Catalogo Lejo Art 2014 Associazione Culturale Artisti Abruzzesi

 

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Catalogo Generale Lejo 2014

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CON IL PATROCINIO DI Presidenza del Consiglio Regionale Comune di Abbateggio (PE) Curatori del catalogo Roberto Di Giampaolo Leone D’Aguì Marcello Specchio Violetta Mastrodonato Associazione Culturale Artisti Abruzzesi Lejo Via Roma 8 65020-Abbateggio (PE) PRESIDENTE Roberto Di Giampaolo Tel. 335.307566 Email: rdigiampaolo@gmail.com DIRETTORE ARTISTICO Leone D’Aguì Tel. 388.0968269 Email: leone_dagui@yahoo.it Relazione Critica Prof. Massimo Pasqualone Progetto di Copertina e impaginazione grafica Leone D’Aguì Sara Di Giampaolo Web: www.lejoart.it mail: lejoart@virgilio.it facebook: Lejo Art Img del logo: Ceramica cm 35x35 dell’artista Mario Di Donato Fotografie opere e cenni biografici: Fornite dagli artisti Immagine di copertina: Opera del Maestro Bruno Paglialonga Paesaggio abruzzese, 2012, Acrilico su carta cm 38x100 Impianto e stampa tip. Brandolini

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“I COLORI DELLA NOSTRA TERRA” E’ un grande privilegio, oltre che una notevole responsabilità, proseguire in questo “Progetto Lejo”, iniziato poco più di un anno fa e, tra mille difficoltà ma con tante certezze, ho l’onore di presentare la seconda edizione del “Catalogo Generale Lejo”, che fa da elemento di continuità al percorso artistico finora sviluppato. La prima edizione del catalogo, che ci ha accompagnato per tutto il 2013, ci ha fatto conoscere e consentito l’ accesso a sedi espositive importanti, quali: la “bottega d’Arte “ di Chieti, “Villa Filiani” di Pineto,”Palazzo Sirena” e “Museo Michetti” di Francavilla al Mare, “Palazzo Ducale” di Torrevecchia Teatina. Pur di affermare e diffondere la nostra espressione artistica ed al fine di dare un peso specifico importante al nostro lavoro, sono convinto sia necessario affrontare il difficile momento storico che stiamo vivendo e la profonda crisi economica che l’accompagna, attraverso mostre personali e collettive in musei, pinacoteche ed altre prestigiose sedi . Sono però altrettanto convinto che sia necessario un maggior sostegno da parte delle Istituzioni, che devono credere ed investire maggiormente sull’arte, che da sempre è stato il più importante patrimonio della nostra vituperata nazione. Proprio in questa prospettiva nasce questa seconda edizione del Catalogo Lejo, che vuole riaffermare a gran voce la nostra forte presenza nel panorama artistico regionale e la convinzione che la nostra espressione artistica possa essere un’opportunità, non solo per noi, ma principalmente per i Comuni, Enti ed Istituzioni in generale, per risvegliare l’interesse per l’arte contemporanea e creare un nuovo impulso al “turismo culturale”, di cui si ha un gran bisogno. A questo percorso, noi artisti dobbiamo essere i primi a credere , perseverando nel nostro lavoro e facendo sentire, sempre più compatti e numerosi, la nostra voce. A fronte di quanto appena esposto, non a caso abbiamo voluto dedicare questo catalogo alla nostra regione, nella quale tutti noi artisti abbiamo radici profonde. Parliamo di radici sociali, culturali, storiche , geografiche ed artistiche, dalle quali, nostro malgrado, non possiamo prescindere. L’uomo è figlio del suo tempo e della sua storia e neppure l’artista può sfuggire a questa ineluttabile realtà. Pensiamo per un attimo al “Vate” Gabriele d’Annunzio, illustre scrittore e poeta della nostra regione, che ha saputo, con i suoi splendidi versi , rendere universale la sua terra natia; basti pensare a “ La pioggia nel pineto” per avere la testimonianza di quanto appena affermato. Oltre a d’Annunzio, l’Abruzzo è stato impreziosito dalle opere di tanti illustri personaggi tra i quali ricordiamo il poeta sulmonese Ovidio, lo scrittore-giornalista pescarese Ennio Flaiano, il filosofo e scrittore di Pescasseroli Benedetto Croce, il musicista ortonese Francesco Paolo Tosti, il pittore e fotografo di Tocco Da Casauria Francesco Paolo Michetti, lo scrittore di Pescina Ignazio Silone e tanti altri. Tra gli artisti contemporanei ricordiamo la famiglia Cascella ed in particolare il pittore Michele che, con uno straordinario uso del colore, ha saputo trasmettere intense suggestioni ed emozioni , superando nelle sue opere l’aspetto puramente descrittivo. Ognuno di questi grandi personaggi ha comunque lasciato un importante contributo culturale, che ha travalicato ogni confine geografico, a testimonianza dell’universalità dell’arte in ogni sua forma. Anche se il nostro Statuto indica chiaramente che la nostra missione è quella di valorizzare gli artisti abruzzesi ed il loro territorio, l’idea dell’Arte è e dovrà essere sempre universale e non può in alcun modo essere delimitata all’interno di aree geografiche.

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Il nostro lavoro vuole però essere un importante riconoscimento alla nostra regione, fonte di ispirazione per noi tutti, sia per la sua ricchezza di storia e di tradizioni sia per la bellezza dei suoi paesaggi. Come infatti rimanere indifferenti osservando l’alba, ogni giorno sempre diversa nei suoi colori e nelle sue struggenti atmosfere e come non emozionarsi di fronte ai nostri monti imperiosi ed austeri che la natura ha voluto armonizzare nelle forme della “Bella addormentata”… Tra mare e monti abbiamo inoltre paesaggi collinari ricchi di colori e di fertili vegetazioni, che sono il vero polmone naturale della nostra regione. Né dobbiamo dimenticare gli splendidi borghi medioevali, dei quali la nostra regione è ricchissima, e che rappresentano un grande patrimonio storico e culturale con i loro imponenti castelli (Celano), fortezze (Civitella Del Tronto), monumenti e Chiese con affreschi e sculture di inestimabile valore; Il tutto splendidamente incastonato sui rilievi collinari e montuosi del nostro variegato territorio. L’Abruzzo è inoltre ricco di tradizioni che, tra sacro e profano, si perpetuano di anno in anno con manifestazioni la cui memoria si perde nei secoli. Tra queste ricordiamo “La Perdonanza” di Celestino V a L’Aquila, la festa di S. Domenico e i ”Serpari” a Cocullo, la processione di S. Zopito a Loreto Aprutino, la “Madonna che scappa” a Sulmona e tantissime altre. “ I colori della nostra terra”, titolo di questa edizione, vuole rappresentare tutta l’energia vitale che l’Abruzzo sprigiona e che, in modo mirabile, i nostri artisti hanno saputo cogliere e far vivere con le loro opere. Questo catalogo, infatti, vuole essere un’importante testimonianza della vitalità e del fermento dell’arte abruzzese che, a dispetto dell’anticultura imperante, è in continua evoluzione. La realizzazione di questo progetto è solo un punto di partenza per diffondere l’arte, partendo dalla nostra regione per continuare a propagarsi ovunque ci saranno occhi per vedere ed un cuore per ascoltare la nostra poetica artistica. Mai mettere limiti alle idee ed al pensiero, perché l’arte non conosce confini, pur nel rispetto delle sue storiche radici. Per ultimo, voglio ringraziare tutti gli artisti che, con sacrificio ma con determinazione, hanno condiviso questo magnifico sogno, con il mio personale auspicio che tanti di loro possano scrivere una pagina importante della storia artistica di domani. Il Presidente dell’Associazione Lejo Roberto Di Giampaolo

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NELLA STORIA I COLORI DELLA NOSTRA TERRA … di Massimo Pasqualone. Uno sguardo rapidissimo alla storia della nostra regione ci dice che, dopo la caduta dell’Impero Romano, i primi ad essere ospitati in Abruzzo furono i Longobardi, con le invasioni del 572: la nostra regione prima fu devastata e poi fu divisa tra il Ducato di Spoleto e il Ducato di Benevento (il confine era costituito dal fiume Sangro). In questo periodo è inoltre documentata una presenza bizantina protrattasi sulla costa e lungo gli itinerari che collegavano l’Adriatico al Tirreno sin quasi alla fine del VI secolo, per poi sopravvivere dopo il 595 ormai solo nelle aree costiere fra Pescarese e Chietino e nella Valle del Pescara, sin nei primi decenni e finanche alla metà del VII secolo. L’Abruzzo ottenne una vera e propria organizzazione in contee solo quando il ducato di Spoleto fu invaso dai Franchi, e la sua parte centrale divenne il comitato autonomo della Marsica, nell’843. Attorno all’anno Mille comincia l’avanzata dei Normanni che, dopo circa un secolo, nel 1143, assumono il controllo dell’intera regione, unificandola sotto il Regnum Siciliae (e poi di Napoli), del quale farà parte integrante per sette secoli. Successivamente Federico II unifica amministrativamente la regione, facendone lo Iustitieratus Aprutii (nel 1233) e fissandone come capoluogo Sulmona. Nel 1254 viene fondata L’Aquila che, sotto la dinastia degli Angioini diviene, nei due secoli successivi, la principale città del Regno dopo Napoli. Al governo degli Angioini si sostituì quello degli Aragonesi quando, nel 1442, anche il Regno di Napoli cadde in mano di Alfonso d’Aragona. Nè valse ad impedire il passaggio di poteri la resistenza di L’Aquila, che fu definitivamente sottomessa nel 1492. Dopo un breve periodo di dominazione francese, l’Abruzzo seguì le sorti del Regno di Napoli passato nelle mani di Ferdinando il Cattolico nel 1504. Le lotte fra il successore di Ferdinando, Carlo V, e il Re di Francia coinvolsero l’Abruzzo in numerosi e gravi scontri. Sotto la dominazione spagnola furono erette numerose opere di fortificazione, a testimonianza dell’importanza strategica che aveva l’Abruzzo nell’ambito della contesa fra Spagna e Francia. Alla dominazione spagnola, durata fino al 1707, subentrò quella austriaca fino al 1734 e, fino all’occupazione da parte di Napoleone del Regno di Napoli nel 1806, quella dei Borboni, restaurata dal Congresso di Vienna nel 1815. Il Risorgimento registra i moti del 1837 a Penne ed alcuni fenomeni di resistenza all’esercito piemontese come quello di Civitella del Tronto che si svilupparono nella forma del brigantaggio dopo il 1860, duramente repressa dallo Stato unitario. Che cosa resta di tutto ciò? Senza pensare a chiese e monumenti famosissimi, le tradizioni popolari abruzzesi hanno registrato queste ondate attraverso la codificazione di riti di passaggio, superstizioni e usanze (basti pensare ai riti di origine germanica della notte di San Giovanni ed al culto di numerosi santi di “importazione”.) E poi i toponimi: l’elenco sarebbe troppo lungo ma i nomi dei nostri paesi risentono di influenze bizantine, longobarde, spagnole, francesi ecc. Numerosi quartieri o contrade di città e paesi vengono ricordate dai più anziani con il nome di schiavoni, antroponimo che indicava gli albanesi fuggiti al di qua dell’Adriatico per scampare alle razzie dei turchi; Villa Badessa conserva tuttora usanze e riti di origine albanese. A San Vito rimangono, almeno nei cognomi, presenze di ebrei sefarditi, abilissimi artigiani, chiamati Verì dal tedesco wirr, disordinato, tra i primi a costruire trabocchi. Un esempio la storia delle fiere di Lanciano dove, dal XIII al XVI secolo si incontravano mercanti ebrei, albanesi, dalmati, greci e toscani, con contaminazioni culturali e occasione di dialogo. Questi processi di sedimentazione coinvolgono anche l’epoca presente. Certo, non si tratta di invasioni ma ci sembra inutile chiudersi etnocentricamente. L’apertura all’alterità, che è sempre conoscenza dell’altro, è stato il motore della nostra storia.

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E nella nostra regione la storia ha influenzato l’arte, come nel caso dei rosoni: pensate ad un ideale itinerarium che collega San Paolo a Peltuino, Santa Maria di Cartignano, S. Giusta di Bazzano, S. Maria Maggiore di Pianella, Santa Maria delle Grazie a Cocullo, Santa Maria delle Grazie a Navelli, Santa Maria Arabona a Manoppello, S. Giustino e San Francesco a Chieti, Santa Maria Assunta ad Atri, San Martino a Gagliano Aterno, San Giovanni Evangelista a Pescocostanzo, Santa Maria della Valle a Scanno , Santa Maria delle Grazie ad Anversa degli Abruzzi, San Giovanni Battista ad Ortona dei Marsi, Santa Maria Maggiore a Lanciano, San Silvestro e la Basilica di Santa Maria di Collemaggio, Santa Maria della Tomba a Sulmona, San Francesco a Tagliacozzo, Santa Maria Maggiore e Santa Lucia a Lanciano, San Leucio ad Atessa, Santa Giusta, Santa Maria del Guasto e Santa Maria Assunta (Assergi) a San Francesco a Popoli, San Benedetto Abate ad Arischia, Santa Maria di Cintorelli a Caporciano, San Domenico, Santa Maria di Farfa, Santa Maria del Soccorso, Santa Maria degli Angeli (Civita di Bagno) a L’Aquila, Sant’Eusanio a Sant’Eusanio Forconese, Santa Maria del Colle a Pescocostanzo, San Giovanni a Isola del Gran Sasso, Santa Maria di Ronzano a Castel Castagna, Santa Maria di Propezzano a Morro D’Oro, la Cattedrale di San Berardo a Teramo, San Giovanni Battista a Celano, Santa Lucia e Santa Maria delle Grazie (Rosciolo) a Magliano dei Marsi, San Nicola di Bari a Massa d’Albe. Il passato è lì, ormai da millenni, nei rosoni delle basiliche, perché, per dirla con Georges Jean: “Alcuni segni hanno attraversato la storia. Come certe acque pietrificano ciò che trovano lungo il loro corso, il tempo li ha caricati di senso e mutati in simboli. Altri, sprofondati nell’oblio, sono tornati allo stato di segni convenzionali. Ma proprio nel tempo si legge la capacità di un segno di ancorarsi alla storia di un popolo, per iscriversi, come simbolo, nella memoria collettiva.” Ciascuno ha potuto infatti ammirare un rosone, non tutti però hanno avuto modo di ripercorrere questo simbolo della memoria collettiva,che può essere rintracciato in quell’universo spirituale che non contrappone le religioni occidentali a quelle orientali ma, sia attraverso il cristianesimo, sia attraverso il buddismo tibetano, ci conduce al “cerchio”, simbolo di perfezione e al “labirinto”, simbolo di ricerca interiore e di viaggio iniziatico. E così anche il nostro viaggio inizia dal cerchio, perfetto nei suoi equilibri, sia come elemento decorativo a forma di rosa nei lacunari della sottocornice del tempio pagano, sia come grande finestra circolare a raggiera delle chiese romaniche e gotiche, quasi occhio (archetipi del rosone sono gli occhi delle basiliche romane del V e VI secolo), in cui – sottolinea opportunamente qualcuno- “andamento verticale ed orizzontale, cerchio, quadrato e triangolo, simmetria radiale e modulare concorrono insieme verso la sintesi compositiva in cui equilibrio dinamico e perfezione statica coincidono.” E tornano i contrasti tra luce ed ombra (innanzitutto dello spirito),perché la luce, immagine della Rivelazione Divina, si insinua nella basilica, attraverso piccoli spiragli ma immediatamente si diffonde esortando il fedele alla Contemplazione; tra pieno e vuoto, perché il rosone, in disarmante definitva, è quel vuoto materico che risulta essere, invece, un pieno di “luce divina”. Le analogie sono ancora più disarmanti perché -è stato detto- “gli artisti medievali danno prova di notevole abilità tecnica, operando ai limiti delle capacità di resistenza dei materiali, nel realizzare superfici finestrate a bifora o a trifora e rosoni ornati da trafori di pietra sempre più simili a merletti e da vetrate artistiche colorate sempre più simili a caleidoscopi.” E l’artista moderno, forse, ripercorre il cammino già fatto. La ruota, dunque, che richiama il mandala indiano, il cerchio che racchiude il loto, seconda la condivisa etimologia sanscrita. E per noi c’è un prezioso corrispondente occidentale del loto: la rosa. E la rosa è labirinto, è il ciclo della vita, è il fiore simbolicamente legato alla devozione alla Madonna, accompagna da sempre i momenti più importanti del cammino umano, sacro ad Iside in Egitto, ad Ishtar in Mesopotamia, ad Afrodite in Grecia, a Venere a Roma. Per arrivare al cristianesimo dove, nella letteratura di lode e di preghiera la Vergine Maria viene invocata con appellativi quali “Rosa Mystica”, “Rosa Fragrans”, “Rosa Rubens”, “Rosa Novella”, fino a “Rosa das Rosas”, Rosa tra le rose, superlativo di maestà della “Regina delle regine”. Nel

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Medioevo la Rosa è talismano contro il male, è adoperata per le sue qualità taumaturgiche (cura per gli incubi, l’ansia, la vista, la rabbia (rosa canina), la superstizione e la devozione le attribuiscono poteri magici come la capacità di allontanare qualunque malattia e si portava addosso per prevenire la peste. Con i petali di rosa si depurava l’aria e si disinfettava il vestiario. D’altronde nessuno riceve in dono una rosa, senza leggere nel suo colore l’intenzione di chi la offre. Non si può vederla senza pensare alla perfezione ed alla magnificenza della Natura, e magari alla caducità della vita e alla presenza della morte. È , dunque, fortuna (il popolo definiva il rosone con la ruota della fortuna), che è sempre e comunque circolare, che è una ruota, come ci ricorda Dante: Inferno, XV, 95; XXX, 13; Paradiso XVI, 84). E tutto, come una ruota, torna su sé stesso. Massimo Pasqualone, critico d’arte e letterario, giornalista e poeta, insegna Sociologia della cultura presso l’Univ. G. d’Annunzio di Chieti, storia e critica d’arte presso l’Università della Libera età di Francavilla, che coordina con l’Università di tutte le età di Guardiagrele e la Università popolare di Tollo. Ha insegnato presso l’Univ. di Teramo, l’Issr “San Pio X” di Chieti, l’Univ. Petre Andrej di Iasci (Romania), nei corsi di Baccalaureato collegati con la Pontificia Università Lateranense. Ha al suo attivo oltre cento pubblicazioni ed è consulente scientifico di enti pubblici e privati per la comunicazione, l’arte, la letteratura, la formazione e la cultura. Per le riviste Sipario, OverArt, Boè, Rivista20, Abruzzo nel Mondo, La Torre ed Abruzzo Popolare cura rubriche d’arte. Ha curato cataloghi, mostre e simposi d’arte in tutta Italia ed in Germania, Portogallo e Lituania e presso il Museo Barbella di Chieti, Palazzo Sirena e Museo Michetti di Francavilla, Palazzo Coppa-Zuccari di Città Sant’Angelo, Mediamuseum, Vittoria Colonna, Museo delle Genti di Pescara, Fortezza di Civitella del Tronto, Villa Filiani di Pineto, Terre di Poggio, Palazzo Ducale di Torrevecchia, Museo Aufidenate di Castel di Sangro, Palazzo Ducale di Genova, Palazzo Mazara di Sulmona, Casa natale di Raffaello e Galleria Federico Barocci ad Urbino, Bottega d’arte di Chieti, Biblioteca diocesana di Ortona, Castello ducale di Crecchio, Palazzo dei Capitani di Ascoli Piceno, Museo ex manifattura tabacchi di Città Sant’Angelo, Galleria 20 di Torino, Palazzetto dell’arte di Foggia, Boville Ernica e Sorrento, Palinuro, Pisciotta, Gallipoli, Nusco, Giulianova. È nel Comitato del Premio Nobbele D’Abruzze; è presidente di giuria della Collina dei ciliegi di Giuliano Teatino, Luigi Farinelli di Ortona, Anni d’Argento di Guardiagrele, Luigi ed Alessandro Dommarco di Ortona, D’Annunzio di Pescara, Fragassi di Moscufo, Transumanzartistica di Pennadomo, San Pasquale Bajlon di Torrevecchia Teatina, Giovanni Paolo II di Francavilla al Mare, Città di Tollo. Città di Canosa Sannita. È componente di giuria del Città di Vacri, Premio Sulmona, Biennale di Roma, Trofeo Akileas, Giuseppe Porto di Pianella, Don Mario Di Cola di Casoli, Beato Nunzio Sulprizio di Pescosansonesco, Città di Ripa teatina. Recentemente l’Accademia di Roma gli ha conferito la laurea honoris causa ed ha ricevuto il Premio Beato Nunzio Sulprizio per la critica d’arte.

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I COLORI DELLA NOSTRA TERRA ARTISTI IN CATALOGO Lucia Antenucci Sonia Babini Glauco Barlecchini Rosamaria Brandimarte Umbertina Cappelletti Carla Cerbaso Marco Cimorosi Concetta Daidone Patrizia D’Andrea Rita D’Emilio Mario Di Donato Roberto Di Giampaolo Amilcare Di Paolo Mario Di Profio Diana Ferrante Patrizia Franchi Carmine Galie’ Domenico Giarratano Nadia Lolletti Violetta Mastrodonato Teresa Michetti Bruno Paglialonga Francesca Panetta Roberta Papponetti Carla Picciani Terezina Radovani Lucia Ruggieri Romina Scipione Marcello Specchio MariaLuisa Torlontano Gianfranco Zazzeroni Dora Fabiano Luciano Astolfi Luisa Balzano Gino Berardi Mario Buongrazio Diego Carchesio Francesco Ciccolone Leone D’Agui Sabina D’Alfonso Giuseppe De Matteo Vincenzo De Sanctis Silvino Di Giambattista Rita Di Marcantonio Mario Di Paolo Angela Di Teodoro Silvio Fortebraccio Graziella Gagliardi Tiziana Giampaolo Concetta Jaccarino Domenico Marcone Plinio Meriggiola Lucio Monaco Leonardo Paglialonga Tiziana Pantalone Vincenzo Petruccelli Maria Pierdomenico Cinzia Rai Vilma Santarelli Paola Spaventa Mirella Spinosa Loriana Valentini Silvana Zuccarini

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Lucia Antenucci, Scorcio di Barete, 2010, olio su tela, cm 25x35

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Luciano Astolfi, Ricordi Vari, 2010, t.m. su tela, cm 50x70

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Sonia Babini, Forza Gentile, 2014, acrilico su tela, cm 70x100

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Luisa Balzano, La Memoria Ritrovata, 2010, olio su tela, cm 50x70

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Glauco Barlecchini, Paesaggio, 2014, olio su tela, cm 70x50

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Gino Berardi, Arte nell’arte, 2014, t.m. su tela, cm 80x80

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