Rivista di Psicologia Analitica N°80

 

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L'anima dei luoghi

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Paolo Aite Andrea Arrighi Luca Bandirali Andrea Bassanini Marina Breccia Chandra Livia Candiani Ricardo Carretero Gramage Domenico Chianese Maria Teresa Colonna Francesca Comencini Giorgio Corrente Pia De Silvestris Nicole Janigro Giuseppe Maffei Barbara Massimilla Mario Mastroianni Sonya Orfalian Alessandro Petti Pierbattista Pizzaballa Lella Ravasi Giuseppe Riefolo Chiara A.Ripamonti Paola Russo Andrea Sabbadini Luigi Zoja a cura di Barbara Massimilla L’anima dei luoghi rivista di psicologia analitica nuova serie

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rivista di psicologia analitica Nuova serie n.28 Volume 80/2009

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Rivista di Psicologia Analitica nuova serie a cura di Barbara Massimilla Paolo Aite Andrea Arrighi Luca Bandirali Andrea Bassanini Marina Breccia Chandra Livia Candiani Ricardo Carretero Gramage Domenico Chianese Maria Teresa Colonna Francesca Comencini Giorgio Corrente Pia De Silvestris Nicole Janigro Giuseppe Maffei Barbara Massimilla Mario Mastroianni Sonya Orfalian Alessandro Petti Pierbattista Pizzaballa Lella Ravasi Giuseppe Riefolo Chiara A.Ripamonti Paola Russo Andrea Sabbadini Luigi Zoja L’anima dei luoghi

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Redazione Paolo Aite, Stefano Carrara, Stefano Carta, Maria Teresa Colonna, Pier Claudio Devescovi, Pina Galeazzi, Romano Màdera, Angelo Malinconico, Barbara Massimilla, Daniela Palliccia, Lella Ravasi Bellocchio. Direzione Paolo Aite (Responsabile) Romano Màdera Barbara Massimilla Comitato Scientifico Internazionale Gaetano Benedetti (Basilea), Eugenio Borgna (Novara), Bruno Callieri (Roma), Ricardo Carretero Gramage (Palma di Maiorca), Domenico Chianese (Roma), Christian Gaillard (Parigi), René Ka‘s (Lione), Renos Papadopulos (Londra), Andrea Sabbadini (Londra), Mario Trevi (Roma). La Rivista di Psicologia Analitica è riconosciuta come pubblicazione di elevato valore culturale dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali. La Rivista di Psicologia Analitica si riceve per abbonamento annuale ed è distribuita nelle maggiori librerie e nelle librerie Feltrinelli da: JOO DISTRIBUZIONE - Via F. Argelati, 35 - Milano. ©2009 Editore Gruppo di Psicologia Analitica Via dei Giordani 18 - 00199 Roma redazione@rivistapsicologianalitica.it www.rivistapsicologianalitica.it Registrazione Tribunale di Roma n. 210 in data 3 maggio 1996 Periodicità semestrale N° iscrizione ROC: 16139 ISSN 0392-9787

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INDICE L’anima nei luoghi della vita e del cinema di Barbara Massimilla pag. >> 9 Atmosfere, climi e paesaggi di Giuseppe Maffei >> 29 Un rimorso di Caino di Luigi Zoja >> 45 Esilio e Apolidia di Marina Breccia >> 53 69 Delle anime e dei luoghi di Ricardo Carretero Gramage >> La terra delle Madri, del sogno, dell’esilio di Domenico Chianese >> 89 Gerusalemme, luogo dell’anima di Pierbattista Pizzaballa >> 99 Sono vasto, contengo moltitudini di Sonya Orfalian >> 107 Luoghi che accolgono, luoghi che curano di Giuseppe Riefolo >> 113

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Varietà di Esilio. Una dimora per l’anima di Maria Teresa Colonna >> 133 La stanza della meditazione di Chandra Livia Candiani >> 149 Le lingue e i luoghi: sette stazioni di una stessa storia di Nicole Janigro >> 159 L'altrove dell'Ombra incurabile. Il genocidio in Rwanda nella proiezione cinematografica di Andrea Arrighi >> 171 Wanting Contact. Dal conflitto drammaturgico allo shock del reale di Luca Bandirali >> 187 I luoghi della mente di Pia De Silvestris >> 197 Psyché, luogo dell'anima, origine della saggezza di Chiara A. Ripamonti, Andrea Bassanini >> 203 La domesticazione del lutto di Lella Ravasi >> 211 219 >> Itinerari della Psiche di Paola Russo, Mario Mastroianni Sui luoghi nel cinema Intervista a Francesca Comencini a cura di Barbara Massimilla >> 241 «Sarebbe potuto essere chiunque...» Uno sguardo psicoanalitico a Il terzo uomo di Carol Reed di Andrea Sabbadini >> 261

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Alfa nel Trauma: Composizioni nell'intrapsichico di Giorgio Corrente >> 267 Arcipelaghi e enclave di Alessandro Petti >> 273 Un luogo concreto per l’anima. Il gioco della sabbia nell’analisi dell’adulto di Paolo Aite >> 283 recensioni Sonya Orfalian: La cucina d’Armenia. Viaggio nella cultura culinaria di un popolo Ponte alle Grazie, Milano, 2009. di Pia De Silvestris >> 297 Vanna Iori: Lo spazio vissuto. Luoghi educativi e soggettività La Nuova Italia, Firenze, 1996, rist. 2003. di Mario Mapelli > > 299 gli autori >> 305

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L’anima nei luoghi della vita e del cinema Barbara Massimilla Cammino piano, ogni mattina, in quel tratto di strada che costeggia il Foro. Posso indugiare a lungo sulla striscia d’asfalto che si affaccia sullo scenario immobile della città eterna. Ogni attimo si dilata mentre mi perdo in quella visione così familiare. Le rovine di marmo riflettono silenziose la luce, e a me sembra di far parte di quel luogo che vivo come fosse la mia pelle. Lo sguardo penetra il paesaggio e si sofferma a lungo sulle due palme che spuntano in lontananza. Passando di là, in qualsiasi stagione, s’impressiona nel fondo dei miei occhi, l’immagine delle palme. Volgo la testa verso i due alberi, un gesto fedele, affezionato, sempre uguale a se stesso. Rimbalzano vicinissime nel controluce del giorno, emergono evanescenti dalla pioggia e si confondono nei toni morbidi dei tramonti e delle albe. Due comete con la coda piantata nelle rovine dei Fori. Nelle notti più oscure le ho intraviste tremare al taglio di luce silenzioso della luna. I tronchi spuntano esili dalle rovine come steli di fiori esotici. Le cime delle palme si trasformano di continuo e ritornano spesso nei momenti più impensabili. Ho sempre creduto che un luogo possa aiutare a vivere se concentra su di sé un affetto. Durante l’infanzia e lo scorrere dell’età, le palme si sono trasformate, hanno assunto una forma intima quasi umana, quasi un riferimento irrinunciabile per il mio mondo interno. Solo oggi capisco che da bambina la mente attribuiva alla loro esistenza, e più precisamente alla loro forma permanente, la speranza di creare una relazio9

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ne ininterrotta con il bene della vita, oltre il dolore, la garanzia di una realtà più nutriente da cui si snoda la costruzione del futuro; una sorta d’adozione interiore a cui affidare il percorso della propria esistenza. Le due palme, la loro immagine immobile nello scorrere degli anni, stava piantata nella terra come un grumo di vita. Forse incarnavano il simbolo dell’esilio dalle colonie greco -albanesi della primissima infanzia alla città dei Fori, esprimevano la nostalgia per quel mondo colorato delle origini, divenendo metafora di un sostegno segreto, simile a una coppia di antenati che ti segue ovunque con lo sguardo. L’immagine di un luogo, la sua stessa fisicità e concretezza, può essere assimilata ad una ‘guida’ se quella visione che guardiamo e che ci guarda risuona nello spazio interiore, come un perimetro affettivo all’interno del quale si è giocata gran parte della nostra storia. La geografia delle origini protegge la crescita di un individuo e la àncora costantemente allo spazio e al tempo del nostro esistere. La motivazione profonda a curare questo numero della rivista nasce da questa sceneggiatura privata, da un frammento personale che descrive un luogo dell’anima e dal desiderio di condividere con i colleghi della redazione, gli autori e il lettore, i molteplici significati sottesi alla relazione che lega l’anima ai luoghi. Il tema si sviluppa dall’idea che il mondo interno ospita nel corso della vita molti luoghi, e che la nostra esistenza psichica si fonda e sedimenta anche sulle esperienze connesse ai luoghi. Il corpo e la mente hanno memoria dei luoghi e ne riconoscono le caratteristiche, non solo attraverso il ricordo per immagini, ma anche nell’istante in cui una situazione ambientale riesce a riattualizzare nel soggetto la specifica sensorialità e visibilità indelebilmente legata a forme dello spazio conosciute in precedenza. I luoghi vissuti, ritrovati, immaginati incidono sull'identità individuale e collettiva, sia come spazio fisico che come spazio all'interno del Sé. Per il lettore, in forma di viaggio mi piacerebbe che si navigasse sulle acque silenziose del fiume che lambisce tutti i paesaggi che ogni autore ha aperto alla nostra visuale. Un fiume, dalle acque trasparenti e a tratti torbide, che come uno specchio riflette l’in 10

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Atmosfere, climi e paesaggi (*) Giuseppe Maffei (*) Relazione tenuta il 16.5.09 presso l'Associazione per la Ricerca e l'Applicazione della Psicoanalisi (ARPA) di Cesena (Presidente Raffaele Dionigi). (1) Wikipedia, http://it.wikipedia.org/wiki/paesaggio. Scrivendo questo contributo non sono riuscito a tenere separati, da una parte le atmosfere e i climi e dall'altro i paesaggi interiori. Atmosfera proviene dal greco atmòs, esalazione, vapore, da cui autmen, fiato, respiro, aria vento, parallelo al tedesco athmen per authmen soffio, dalla radice au-t trasposizione di ua-t=va-t soffiare, spirare. La percezione delle atmosfere e dei climi che si creano nelle varie relazioni tra uomini indica l'esistenza di una possibilità di conoscenza, magari illusoria, della nostra e dell'altrui realtà psichica. Le atmosfere e i climi che si creano nelle relazioni interpersonali sono spesso condivisi e questa condivisione sta alla base della credenza in una possibilità di conoscenza reciproca. «Il paesaggio esterno, oggettivo e tangibile che appare ai nostri sensi è sempre mediato da un paesaggio interno, nascosto e mutevole» (1). Le atmosfere e i climi si accompagnano spesso a paesaggi interiori e i paesaggi interiori ad atmosfere e climi. A proposito delle atmosfere e dei climi psicologici, devo molto agli insegnamenti di Resnik che nei suoi Seminari ha sempre dato importanza non solo al contenuto dei discorsi ma anche, appunto, alle atmosfere, ai climi che si creano, ai paesaggi che si immaginano e che si intuiscono durante il nostro lavoro. Resnik ha insegnato a stare particolarmente attenti a ciò che si percepisce nelle pieghe di ciò che si ascolta e anche si vede, a ciò che durante il nostro lavoro fonda o modifica l'atmosfera dell'incontro. 29

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A questo proposito ho sempre pensato ed ancora penso che uno dei compiti più difficili della nostra vita (e non solo professionale) consista nell'usare e nell'ascoltare parole che non soltanto indichino i loro contenuti, gli oggetti e i vissuti come può accadere nell'uso di un vocabolario, ma che in qualche modo indichino l'atmosfera degli incontri che istituiamo, che facciano sentire quale sia il rapporto esistente tra noi e i nostri interlocutori, i nostri e loro oggetti e vissuti. Il mondo delle parole, tramite il suo aspetto sonoro, tramite la sua musicalità, ci comunica molto dei sentimenti e della vita affettiva degli interlocutori e di noi stessi. Appena si inizia a parlare, se siamo psichicamente vivi, anche se non lo vogliamo, creiamo un’atmosfera, immaginiamo un paesaggio interiore che ci fa conoscere all'interlocutore più di quanto lui stesso sappia o voglia farsi conoscere. Inizierò il mio contributo affrontando il problema di come le parole dette ed ascoltate contribuiscano a creare atmosfere, climi e paesaggi interiori. Ivan Fonagy ha scritto nel 1970-1971 un articolo molto importante dal titolo Le basi pulsionali della fonazione (2). Si tratta di un articolo che dà conto a mio avviso di come si creino atmosfere, climi e paesaggi interiori attraverso le parole. Fonagy sostiene la tesi che i suoni che pronunciamo quando parliamo abbiano tutti una base pulsionale. Scrive ad esempio: «La tenerezza si riflette in una più grande frequenza nelle consonanti L, M; un atteggiamento aggressivo moltiplica le K, T, R» (p. 57). Fonagy tende a pensare che siano proprio le qualità dei suoni a farci conoscere la loro base pulsionale. Ora io ritengo che la base pulsionale dei discorsi sia naturalmente del tutto individuale; non si può affermare che una L indichi ad esempio, convenzionalmente, per tutti, tenerezza. Perché indichi tenerezza occorre che abbia acquisito il carattere tenero all'interno della propria singolare storia. Stefano Carta (3) mi ha fatto notare che uno degli indici delle risposte complessuali negli esperimenti associativi di Jung era la regressione formale del linguaggio in cui alla parola significante si sostituivano onomatopee, parole straniere e, ancora più gravemente suoni e rumori. Consideriamo la parola lucertola. Questa parola oltre che 30 (2) I. Fonagy (1970 e 1971), Le basi pulsionali della fonazione, Il piccolo Hans 12 e 16, 1976 e 1977. (4) S. Carta, (comunicazione personale).

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Un rimorso di Caino Luigi Zoja Per la prima volta, in Baudelaire, Parigi diventa oggetto della poesia lirica Walter Benjamin, Gesammelte Schriften, V.1, Paris, die Hauptstadt des XIX Jahrhunderts, V, 54 Città. L’amore tra un uomo e una donna, come si concepisce oggi, sembra cosa recente: secondo Denis de Rougemont (1) risale alla eresia dei Catari, non più in là. Ma l’amore dell’uomo per la città si perde nell’alba della letteratura e della storia: è già completo, viscerale, trionfante quando Pericle spiega alla folla l’incomparabile fierezza di essere cittadini di Atene (2). Tutti i grandi amori, però, evocano il loro opposto, la morte. Dal 2008, hanno detto le Nazioni Unite, più della metà della popolazione terrestre vive in città. È una svolta senza precedenti, più importante del passaggio dell’egemonia mondiale dagli Stati Uniti alla Cina. Anche la Cina sarà una breve comparsa sul palcoscenico delle epoche: altri protagonisti vi saliranno e scenderanno come è capitato all’Impero persiano e a quello di Alessandro, a Roma, alla Spagna e all’Inghilterra. La città, invece, dice l’Alto 45 (1) Denis de Rougemont, L’amour et l’Occident, (1939). (3) Tucidide, Le storie, II, pp. 35 - 45.

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Commissariato delle Nazioni Unite (3) non cederà più il primato alla campagna. Mai più. Man mano che l’agricoltura produceva un sovrappiù di cibo, gli uomini si sono gradualmente spostati: si sono concentrati nelle città per esercitarvi nuovi lavori, produrre nuova ricchezza e, ricordava già Pericle, combattere gli antichi dolori con gioie nuove. La trasformazione della natura in cultura richiede il trasferimento in città. Il Rinascimento ci insegna proprio questo. La cultura esce dall’isolamento dei conventi. L’arte non si limita più ai soggetti sacri, ma dipinge la bellezza della natura circostante. Eppure, la grande novità è il dipinto della campagna toscana visto da una finestra di Firenze . Una tradizione che non si è mai più fermata: poeti e musicisti romantici canteranno i boschi, ma si incontreranno in città per pubblicare gli scritti e tenere i concerti. Con le ultime trasformazioni economiche, però, l’abbrac cio della campagna alla città può diventare un soffocamento mortale. Mentre le città del mondo sviluppato crescono ben poco, o addirittura decrescono, la quasi totalità dell’urbanizzazione si deve a quelle del terzo mondo (o ai suoi poveri che riescono a infiltrarsi nelle città del primo mondo). Questi nuovi cittadini non lasciano le campagne perché ormai vi si produce abbastanza da mangiare, ma proprio il contrario. Non vengono in città per vivere meglio, ma per vivere. Anzi, a milioni fuggono in città semplicemente per non morire, quando le campagne sono da decenni in guerra, come in Colombia o in Angola, la cui capitale è ormai un tumore in metastasi dove vive più di metà del paese. Affrettatevi a vedere anche queste città, se cercate l’ani ma delle città, perché fra poco potrebbero esser tutte come l’Inferno di Dante: luoghi della pena eterna, dove si sta proprio quando l’anima è perduta. Città. La sua fondazione è eroismo e vittoria sul caos: gesto con cui l’uomo ripete sulla terra la cosmogenesi divina (4). Ma essa diviene poco a poco anche costruzione artificiale, rigida, metafora dell’uomo sedentario e irrigidito. Emblema dell’uomo pietrificato, che attende di per46 (3) United Nations Human Settlements Program (U. N. Habitat ) P.O. Box 30030, State of the World Cities 2008/2009, Nairobi, Kenya. www.unhabitat.org. (5) A. Romano, Il flaneur all’inferno, Moretti & Vitali, Bergamo, 1996.

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Esilio e Apolidia Ma r i n a Br ec c ia Per lo stretto necessario bastano anche i luoghi d’esilio, per il superfluo non bastano nemmeno i regni. ... Seneca, Consolatio ad Helviam matrem L’Esilio dell’Io Da uno studio condotto sulle psicosi e riagganciandomi al pensiero di Freud ho costruito l’ipotesi dell’esilio dell’Io, come la possibilità di trovarsi altrove in un altro luogo. L’ipotesi è che dall’interno del soggetto che sperimenta la psicosi, si conservi nella coscienza uno sguardo integro e memorizzabile su cosa stia accadendo all’ Io, in relazione alle sue vicende psichiche ed esistenziali, ma scisso dalle altre funzioni dell’Io. Questo sguardo coglie l’Io impoten te, incapace di svolgere una funzione contenitiva e critica del pensiero delirante, perché incapace di ricondurre ad uno stato di segregazione le spinte che portano stimoli allucinatori, fallisce infatti la guida e la valida opposizione alle spinte di morte e di distruzione. Tuttavia sorge inevitabile una domanda: questo articolato sistema difensivo da che cosa sarebbe messo in moto, da che cosa dovrebbe preservare l’Io? 53

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L’esilio è l’ipotesi alternativa alla morte, consentita dal l’esistenza di un luogo di rifugio dove si può conservare l’idea del ritorno, per l’esperienza comunque positiva, ancorché parziale, di un contatto con il mondo esterno. Cercherò di mettere in evidenza i punti di continuità e di discontinuità con il pensiero Freudiano. In questo momento storico la psicoanalisi è sollecitata e stimolata da spunti teorici provenienti da vari ambiti scientifici e culturali, e questa sollecitazione non può essere bandita, ignorata o semplicemente abbracciata, ma richiede una riflessione. Questa, mentre si interroga sui destini della psicoanalisi, è costretta ad interrogarsi anche sul fenomeno sociale che gli psicoanalisti stanno osservando, a partire dalla clinica, e su come possano interpretarlo e tradurlo in termini di cura senza perdere elementi specifici della loro identità. Tuttavia ciò che rimanda all’identità e all’essere, sia dell’analista, sia del paziente in analisi, si articola dal mio punto di vista intorno all’idea di continuo e discontinuo. La filogenesi e le teorie evoluzionistiche costituiscono un modello per questa idea e testimoniano quanto l’uomo nella sua storia abbia cercato di costruire ponti e legami di significato anche dove la testimonianza storica era mancante. Le recenti teorie neodarwiniane hanno abbandonato l’idea di William Hopkins del 1860 di anello mancante, concezione evoluzionistica lineare, a vantaggio del diagramma a cespuglio in cui ogni specie è un esempio di forma transazionale, tuttavia anche questa ricostruzione trova parti mancanti, e propone il non avvenuto ritrovamento (1). Il ritrovamento non di meno offre a sua volta incertezze sul piano della continuità; lo scheletro di Lucy ad esempio, l’Australopiteca Afarensis ritrovata nel 1974, vissuta tre milioni e mezzo di anni orsono, appare un evento del tutto fortunato; condizioni geografiche ed atmosferiche avrebbero infatti reso impossibile il suo ritrovamento sia alcuni anni prima che alcuni anni dopo. Il salto freudiano, elemento discontinuo rispetto a quanto l’ha preceduto, quasi come quello dell’evoluzione umana, parte dal concetto di inconscio (2). Freud lo utilizza non solo per ridefinire quanto già scritto, ma anche per curare 54 (1) R. Lewin , R. Folly, Human Evolution, part I, cap. 2, 3, 7, Blackwell Publishing, 2004, Oxford, 2004. (3) Rimando alla relazione di Malde Vigneri, L’inconscio prima di Freud , al Colloquio di Palermo, 25-26.10.2008.

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