Suor Tarcisia - Missionaria della Gioia

 

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Suor Tarcisia - Missionaria della Gioia

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Missionaria della gioia Biografia di Suor Tarcisia del Santissimo Sacramento e dello Spirito Santo (1919-2004) Carmelitana scalza del Monte Carmelo di Haifa, Israele di Nicola Gori pag - 1

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Proprietà letteraria riservata prima edizione Maggio 2014 a cura della Redazione de "Il Porto" in collaborazione con: Comune di Sarnico Associazione Culturale Sebinia Parrocchia San Martino Vescovo Sarnico Impaginazione di Mario Dometti in collaborazione con Angelo Onger pag - 2

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...La vicenda di Suor Tarcisia, nella semplicità del vissuto non è ordinaria. C'era in lei la forza e l'impulso dello Spirito, che la rendevano una trasparenza del Signore. Suor Maria Giuseppina di S. Teresa pag - 3

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H o conosciuto Suor Tarcisia solo di riflesso, ma ho avuto sempre l’impressione che abbia vissuto una vita giovanile, allegra, e che abbia saputo leggere i “segni” che Dio poneva nella sua giovinezza seguendone il fascino in una vita consacrata radicale. È questo che mi ha colpito, quasi a ripercorrere la storia di quelle vocazioni che ho incontrato dove il desiderio principale non era quello di fare qualcosa di utile, ma quello della determinazione e della totalità. «Io voglio donare tutto e non solo parte del mio tempo e delle mie capacità». Nel nome che ha scelto da consacrata appare subito la scelta di essere lei stessa segno di una presenza più grande e infinita: l’Eucarestia e lo Spirito che la rende possibile ed efficace. Ha capito che doveva essere un’ostia santa offerta per la salvezza del mondo. Per questo, anche nella sua vecchiaia, pareva morisse sempre, ma quasi risorgeva per poter offrire ancora qualcosa di sé: si alzava dal letto perché il Signore accettasse il suo sacrificio a vantaggio dei missionari e della conversione di tutti all’Amore di Dio. Una donna consacrata che, innamorata pazza di Dio, trovava, anche nella sofferenza, la forza di donare tutto, non solo qualcosa di sé per poter incarnare Gesù Cristo. Lei stessa si era fatta ostia vivente, offerta per amore e la sua vita non è stata una privazione, come verrebbe da pensare a chi vede solo la clausura nella scelta del Carmelo, ma una pienezza continua che trabocca per il bene del mondo. Nell’Adorazione assumeva in sé il respiro di Dio e lo viveva nella vita claustrale infondendo sempre la forza della testimonianza alle consorelle, diventando lei stessa un amore oblativo per la Chiesa intera. Per questo sentiva anche il bisogno di comunicare con il Papa, per dare pienezza a ciò che viveva ogni giorno. Per questo voglio ricordarla con riconoscenza. Per questo voglio implorarla perché mi accompagni dal cielo nel voler dare sempre il meglio, il massimo di me in qualunque parte del mondo sarò chiamato a testimoniare l’Amore del Signore che, attraverso l’Eucarestia, rendo presente ogni giorno. Voglio cantare, come lei, in ogni attimo della mia vita e qualunque cosa faccia, con le persone che avvicinerò e con quelle che ormai da sempre fanno bello il mio cuore sacerdotale. Grazie, Suor Tarcisia, tienimi il tuo capo sul cuore adesso che hai raggiunto la pienezza che hai sempre cercato. Don Luciano Ravasio Parroco di Sarnico pag - 4

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dieci anni dalla morte della nostra Suor Tarcisia, Carmelitana Scalza, “Missionaria della gioia” come amava definirsi, ci è sembrato giusto aderire alla richiesta della Redazione de “il Porto” di offrire il contributo dell’Amministrazione Comunale alla divulgazione di questa pubblicazione. Per noi che viviamo una vita frenetica, in una società come quella attuale che vive di confronti, conoscenza e scambi, può risultare difficile non pensare come il vivere all’interno di un monastero possa far correre il rischio di estraniarsi dalla realtà circostante, chiudersi al prossimo e limitare la propria libertà con la clausura. Leggendo questo libro del giornalista dell’Osservatore Romano Nicola Gori, che ringrazio per averci dato l’opportunità di conoscere più da vicino la nostra concittadina, ci si rende invece consapevoli come i consacrati, nel mondo globale, siano invece tenuti a rispondere con una maggiore dedizione al Vangelo e che per loro non ci sia una libertà se non quella di amare. Si può essere liberi girando il mondo, oppure restando nel letto di un ospedale. La libertà è una realtà intima, personale ed è in relazione alla capacità di essere dono per gli altri. Entrando in monastero Suor Tarcisia non ha avvertito la sensazione di “lasciare il mondo”. All’opposto lei il mondo ha continuato a portarlo dentro nel proprio cuore, nella propria storia e in modo particolare nella preghiera. Certo, le relazioni con persone e realtà, con questa scelta sono cambiate, ma sono convinto che tutto sia diventato più profondo, più forte e che per questo si arrivi ad amare maggiormente la vita, le persone e tutto quanto di buono Dio ha creato. Lo si ama in modalità diverse, con più autenticità, senza possesso e nella libertà come avviene nel vero amore. L’esistenza di suor Tarcisia non è stata che la somma di tante cose normali, faccende comuni, compiti per nulla esaltanti. Sbaglierebbe però chi cercasse nella sua umile vita fatti straordinari o vicende che attestino un cammino religioso all’insegna dell’eccezionalità. La sua testimonianza, all'opposto, si è sviluppata nell’ordinario, privilegiando la quotidianità. La sua vita è stata un messaggio di umiltà e carità che si sono manifestate nel suo spirito missionario e nella sua generosa e lieta disponibilità a servire tutti nella Chiesa. Franco Dometti Sindaco di Sarnico A pag - 5

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PREFAZIONE R icordare suor Tarcisia significa ripercorrere con lei un cammino di vita strettamente legato alla vita monastica. Del ricordo che ho di lei è scritto nelle pagine della pubblicazione. In questa sede di presentazione vorrei, se ci riesco, trasferire nella vita di tutti i giorni l’eredità che suor Tarcisia ci ha lasciato. A partire da un interrogativo: la vita monastica ha ancora senso nella Chiesa e nella società? Credo sia opportuna, innanzitutto, una distinzione fra la società in generale e la Chiesa. Per quanto riguarda la società, se si confrontano le radici ideali della vita monastica con le tendenze della cultura contemporanea, mi verrebbe da dire che il senso della vita di un monaco è oggi molto lontano da quello che prevale nel quotidiano. La vita monastica è incentrata sulla preghiera, sul silenzio, sulla comunione con l’Altro e con gli altri, sulla laboriosità, la sobrietà, la modestia, la castità. Senza cancellare tutto ciò che c’è di buono nella società (e non è poco), le emergenze sono altre: il rumore (il fracasso) è assordante; la preghiera si trasforma spesso e volentieri in imprecazione; la solitudine è una condizione diffusa; il lavoro è dominato dalla idolatria del denaro e spesso negato ai giovani e ai meno giovani; la sobrietà è vittima di sprechi scandalosi; la modestia è considerata un vizio imperdonabile; la castità una rinuncia masochistica ai sapori più gustosi del vivere. Di fatto Dio scende sempre più in basso nella scala di ciò che realmente conta per le persone. Anche cristiani che si mantengono praticanti, sono più legati ad una religiosità scaramantica che alla fede che sposta le montagne e vivono, nella pratica, come se Dio non esistesse. Fanno finta di credere, come quei bambini che quando scoprono che Santa Lucia (o la Befana) sono i genitori, non lo dicono per la paura di perdere i regali. Tra questa società e la vita monastica il grado di incomunicabilità ha raggiunto lipag - 6

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velli molto alti. Ma, nella vita ci sono sempre un sacco di ma. Perché non è che così facendo la società se la passi molto bene. Quella di oggi è una società percorsa da una sindrome della paura che fa paura (è un bisticcio linguistico ma rende bene l’idea). Tutti i rilevamenti che si fanno (peraltro verificabili attraverso tutto ciò che vediamo e sentiamo ogni giorno) registrano una crescita esponenziale del numero delle persone che hanno paura. Una crescita che non è giustificata dai fatti. I problemi ci sono e sono pure gravi, spesso drammatici, tuttavia la percezione della paura è molto più elevata dei dati reali. Inoltre la paura viene associata a una richiesta di sicurezza, a una invocazione di protezione contro le minacce incombenti, che, grazie alla cinica manipolazione di molti politici, vengono individuate in direzioni precise: lo straniero, il nomade, il diverso. In tempi non sospetti, nel lontano 1977 un grande antropologo, René Girard, ammoniva: “Se una comunità non ha i mezzi politici e legali che le consentano di affrontare divisioni e agitazioni interne, avrà un’irresistibile tendenza ad addossare la responsabilità dei suoi problemi a uno o pochi individui a portata di mano”. E ancora: “Lo straniero attira automaticamente i sospetti ostili di società chiuse in se stesse. Per la violenza collettiva, egli rappresenta una calamita più efficace di qualunque membro interno della comunità”. La mia opinione è che la presenza di stranieri e/o di nomadi sul nostro territorio non è la causa delle paure diffuse ma soltanto lo specchio di un malessere profondo che ha altre origini. Per certi versi spiegabile. Negli ultimi decenni il mondo intorno a noi è cambiato in maniera radicale perché gli ideali, gli stili di vita, gli obiettivi che caratterizzavano la vita quotidiana sono stati messi in discussione e sostanzialmente stravolti dall’affermazione di proposte culturali diverse, introdotte direttamente nelle nostre case, prima che arrivassero gli immigrati, dai mezzi di comunicazione di massa (in successione: giornali, radio, cinema, telefono, televisione, computer, cellulari, internet), ma anche dal moltiplicarsi dei contatti diretti con il mondo esterno, attraverso i viaggi all’estero o l’arrivo tra noi di un numero crescente di turisti. Oggi si parla molto di identità minacciata dalla presenza degli stranieri, ma la nostra identità era già profondamente cambiata prima che loro arrivassero e solo per un malinteso senso di conservazione della memoria induce a dimenticare tutte le differenze che sono cresciute dentro di noi e intorno a noi. La scala dei valori della nostra società è lontana mille miglia da quella che ci era propria fino agli anni sessanta. A partire dalle convinzioni religiose. Perché si è imposta una cultura fondata sugli interessi materiali, quelli che alimentano il mercato e che facilmente si trasformano in un metro di misura che inquina lo stile di vita, il senso della vita. A metà degli anni settanta Erich Fromm, in uno dei suoi libri più belli, proponeva l’interrogativo “Avere o essere?”. Oggi la risposta della società è molto chiara: “Essere è avere”. Quando viene assorbito il principio del primato assoluto del bene personale, è diffipag - 7

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cile immaginare limiti, regole, autocontrollo, principi condivisi. Il disordine morale che ci circonda ne è la prova provata. Alla fine viene però il momento in cui chi spende una vita a coltivare il suo bene, si rende conto che la dimensione egoistica non può dare senso alla vita, cioè sicurezza. E viene l’ora della paura. Una paura che ti prende le viscere, un malessere esistenziale che suscita la ricerca spasmodica di risposte a domande poste male e rivolte a interlocutori inadeguati. Mi sono dilungato, ma mi premeva preparare il terreno a una risposta non stereotipata alla domanda proposta all’inizio, che ora posso formulare così: la vita monastica non ha molto senso per la società così com’è oggi, eppure tutto ciò che fonda la vita monastica rappresenta la cura possibile per il malessere e le paure diffuse. Proprio perché la cultura dominante è malata, solo il suo contrario, rappresentato dall’ideale monastico, può rappresentare l’antidoto necessario per riconquistare la fede nella vita. Non a caso è in aumento il numero delle persone che cercano intorno ai monasteri le oasi che permettano loro di riprendere fiato. Per quanto riguarda la Chiesa, se si pensa che la stragrande maggioranza degli italiani si professa cattolica se non cristiana, verrebbe da dire che non è possibile separare nettamente la mentalità imperante nella società da quella riscontrabile nella Chiesa stessa. Non si può certo parlare di sovrapposizione. Tuttavia si avverte il bisogno di una qualche attenzione in più. Per esempio nei confronti delle tentazioni del potere (di ogni ordine e grado) che si contrappone all’impotenza della Croce. È anche per questa porta larga che nella Chiesa può insinuarsi il dubbio che la vita monastica sottragga risorse preziose alle tante urgenze della pastorale. Forse basterebbe domandarsi se sono anche le urgenze di Dio. Non fosse sufficiente l’invito evangelico a considerarsi comunque dei “servi inutili”, dovrebbe favorire una riflessione più profonda la vacuità di tutti i tentativi di conquistare il mondo usando le sue armi. A volte ho l’impressione che se Gesù Cristo tornasse sulla terra, molti nella Chiesa lo supplicherebbero di evitare di finire ancora una volta, giovane, sulla Croce , con tutti i problemi che ci sono da risolvere e il tanto bene che potrebbe fare. Magari sfruttando pure la televisione e internet. Anche in questa direzione la vita monastica può essere una buona cura per imparare ciò che significa lasciarsi guidare dall’iniziativa divina anziché impalcarsi a impresari di Dio. Angelo Onger pag - 8

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Suor Tarcisia al centro con a sinistra suor Gabriella e a destra suor Teresa Margherita pag - 9

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Scoprì la sua vocazione nella Chiesa quale "Missionaria della gioia" Sono sicura che dopo 53 anni di vita religiosa c'è qualcosa di nuovo che può farti piacere che io te lo scriva: Tutti questi anni sono marcati di tante e tante gioie; al Carmelo ho veramente trovato tutto ciò che si può desiderare per essere pienamente felici fin da questa terra d'esilio. L'amore del Signore è la mia sola ed unica gioia. Sono felice del mio Dio e sempre lo sono stata. Quanto ho amato sentirmi e vedermi tanto povera e vedere Lui così meravigliosamente Santo. Che dire di Gesù? Il mio solo tesoro che posso offrire al Padre per potergli dare tanta gioia e gloria infinite ad ogni battito del mio cuore. Suor Tarcisia del SS.mo Sacramento e dello Spirito Santo da una lettera inviata alla Madre Priora Giuseppina 22 novembre 1964 presso il Carmelo di Brescia pag - 10

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dall'Osservatore Romano del 2 agosto 1998 pagina 5 pag - 11

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INTRODUZIONE M issionaria della gioia: così si definiva suor Tarcisia del Ss.mo Sacramento e dello Spirito Santo (1919-2004). Migliore termine non poteva essere scelto per sintetizzare in poche parole una vita spesa per Cristo all’interno dell’Ordine delle Carmelitane scalze. Suor Tarcisia nacque in provincia di Bergamo, a Sarnico, un paese. Visse un’infanzia e una giovinezza come quelle di tante altre sue compagne del tempo, fino a quando non si lasciò sedurre dall’incontro con Cristo. Dopo un lungo percorso e una profonda maturazione spirituale, a 27 anni entrò nel monastero delle Carmelitane scalze di Brescia. Quello che poteva apparire come un approdo definitivo, invece si rivelò un trampolino di lancio per un’esperienza missionaria che la condusse a vivere una parte dell’esistenza nei luoghi che videro il sorgere dell’Ordine, sul Monte Carmelo in Terra Santa. La giovane che, piena di entusiasmo era entrata in clausura, si ritrovò così a seguire il vento dello Spirito che la invitava alle sorgenti della spiritualità. E con grande fiducia suor Tarcisia si abbandonò alla volontà divina che la chiamava a seguire l’esempio di Maria e dei primi eremiti del Carmelo. Si trovò così di fronte a un’avventura dello spirito che la inserì in un contesto per lei del tutto nuovo e alla quale non era molto preparata: basti pensare alla difficoltà di imparare una lingua straniera come il francese, necessaria per comunicare con le altre consorelle. Ma suor Tarcisia non era certo una donna da arrendersi di fronte alle difficoltà, anzi davanti agli ostacoli tirava fuori una grinta da far invidia agli atleti. Il suo temperamento vivace, allegro, naturalmente tendente alla cordialità e all’ilarità, le permise di superare i problemi e di compensare eventuali deficit. pag - 12

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Se vi è un tratto caratteristico di questa monaca è la sua genuina apertura agli altri e alla gioia. Bastava vederla parlare, muoversi, camminare, per rendersi conto che era una creatura limpida, senza infingimenti, schietta. Quello che le passava nel cuore lo si leggeva nel suo comportamento. Era una donna che non aveva bisogno di esprimersi a parole, perché il suo atteggiamento rivelava il suo intimo, senza altri indugi. Suor Tarcisia non è certamente il modello della monaca di clausura che una certa mentalità considera come standard: era l’opposto dell’austerità fine a se stessa, della perfetta devota senza collegamento con la vita, della repressione e della mortificazione solo per esercizio ascetico. La sua era una spiritualità vissuta nel quotidiano, al servizio delle consorelle e di tutti i fratelli del mondo, aperta alle sollecitazioni dello Spirito che hanno trovato in lei un fertile terreno. La gioia, il canto, la danza facevano parte del suo modo di esprimere l’unione con Cristo. Tutta se stessa era coinvolta nel rendere lode a Dio, con il corpo e con l’anima. Quella sua vivacità incontenibile, che talvolta la rendeva una vera e propria bambina davanti agli occhi delle consorelle, fu uno degli aspetti che più colpirono l’attenzione di quanti la conobbero. La bambina di Dio venne definita. Per il suo modo di porsi davanti a Dio, per quelle sue espressioni spontanee, semplici, limpide, per quel suo atteggiamento disarmante e schietto con il quale instaurava i rapporti con gli altri, per la grande disponibilità a donarsi e a non tirarsi mai indietro quando qualcuno era nel bisogno. Come tutti i bambini non accettava le mezze misure e in lei non veniva mai meno la speranza. La sua disponibilità ad accogliere la grazia di Dio era proporzionale alla sua donazione al prossimo. Più si avvicinava a Dio, più si metteva al servizio dei fratelli. La sua carità era giunta a un punto tale che precorreva i bisogni degli altri andando loro incontro prima di una richiesta esplicita. Quante volte le sue consorelle la trovavano, di sera, intenta a pulire il refettorio o il coro, mentre le altre si erano già ritirate in cella. In quante occasioni, si rese disponibile a svolgere dei compiti faticosi o difficili, semplicemente offrendo alla superiora il suo aiuto. D’altro lato, la vita di suor Tarcisia nel monastero si svolse sempre all’insegna della preghiera unita al lavoro manuale. Una donna così piena di energia, così vigorosa e in buona salute, non poteva certamente rimanere inerme, doveva esprimere la sua vitalità in qualche modo. E le priore che si succedettero alla guida del monastero trovarono in lei la persona adatta a cui affidare gli incarichi più pesanti. Fu soprattutto, addetta all’orto e all’allevamento delle bestie da cortile. Da lei dipendeva anche il sostentamento della comunità. Con il suo sudore e il suo lavoro contribuì a sfamare le consorelle. E il clima e il terreno che trovò sul Monte Carmelo non erano certo simili a quelli lasciati nella verde Brescia. Quante fatiche e quante sofferenze dovette affrontare per irrigare la terra, riparare i germogli dagli uccelli e dal sole cocente, in un Paese dove la mancanza d’acqua è cronica. pag - 13

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Perché affrontò tutti questi disagi e queste sofferenze scegliendo di partire per il Monte Carmelo? Cosa la indusse a rendersi disponibile a spostarsi per aiutare la comunità del Monte Carmelo allora in difficoltà? Innanzitutto, la formazione ricevuta. Non sarebbe bastata la sua personale propensione al donarsi se non fosse stato dato un impulso missionario alla comunità bresciana in cui viveva. Infatti, la priora, Madre Teresa di Gesù, aveva impresso nelle sue consorelle un grande spirito missionario, un desiderio ardente di portare il Vangelo agli estremi confini della terra e di piantare il seme teresiano in nazioni che ancora non conoscevano il Cristo. La comunità era giovane e rispose positivamente alle sollecitudini della priora. Suor Tarcisia era cresciuta a questa scuola di donazione e di attitudine pronta al sacrificio per amore di Cristo. Così, quando le capitò la possibilità di soddisfare il suo anelito a portare il Vangelo in altri Paesi e ad altri popoli, non si lasciò sfuggire l’occasione. Partì piena di entusiasmo e di fiducia in Dio e si mise a disposizione della nuova comunità carmelitana in Terra Santa. Non si potrebbe comprendere questo suo atteggiamento di completo abbandono in Dio senza considerare il suo desiderio di contraccambiare l’amore di Cristo. Il suo Sposo la chiamava e lei non si tirò indietro, anzi, fu pronta nella risposta e nell’assecondare quanto sentiva come volere divino. Tutta la sua vita non fu altro che un colloquio amoroso con Cristo. Senza considerare questo aspetto fondamentale della sua esistenza non si può comprendere chi sia stata suor Tarcisia. Il grande amore che nutriva per Gesù era il motore della sua anima: senza questa fiamma non vi sarebbe stata la bambina di Dio che abbiamo conosciuto. È lei stessa a rivelarlo in suo scritto: “L’amore del Signore è la mia sola e unica gioia! Sono felice del mio Dio e sempre lo sono stata. Quanto ho amato sentirmi e vedermi tanto povera e veder Lui così meravigliosamente santo, amabile, dolcissimo e misericordioso. Che dire di Gesù? Il mio solo tesoro che possa offrire al Padre per potergli dare tanta gioia e gloria infinite ad ogni battito del mio cuore”. Gesù era il suo unico tesoro. Risuonano in questo modo le parole di Santa Teresa di Lisieux, il modello a cui suor Tarcisia guardò per realizzare la sua vocazione di contemplativa. Dalla Patrona delle missioni imparò a farsi piccola per poter entrare nel Cuore di Dio, ad abbandonarsi tra le braccia del Padre, a non temere di ardire troppo, a non scoraggiarsi mai, a fidarsi di Gesù. Santa Teresina divenne così la sua sorella più cara, l’amica del cuore a cui confidare tutte le sue aspirazioni e le sue pene. Soprattutto, divenne il modello per raggiungere la santità al servizio di Dio e della Chiesa, inserita all’interno del Carmelo. La “Storia di un’anima” fu per lei come la bussola per orientarsi nel cammino alla ricerca di Dio, in compagnia di una sorella maggiore nella fede. Tra i suoi modelli di santità, il primo, il fondamentale, era sicuramente quello della Vergine Maria. A Lei ricondusse tutta la sua vita, a lei affidò la sua salvezza e la sua pag - 14

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