Description
Rivista mensile on line di filosofia-Registrata presso il Tribunale di Milano,
N° 378 del 23/06/2010, ISSN 2038-4386
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vita pensata la filosofia come vita pensata 8 il battito che sospinge il battito che senza requie per l acheronte traghetta il disadorno corteo trapunto di nero desolato di luce non calcato da apollo verso il paese oscuro che tutti accoglie eschilo sette contro tebe vv 855-860 issn 2038-4386 vita pensata rivista mensile di filosofia anno ii n 8 febbraio 2011
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vita pensata rivista mensile di filosofia anno ii n 8 febbraio 2011 direttore responsabile augusto cavadi direttori scientifici alberto giovanni biuso giuseppina randazzo rivista mensile on line registrata presso il tribunale di milano n° 378 del 23/06/2010 issn 2038-4386 2
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vita pensata rivista mensile di filosofia anno ii n 8 febbraio 2011 indice editoriale agb gr sulla fine 4 0 11 2 3 4556 7899 vita pensata temi ines testoni soffrire per malattia grave e lutto non È patologico 5 francesco coniglione universitÀ sotto tiro miti e realtÀ del sistema universitario italiano ii parte 10 20 23 il battito che sospinge il battito che senza requie per l acheronte traghetta il disadorno corteo trapunto di nero desolato di luce non calcato da apollo verso il paese oscuro che tutti accoglie luigi ingaliso aspetti della scienza nell italia preunitaria marco trainito religione filosofica versus religione popolare autori ivana randazzo albert schweitzer e la crisi della civiltÀ antonio vigilante giuseppe rensi e la domanda etica fondamentale eschilo sette contro tebe vv 855-860 anno ii n.8febbraio 2011 mensile di filosofia issn 2038-4386 28 30 visioni alberto giovanni biuso islam immagini e forme alberto giovanni biuso le armi la morte sito internet www.vitapensata.eu 37 39 42 45 47 rita cocuzza cassandra alberto giovanni biuso oltre la morte agb gr you don t know jack recensioni alberto giovanni biuso la fine di tutto diego bruschi morte del libro augusto cavadi che cosa vuol dire morire giusy randazzo amore e morte nees 49 52 53 57 in copertina dolori urbani fotografia di gianluigi suman marta cristofanini il disillusionista valerio marconi epitafio al modo di gorgia scrittura creativa giusy randazzo parole al vento 3 60 62 65
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vita pensata rivista mensile di filosofia anno ii n 8 febbraio 2011 editoriale sulla fine agb gr ual è la giusta prospettiva attraverso cui intendere l evento più tragico e insieme naturale che ci contraddistingue e che al contempo rimane il più estraneo la consapevolezza di esser-per-la-morte non è scontata e non è vissuta in modo costante e presente sfugge volontariamente dal nostro palcoscenico quotidiano per consentirci di assaporare la vita come fosse eterna e di compiere scelte eterne a volte l intuizione del proprio io proprio a me giunge inaspettata ci liberiamo dall angoscia che genera -da questa paura senza oggetto perché di fronte ha l abisso dell ignoto con un deciso atto di coscienza non ora non adesso dunque non io non a me un sillogismo su quale ci culliamo come bambini tra le braccia di questa vita che anche quando odiamo continuiamo ad amare in un attaccamento che è una vera dipendenza disperante lo strappo e la lacerazione che genera il sapersi condannati per malattia o la coscienza che chi ci è caro ha un destino segnato portano con sé il ticchettio martellante del conto alla rovescia che si vorrebbe fermare o l immagine orrrorifica del plotone di esecuzione pronto a mirare e a sparare che si vorrebbe implorare e l oltre che attende vuoto o pieno di essere ha un senso parlarne ha un senso pensare che si possa indagare e persino definire ha un senso affidarci a chi è più specialista di altri come se fosse un esperienza ripetibile o come se la risposta si potesse determinare sulla base del ragionamento o della riflessione quest oltre è davvero oltre lo conosciamo soltanto dal punto di vista di chi rimane e che nell aspetto di chi va si traduce in rigidità in freddezza in improvvisa restituzione alla memoria del volto del calore del corpo vissuto in presenza fisica 4 q decisamente privata di quell io irriducibile che ben conoscevamo un momento topico in cui il noi si strappa e i morti diventano loro e la barriera tra noi e loro si alza e da pellicola trasparente si fa muro di cemento s impara a convivere con l assenza in un percorso doloroso che è misura della fragilità della nostra umanità non abituata all impermanenza delle cose e del bisogno di fisicità che l amore porta con sé pur essendo convinti di amare l altro soltanto per la sua intangibile unicità quest oltre di chi vive la morte dell amato è un vagare nel deserto di risposte in un soliloquio senza fine che diviene legame disperante e le oasi che come miraggi compaiono all orizzonte sembrano dissetare per un momento come quando sognando chi è andato par di averlo ancora lì con noi chi può aprire quest intimo interiore costante soliloquio di nuovo alla vita coloro che regalano miraggi permettendo alla speranza di aver gioco sulla realtà inaccettabile o chi accetta di camminare al suo fianco consapevole del diritto di soffrire consapevole dell assenza di ogni certezza fin tanto che l altro non giunga egli stesso alla conclusione che l oasi gli tocca costruirsela da sé recintando un angolo nel suo personale mare di dolore che gli consenta di vivere e sorridere ancora e dove si trova un compagno di tal sorta tra i sacerdoti gli psicologi i filosofi gli amici e coloro che sono consapevoli che la clessidra ha iniziato a far scivolare gli ultimi granelli come si possono accompagnare sino al confine tra noi e loro È un numero di vita pensata in cui la tematica trasversale non emerge soltanto ma viene affrontata con numerosi contributi pur se molti altri articoli sono dedicati a temi e autori estranei all argomento sempre che ci sia qualcuno o qualcosa estraneo alla morte.
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vita pensata rivista mensile di filosofia anno ii n 8 febbraio 2011 soffrire per malattia grave e lutto non È patologico di ines testoni pprovazione della legge 38/2010 ed elementi dell approccio palliativo le più recenti ricerche intorno a finevita e problemi bioetici annessi evidenziano che il desiderio di morte che caratterizza il dolore totale di molte patologie terminali può essere gestito e ridotto grazie alla palliazione tale tipo di cura infatti volta non al ripristino della salute ma alla riduzione dell intollerabilità del dolore permette di restituire in misura diversa a seconda della patologia e del suo stadio una qual forma di benessere al sofferente l eliminazione o la riduzione dell insostenibilità del dolore riduce altresì la volontà di porre termine alla vita e dunque le richieste di eutanasia fortemente voluta da coloro che lavorano a diretto contatto con il morente e con i suoi famigliari da meno di un anno è stata approvata la legge 38/2010 sulla terapia del dolore e la palliazione si tratta dell esito di un lungo ma anche irresistibile processo di costruzione bottom-up in cui il legislatore ha saputo da ultimo essere espressione finale di una convalida sociale ampiamente confermata dalla prassi in effetti la legge è stata capace di non snaturare la matrice di fondo che da anni guida il lavoro di cura accompagnamento e assistenza del malato terminale ovvero l approccio delle medical humanities per l italia di tratta di un cambiamento importante in quanto il nostro risulta essere uno tra i paesi più arretrati in occidente rispetto alla gestione del dolore e per siffatta ragione questo traguardo può essere considerato quasi una rivoluzione l abbandono della logica paternalistica infatti che impone un rapporto di autorità tra specialista-curante e ammalato-ignorante è stato abbandonato in questo campo a 5 a foto di camillo ferrari favore del paradigma palliativista il quale risponde al riconoscimento in campo medico della centralità della persona tale aspetto introduce dunque nella medicina moderna un campo di riflessioni fino a ora lasciato fuori dal suo dominio di interessi ovvero la questione relativa all ulteriorità del soggetto rispetto al proprio essere corpo-macchina e alle sue disgregazioni da questa importante evoluzione prendono origine per un verso la necessità che i caregivers professionali acquisiscano competenze oltre che mediche specialmente filosofiche e psicologiche e per l altro che la presa in carico del malato sia affidata a una rete di operatori che sappiano cooperare e lavorare confrontandosi a livello interdisciplinare uno dei punti cardine della cura centrata sul paziente riguarda la sofferenza che accompagna il dolore nel cui alveo confluisce con funzione primaria sebbene inscindibilmente legata a quella somatica la dimensione psicologica al cui interno si inscrivono i processi di significazione relativi al rapporto vita-malattia-morte in tale circuito è essenziale la presa in carico degli aspetti affettivo-relazionali insieme a quelli che spalancano le cateratte dell angoscia che temi
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vita pensata rivista mensile di filosofia anno ii n 8 febbraio 2011 temi foto di claudio carta colombo l integrazione tra assistenza domiciliare ospedaliera e di hospice una formazione specialistica universitaria post-universitaria e permanente destinata a chi lavora nel team il riconoscimento della professionalità acquisita la misurazione dell efficacia degli interventi nonché la possibilità di modificarli e implementarli grazie alla ricerca scientifica discutere il cambiamento gruppo di lavoro voluto dall ordine degli psicologi del veneto e dal master death studies the end of life di questo problema si sta già cominciando a parlare per l area psicologica all interno di un gruppo di lavoro voluto dall ordine degli psicologi del veneto in accordo con l università di padova e in particolare con il master death studies the end of life studi sulla morte e il morire per il sostegno e l accompagnamento tale gruppo è stato finalizzato alla definizione dei possibili ruoli e funzioni che lo psicologo può assumere all interno del team o indipendentemente da esso in quanto libero professionista in grado di garantire una consulenza adeguata infatti rispetto alla rete di intervento prevista specialmente gli psicologi insieme agli ineludibili medici e infermieri pare debbano assumere una posizione centrale ma proprio per questa rilevanza non è possibile eludere alcuni problemi importanti che sono peraltro già emersi e sui quali questa categoria di professionisti è chiamata a confrontarsi ricordiamo per esempio che la competenza psicologica richiesta non si estingue nei saperi psico-oncologici poiché la terminalità intesa come periodo prolungato di malattia inguaribile che porta alla morte interessa molte altre patologie mentre il lavoro psico-oncologico fino a ora ha garantito il proprio successo facendo leva sulle strategie di coping che aumentano le la consapevolezza di dover morire e il suo compito evolutivo comportano il processo di conclusione e chiusura dei rapporti interumani si annuncia infatti nella fase finale della vita del malato e di chi gli è caro come una perdita subita piuttosto che agita o voluta ma non per questo non elaborabile l approccio delle medical humanities assunto dalle legge 38/2010 -partendo dal principio secondo cui è possibile trasformare il dolore in un esperienza dotata di senso soltanto se la relazione di cura è in grado di accogliere l interezza del paziente stabilisce che è inevitabile per il sofferente e per coloro che appartengono alla sua rete relazionale affrontare il drammatico compito imposto dall imminenza della morte non solo rendendo questa fase sopportabile ma anche e specialmente riconoscendole l importanza cruciale che le spetta in quanto passaggio irreversibile che nella sua essenza rimane ancora sconosciuto e quasi assolutamente insondabile per poter garantire questo alto livello di intervento il legislatore ha dunque previsto la predisposizione di reti di intervento composte da team si professionisti che operano a livello interdisciplinare 6
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vita pensata rivista mensile di filosofia anno ii n 8 febbraio 2011 capacità reattive del malato puntando sull ottimismo della guarigione piuttosto che sul pessimismo dell ineluttabilità l intervento palliativo purtroppo non può prescindere dall assunzione del pensiero di morte e dall elaborazione psicologica del lutto anticipatorio nonché infine della perdita irreversibile con cui devono fare i conti sia il morente sia i famigliari questo significa che l empowering richiede nuove categorie di fondazione rispetto alla gestione cognitivo-affettiva della malattia e del suo preannunciarsi vettore di morte inevitabile rispetto a ciò pare che la consulenza religiosa a detta proprio delle ricerche in campo psicologico sia più efficace di quella psicologica in alcuni casi gli psicologi -i quali fin dall origine del loro riconoscimento scientifico e sociale assumono un atteggiamento positivo rispetto alla conoscenza dell umano e non certamente fideista cominciano dunque ad assumere argomentazioni di tipo mistico/religioso per lenire il tormento esistenziale di chi si trova a fronteggiare il confine ultimo della vita questo intervento è giustificato pragmaticamente dall obiettivo perseguito ma la questione non è indifferente perché questi teologi ingenui per non dire semplicemente improvvisati usano il concetto di dio con funzione palliativa per la dimensione psicologica la giustificazione utilitarista è ovviamente quella del fine che giustifica i mezzi e non ci sarebbe alcunché da obiettare se non si trattasse del concetto più grande e difficile rispetto al quale l umanità si è rivolta durante tutta la propria storia per dare senso alla propria esistenza e a quella di ogni individuo da questo punto di vista qualsiasi volontà d uso non può che risultare vuota retorica o imbroglio rispetto a chi invece fa sul serio ma chi più del malato pensa seriamente a che cosa ne sarà della sua persona dopo il passaggio da questo punto di vista potrebbe sembrare che dunque gli unici veramente titolati ad accompagnare il morente e i suoi famigliari al grande distacco non possano essere che i religiosi e i consulenti abilitati a discutere intorno all anima e ai suoi destini per aiutare coloro che finiscono a vedere oltre il muro da saltare immaginando che cosa ci sia dall altra parte e facendo in modo che questo salto assomigli il più possibile a quei tanti distacchi e cambiamenti che sono appartenuti alla vita già vissuta nessuna obiezione se fossimo certi che questo è indubitabile purtroppo il grande concetto di dio e mi riferisco al più grande ovvero quello pensato dalla metafisica il più grande in quanto determinato dalla volontà di pensarlo in termini di verità incontrovertibile e giammai come semplice contenuto di illusioni mitologiche è infatti anche quello più confutato dal novecento in poi questo significa che ogni volontà di rassicurare l altro attraverso l uso ingenuo o al contrario la disposizione di argomentazioni competenti che concernono dio non può che essere risultato dice inclemente proprio la psicologia di istanze narcisistiche individuali o di bias al servizio del sé o peggio del peggio di dinamiche di potere sociale orientate in questo caso è il biodiritto a denunciare la cosa a gestire le politiche dei corpi a vantaggio di supremazie ideologiche precise riflessione finale sulla patologizzazione del lutto storicamente la psicologia nasce quando si è cominciato a dire che dio era morto come pure l anima che doveva raggiungerlo dopo la morte del corpo purtroppo di tutti questi temi gli psicologi sanno davvero poco e quel che conoscono è il risultato di una passione 7 temi
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vita pensata rivista mensile di filosofia anno ii n 8 febbraio 2011 temi personale ma sappiamo benissimo proprio grazie alla psicologia che la volontà di tranquillizzare l altro con le nostre personali credenze è soltanto la proiezione nell altro del proprio desiderio di rassicurare se stessi purtroppo gli psicologi non hanno alcuna competenza teologica e ancora meno filosofica per poter gestire in modo corretto categorie relative alla trascendenza ecco dunque a conclusione di questo intervento che risulta imprescindibile porsi alcune questioni la prima consiste nel chiedersi se sia intellettualmente e umanamente onesto che i contenuti religiosi vengano utilizzati dallo psicologo con funzione palliativa se ci pensiamo bene infatti l uso del nome di dio è sempre una bestemmia anche se molti politici e religiosi contemporanei assai interessati alla questione politica e la stessa storia ci hanno abituato a credere il contrario ma torniamo alla specificità del problema psicologico rispetto alla possibile gestione di quella dimensione che la letteratura psicologica chiama spiritualità i secoli di discussione filosofica e teologica sulla questione dell ulteriorità dimostrano che la buona fede dettata dall ignoranza è una sostanziale malafede perché consiste nella denigrazione di ciò che più conta per l uomo nessuno si azzarderebbe facciamo un esempio paradossale a presentarsi dinanzi a una commissione che seleziona tecnici per la produzione di energia nucleare dicendo di essere competente in fisica qualora questo non fosse vero È forse più importante la fisica per lo psicologo che affronta temi religiosi che dio È forse più importante una commissione esaminatrice di un morente e dei suoi famigliari se la risposta è positiva lo psicologo ha sbagliato lavoro se invece è negativa deve sapere che non può fare un intervento che riguardi la spiritualità perché non ha la formazione che per esempio la laurea in filosofia richiede una gestione personalistica del tema religioso non denuncia altro da parte dello psicologo che il fallimento del suo intervento in quanto psicologo se altresì il paziente non crede affatto in dio questo tipo di consulenza incorre nel rischio che la sua buona fede non si risolva in altro che in una violenza nei confronti di chi vive il proprio finire in quanto messo nella condizione di sopportare tanto che vale questo tipo di intervento psicologico è solo inconsapevole per ignoranza collusione con le istanze sociali che pretendono che dinanzi alla morte tutti operino una qualche forma di conversione per garantire che venga mantenuto il potere di chi amministra le religioni istituzionali non è forse questo il modo migliore per dichiarare che la morte è proprio la fine della soggettività e dunque della volontà di esser sé che si annuncia come autodeterminazione la quale però può esser tale solo quando si ha la forza di imporsi su chi vorrebbe usare la nostra presenza per evitare questi rischi non sarebbe meglio prevedere innanzitutto una buona e competente consulenza filosofica parallela e pari a quella psicologica la consulenza filosofica è proprio quella pratica che sa riaccendere i percorsi di ricerca di significato attraverso la relazione essa nasce come maieutica rivolta a quel sapere che caratterizza da sempre l uomo il sapere di dover morire il linguaggio della filosofia su cui ogni religione ormai cerca di trovare il proprio fondamento per non essere solo mitologia dunque discorso volutamente illusorio e per ciò stesso meramente palliativo è la costante riflessione dell uomo sul senso del vivere sapendo di dover morire gli psicologi queste cose non le sanno perché nei loro corsi di studio si insegna ad abbandonare la filosofia e a 8
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vita pensata rivista mensile di filosofia anno ii n 8 febbraio 2011 ignorare totalmente il rapporto di dipendenza che la religione intrattiene con essa agli psicologi vengono spiegati i meccanismi del pensiero non che cosa significhi pensare e ancora meno viene illustrato l universo del morire ma la legge 38/2010 non attribuisce alcun valore ai filosofi siamo dunque evidentemente davanti a gravi contraddizioni rispetto alla gestione del concetto di persona nell intervento di accompagnamento verso la fine e queste contraddizioni si manifestano conclusivamente in un ulteriore grande rischio vediamolo per punti nella cultura occidentale il lutto è sempre stato vissuto come momento comunitario in cui condividere il cordoglio attraverso pratiche sociali che offrissero l occasione di condividere il senso dell esperienza del limite da sempre l uomo sa che la morte e la malattia sono causa di grande dolore e questo dolore muove la storia umana verso la riflessione sul senso della vita non è mai stato pensato neppure freud lo ha fatto nonostante la sua visione pan-neurotica della sofferenza psichica che fosse psicopatologico soffrire a causa della morte la sofferenza in sé non è espressione di psicopatologia il fatto che lo psicologo titolato a gestire l accompagnamento pur ignorando totalmente in termini di competenza scientifica ovvero rigorosamente sistematica i contenuti della filosofia e della religione spesso si risolva a suggerire al morente e ai dolenti letture di testi sacri quelli che personalmente piacciono a lui oppure a pregare per rivolgersi al dio in cui credono oppure a utilizzare pratiche esoteriche o orientaleggianti dimostra proprio questo lo psicologo sa che i suoi saperi sono assolutamente insufficienti per gestire l esperienza del morire in questa fase in parlamento si sta lavorando per la discussione dei decreti attuativi che saranno quelli che renderanno operazionalizzabile la legge 38/2010 si tratta di un momento molto delicato perché non viene aperta la discussione a livello pubblico per evitare che gli psicologi siano tacciati di ignoranza è probabile che venga richiesto che coloro che dovranno gestire l accompagnamento siano psicoterapeuti ovvero abbiano acquisito il grado più alto di competenza rispetto all intervento clinico ergo poiché gli psicologi non sanno quasi niente di che cosa significhi morire e poiché la legge vuole invece garantire il livello più elevato di competenza rispetto alla gestione di questo problema se passa l idea rimediale secondo cui solo gli psicoterapeuti saranno titolati a gestire l accompagnamento coloro che soffrono per l esperienza del morire verranno considerati psicologicamente disturbati disabili mentali matti da curare certamente il considerare la sofferenza portata dalla morte come una malattia mentale è certo una novità culturale importante nella storia umana È evidente che si tratta di un paradosso grave ma che cosa stanno facendo i filosofi e gli psicologi per affrontate il problema molto poco per non dire quasi niente eccomi dunque in quanto psicologa e filosofa a tentar di accendere la miccia proponendo di organizzare convegni di risonanza sociale importante affinché la questione venga presa sul serio ma forse è già troppo tardi perché nelle stanze dei bottoni quelli che vogliono amministrare le politiche dei corpi sanno come lavorare nascostamente per produrre risultati che appaiono indiscutibili in quanto fanno leva sull ignoranza 9 temi
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vita pensata rivista mensile di filosofia anno ii n 8 febbraio 2011 temi universitÀ sotto tiro miti e realtÀ del sistema universitario italiano di francesco coniglione ognando california era questo il titolo di una canzone assai celebre nel 68 che vedeva nella california lo stato americano più libero più creativo e più anticonformista così com è tuttora ma la california è anche lo stato delle più prestigiose università e della mitica silicon valley nella quale è allocata la ricerca di punta degli stati uniti assumendo la california a simbolo della ricerca avanzata è anche la canzone che potrebbe essere oggi cantata da molti critici dell università italiana che vedono negli stati uniti la patria dell eccellenza scientifica e il modello universitario che si dovrebbe prendere ad esempio nella ristrutturazione delle traballanti istituzioni accademiche italiane tale giudizio si basa su tre miti1 e cioè che in america la ricerca è essenzialmente finanziata da privati la ricerca è essenzialmente ricerca di eccellenza che avere ricercatori eccezionali è sufficiente ma vediamo sino a che punto questi miti corrispondano alla realtà e iniziamo dalla ricerca per avere un quadro complessivo della situazione è fondamentale stabilire innanzi tutto una distinzione tra spesa per ricerca nel suo complesso quindi quella effettuata dalle industrie intra muros da enti di ricerca vari e dal sistema universitario e spesa per la ricerca effettuata solo nelle università e quindi escludendo la ricerca industriale e quella di altri enti di ricerca non di carattere accademico ciò perché spesso in italia si fa confusione tra le due e ad ii parte s esempio si sostiene che la ricerca e le università assunte le due cose in modo indistinto siano negli stati uniti prevalentemente finanziate dal settore privato ma se ciò è vero per la ricerca in generale non lo è per le università e la ricerca in esse compiuta e infatti se consideriamo quest ultima e prendiamo in esame la distribuzione della spesa per r&s nelle università americane relativa all ultimo anno disponibile si evince che gran parte dei finanziamenti per la ricerca il 60 provengono dal governo federale e che solo il 6 proviene dall industria se si considera che vi è anche un 7 di finanziamenti provenienti dagli stati e dai governi locali il totale dei finanziamenti pubblici sale al 67 vedi la figura 15 È notevole anche il 20 derivante da fondi propri delle istituzioni ovvero da ciò che le università investono grazie ai proventi che vengono da donazioni e attività economiche di vario genere come la vendita di brevetti o la partecipazione al loro sfruttamento un indicatore più parziale ma egualmente significativo per confermare quanto già detto è quello che concerne gli investimenti per ricerca scientifica e sviluppo nel campo denominato science engineering s&e2 secondo i dati più recenti anche in questo campo che dovrebbe essere quello a cui è più interessata l industria questa contribuisce solo per il 6 del totale della spesa e ciò malgrado tale voce sia aumentata rispetto al 2008 dell 11,6 inoltre apprendiamo che v è stato un incremento rispetto al 2008 del 5,8 il 4,2 se si tiene 10
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vita pensata rivista mensile di filosofia anno ii n 8 febbraio 2011 conto dell inflazione benché i finanziamenti del governo federale siano scesi dal 2005 di cinque punti percentuali dal 64 al 59 tuttavia esso rimane la fonte più consistente di finanziamento infine sotto la voce altro sono inclusi i finanziamenti provenienti da organizzazioni non-profit e da altre entità non governative notevole infine che il 75 del totale dei fondi sia destinato alla ricerca di base e il rimanente a quella applicata e allo sviluppo vedi la figura 16 quest ultimo dato è comprensibile in relazione al fatto che per quanto riguarda il finanziamento della ricerca scientifica in generale e quindi non solo nelle università constatiamo che nel 2008 le spese per r&s del settore privato sono circa il 68 del totale ed in questo si concentra maggiormente il finanziamento della ricerca applicata e di sviluppo proprio questo dato segna la più macroscopica differenza con la situazione italiana che si caratterizza per il bassissimo tasso di investimento dell industria e del privato in ricerca sia intra muros che all interno del sistema universitario vedi la figura 17 È questo il buco nero della ricerca italiana nel quale sta venendo risucchiata l italia dell innovazione3 la distanza dagli stati uniti è abissale ma anche il distacco dell italia dall eu nelle sue varie composizioni è enorme ed è cresciuto progressivamente dal 1981 al 2008 con una timida inversione di tendenza negli ultimi due anni anche in rapporto al pil l investimento del settore enterprise and business italiano è largamente al di sotto degli stati uniti e delle medie europee secondo le informazioni tratte dal databank di eurostat in italia il tasso va dallo 0,51 sul pil del 1998 allo 0,6 nel 2009 con una leggerissima variazione in aumento nel 11 temi
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vita pensata rivista mensile di filosofia anno ii n 8 febbraio 2011 temi corso di dieci anni ma sia in valore assoluto sia in tasso di crescita siamo sempre al di sotto degli altri paesi nel periodo 1998-2009 gli stati uniti passano dall 1,9 al 2 l eu27 dall 1,13 all 1,21 l eu15 dall 1,17 all 1,28 e l area dell euro dall 1,16 all 1,22 insomma siamo alla metà circa dell europa e ancora più indietro rispetto agli stati uniti nell oecd fanno peggio di noi solo paesi che non hanno una tradizione di imprenditoria privata alle spalle e che in ogni caso non si fregiano di appartenere al g84 anche i dati forniti dall oecd sono sostanzialmente convergenti 12
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vita pensata rivista mensile di filosofia anno ii n 8 febbraio 2011 basti dire che rispetto alla media oecd di spesa sul pil dello 1,65 nel 2008 l italia conferma il suo 0,6%5 ritornando al settore dell università americana il suo finanziamento complessivo e non della sola r&s vedi figura 18 comprende ovviamente anche il mantenimento delle strutture dei servizi e di tutte le facilities per studenti e personale e una cosa è il finanziamento delle università di ricerca un altra quella dell intero sistema dell educazione postsecondaria per quanto riguarda le research universities pubbliche apprendiamo da un rapporto del 2003 del council on governament relations l associazione delle università di ricerca che il 22 dei finanziamenti delle università non private proviene da commesse e contratti di ricerca pubblici e il 31 da finanziamenti non per ricerca federali statali e locali così il 53 delle risorse ha origine pubblica poi una buona fetta è assicurata da 13 temi
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vita pensata rivista mensile di filosofia anno ii n 8 febbraio 2011 temi tasse e contributi ed è quindi a carico degli studenti il 13 in italia è stato calcolato che nel 2007 le entrate contributive sono del 7,8 e un 14 concerne le auxiliary enterprises che di solito concernono tutte attività legate alle rette per alloggio alle gare sportive alla vendita di libri gadget e altro e infine ai servizi mensa che di solito non ricevono sussidi dall esterno e che quindi non solo devono essere finanziariamente autonome ma devono assicurare anche un profitto con le dovute eccezioni in quanto può essere ritenuto che questi siano aspetti strategici della missione di una particolare università e quindi essere sovvenzionate il 6 delle vendite e servizi concerne tutti i ricavi derivati dal processo educativo di ricerca o di servizio pubblici come ad es affitto di film pubblicazioni scientifiche e letterarie servizi di test tipografia universitaria cure cliniche e mediche e così via il 5 delle altre entrate comprende tutto ciò che non è classificato nelle voci precedenti le donazioni e finanziamenti privati sono solo il 9 delle entrate e sono possibili grazie al fatto che le università americane sono non-profit e quindi permettono il meccanismo virtuoso della detrazione fiscale nel confronto con quelle pubbliche le università private vedono l assoluta assenza di finanziamenti federali statali e locali un netto 0 che fa scomparire lo spicchio dalla torta l aumento delle tasse degli studenti e delle iniziative collaterali e anche leggermente dei finanziamenti per ricerca pubblici mentre diventano assai più consistenti i finanziamenti privati che salgono al 22 insomma le università di ricerca americane quelle al top che tanto invidiamo sono per lo più pubblicamente finanziate e solo per una modesta quantità dai privati ed è anche falso che si mantengono con le tasse degli studenti inoltre altra consistente differenza rispetto al sistema italiano le università private sono veramente tali e non private con i soldi pubblici come invece avviene da noi mi sembra che da quanto abbiamo illustrato risulti sfatato il primo mito sulle università americane ovvero che esse siano finanziate prevalentemente dal settore privato per quanto riguarda il secondo mito l eccellenza della ricerca americana non v è dubbio che le università americane siano tra le prime del mondo come è dimostrato anche dai dati bibliometrici che abbiamo prima esaminato inoltre di solito si citano i 270 nobel vinti da ricercatori americani nel periodo 1991-2002 un numero quattro volte superiore a quello dei paesi che seguono gran bretagna germania francia svezia ma l italia col suo 8° posto conferma nella sostanza le buone prestazioni dei ranking bibliometrici tuttavia come hanno fatto osservare boggio e ferraro «il mondo della ricerca negli stati uniti è estremamente ramificato ed include anche piccole università che spesso si occupano di ricerche importanti solo a livello locale senza di loro le università maggiori che poi sono una minoranza non potrebbero concentrare i loro sforzi sulla ricerca di base per sua natura molto rischiosa e senza applicazioni immediate»6 e aggiungiamo che spesso in questa miriade di università minori la ricerca è di basso profilo come del resto stanno a testimoniare i ranking internazionali infine è da osservare che il sistema universitario americano è assai vasto in quanto comprende più di 4.000 università che conferiscono una laurea secondo il national center for education statistics sono 4352 nel 2007-08 e prevede tipologie di università 14
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vita pensata rivista mensile di filosofia anno ii n 8 febbraio 2011 molto differenti che vanno da quelle cosiddette di ricerca con due tipologie quelle con very high research activity e quelle con high research activity ai tribal colleges secondo la classificazione della carnegie foundation fo the advancement of teaching che elenca ben 33 tipologie per fare un esempio le università con very high research activity cioè quelle al top sono in tutto 96 questo quadro conferma quanto prima avevamo detto e che del resto accade anche per altri settori della vita associata come ad esempio la sanità il sistema americano ha una performance eccellente solo per un limitato numero di università laddove quello italiano non ha tali picchi di eccellenza ma piuttosto riesce a mantenere alti standard qualitativi medi ma sorge a questo punto naturale la domanda e se le università italiane fossero finanziate agli stessi livelli delle università americane almeno di quelle eccellenti cercando di qualificare e migliorare quelle che già da ora hanno le migliori performance e di correggerne le storture cosa accadrebbe sarebbero solo soldi buttati nel forno infine il terzo mito avere ricercatori eccezionali è sufficiente questo richiederebbe un discorso più articolato e lungo in quanto sarebbe necessario domandarsi sufficienti a cosa È ormai invalsa l idea che il compito precipuo delle università sia quello di fare ricerca e possibilmente utile per le sue ricadute tecnologiche e la sua fruibilità sul mercato ma come si vede dall esempio americano le università di ricerca sono solo una piccola minoranza sul totale e inoltre non fanno solo ricerca ma anche didattica e preparazione per le professioni e un docente non viene giudicato solo per le sue qualità di ricercatore ma anche per quelle di insegnante e di amministratore/organizzatore sono questi i tre assi che compongono la valutazione che se ne dà gran parte del sistema universitario americano non è dedito alla ricerca e difatti viene finanziato pubblicamente perché ha altri scopi ritenuti altrettanto importanti perdere di vista l intero sistema per fissare lo sguardo solo sulle università di ricerca al top delle graduatorie le solite harvard princeton mit e così via significa guardare pochi anche se rigogliosi e splendidi alberi perdendo di vista il sottobosco che ne permette la crescita in secondo luogo non bisogna dimenticare che le università hanno una funzione generale nei confronti della società che oggi purtroppo viene sempre più trascurata a favore della loro dimensione produttiva e propulsiva dell innovazione e dell economia o di semplice preparazione per le professioni il numero programmato che si sta introducendo sempre più massicciamente nelle università italiane ne è un sintomo tale funzione si lega a tutti quei benefici non direttamente economici che hanno a che fare con una migliore qualità del capitale umano e con la creazione di una maggiore consapevolezza culturale che si traduce in benessere collettivo in migliore qualità della vita in maggiore coesione sociale in più consapevole e ampia partecipazione democratica non è un caso se l eu col programma di barroso per il 2020 si è posto l obiettivo di raggiungere il 40 della popolazione di 30-34 anni con la formazione universitaria completata una meta che sarebbe irragionevole se si dovesse solo puntare a creare un sistema di università di eccellenza finalizzato solo alla 15 temi
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