899, ne L’interpretazione dei sogni: «Amore per l’uno, odio per l’altro dei genitori fanno parte di quella riserva inalienabile di impulsi psichici che si forma in quel periodo ed è così significativa per la semio37

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logia della futura nevrosi. [ ... ] A sostegno di questa conoscenza, l’antichità ci ha tramandato un materiale leggendario, la cui energica e universale efficacia riesce comprensibile soltanto ammettendo un’analoga validità delle premesse anzidette tratte dalla psicologia infantile. Intendo la leggenda del re Edipo e l’omonimo dramma di Sofocle. [ ... ] Il re Edipo, che ha ucciso suo padre Laio e sposato sua madre Giocasta, è soltanto l’appagamento di un desiderio della nostra infanzia» (2). Quest’ultima affermazione, in particolare, annuncia il ruolo centrale che avrà nella costruzione freudiana quello che da lì a poco verrà definito come complesso edipico. Nel saggio Contributi alla vita amorosa Freud afferma, riferendosi al bambino, che: «Egli comincia a desiderare la madre nel senso or ora venuto a conoscere, e torna a odiare il padre come rivale che ostacola questo desiderio; egli finisce col ricadere, come siamo soliti dire, sotto il dominio del complesso edipico» (3). In una nota aggiunta nel 1920 a Tre saggi sulla teoria sessuale Freud ribadisce la centralità del complesso edipico nella psicoanalisi: «Il progresso del lavoro psicoanalitico ha delineato con sempre maggiore chiarezza questa importanza del complesso edipico; riconoscere questo complesso è diventato lo scibboleth (criterio discriminante) che contraddistingue i partigiani della psicoanalisi dai suoi avversari (4). Proponiamo di rileggere l’ Edipo Re sospendendo l’ana lisi degli altri testi, che pure sarebbero necessari (come ad esempio gli altri due della trilogia sofoclea, Antigone ed Edipo a Colono) perché desideriamo guardare quello che Freud ha guardato. La domanda di partenza può essere così espressa: utilizzando un approccio junghiano per guardare quello che Freud ha guardato, cosa appare. Inizieremo sviluppando alcune analisi e riflessioni sui personaggi che si muovono sulla scena. Nel terzo episodio della tragedia sofoclea un messo, giunto da Corinto per annunciare a Edipo la morte del re Pòlibo e la sua prossima elezione a re, svela gradualmente la storia del bambino trovato sul monte Citerone: (2) S. Freud (1899), «L’interpretazione dei sogni, Opere , vol. 3, Boringhieri, Torino, 1966, pp. 242-244. (4) S. Freud (1910-1917), «Contributi alla psicologia della vita amorosa», Opere, vol. 6, Boringhieri, Torino, 1974, p. 416. (4) S. Freud (1905), «Tre saggi sulla teoria sessuale», Opere, vol. 4, Boringhieri, Torino, 1970, p. 531, n. 3. 38

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