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colline pavese

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FGE S.r.l. - Reg. Rivelle, 7/F - 14050 Moasca (AT) - Trimestrale - Anno 38 n° 143

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I O S I V AV M ANTE T R O P A RI O T T I LE R T S I NO UN CONTRIBUTO PER MANTENERE VIVA UNA VOCE FGE S.r.l. - Reg. San Giovanni, 40 - 14053 Canelli (AT) - Trimestrale - Anno 37 n° 140 7/F - 14050 Moasca (AT) - Trimestrale - Anno 38 n° 141 FGE S.r.l. - Reg. Rivelle, FGE S.r.l. - Reg. Rivelle, 7/F - 14050 Moasca (AT) - Trimestrale - Anno 38 n° 142 Cari lettori, la rivista Le Colline di Pavese è diventata negli anni la voce di questo territorio, di cui sottolinea le peculiarità e le problematiche. Costituisce nel contempo un ponte ideale con i santostefanesi lontani e con i sempre più numerosi cultori pavesiani italiani e stranieri. Il legame indissolubile con questi ultimi è comprovato dalla rilevanza raggiunta dalle varie iniziative in memoria del grande scrittore e dall’Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo. Il mantenimento e l’ulteriore incremento delle attività, in particolare la pubblicazione della rivista, dipendono, però, dalle risorse (sempre più ridotte) a disposizione. Facciamo pertanto appello ad aderire al sodalizio, mediante il versamento di una delle quote associative a fianco indicate, o, in alternativa, di un piccolo contributo nella convinzione che tante piccole gocce fanno un grande fiume. Per continuare, pertanto, a ricevere la nostra testata, chiediamo la cortesia di esprimere il consenso, compilando la seguente scheda. Il Cepam ringrazia per l’attenzione e augura Buona lettura! Il Presidente Luigi Gatti Restituire a mezzo posta oppure e-mail: info@centropavesiano-cepam.it T Sì, desidero ricevere “LE COLLINE DI PAVESE” per l’anno 2014 Prego indirizzare la rivista a: Cognome Indirizzo Cap Tel. P.IVA o Cod. Fisc. VERSO LA QUOTA DI † 100 € (socio benemerito) † 50 € (socio sostenitore) † 30 € (socio ordinario) † Altro Città Fax Mail Prov Nome A MEZZO: † vaglia postale - assegno circolare o bancario intestato a CEPAM † versamento C/C postale nr. 10614121 † bonifico bancario presso UBI Banca Regionale Europea - IBAN IT32Y0690646840000000004317 Acconsento al trattamento dei miei dati personali ai fini sopra indicati. Firma FGE S.r.l. - Reg. Rivelle, 7/F - 14050 Moasca (AT) - Trimestrale - Anno 38 n° 143

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ANNO 38, N. 143 LUGLIO 2014 Moncucco. la collina dei “mari del Sud” di Pierre Tchakhotine TESSERAMENTO 2 0 1 4 Iscriviti o rinnova la tua adesione, per sostenere le varie iniziative del sodalizio e per contribuire a mantenere in vita la voce de “LE COLLINE DI PAVESE” Modalità: versamento sul C/C n. 10614121 o con vaglia postale intestato a: CEPAM - Via Cesare Pavese 20 12058 S. Stefano Belbo SOCIO: ORDINARIO SOSTENITORE BENEMERITO € 30 € 50 € 100 Via Pavese 20 - 12058 S. Stefano Belbo (CN) Tel. 0141/844942 - Aut. Trib. Alba n. 376 del 29/4/78 - Direttore: Luigi Gatti Responsabile: Luigi Sugliano - Redazione: L. Bussetti Calzato, G. Brandone, F. Penna, F. Zampicinini Foto: Olivieri, Scaletta - Tassa pagata Taxe perçue - Abbonamento postale - Abbonement postel 14050 MOASCA - FGE S.r.l. Concessionaria esclusiva per la pubblicità su questa rivista: IMAGE ADVERTISING di Piero Carosso Tel. 0141 843908 - Fax 0141 840794 - Santo Stefano Belbo (CN) S O M M M A R I O 2 4 8 Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo Pavese, Fenoglio e “la dialettica dei tre presenti” di Antonio Catalfamo “Il mio mestiere e di trasformare tutto in poesia” L’epistolario di Cesare Pavese di Francesco De Napoli Visite guidate e iniziative dedicate a Pavese e al ricordo dell’alluvione del 1994 Monumenti aperti a Santo Stefano Belbo di Barbara Gatti 10 In Friuli una delegazione del comune piemontese Casarsa della Delizia e Santo Stefano Belbo uniti nel nome di Pasolini e Pavese di Pierluigi Vaccaneo 12 14 16 19 Diario di una vacanza al mare del quattordicenne Pavese Dodici giorni al mare di Franco Lorizio - Anno 38 n° 143 - 14050 Moasca (AT) - Trimestrale Un insigne intellettuale “prestato” alla scuola Augusto Monti. Ossia l’arte di insegnare di Giovanni Giosuè Chiesura FGE S.r.l. - Reg. Rivelle, 7/F Ieri e oggi Coesione e frammentazione di Pasquale Briscolini Nacque a Castelnuovo Calcea (AT) nel 1802 e morì a Minusio, presso Locarno, nel 1866 Angelo Brofferio: una spina nel fianco di Cavour di Sergio Rapetti 22 24 Casa Pavese 3 – 22 maggio 2014- Pittura e poesia nelle opere di Pippo Leocata di Marvi del Pozzo I “digital works” di bucciarelli&miglio: un felice incontro d’arte tra tecnologia e natura La danza delle pietre di fiume dorate di Franco Fabiano 25 26 27 Due mostre a Torino per ricordare l’artista Ottavio Mazzonis di Gian Giorgio Massara L’angolo del racconto Oggi è tutto digitale di Luciana Bussetti Calzato Le attività del CE. PA. M. Il premio “Il vino nella letteratura,nell’arte, nella musica e nel cinema” è giunto alla tredicesima edizione di Elena Bartone 32 35 37 Letterati piemontesi dell’Ottocento Il barone Gaudenzio Claretta di Fanco Zampicinini Testimonianze di una tradizione musicale che si tramanda da 110 anni Storia delle bande musicali di Santo Stefano Belbo di Luciano Colla Occasioni di lettura “Oltre le Colonne d’Ercole” di Lorenzo Bracco e Dario Voltolini è stato presentato al premio Strega 2014 da Daria Bignardi e Paolo di Stefano di Giovanna Pettinari 39 42 44 45 Uno sport antico con solide radici piemontesi Appunti di viaggio nel balon. La leggenda di Gepot di Bergolo di Nino Piana A Milano, e non solo, orecchini, collane, ciondoli, gemelli. I gioielli di Carolina Ravarini di Giovanna Romanelli Piante medicinali ed alimentari La margheritina di Luciana Bussetti Calzato Memorie langarole Quella strana età chiamata adolescenza di Maria Luisa Brovia

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“Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo” Uscito il quattordicesimo volume di saggi internazionali Pavese, Fenoglio e “la dialettica dei tre presenti” Antonio Catalfamo Anche quest’anno l’«Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo» ha mantenuto la promessa. A fine maggio, ha pubblicato, nell’ambito dei Quaderni del CE.PA.M., il nuovo volume di saggi internazionali dedicati a Cesare Pavese: il quattordicesimo della serie. Si tratta di un’impresa ardua, che non ha eguali a livello mondiale. Ogni volume, uscito a rigorosa cadenza annuale, è costituito da non meno di 200 pagine. Possiamo dire, senza tema di smentite, che l’opera e il pensiero di Cesare Pavese sono stati analizzati da tutti i punti di vista. Un lavoro critico enorme, che ha impegnato docenti universitari e critici di chiara fama che operano in ogni continente, dai Paesi di tradizionale presenza della cultura italiana (Europa occidentale, Stati Uniti, America latina) al Vietnam, al Sudafrica, ai Paesi dell’Est europeo: Russia, Polonia, Romania, Croazia, Slovenia, Macedonia. Ogni angolo della Terra, ove l’opera di Pavese è stata tradotta e studiata, è stato raggiunto. Solo per pochi autori del nostro Novecento – o forse per nessuno – è stato fatto tanto. Un’impresa immane, che ha richiamato l’attenzione ed ha suscitato l’ammirazione dei grandi mass-media, come l’«Herald Tribune», nella sua edizione internazionale, che, qualche anno fa, ha mandato a Santo Stefano Belbo un suo inviato affinché raccontasse ai lettori di tutto il mondo il lavoro che il CE.PA.M. e l’«Osservatorio permanente» hanno dedicato a Cesare Pavese, a questo territorio tra Langhe e Monferrato, che ha ispirato grandi scrittori, come Pavese, ma anche come Beppe Fenoglio e Davide Lajolo. E l’«Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo», operante all’interno del CE.PA.M., con sede nella casa natale di Cesare Pavese, a Santo Stefano Belbo, ha voluto e saputo coniugare, per l’appunto, la dimensione internazionale e quella locale. Ha condotto uno studio «intertestuale» tra l’opera di Pavese e quella di Lajolo e di Fenoglio, ha analizzato il rapporto di questi tre scrittori con il loro territorio di riferimento. E lo ha fatto in maniera interdisciplinare, vedendo il fatto letterario nei suoi stretti legami con altre discipline, come la sociologia, la geografia umana, l’antropologia, l’etnologia, la psicanalisi. Ha analizzato il «microcosmo» delle Langhe e del Monferrato come rappresentativo del «macrocosmo», del più ampio contesto umano, portatore di valori universali, che vanno al di là delle determinazioni spaziotemporali. Il quattordicesimo volume è il punto di arrivo di questo lungo, faticoso, ma entusiasmante itinerario. Già il titolo è indi- cativo in se stesso: Pavese, Fenoglio e «la dialettica dei tre presenti. In esso si parla di Pavese, ma anche di Fenoglio. Già Davide Lajolo, il comandante «Ulisse» della guerra partigiana, nel 1970, in un prezioso saggio critico1, purtroppo oggi sottovalutato, aveva fissato alcuni paletti per un’analisi «intertestuale» tra le opere dei due grandi scrittori. Antonio Catalfamo, coordinatore dell’ «Osservatorio permanente», sin dalla fondazione, nel 2001, e curatore del presente volume, così come di tutti i precedenti, nel suo saggio d’apertura, ha voluto prendere le mosse dal libro di Lajolo, per approfondire il discorso comparativo da lui avviato. Ha analizzato il rapporto diverso che Pavese e Fenoglio hanno instaurato, sia come uomini sia come scrittori, con il loro territorio. In Fenoglio prevale la dimensione realista, un crudo realismo che rappresenta un mondo contadino in preda alla «malora», una sorta di maledizione che fa soffrire da secoli i contadini e non dà ad essi alcuna speranza di riscatto. In Pavese la dimensione realistica si combina con quella mitica. Il merito di Antonio Catalfamo è stato quello di aver analizzato il mito in tutta la sua complessità, individuando, accanto alla sua componente «regressiva», quella «progressiva». Per questo, attingendo alla definizione di un grande latinista come Concetto Marchesi, ha parlato di «dialettica dei tre presenti»: ciò che fu è e sarà. Il passato serve a capire il presente e a creare il futuro. C’è in Pavese questa dimensione del cambiamento, questa capacità di non perdersi nei labirinti del mito e di utilizzare le conoscenze del passato e del presente per cambiare la società, per costruire una società più giusta di uomini liberi ed eguali. Anche lo studio del mondo classico, da parte di Pavese, non è un semplice esercizio intellettualistico o di mera erudizione. Come ha ben osservato Mario Untersteiner2, nei Dialoghi con Leucò, l’opera «mitica» per eccellenza, Pavese apparentemente parla di dei ed eroi, ma in realtà affronta i problemi eterni che affliggono gli uomini. L’impostazione di Antonio Catalfamo trova un’autorevole conferma nella testimonianza di Franco Ferrarotti, padre fondatore della Sociologia italiana del secondo dopoguerra, nato nel vercellese, amico di Pavese, suo confidente nel periodo 2

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“Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo” di esilio volontario trascorso dallo scrittore tra Serralunga di Crea e Casale Monferrato, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, successivamente collaboratore della casa editrice Einaudi e sostenitore delle idee innovative portate avanti da Pavese, in particolare – ma non solo – attraverso l’ormai famosa «collana viola». Ferrarotti rievoca, col suo stile di grande narratore, un incontro conviviale, avuto nel 1948, al tavolo della Mora, auspice Geno Pampaloni, con Beppe Fenoglio, che gli manifestò, in quell’occasione, tutto il suo pessimismo sulla condizione umana, persino sugli esiti della Resistenza. Ferrarotti, in una precedente testimonianza, ospitata nel dodicesimo volume edito dall’«Osservatorio permanente»3, ha smentito l’immagine, offerta dagli studiosi «revisionisti», di un Pavese pavido, eterno fanciullo, che sfugge costantemente alle sue responsabilità di uomo. L’illustre accademico racconta, infatti, che assieme, durante le lunghe passeggiate per raggiungere il Santuario di Crea, passando tra due file di soldati tedeschi, cantavano, in segno di sfida, i versi di Goethe del Chorus mysticus, quelli che chiudono il Faust, per contrapporre alla disumanità di quei criminali in divisa l’umanità dell’immortale cultura tedesca, che affratella i popoli, non mira ad annientarli. Di Pavese scrittore impegnato ci parla nel suo saggio Thomas Stauder, professore di Letteratura italiana all’Università tedesca di Augusta, il quale, passando in rassegna con acribia filologica l’opera poetica pavesiana, dimostra come da essa emerga l’ideologia comunista dell’autore, che non rinuncia ai propri ideali neanche quando è costretto a dissimularli. Tutto il volume oscilla tra la classicità e la modernità di Pavese. Eleonora Cavallini, docente di Letteratura greca all’Università di Bologna-Ravenna, analizza i riverberi di versi saffici in uno dei Dialoghi con Leucò pavesiani: Schiuma d’onda. Alberto Borghini, antropologo presso il Politecnico di Torino, assieme ai suoi collaboratori, Mario Seita e Francesca de Carlo, prosegue nel suo lavoro, intrapreso nei precedenti volumi, di inserimento delle opere pavesiane in una modellizzazione classica, ma anche in modelli tratti dalle tradizioni popolari piemontesi, ad ulteriore conferma del rapporto dello scrittore con il suo territorio e con la cultura di cui esso è depositario. José Manuel de Vasconcelos, autorevole scrittore portoghese, offre una lettura dei Dialoghi con Leucò anch’essa oscillante tra classicità e modernità, in funzione degli orrori della seconda guerra mondiale. Gli dei «pre-olimpici», presenti nei Dialoghi di Pavese, sono avidi di sangue, richiedono sacrifici umani, oppongono l’irrazionalità all’ordine razionale imposto dagli dei «olimpici». E il sonno della ragione ha, per l’appunto, generato le mostruosità perpetrate dai nazisti nei campi di sterminio. Anche Tim Parks, docente inglese presso l’Università IULM di Milano, individua tracce degli eterni problemi umani nell’opera pavesiana. Si sofferma segnatamente sul problema sessuale, così complesso e controverso, che afflisse lo scrittore langarolo, affacciando nuove ed originali ipotesi interpretative. José Abad, docente di Lingua e Letteratura italiana presso l’Università di Granada, conduce un’analisi «intertestuale» tra Pavese e il poeta spagnolo Javier Jurado Molina, con riferimento, soprattutto, al tema del suicidio. Irena Prosenc Šegula, che insegna Letteratura italiana all’Università di Lubiana, in Slovenia, dimostra, nel suo saggio, come gli strumenti della «narratologia», applicati all’opera di Pavese, si possano utilizzare senza ripetere in maniera pedissequa schemi precostituiti. Questo quattordicesimo volume pavesiamo conferma, in conclusione, l’alto profilo degli studi compiuti, in tutti questi anni, dall’«Osservatorio permanente», che, perciò, meritano di essere continuati. AA.VV., Pavese, Fenoglio e «la dialettica dei tre presenti». Quattordicesima rassegna di saggi internazionali di critica pavesiana, a cura di Antonio Catalfamo, I Quaderni del CE.PA.M. – Cooperativa Universitaria Editrice Catanese di Magistero, Catania, 2014, pp. 200, euro 15,00. NOTE 1. Davide Lajolo, Pavese e Fenoglio, Vallecchi editore, Firenze, 1970. 2. Mario Untersteiner, Dialoghi con Leucò, in «L’educazione politica», a. I, fasc. 1112, novembre-dicembre 1947, pp. 344-346. 3 Franco Ferrarotti, Con Cesare Pavese al Santuario di Crea, in AA. VV., Cesare Pavese, un greco del nostro tempo. Dodicesima rassegna di saggi internazionali di critica pavesiana, a cura di Antonio Catalfamo, I Quaderni del CE.PA.M. – Cooperativa Universitaria Editrice Catanese di Magistero, Catania, 2012, pp. 59-64. CENTRO PAVESIANO MUSEO CASA NATALE Il CE.PA.M. è una associazione senza fini di lucro con sede nella casa natale dello scrittore Cesare Pavese. Costituito nel 1976, ha tra i suoi compiti statutari prioritari la promozione e lo sviluppo culturale e socioeconomico del territorio. LE ATTIVITÀ • pubblica la rivista “Le colline di Pavese” • organizza il premio Pavese: letterario, di pittura e di scultura • promuove l’Osservatorio Permanente sugli studi pavesiani nel mondo • cura l’allestimento di mostre personali e collettive di pittura, scultura e fotografia • pubblica i quaderni del CE.PA.M. ad integrazione delle tematiche trattate su “Le Colline di Pavese” • organizza il Premio Letterario “Il vino nella letteratura, nell’arte, nella musica e nel cinema” e la collettiva d’arte “Dioniso a zonzo tra vigne e cantine” • organizza il “Moscato d’Asti nuovo in festa” (8 dicembre), una manifestazione legata strettamente all’economia del territorio. CE.PA.M. · Via C. Pavese, 20 · 12058 S. Stefano Belbo (CN) Tel. 0141 844942 - www.centropavesiano-cepam.it info@centropavesiano-cepam.it 3

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“Il mio mestiere è di trasformare tutto in poesia” L’epistolario di Cesare Pavese (1a parte) Francesco De Napoli Un serio tentativo di ricognizione dell’enorme quantità di lettere e documenti appartenenti all’Epistolario di Cesare Pavese deve, necessariamente, porsi degli obiettivi e dei limiti precisi. Diversamente, uno studio che abbia pretese di completezza, ovvero a trecentosessanta gradi, si presenterebbe talmente ampio ed approfondito (probabilmente, anche dispersivo), da richiedere un lavoro immane, per estensione non inferiore a quello dello sterminato carteggio pavesiano, con una mole di migliaia di pagine. In questa sede, è nostro intendimento compiere una carrellata, succinta ma compendiosa, sui motivi più frequenti e ricorrenti – ricostruiti attraverso le lettere - nell’elaborazione poetica e concettuale dell’iter pavesiano con una particolare attenzione per le sue traversie di natura sentimentale, cercando altresì di rilevare come, diversamente da quel che si continua a scrivere, Pavese fu un uomo ed un intellettuale fortemente presente, volitivo e impegnato: intendiamo dire lucido, pragmatico, consapevole e disincantato, a tratti (quando necessario), anche estremamente vigoroso e “decisionista”. Non un decadente visionario, insomma, al di là dell’arcinota “concezione mitica”, né un inguaribile sentimentale o un patetico misantropo. A noi interessano, in pratica, gli aspetti salienti della personalità dell’uomo/poeta Pavese, la sua affascinante forma mentis di studioso innovativo e coerente nelle scelte di fondo, così come affiora per intero dal corpus delle lettere che ne fa, indiscutibilmente, un unicum: una incredibile e spassionata miniera di idee, progetti, giudizi, slanci, affetti, amicizie, rivalità, ecc., che ha pochi eguali nella letteratura del Novecento. Il primo passo da compiere riguarda una lettura attenta dei due introvabili volumi delle “Lettere” di Cesare Pavese, editi da Einaudi entrambi nel 1966 e mai più ristampati. Il primo, Lettere 1924-1944, a cura di Lorenzo Mondo1; il secondo, Lettere 1945-1950, a cura di Italo Calvino2. L’improba fatica a cui Lorenzo Mondo si sottopose alla metà degli anni Sessanta abbraccia il ventennio dell’esistenza del giovane Pavese che corrisponde, all’incirca, alla durata della dittatura fascista, un periodo che vide Pavese sedicenne studente liceale (1924), fino alle tribolazioni e al calvario della sin troppo luttuosamente lenta agonia del regime (1944). È necessario ripercorrere, in rapida sintesi, i delicati anni della prima infanzia e dell’adolescenza di Cesare Pavese. La sua famiglia risiedeva normalmente a Torino, dove il padre Eugenio era cancelliere del Tribunale. Nell’estate del 1908, questi pensò che alla gravidanza della moglie, Consolina Mesturini, avrebbe giovato il clima agreste e salubre di Santo Stefano Belbo, dove essi possedevano una casa con ampio giardino. Cesare nacque nelle campagne delle Langhe, il 9 settembre di quell’anno. Rientrata a Torino, la famiglia continuò a recarsi a Santo Stefano ogni anno, nel corso delle vacanze estive. Il futuro poeta aveva sei anni quando, nel 1914, la sorella Maria contrasse il tifo. Per precauzione, al fratellino fu imposto di rimanere a Santo Stefano per un intero anno, lontano dalla sorella ammalata: fu lì che Cesare frequentò la prima elementare. Intanto, proprio in quell’anno venne a mancare il padre, colpito da un tumore al cervello. Cesare concluse le elementari a Torino, presso l’Istituto privato “Trombetta”, quindi passò ai Padri Gesuiti per il triennio del Ginnasio inferiore, mentre per il biennio superiore s’iscrisse alla scuola pubblica “Cavour”, sezione moderna, i cui programmi escludevano lo studio del greco: una lacuna che Pavese avvertirà pesantemente negli anni della maturità. Al “Cavour”, divenne compagno di studi e di giochi di Mario Sturani, di due anni maggiore d’età, un ragazzo che Lorenzo Mondo, nella sua recente e preziosa biografia “Quell’antico ragazzo. Vita di Cesare Pavese”3, descrive dotato d’una “allegra spavalderia”, utile per bilanciare gli “impacci e le esitazioni” di Pavese, sul cui carattere e sulla cui formazione certamente influì la mancanza della rassicurante figura paterna. La prima lettera giunta fino a noi (non datata) risulta essere quella che Pavese inviò a Sturani al suo nuovo domicilio di Monza, in risposta ad una missiva del 4 novembre 1924. L’amico di Pavese, infatti, essendo appassionato di pittura, dopo il primo anno trascorso al Cavour s’era trasferito a Monza per seguire i corsi dell’Istituto Superiore d’Arte Decorativa. La lettera, pubblicata per la prima volta da Davide Lajolo in “Il vizio assurdo” 4, offre un campionario completo dei principali motivi ispiratori in nuce – complessi e contraddittori – della poetica pavesiana: impegno e insoddisfazione, determinazione e insicurezza, sofferenza e speranza, slancio e malinconia, il tutto accompagnato da idee straordinariamente chiare circa la funzione della poesia, con valutazioni critiche ed esegetiche assai rare per un giovane della sua età. Scrive Pavese: “Passando intanto alla filosofia, tu dici «Essa (la poesia) è il 4

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“Il mio mestiere è di trasformare tutto in poesia” sentimento della bellezza». Non solo. Essa è il sentimento di tutto, del bello del brutto, del buono del cattivo, del giusto del falso, di quel contrasto tra bene e male che è la vita. (…) La poesia è dappertutto. Un qualunque sentimento è poesia. E questo dono divino è l’unica cosa veramente nostra, poiché la scienza è, sotto un certo aspetto, una realtà fuori di noi, è di tutti o di nessuno. E poi, infine, anche chi si rivolge alla scienza, è per un sentimento che ve l’attira. Che ti piaccia la vita, proviene da un sentimento.” Nelle successive lettere a Sturani, Pavese continua a riflettere, con una maturità quasi “senile”, sulle conseguenze - diremmo - nichilistiche d’una concezione materialistica dell’esistenza. Scrive, infatti, il 21 febbraio 1925: “Il pensiero mi s’è stagnato. Una volta giunti al materialismo non c’è più da andare innanzi: tutto rovina, non resta più che cercare il mero piacere per il piacere. E a questo non mi so risolvere.” Qualche giorno dopo, rispondendo ad una missiva dell’amico, Pavese mostra la capacità di alternare, dominando un certo pessimismo, stati d’animo di soddisfazione con altri di ansia e di malessere: “Sono sempre in fermento, anche, anzi allora più che mai, quando sono disperato.” Giungiamo così al novembre del ’25. Pavese confessa all’amico una “trasformazione dalla malinconia accademica al dolore operoso”, aggiungendo che nulla gli “dà il maggior brivido che pensare alla magnifica solitudine dei genii.” La lettera si chiude con versi sconsolati scritti “in un mattino pieno di vita”: il pensiero che, un giorno, anch’egli dovrà “lasciare questa terra” rende il suo animo colmo d’angoscia e d’affanni, e gli fa gridare: “Oh, conoscessi un Dio, / così vorrei pregarlo (…)”. Le tematiche esistenziali vengono approfondite nella lettera del 10 dicembre 1925. Dopo aver riflettuto sulla circostanza che “nella vita, in tutte le nostre azioni, anche nei sacrifici, noi cerchiamo il piacere di noi stessi, la nostra soddisfazione”, Pavese s’interroga - chiedendo un responso a Sturani - perché mai dovremmo “svillaneggiare”, alla maniera di certi futuristi, quel passato che merita, invece, d’essere “rivissuto” attraverso le forme artistiche che mossero i sentimenti e la creatività di quanti ci hanno preceduti? Sono concetti ripetuti ed ampliati in altri documenti, ad esempio in un autografo pavesiano conservato da Tullio Pinelli, che per un triennio era stato suo compagno di classe al Liceo D’Azeglio. Nel testo, risalente al periodo 1925-’26, Pavese, nell’elogiare la poesia di Walt Whitman, ribadisce a Pinelli la propria convinzione che “un momento non nega il passato. (…) tutto il passato è riassunto nella vita presente e i vivi debbono rielaborare la vita, dando la loro impronta presente”. L’esaltazione della “forza” e dell’“azione” in forme quasi primordiali e istintive, tipiche di Whitman, sembra trasmettere a Pavese un certo entusiasmo e una voglia di vivere che tuttavia traggono alimento unicamente dalla pagina scritta, e non dall’esistenza in sé. Il 4 febbraio 1926, Pavese, ammalato, detta alla sorella Maria l’ennesima lettera per Sturani. Si direbbe un messaggio interlocutorio e privo di contenuti, scritto unicamente per comunicare all’amico la propria condizione d’infermità; senonché, per la prima volta si manifesta, sia pure di sfuggita, quel “vizio assurdo” che tormenterà il Poeta per l’intera esistenza: “Qui a letto poi ho piuttosto voglia di dormire che non di pensare. Lavora tu che sai; io per me, me ne scappa tutti i giorni di più la voglia, ma quando starò per perderla del tutto mi ammazzerò.” Nell’agosto del ’26, dalla residenza estiva della “Villa Pavese” di Reaglie, il poeta scrive al suo insegnante liceale Augusto Monti, confessando di non limitarsi affatto a scribacchiare e studiare “tutto il santo giorno”, ma di compiere lunghe passeggiate in mezzo alle colline e, soprattutto, d’aver imparato a “frequentare quei tali posti raccomandati da Catone”, ossia i postriboli. Epperò, conclude, il suo vero amore è dato dalla “magia” dei libri, soprattutto quelli di poesia, capaci di “dare una esistenza immortale alla vita” rendendo, in tal modo, viventi secoli di storia. La corrispondenza con i compagni di liceo è inframmezzata da una serie di lettere (di cui, la prima, è datata marzo 1927) a Milly, una misteriosa ballerina esibitasi in uno spettacolo a Torino e della quale il diciannovenne Pavese s’era invaghito. Grazie ai giornali, egli era riuscito a rintracciarla a Roma, dove la compagnia s’era trasferita, ed è lì che le indirizza la speranzosa missiva, nella quale dichiara d’essere rimasto conquistato dall’“immensità” del suo fascino. Inutile dire che Pavese non riceverà alcuna risposta dalla soubrette, così come non otterranno riscontro altri appassionati e ripetuti messaggi, inviati tra il 7 e il 17 settembre 1927, “A una ragazza di Torino” non espressamente nominata, benché raffigurata da Pavese come “sovrumana, altissima e inesprimibile”. Lorenzo Mondo ritiene che si tratti d’una certa “Luty”, come lascerebbe intendere una confidenza fatta in quel periodo a Sturani dallo stesso Pavese. Ad oltre un anno di distanza dalla prima lettera, ossia a partire dall’ottobre ’27, Pavese torna a rivolgersi ad Augusto Monti, innanzitutto per un parere su una “disputa teologica” avuta con Tullio Pinelli, allorché Pavese aveva difeso con l’amico il già professato ed umile “non so nulla”. Nella successiva lettera del 18 maggio 1928, Pavese contesta al professore liceale l’idea che “il capolavoro verrà fuori da sé”, a condizione che si viva “il più intensamente e profondamente possibile una qualunque vita reale”. Con straordinaria maturità e adesione alle elaborazioni più valide e attuali del sapere e della cultura, Pavese, afferma l’esatto contrario: “l’arte vuole un tal lungo travaglio e macerazione dello spirito, un tale incessante calvario di tentativi che per lo più falliscono, prima di giungere al capolavoro, che si potrebbe piuttosto classificarla tra le attività anti-naturali dell’uomo.” E aggiunge: “Sana è in sé l’opera d’arte veramente buona” con riferimento alla “rispondenza delle sue diverse parti” - ossia alla forma e al valore estetico -, ma non per questo devono essere “ugualmente sani il contenuto dell’opera e l’anima del creatore”. L’epistolario pavesiano trabocca di meditazioni critico-estetiche, come quando, il 14 luglio ’28, rimprovera Carluccio Pinelli, fratello di Tullio: all’artista non è concesso “far vita spensierata”, perché anche nel divertirsi egli deve sempre es- 5

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“Il mio mestiere è di trasformare tutto in poesia” sere presente a se stesso nel “cogliere, analizzare o sintetizzare (…) tutti i minimi moti del proprio spirito e i sentimenti e le idee e tutto il resto. Fare insomma l’introspezione. E continuamente paragonarne i risultati ai propri mezzi d’arte.” Lo stile delle missive si presenta non di rado nervoso ed insofferente, e potrebbe addirittura apparire “pedante” e “professorale”: ma questa non è che un’impressione superficiale e parziale, che cozza contro la sostanza assolutamente controcorrente delle argomentazioni pavesiane. È lecito arguire che Pavese avesse radicato talmente a fondo, dentro di sé, la portata innovativa di certe sue convinzioni sulla letteratura e sull’arte, da esternarle agli interlocutori con un’aria talmente risoluta e seccata da mostrarsi, a sua volta, saccente e beffarda. Al fondo di tutto ciò, sicuramente c’era una ragguardevole componente d’ingenuità, che la passione per le Lettere - accompagnata, nell’età giovanile, da un incontenibile entusiasmo - spingeva ad esternare con le persone più vicine e più care, condividendo con esse le considerazioni più intime, i risultati più rilevanti raggiunti, in particolare nel disquisire di letteratura anglosassone e nord-americana: i nomi più ricorrenti, negli scritti di questo periodo, sono quelli di Whitman, Lewis, Anderson e Melville, ma anche di classici come Poe, London, Kipling, Shakespeare, Goethe, Heine, Dumas, Ibsen, Hugo, ecc. A cotanta “sicumera” mostrata nel disquisire di cultura, faceva da contraltare un improvviso, terribile senso d’incertezza, d’amarezza, di depressione e di “vuoto” allorché il discorso cadeva sulla vita affettiva e sentimentale. In questi casi, Pavese si presenta ripiegato su se stesso, goffamente confuso, tanto da chiedere aiuto e consiglio agli amici del cuore. A ben vedere, tutto ciò dimostra che Pavese era tutt’altro che un “asociale” come a volte è stato definito: nel suo animo rimaneva sempre presente, nonostante le avversità, una fortissima carica espansiva e comunicativa, una naturale propensione ai rapporti sociali ed umani. Inizia, nell’estate del 1929, la lunga serie degli scambi epistolari con personaggi destinati a diventare anch’essi famosi, come Leone Ginzburg e Massimo Mila - compagni di classe di Norberto Bobbio al “D’Azeglio” -, i quali, avendo un’età inferiore a Pavese, frequentavano sezioni diverse. Anche a costoro, conosciuti nelle circostanze più svariate, il Poeta si rivolge con toni estremamente amichevoli, usando soprannomi, vezzeggiativi ed espressioni abbastanza colorite. A Ginzburg scrive chiamandolo, di volta in volta, “Barboncino”, “Castrone” o “Agenzia Tass” (per via della sua origine ucraina); a Mila indirizza epiteti del tipo “…starai sempre meglio che a fare il fesso in giro con quegli altri fessi”. Interessanti le lettere, scritte in inglese, che Pavese inviò ad Antonio Chiuminatto, un musicista residente nel Wisconsin (Stati Uniti) di origini italiane, che Pavese aveva conosciuto a Torino e dal quale aveva ricevuto brevi lezioni di dizione e di lingua inglese. Nella lettera del 12 gennaio 1930, Pavese, pur non essendosi mai recato in America, espone per la prima volta a Chiuminatto le proprie idee - davvero originali, anzi geniali - in materia di slang: “Lei parla sempre dello slang come di una speciale lingua o dialetto, che esiste di per sé ed è parlato solo in certe occasioni e posti e così via. Ora, io credo, lo slang non è una lingua distinta dall’inglese come per esempio il piemontese dal toscano, cosicché una parola o una frase può essere definita appartenente all’uno o all’altro. Lei dice: questa parola è slang e quest’altra è classica. Ma lo slang è forse altra cosa che il tronco delle nuove parole ed espressioni inglesi, continuamente formate dalla gente che vive, come le lingue di tutti i tempi? Voglio dire, non c’è una linea che possa essere tracciata tra le parole inglesi e quelle dello slang come tra due lingue diverse parlate abitualmente da genti diverse (…). La mia conclusione è dunque che non ci siano uno slang e una lingua classica, ma ci sia una lingua americana formata da una mistura dei due perfettamente fusa.” Nell’intensa e variegata corrispondenza tenuta da Pavese, esiste un documento che indica la sua discesa in campo in qualità di traduttore, ed è la lettera inviata all’Editore Bemporad il 12 marzo 1930. Pavese chiedeva d’essere preso in considerazione nell’ambito del programma di traduzioni varato dall’Editore fiorentino, e suggeriva i nomi di S. Anderson e di S. Lewis tra gli scrittori nord-americani di cui desiderava occuparsi. In una nota Lorenzo Mondo fa notare, per l’appunto, come l’anno seguente sarebbe uscita, presso Bemporad, la prima versione della traduzione pavesiana de “Il nostro signor Wrenn” di Lewis. Sono anni caratterizzati da non irrilevanti soddisfazioni, accanto ad aspettative andate deluse. Dopo aver conseguito la laurea in “belle lettere” nel giugno del ’30 con una dissertazione “Sulla poesia di Walt Whitman”, Pavese tenta, senza successo, di poter accedere alla Columbia University con una borsa di studio o con un incarico di diversa natura, chiedendo l’interessamento di Giuseppe Prezzolini, che in quell’ateneo insegnava letteratura italiana. In compenso, nel gennaio del ’31 Pavese scrive a Federico Gentile, segretario della TrevesTreccani-Tumminelli, dichiarando la piena disponibilità a tradurre il romanzo “Moby Dick” di H. Melville, traduzione che, in realtà, uscirà per i tipi di Frassinelli l’anno seguente. Pubblica, intanto, grazie anche a contatti avuti con Arrigo Cajumi, diversi articoli sulla rivista “Cultura”: su S. Lewis (Novembre ’30); su S. Anderson (Maggio ’31); su “L’Antologia di Spoon River” di Lee Masters (Novembre ’31); su J. Dos Passos (Gennaio-Marzo ‘33), ecc. La collaborazione di Pavese con Frassinelli proseguirà con altre due importanti traduzioni: “Riso nero” di S. Anderson (1932) e “Dedalus” di J. Joyce (1933), mentre, in una lettera del 21 novembre ’32, aveva confidato a Cajumi l’intenzione di tradurre la “Spoon River Anthology”, che tuttavia il “suo” Frassinelli aveva già fatto sapere di non essere disposto a dare alle stampe, poiché la poesia non ha “mercato”. Nel gennaio ’33, Enrico Piceni propone a Pavese di tradurre, per conto di Mondadori, qualche libro di Anderson o Dos Passos. Pavese gli risponde prontamente che alcune opere di Anderson sono già in circolazione con sin “troppo successo”, sicché opterebbe per Dos Passos. Inizia, così, la collaborazione di Pavese con Mondadori, che, in circa un decennio, porterà 6

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“Il mio mestiere è di trasformare tutto in poesia” alla pubblicazione de “Il 42º parallelo” (1934) e “Un mucchio di quattrini” (1938), entrambi di J. Dos Passos, ed inoltre de “Il borgo” (1942) di W. Faulkner. Tramite Leone Ginzburg, che nel marzo del ‘33 era stato arrestato insieme con altri componenti del Movimento “Giustizia e Libertà”, era pervenuto - siamo nell’estate di quell’anno - ad Alberto Carocci, responsabile di “Solaria”, il dattiloscritto della prima raccolta di poesie di Pavese “Lavorare stanca”. A Carocci il Poeta invia una lettera il 30 marzo 1934, chiedendo notizie della silloge e precisando che trattasi di liriche “non rivedute né tutte definitivamente pubblicabili”. Pavese accenna all’“amico” (Ginzburg) in prigione, aggiungendo che a Torino erano “circa una dozzina” gli antifascisti caduti nella rete. Risale al 21 luglio ‘34 l’inizio della corrispondenza - quella a noi pervenuta - con Giulio Einaudi, il quale aveva fondato l’omonima casa editrice assorbendo, tra l’altro, la rivista “La Cultura” fondata da Cesare De Lollis e diretta da Cajumi. Con il cambio di gestione, Einaudi aveva affidato la direzione della rivista a Leone Ginzburg, che tuttavia proprio in quel periodo venne arrestato. Fu sostituito da Pavese, che manterrà l’incarico per circa un anno. Infatti, in seguito ad una perquisizione, era stata ritrovata dai fascisti in casa di Pavese una lettera compromettente di Altiero Spinelli, anch’egli detenuto. La lettera era indirizzata, in realtà, a Tina Pizzardo, la militante comunista di cui Pavese era innamorato e che egli definì, in una poesia, “la donna dalla voce rauca”. Per coprire la donna, Pavese non fece parola dello scambio di persona, anche perché è ragionevole credere che lo stesso Poeta non fosse del tutto estraneo a quelle meritorie cospirazioni antifasciste. Venne condotto dapprima alle Nuove di Torino e quindi a Regina Coeli di Roma. Infine, fu condannato a tre anni di confino a Brancaleone Calabro, dove giunse il 4 agosto 1935. Inutile dire che fu un periodo terribile, fitto di messaggi inviati soprattutto alla sorella Maria. Lo stile è quello tipico pavesiano, brusco e graffiante, reso ancor più tormentato e depresso, anzi inacidito dall’ingiustizia subita e dalla disavventura del confino. “Ho l’asma e voglia di crepare”, scrive a Maria il 2 agosto da Regina Coeli. Appena giunto a Brancaleone, comunica alla sorella d’aver ricevuto un “diluvio di posta”. Invia lettere a Carocci per le incombenze relative alla pubblicazione di “Lavorare stanca” (ivi comprese perplessità e proposte di modifica alle bozze, onde ottenere l’autorizzazione ministeriale) e numerose altre a Maria, chiedendo la spedizione di libri e biancheria. E poi ad Augusto Monti, a Mario Sturani, a Carlo Frassinelli, a Luigi Sini e ad altri conoscenti. A Sturani, in particolare, il 15 dicembre spedisce una lettera tra il risentimento e lo scherno, in cui apre il suo animo, anche se mostrando i lati forse più antipatici: “Mi rimproveri di essere astioso con tutti. Possibile che in dodici anni che ci conosciamo tu non abbia ancora capito un elemento fondamentale del mio carattere? Quando Pavese ha un dispiacere, una seccatura, un’indigestione, un morso di pulce, egli non ammette che nessun altro sia allegro e contento, e fa del suo meglio per guastargli la pace o almeno propiziargli ogni di- sgrazia. Così è fatto ed è così che trova da star bene, anche quando sta male.” Il 24 gennaio 1936, finalmente, le dovute espressioni di ringraziamento a Carocci per aver ricevuto il pacco con le copie di “Lavorare stanca”. “Lacrime, tripudio, auspici, bicchierata: tutto da solo”, scrive. Anche dispiacere e nostalgia, per l’esclusione dalla raccolta delle poesie “Pensieri di Dina”, “Il Dio Caprone”, “Balletto” e “Paternità”, censurate per motivi “moralistici”. La condanna al triennio di confino venne, infine, condonata rimanendo circoscritta al periodo già scontato. Pavese era ridotto allo stremo, angosciato soprattutto dal fatto di non ricevere i riscontri adeguati alle informazioni ripetutamente chieste sul conto della donna a cui teneva enormemente, qui non precisata tra cancellature e correzioni. Si trattava di Tina Pizzardo, alla quale egli aveva chiesto di sposarlo nell’aprile del 1934, ottenendo un netto rifiuto. A lei dedicò la lirica “Paesaggio” nella raccolta appena edita. Afflitto e irritato, aveva scritto alla sorella: “Quando un uomo invece di scrivere poesie, scrive lettere, è finito” (2 marzo ’36). E ancora: “Siete un mucchio di fottuti. Il confino è niente. Sono i parenti che costringono uno a lasciarci la pelle” (12 marzo ’36). Rientrato a Torino pieno d’entusiasmo e di speranze al pensiero di poter rivedere Tina, apprese invece, affranto, che la donna era in procinto di sposare Herek Rieser, un attivista comunista di origine polacca residente a Torino. Un colpo terribile, che Pavese visse come un “tradimento”, visto che aveva patito un anno di confino soprattutto per proteggere l’amata. La prima delle lettere da Torino è la risposta a un messaggio dell’8 giugno 1936 di Giuseppe Cassano, ex-funzionario statale vicino agli ambienti antifascisti torinesi. Pavese si sofferma sul volume “Lavorare stanca”, nel quale ammette di riscontrare “una tara morale, una debolezza, un’insufficienza umana” tali da renderglielo “odioso anche all’olfatto”. Confessa, tuttavia, quella che era l’“idea” originaria delle poesie, “astratta di volta in volta per decantazione, non anticipata in tesi”. Il suo modello ideale era “rappresentare un mondo (in cui l’autore entrasse come un semplice personaggio e non con la prepotente sicumera del lirico che si canta), un mondo di giovani che vivono contenti e meravigliati delle cose reali, (…) ma che soprattutto amano i gesti semplici e netti, le situazioni chiare, il riposo dopo la fatica, la fatica dopo il riposo. Quanto alle donne, i miei giovani non sono più adolescenti, quindi niente fanciulle angelicate; (…) il timbro morale del mio libro è piuttosto di perversione che non di sanità.” Continua... NOTE 1 C. Pavese, Lettere 1924-1944, a cura di Lorenzo Mondo. Einaudi, Torino, giugno 1966. 2 C. Pavese, Lettere 1945-1950, a cura di Italo Calvino. Einaudi, Torino, novembre 1966. 3 L. Mondo, Quell’antico ragazzo. Vita di Cesare Pavese. Rizzoli, Milano, 2006. 4 D. Lajolo, Il vizio assurdo. Storia di Cesare Pavese. Il Saggiatore, Milano, 1960. 7

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Visite guidate e iniziative dedicate a Pavese e al ricordo dell’alluvione del 1994 Monumenti aperti a Santo Stefano Belbo Barbara Gatti Sabato 24 e domenica 25 maggio 2014 il comune di Santo Stefano Belbo ha ospitato Monumenti Aperti, un evento nuovo che ha coinvolto tutto il paese, dai più grandi ai più piccoli. Questa manifestazione, nata nel 1997 dall’intuizione di un gruppo di universitari di Cagliari, appassionati di storia, è cresciuta fino a diventare uno dei principali appuntamenti culturali in Sardegna tanto da ricevere l’Alto patronato della Presidenza della Repubblica, il patrocinio del Ministero dei Beni Culturali, della Presidenza della Camera dei Deputati e del Senato. Una grande festa dei beni culturali alla quale gli studenti delle scuole ogni anno fanno a gara per partecipare, “adottando” un monumento e diventando ciceroni, per un fine settimana in cui i monumenti vengono “presi d’assalto” da residenti e turisti. Per la prima volta nella sua storia, Monumenti aperti è uscita dai confini regionali della Sardegna. Il paese di Santo Stefano Belbo, ha infatti adottato la manifestazione con un programma di visite guidate e iniziative collaterali dedicate sia alla figura di Cesare Pavese, il grande scrittore piemontese che qui nacque nel 1908, sia all’alluvione che si abbatté sul territorio nel 1994 e di cui, dunque, ricorre quest’anno il ventennale. La partecipazione del nostro comune alla manifestazione è stata possibile grazie alla collaborazione dell’Amministrazione comunale, della Fondazione “Cesare Pavese”, del Cepam e delle Scuole dell’infanzia, scuole primarie e scuola secondaria di primo grado dell’istituto comprensivo “C. Pavese”. Sabato 24 maggio alle ore 17, negli spazi della Fondazione Pavese, si è tenuta la cerimonia inaugurale alla quale hanno partecipato tutti gli studenti coinvolti e le istituzioni pubbliche e private che hanno sostenuto la manifestazione. Il giorno dopo, poi, quasi duecento studenti della primaria e delle medie sono diventate le specialissime guide che hanno raccontato, attraverso la storia da loro creata per l’occasione insieme allo scrittore Luigi Dal Cin, i monumenti e le opere d’arte del loro comune, rendendo, in questo modo, godibile e accattivante per tutti il prezioso patrimonio artistico e storico del loro comune. Dal Cin, autore di oltre 90 libri per ragazzi e Premio Andersen 2013, è anche stato protagonista di uno spettacolo ispirato alla narrazione della bellezza ed in particolare alla figura di Pavese e ai suoi luoghi del cuore colpiti dall’alluvione del ’94, tenutosi sabato 24 maggio nel 8

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Visite guidate e iniziative dedicate a Pavese e al ricordo dell’alluvione del 1994 corso della cerimonia inaugurale. Cinque i monumenti che sono stati scelti come protagonisti del weekend, luoghi che ricordano sia lo scrittore e le sue opere che tanto lo hanno legato al nostro territorio e che lo hanno fatto conoscere in tutto il mondo, sia la terribile alluvione che ha devastato la valle nel 1994. La casa natale di Cesare Pavese, vivaio di materiali cui lo scrittore attinse, la Casa di Nuto, il cui proprietario fu il punto di contatto tra Cesare Pavese e la realtà delle Langhe, la Fondazione Cesare Pavese, che con- serva libri appartenuti allo scrittore, alcune prime edizioni autografe delle sue opere, varie traduzioni sempre in prima edizione, copie di manoscritti, le sue due pipe, la penna, ma soprattutto la copia originale dei Dialoghi con Leucò su cui Pavese ha vergato l’ultima frase prima di morire, il torrente Belbo insieme alla collina di Moncucco e infine la Cappella della Madonna delle rose dove è ancora possibile osservare i segni lasciati dall’alluvione del ’94. Si respirava in quei giorni un’atmosfera di collaborazione e, soprattutto, di entusiasmo nel vedere sparsi per tutto il paese bambini e ragazzi con la “divisa” dell’occasione, pronti a far conoscere il nostro paese ai visitatori e a farlo riscoprire agli abitanti che hanno avuto la possibilità di rivivere i luoghi più rappresentativi ed affascinanti di Santo Stefano, da un punto di vista diverso e molto speciale. È stato particolarmente interessante vederli confrontarsi con le testimonianze ed i ricordi di un’esperienza che non hanno potuto vivere in prima persona e diventare custodi delle nostre colline, raccontandone non solo la storia, ma anche l’anima. Un grande successo, insomma, che ha portato più di 500 visitatori alla scoperta dei nostri monumenti e un’occasione per riscoprire la nostra identità, il nostro forte legame con la Terra che ci ha dato i natali, con la voce delle nuove generazioni, delle persone che saranno i testimoni, nei prossimi anni, delle bellezze che le nostre colline sanno ancora offrire. www.radiovallebelbo.it 9

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In Friuli una delegazione del comune piemontese Casarsa della Delizia e Santo Stefano Belbo uniti nel nome di Pasolini e Pavese Pierluigi Vaccaneo Santo Stefano Belbo è stato invitato alla Sagra del Vino di Casarsa della Delizia in provincia di Pordenone. Un evento, giunto alla sessantaseiesima edizione, che ha visto il paese piemontese protagonista il 25, 26 e 27 aprile scorsi, in una tre giorni di eventi dedicati alla presentazione delle specificità enogastronomiche santostefanesi. Per l’occasione, e visto il legame culturale tra Santo Stefano Belbo, paese natale di Cesare Pavese, e Casarsa, paese dell’infanzia di Pier Paolo Pasolini, il Comune friulano ha allestito una serie di appuntamenti istituzionali di grande respiro. Un convegno di studi dal titolo “Il turismo culturale: come valorizzare il nostro territorio grazie a quello che la storia ci ha lasciato: poeti, poesie, paesaggio”. Organizzato come tavola rotonda, per la cura di Iole Piscolla (Associazione Nazionale Città del Vino), ha visto i saluti di benvenuto dell’on. Giorgio Zanin, Alessandro Ciriani (presidente Provincia di Pordenone), Lavinia Clarotto (sindaco di Casarsa), Luca Penna (direttore Concentro-CCIAA di Pordenone), Valter Pezzarini (presidente Comitato Fvg Unpli), Teresa Tassan Viol (presidente Centro Studi Pasolini), Giuseppe Maccagnano (presidente ProCasarsa), Tiziano Venturini (coordinatore Fvg Città del Vino) e di Venanzio Francescutto (ambasciatore nazionale Associazione Città del Vino). A seguire, tre interessanti relazioni di Magda Antonioli Corigliano, direttore master economia del turismo Un. Bocconi di Milano (Cultura, Heritage e Turismo: reputazione e brand (letterari) per la promozione integrata del territorio), Ugo Morelli, Un. Di Bergamo (Paesaggio lingua madre), e Alessio Catalini, saggista e autore di “La patrimonializzazione della letteratura. I festival letterari e gli scrittori-campanile” (L’uso della letteratura in chiave patrimoniale. Come gli scrittori trasformano, a livello simbolico, identitario e turistico, i territori in cui affondano le loro radici). Al termine delle relazioni, per un incrocio di prospettive fra tre “eccellenze” del turismo culturale, si sono confrontati Francesco Valenti, Lavinia Clarotto e Luigi Genesio Icardi, sindaci dei Comuni legati rispettivamente alla memoria di Tomasi di Lampedusa, Pasolini e Pavese, e cioè Santa Margherita di Belice, Casarsa e Santo Stefano Belbo. Il giorno successivo, presso Casa Colussi, sede del Centro Studi Pasolini, si sono incontrati i responsabili delle case legate alla memoria e allo studio di Cesare Pavese e di Pier Paolo Pasolini, rispettivamente dislocate a Santo Stefano Belbo, dove nel 1908 nacque l’autore di La luna e i falò, e a Casarsa della Delizia, paese materno e luogo sentimentale e poetico del giovane Pier Paolo. L’occasione ha visto riuniti Pierluigi Vaccaneo, direttore della Fondazione Pavese, Luigi Gatti, presidente di Cepam – Centro Pavesiano Museo Casa Natale, e Angela Felice, direttore del Centro Studi Pasolini di Casarsa, tutti coinvolti per uno scambio sulle attività e le prospettive delle case poetiche affidate alle loro cure, oltre che in vista di progetti e incroci culturali da concertare in futuro. A loro si è unito lo studioso e critico letterario Massimo Raffaeli, che con la conferenza dal titolo “Opposti/complementari: Pavese e Pasolini” ha perlustrato le tracce dei rapporti tra i due scrittori, indagandone affinità e divergenze dentro la mappa di una comune tensione letteraria e intellettuale. Tanti infatti sono i motivi che ne conobbero la tangenziale comunanza: le problematiche della Resistenza, la so- 10

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In Friuli una delegazione del comune piemontese litudine esistenziale, l’attrazione per la “libertà” americana, la polarità campagna/città, l’amore per il cinema, l’adesione al mito, il fascino del paesaggio contadino. E parimenti furono diverse le soluzioni, linguistiche e tematiche, adottate sul terreno comune della volontà espressiva e della fiducia nel mandato civile della scrittura letteraria. Da non dimenticare infine che la giornata di questo intenso 26 aprile casarsese, tassello culturale della 66.ma Sagra del Vino di Casarsa, è stata impreziosita dalla partecipazione attiva dei giovani studenti dell’Istituto Com- prensivo di Casarsa e dei Licei “Le Filandiere” di San Vito e “Leo-Major” di Pordenone i quali sono stati i ciceroni delle visite guidate a Casa Colussi e nei luoghi pasoliniani dei dintorni, in replica della fortunata iniziativa già sperimentata in occasione delle recenti Giornate Fai di Primavera. Per tutta la durata della manifestazione, Santo Stefano Belbo è stato presentato anche attraverso le proprie specificità: oltre alla Pro Loco del Comune, l’Azienda vitivinicola Cascina delle Rocche di Beppe Scavino. Appuntamenti a Casa Pavese a cura del CEPAM PREMIO LETTERARIO C. PAVESE XXXI edizione PREMIO DI SCULTURA XVIII edizione Sabato 6 settembre ore 18: premiazione opere inedite ore 21: serata Pavese Domenica 28 settembre Apertura mostra-concorso “Luoghi, personaggi e miti pavesiani” Domenica 7 settembre ore 10: premiazione opere edite e tesi di laurea ore 13: agape dell’amicizia presso Agr. Gallina Domenica 26 ottobre ore 15: premiazione PREMIO DI PITTURA XXV edizione IL MOSCATO D’ASTI NUOVO IN FESTA XXIV Edizione Domenica 3 agosto Apertura mostra-concorso “Luoghi, personaggi e miti pavesiani” Lunedì 8 dicembre Domenica 28 settembre ore 16: premiazione 11

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Diario di una vacanza al mare del quattordicenne Pavese “Dodici giorni al mare” Franco Lorizio In una domenica d’estate, presso la biblioteca comunale “Quarticciolo”, sita nell’omonimo quartiere periferico di Roma, m’imbattei casualmente in un libretto di appena sessanta pagine, che subito carpì la mia attenzione di cultore pavesiano: Dodici giorni al mare, un diario inedito di Cesare Pavese del 1922, pubblicato nel 2008 da Galata, a cura di Mariarosa Masoero. Il testo comprende due redazioni: una minuta scritta a lapis e una bella copia a inchiostro, rimasta incompiuta. Completa il documento un elenco a matita delle navi osservate nel porto di Genova e una serie di cartoline illustrate dei luoghi visitati. Dodici giorni al mare è il titolo che il giovane Cesare conferì al resoconto cronachistico di un campo scout tenutosi nell’agosto 1922 a Celle Ligure, nella Riviera di Ponente, e, per qualche giorno, a Genova. Lo scout Pavese, “frequentava il ‘Riparto II – La Salle’, fondato dai Fratelli delle Scuole Cristiane dell’Istituto “La Salle” di Torino […] in Via Superga 81.” Il diario, nonostante gli intrinseci limiti contestuali e temporali, costituisce un documento importante per far luce sulla prima giovinezza dello scrittore e per individuare taluni nuclei tematici che preludono ai successivi sviluppi letterari. C’è da premettere che l’infanzia e il periodo giovanile di Pavese sono stati spesso ricostruiti soggiacendo a dei condizionamenti: da una parte la rielaborazione dello stesso scrittore, dall’altra la suggestione di alcuni topoi caratteriali – la tendenza all’isolamento, la scontrosità, l’asocialità – propri semmai della fase adulta. Dodici giorni al mare ci aiuta a cogliere le caratteristiche obiettive della preadolescenza pavesiana; scopriamo che Cesare era tutt’altro che ombroso e scostante: al contrario, emerge il ritratto di un ragazzo gioviale, curioso, partecipativo, attento, malleabile, integrato. Elementi che trovano conferma nella scrittura: l’espressione è scorrevole, lineare, precisa, consequenziale. I periodi sono brevi (caratteristica costante della narrativa pavesiana). La grafia della bella copia, che riflette i rigorosi canoni scolastici dell’epoca (ben lontani dalla spontaneistica trasandatezza dei nostri giorni), denota intelligenza vigorosa, carattere vivace, ricercatezza comunicativa2 . La narrazione prende le mosse dalla stazione torinese di Porta Nuova. Cesare esprime con efficacia l’insieme di sentimenti ed emozioni che lo accompagnavano: “Ero come stordito: La partenza, ed i preparativi mi avevano messa addosso un’ansia che non riuscivo a dissimulare”3 . Il movimento del treno scioglie l’apprensione in un impeto di giubilo: “Eravamo in viaggio. Finalmente! ……..”4 Il primo tratto del percorso ferroviario, da Torino a Savona, fu “felicissimo” e rinfrancato da “bolck di cioccolato, che uniti al pane che ognuno aveva portato servirono a calmare l’appetito che tutti sentivamo”5 . La successiva parte del tragitto, meno confortevole, ebbe inizio nell’affollato scalo savonese dove il gruppo scout salì sul convoglio Genova-Ventimiglia: “Ivi stemmo un po’ schiacciati, poiché codesta linea è sempre frequentatissima, ma ad onta del caldo e della confusione scendemmo tutti sani e salvi alla stazione di Celle Ligure.”6 La comitiva - oltre venti persone tra ragazzi ed educatori - s’insediò nella superficie di un campo di calcio, “in una valle che sbocca al mare”. Pavese fornisce una descrizione molto precisa dell’attendamento, accludendone anche il disegno. La prima notte trascorse insonne per la tensione accumulata durante il viaggio. Nel giorno seguente la fatica mattutina trovò il giusto premio nel sospirato bagno pomeridiano: “Finalmente! Il desiderato istante è giunto. Come mi tufferò volentieri nell’onda tiepida! […] Giungiamo alla spiaggia. Essa è veramente bella, con l’azzurro carico tutto solcato da fini triangoli bianchi.”7 La giornate erano intense, scandite da ritmi precisi: sveglia presto, pulizia delle tende, alzabandiera, colazione, messa, spesa, pranzo, bagno al mare, cena, preghiera, riposo, turni di sorveglianza. Non mancavano le attività sportive e l’addestramento al pronto soccorso. Montare la guardia notturna non era per Cesare un compito gradito: “A mezzanotte viene Satta a svegliarmi. Ouff!! Che barba! Pensare che sto così bene sotto la tenda. Ma bisogna alzarsi. […] Per passare il tempo comincio a guardare le stelle. Ecco là l’Orsa Maggiore, … la minore, la Lira, il Cigno, … lo Scorpione … Marte e mille altri fulguri celesti. […] Guardo la Luna, che è apparsa ora.”8 Nel quattordicenne Pavese sembra agire la suggestione leopardiana: l’interesse per l’astronomia, la contemplazione lunare. Ma al di là degli elementi che precocemente ne connotano l’interiorità, il ragazzo è restituito alla dimensione acerba: con ingenua scaltrezza si ridusse il servizio di un quarto d’ora; la marachella non passò inosservata: gli costò un turno di guardia supplementare. L’attitudine escursionistica del gruppo scout si manifesta nel racconto delle lunghe esplorazioni in località limitrofe: i dintorni di Celle e di Stella, Albissola e Savona. Pavese mette in luce doti di narratore: “Passiamo in luoghi brulli per la gran siccità e dopo giungiamo sulla punta d’una collina battuta da un vento impetuoso; quivi ci fermiamo un istante a raccogliere fiori, poi discendiamo nella valle e raggiungiamo un torrente asciutto. Per sentieri quasi alpini giungiamo ad un ponte che attraversa un burrone tutto di roccia e giungiamo all’acquedotto. Quivi beviamo l’acqua fresca che sgorga da una sorgente coperta da una costruzione somiliante a un marabutto arabo.”9 Singolare l’uso del vocabolo 12

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Diario di una vacanza al mare del quattordicenne Pavese “marabutto”: la parola deriva dall’arabo marbût10 e designa una sorta di mausoleo cubico sormontato da una cupola. La bella copia termina con la descrizione della visita al Duomo di Savona. Il racconto prosegue sulla minuta. I fogli contengono per lo più scarni appunti; fa eccezione l’articolata descrizione del porto di Genova, città presso la quale gli scout soggiornarono dal 19 al 21 agosto: “Abbiamo la fortuna di assistere all’entrata di un piroscafo, che luminoso, per le lampade della cabine e per i fanali degli alberi, s’inoltrava maestosamente nell’acqua calma. Fece per due o tre volte fischiare la sirena, ed il cupo boato sembrò risvegliare l’immensità addormentata. Chissà da quale lungo viaggio tornava quel transatlantico dalla mole enorme e dai fianchi poderosi? Chissà quante persone portava nel suo seno? Ma voltandoci la poppa a poco a poco diminuì di splendore e sparì poi fra le mille altre luci sparse sulla superficie sconfinata.”11 Il brano è tra i più significativi: il ragazzo crea attorno alla nave un’atmosfera fiabesca, evocatrice di avventure in luoghi lontani. Un senso di splendente infinitezza accompagna l’incedere maestoso del bastimento in porto. Ma la visione è di breve durata e scompare nella distesa marina. Echeggiano nella pagina le letture salgariane, le stesse che affiorano in Lavorare stanca (“Oh da quando ho giocato ai pirati malesi,/ quanto tempo è trascorso.”)12. Pavese stesso attestò tali esotiche suggestioni: ”Sono arrivato alla terra di Paesi tuoi e Lavor. stanca passando attraverso violentissimi amori letterari per i Mari del Sud”13. L’immagine del porto rimase impressa nella mente di Pavese, al punto da costituire un riferimento pressoché costante nella sua produzione. Ripercorriamo sommariamente i “luoghi” narrativi che riverberano Genova e la Riviera. Il racconto Il Mare, (febbraio 1932, compreso in Ciau Masino) narra della partenza di Masino, giovane cronista con velleità intellettuali, per l’arcipelago malese. Il viaggio inizia in treno, sul tratto che da Torino conduce a Genova. Sia nel diario che nel Mare è citata la galleria dei Giovi, sull’omonimo passo dell’Appennino Ligure: “Passiamo sotto ai Giovi”14 ; “Il treno imboccò i Giovi”15. Giunto in città e sistematosi in albergo, il giornalista esce dopo cena senza decidersi: “Andare a vedere il porto? No, è stupido. E poi, l’ho già visto l’altr’anno”. Ma lo scalo genovese magneticamente lo attrae: si ritrova in un locale frequentato da lupi di mare stranieri dove, tra whisky e sigarette, tenta di conversare in slang “barbarico” con un marittimo americano. Genova continua a percorrere le opere di Pavese. In Viaggio di nozze, un racconto del 1936, i giovani coniugi Giorgio e Cilia vi si recano per una breve quanto tardiva luna di miele. Il treno, ancora una volta, è il mezzo che conduce alla città ligure. Il porto è il luogo che gli sposi visitano per primo, nonostante l’ora tarda e la stanchezza; lì tornerà Giorgio, in piena notte, quasi in fuga dall’ignara Cilia. La spiaggia (1942), si muove tra Torino, le Langhe, Genova e la Riviera. Gran parte degli accadimenti si svolgono a Varigotti, località turistica (non distante da Celle) presso la quale Pavese andò realmente in vacanza nell’agosto 1948 e 1949, ospite dalla famiglia Ruata (c’è una foto che lo ritrae in spiaggia, adagiato sulla sedia a sdraio)16. Nella Luna e i falò Genova ricorre per una quarantina di volte; ecco le citazioni più significative:” Mi piace […] Genova, mi piace sapere che il mondo è rotondo e avere un piede sulle passerelle”; “Quando gli raccontavo cos’è il porto di Genova e come si fanno i carichi e la voce delle sirene delle navi e i tatuaggi dei marinai e quanti giorni si sta in mare, lui [Cinto] mi ascoltava con gli occhi sottili”; “Mi ricordai la delusione ch’era stata camminare la prima volta per le strade di Genova – ci camminavo nel mezzo e cercavo un po’ d’erba. C’era il porto, questo sì, c’erano le facce delle ragazze, c’erano i negozi e le banche, ma un canneto, un odor di fascina, un pezzo di vigna, dov’erano?”; “di qui [da Canelli] partiva la strada che passava per Genova e portava chi sa dove”; “ Io non ci torno al paese, – dissi. – Voglio stare qui a Genova”; “anche Genova non era abbastanza”; “La prima cosa che dissi, sbarcando a Genova in mezzo alle case rotte dalla guerra, fu che ogni casa, ogni cortile, ogni terrazzo, è stato qualcosa per qualcuno”; “quand’ho fatto il soldato e girato i carrugi e i cantieri a Genova ho capito cosa sono i padroni, i capitalisti, i militari...”; “Io in quei giorni ero sempre con Nuto e parlavamo di tante cose, di Genova”17 . Genova dunque è uno snodo cruciale del romanzo, teso fra le Langhe e l’America, fra la realtà e il sogno. Per concludere, il diario segna un passaggio di rilievo per la ricostruzione degli accadimenti e per la comprensione delle opere. Genova e la Riviera sono parte costitutiva dell’universo pavesiano: non è da escludere che alla radice di tale individuazione vi siano quei lontani dodici giorni. NOTE 1. Mariarosa Masoero, Introduzione a Cesare Pavese, Dodici giorni al mare, Genova, Galata, 2008, p. 3, nota 2. Un’immagine fotografica del giovane in divisa da esploratore è contenuta nei libri Cesare Pavese, a cura di Giuseppe Trevisani, Milano, Trevi Editore, 1961; Cesare Pavese biografia per immagini: la vita, i libri, le carte, i luoghi, a cura di Franco Vaccaneo, Cavallermaggiore, Gribaudo, 1989. 2. In Appendice al volume in esame (p. 51) è riportata l’immagine fotografica della prima pagina della bella copia autografa. 3. Cesare Pavese, Dodici giorni al mare, cit., p. 21. 4. Ibidem. 5. Ibidem. 6. Ivi, p. 22. 7. Ivi, p. 26. 8. Ivi, p. 30. 9. Ivi, pp. 331-32. 10. Ottorino Pianigiani, Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana, Roma, Albrighi, Segati e C., 1907 (versione web: http://www.etimo.it/). 11. Cesare Pavese, Dodici giorni al mare, cit., p. 40.1 12. L’influenza letteraria di Salgari su Pavese è un filone d’indagine molto interessante, sviluppatosi a partire dagli anni Ottanta e tuttora in fase di approfondimento; vedasi: Attilio Dughera “Oh da quando ho giocato ai pirati malesi …”, in Scrivere l’avventura: Emilio Salgari, Atti del Convegno Nazionale (Torino, marzo 1980), Torino, Quaderni dell’Assessorato per la Cultura, 1980, pp. 124-133 (poi in Attilio Dughera, Tra le carte di Pavese, Roma, Bulzoni, 1992, pp. 39-47); Lorenzo Mondo, Quell’antico ragazzo, Milano, Rizzoli, 2006, p. 219, (n. 4); Antonio Faeti, I pirati di Pavese, post-fazione a Le tigri di Mompracem, Milano, Fabbri, 2000; Antonio Catalfamo, Pavese e Salgari in viaggio sulle ali del mito, in Le Colline di Pavese, n. 138, aprile 2013, pp. 2-3. 13. Cesare Pavese, lettera a Nicola Enrichens del 23 giugno 1949, in Lettere, vol. II (1945-1950), a cura di Italo Calvino, Torino Einaudi, 1966, p. 396. 14. Cesare Pavese, Dodici giorni al mare, cit., p. 43. 15. Cesare Pavese, Il Mare, in Racconti, Torino, Einaudi, 1994, p. 130. 16. Al riguardo, v. lettere ad Adolfo ed Eugenia Ruata del 22 agosto 1948 e del 17 luglio 1949, in Cesare Pavese, Lettere cit., p. 278 e p.399. 17. Cesare Pavese, La luna e i falò, Torino, Einaudi, 2000, pp. 9, 42, 45, 49, 96, 118, 120, 131. 13

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