La relazione tra risk appetite e la disciplina regolamentare e contabile

 

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La relazione tra risk appetite e la disciplina regolamentare e contabile

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FRANCESCO RESCIGNO * LA RELAZIONE TRA RISK APPETITE E LA DISCIPLINA REGOLAMENTARE E CONTABILE: GLI EFFETTI DELL’IPOTROFIA DELLA POLITICA NEL SISTEMA BANCARIO E NELL’ECONOMIA REALE *Responsabile Rischi Operativi Compliance e Antiriciclaggio - Iccrea Banca. Le opinioni espresse dall’autore sono a titolo puramente personale.

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CISS - Centro Internazionale Studi Luigi Sturzo Via P. Cavallini, 24 00193 Roma Maggio 2014 Impaginato da Sophia - Società Cooperativa www.sophiacoop.it - sophia@sophiacoop.it Stampato da Art Color Printing

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INDICE Prefazione Premessa Il rapporto tra economia e politica pag. 4 pag. 8 pag. 8 Sistema di transizione tra politica ed economia: la funzione delle norme La relazione tra gestione dei rischi e rilevazioni contabili pag. 9 pag. 12

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PREFAZIONE Gli scenari di mercato critici e le mutevoli condizioni economico - finanziarie degli ultimi anni impongono alle banche, ma anche agli intermediari finanziari in generale, di costruire una struttura di supporto decisionale affinché le strategie e gli obiettivi operativi, siano il più possibile adeguati. La funzione di Risk Management deve dare sempre risposte più concrete e attendibili per un maggior controllo ed un'adeguata gestione del rischio. In questo contesto, si inserisce il Risk Appetite, o propensione al rischio, che è divenuto un concetto fondante della comunità del Risk Manager a livello nazionale ed internazionale. Ma cos'è in realtà il Risk Appetite? Per le singole imprese il Risk Appetite individua il possibile impatto negativo, determinato dall'insieme dei rischi assunti, che l'organizzazione è disposta a sopportare in via residuale, una volta predisposti presidi adeguati di prevenzione e controllo dei singoli rischi rilevanti. Il mancato rispetto delle soglie stabilite deve essere monitorato dal risk management e dalle altre funzioni di controllo interno, che hanno il compito di progettare sistemi di intervento rapidi, per apportare le necessarie modifiche correttive. Pertanto, risulta fondamentale l'inserimento di un framework di Risk Appetite adeguato alla realtà organizzativa e gestionale della banca che non richieda modifiche sostanziali all'interno del processo logistico. In tale ottica, risulta naturale come le Autorità di Vigilanza tengano nel giusto conto, manifestando grande attenzione al Risk Appetite quale strumento di controllo e mitigazione dei rischi, secondo apposite impostazioni di un framework strutturato Gli approcci alla definizione del Risk Appetite possono essere più o meno complessi in quanto dipendono, non solo dalle dimensioni della banca e del mercato in cui la stessa opera, ma anche dalla disponibilità di risorse qualificate al suo interno. In particolare, l’insieme dei processi riguardanti il rischio di credito devono essere impostati secondo meccanismi di Risk Based, prevedendo processi di escalation in linea con il framework di Risk Appetite. Il Risk Appetite, come espressione del livello di accettabilità o inaccettabilità del rischio, è lo strumento attraverso il quale poter declinare in ottica risk based e, in maniera sempre allineata alle mutevoli condizioni finanziarie, le linee guida strategiche di un'organizzazione in obiettivi operativi, per produrre valore aggiunto verso gli stakeholders. In funzione di ciò, dovrebbe essere uno degli aspetti più significativi sul quale investire in futuro per poter far crescere il valore competitivo delle nostre banche. 5

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per giungere alla realizzazione della gestione del business attraverso una adeguata consapevolezza della rischiosità. Accade, infatti, che sovente sia l’organo di supervisione strategica che i vertici aziendali non abbiano piena cognizione delle posizioni di rischio o meglio di alcune delle tipologie di rischio assunte; ciò quantunque ormai le infrastrutture di misurazione e monitoraggio dei rischi nonché i relativi presidi siano alquanto sofisticati. Il Risk Appetite framework è parte integrante della Risk Governance e della Risk Culture, in quanto elemento fondamentale per le scelte strategiche della banca nel continuo controllo del rendimento complessivo rispetto alla propensione al rischio. Ne deriva l'importanza di ricondurre i processi di Risk Management in una visione più globale e, soprattutto che dia concretezza nei risultati della gestione del rischio; ciò con particolare riferimento al monitoring e reporting, per avere una visione complessiva dei rischi della banca. L'obiettivo degli stakeholderd deve essere raggiunto tenendo conto non solo delle strategie e del capitale, ma anche dei rischi, in una visione globale e prospettica, attraverso indicatori qualitativi e quantitativi. Le soluzioni prescelte, che costituiscono gli indicatori, dovranno tenere conto della struttura della banca da un punto di vista organizzativo e dei processi, in modo da essere adeguati alle condizioni reali e non essere lontani dalle effettive esigenze della banca stessa. Il peso delle sofferenze bancarie è sempre in aumento; da recenti analisi (vedi, ex multis il Centro studi Unimpresa), risultano circa 162 miliardi di euro complessivi riferiti a prestiti che difficilmente verranno rimborsati. Di questo importo totale, 107 miliardi (66.1%) si ri- Andiamo ad analizzare i dati e le vicende. Ma se a disposizione si hanno tutti questi strumenti per poter valutare e gestire ogni eventuale rischio, come è possibile che le banche si trovino in questo stato di totale sofferenza? Come mai tutto questo meccanismo di sofisticati controlli non ha funzionato per il Monte Paschi di Siena? E’ necessario che sia creata e coltivata una cultura aziendale del Risk Appetite, in maniera che i comportamenti dei dipendenti e dei collaboratori siano di natura omogenea e coerenti con i parametri fissati dai vertici della banca. Una governance integrata dei rischi all'interno delle attività di business, consente alla banca di definire e declinare il proprio profilo di rischio e raggiungere l'obiettivo di poter analizzare la realtà rispetto ai possibili mutamenti del contesto esterno e rispetto ai principali competitor di riferimento, anche a livello europeo incrementando il proprio valore competitivo. L'attività di monitoring risulta finalizzata all'individuazione di eventuali criticità in ambito decisionale, che permettono, con azioni mirate, l'intervento del Management che ha la responsabilità non solo strategica ma anche operativa della banca, laddove i rischi e la politica di gestione degli stessi, secondo i criteri di trasparenza recentemente adottati, sono evidenti alla clientela. 6

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feriscono a finanziamenti di grandi dimensioni (superiori a 500.000 euro), mentre 54,9 miliardi (33.9%) si riferiscono a crediti minori (da 250.000 a 500.000 euro). Allora il Risk Appetite non funziona per il rischio di credito? Ci torneremo sopra. Analizziamo ora, il ruolo – talvolta distorto - del bilancio. Spesso è proprio il fattore "bilancio" che porta le banche ad effettuare operazioni rischiose per abbellire, agli occhi dei risparmiatori e degli investitori, una situazione critica e farla sembrare migliore di quanto non lo sia in realtà. Il Monte Paschi di Siena ha fatto esattamente questo; negli anni passati si è lanciato in una serie di operazioni rischiose. Trading sui mercati finanziari per moltiplicare i profitti, la scalata a banca Antonveneta ad un prezzo troppo elevato ecc... La cattiva interpretazione dei tempi del mercato ha portato il Monte Paschi Siena, alla fine del 2007, ad assumere una posizione da "rialzista" quando il mercato già volgeva al ribasso, acquistando titoli destinati a perdere valore. Come la maggior parte delle banche in Italia, ha fatto troppo affidamento su questi strumenti ma anche sulla possibilità di essere successivamente salvata dallo Stato, data la tradizione dell'Italia in questo campo. Nessuno si è curato della pericolosità e dei rischi legati a tali operazioni; le cose non sono andate come sperato ed ecco che la banca ha accumulato ulteriori perdite. Ad un certo punto, i mutui erogati alla clientela si contavano col contagocce. Ed è proprio a tutela dei risparmiatori che la procura di Trani, ha aperto un fascicolo di indagine per l'ipotesi di omessa vigilanza a carico di Bankitalia e Consob nella vicenda Mps. Molte grandi banche, subito prima di dover pubblicare i bilanci utilizzano queste metodologie per far sparire i debiti, far bella figura con i risparmiatori e gli azionisti ed assicurare al top management bonus gonfiati. Questo meccanismo non è certo nuovo, già in altre occasioni è stato utilizzato, come ad esempio per alcuni derivati venduti agli enti locali in Italia. E' esattamente lo stesso utilizzato dalla Grecia per abbellire il bilancio e poter entrare in Europa. Ma tra gli esempi di definizione di Risk Appetite – con riferimento all’integrazione con KPI qualitativi – sono indicati assieme al rating della controparte, alla black list dei Paesi in cui investire, ecc., degli Asset Classes (tipologie di investimenti finanziari) e tra di essi sono esclusi i derivati di credito! Per coprire le perdite si è ricorsi all'uso dei derivati. In pratica, la banca tramite un contratto derivato (tecnicamente chiamato swap, che consente lo scambio di due flussi di cassa, tipicamente un debito a tasso fisso con uno a tasso variabile) ha "spostato" il debito su altre banche. Nell'immediato, il bilancio del Monte Paschi Siena è stato ripulito e abbellito in occasione della sua pubblicazione; nel medio e lungo termine si dovrà fare i conti con il risanamento e non sarà certo facile farne fronte. 7

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Nell'inchiesta si ipotizzano i reati di truffa, manipolazione del mercato e aggiotaggio. Tornando alle sofferenze, peso diventato enorme per il sistema bancario italiano, va osservato come esse abbiano uno strano e perverso rapporto col credit crunch. Non può essere dimenticato che il credito costituisce per la gran parte delle banche (oggi, sempre di più) il principale rischio cui sono esposte, vuoi in termini di capitale regolamentare, vuoi in termini di capitale economico: in tale ottica, è ovvio come il settore bancario ponga particolare attenzione sulle dinamiche del rischio di credito, concentrandosi in termini di previsioni e di risultati da raggiungere per il portafoglio impieghi e sulla conseguente redditività. Con quali risultati, lo sappiamo. A parte i soliti ma non meno importanti discorsi sui coefficienti patrimoniali da rispettare, occorre porre attenzione alla cattiva salute delle nostre imprese che scoraggiano le banche dall’assumersi rischi di credito che potrebbero andare ad incrementare il monte sofferenze, già di per sé assai cospicuo. Va anche detto però, che la gestione del rischio di credito, ove fatta seguendo compiutamente le “regole” e la logica culturale del Risk Appetite, dovrebbe evitare di registrare un ammontare così elevato di sofferenze, costituito – come abbiamo visto – in gran parte dai c.d. grandi fidi. Da tutto questo complesso scenario si evince come sia necessario, se non indispensabile, predisporre sempre maggiori presidi e processi di controllo, mirati all'identificazione, alla limitazione ed alla gestione dei rischi, che permettano a questa economia malata, di riprendere ossigeno e ripartire: riuscire a condurre gli affari, il “business” con una maggiore consapevolezza dei rischi. L'apparenza non basta, serve sostanza e fondamenta solide su cui ricostruire e far ripartire il nostro Paese. Appare una considerazione del tutto naturale affermare che il credito rappresenti il principale rischio cui le banche sono esposte; tale rischio ha un’immediata ricaduta sulla redditività ed anche sull’ambiente economico nel quale la banca si trova ad operare. Bisognerebbe superare l’approccio standard per la misurazione del rischio di credito, che può provocare (anzi provoca) falle nel monitoraggio e nella gestione di un rischio di così grande rilevanza per l’impresa banca. Sergio Maria Battaglia Segretario Generale C.I.S.S. Centro Internazionale Studi Luigi Sturzo 8

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PREMESSA Propongo alcune riflessioni sull’inquadramento della gestione del rischio (La tolleranza al rischio - risk tolerance - e l’appetito per il rischio - risk appetite - entrambi utilizzati per descrivere sia il livello assoluto di rischio che una Banca è a priori disposta ad assumere, sia i limiti effettivi che essa pone nell’ambito di tale livello massimo), da un punto di vista della disciplina contabile e regolamentare ossia il presidio contro le perdite e la loro rappresentazione in Bilancio, che non può essere lasciata alla sola sfera dell’autonomia delle decisioni aziendali condizionata, rectius disciplinata, da regole che non abbiano una matrice politica che tenga conto di tutti gli interessi dei soggetti sociali. 1. IL RAPPORTO TRA ECONOMIA E POLITICA Ne consegue, da questo ribaltamento del rapporto tra economia e politica una triplice crisi. In primo luogo, la crisi della democrazia politica. Siamo di fronte ad una asimmetria intervenuta nelle dimensioni della politica e in quelle dell’economia e della finanza: l’asimmetria tra il carattere ancora sostanzialmente e inevitabilmente locale dei poteri statali e il carattere globale dei poteri economici e finanziari. La politica è tuttora ancorata ai confini degli Stati nazionali: nel senso che i poteri politici, soprattutto dei paesi più deboli, si esercitano soltanto all’interno dei territori statali e nel senso che gli orizzonti della politica sono a loro volta vincolati al consenso degli elettorati nazionali. Al contrario, i poteri economici e finanziari sono ormai poteri globali, che si esercitano al di fuori dei controlli politici e dei confini, e senza i limiti e i vincoli apprestati dal diritto – dalle legislazioni e dalle costituzioni – che è tuttora un diritto prevalentemente statale; è insomma saltato – o si è quanto meno indebolito, ed è destinato a divenire sempre più debole – il nesso democrazia/popolo e poteri decisionali/regolazione giuridica. Indubbiamente esiste anche una matrice di carattere ideologico. Essa consiste nel sostegno prestato al primato dell’economia dall’ideologia liberista, basata su due potenti postulati: la concezione dei poteri economici come libertà fondamentali e delle leggi del mercato come leggi naturali. La lex mercatoria come legge naturale, sovraordinata alla politica e al diritto come una sorta di necessità naturale. Di qui la trasformazione della politica in tecnocrazia, cioè nella sapiente applicazione delle leggi dell’economia da parte di governi “tecnici” – non dimentichiamo il monito di Bobbio sull’antitesi e l’incompatibilità tra democrazia e tecnocrazia – i quali traggono legittimazione dai mercati, e solo ai mercati – e non già ai parlamenti, ai partiti, alle forze sociali, alla società – devono rispondere. Siamo in presenza di un contesto nel quale il rapporto tra politica ed economia si è ribaltato. Non sono più gli Stati, con le loro politiche, che controllano i mercati e il mondo degli affari, imponendo loro regole, limiti e vincoli, ma sono i mercati e qualche agenzia privata di rating, che controllano e governano gli Stati. Il ribaltamento dipende da una ragione, di ordine strutturale. 9

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C’è poi un secondo aspetto della crisi: la crisi del diritto e delle forme dello Stato di diritto consegnateci dalla tradizione liberale. Il paradigma dello “Stato di diritto”, come dice questa stessa espressione, si è sviluppato nei confronti soltanto dello Stato, cioè dei poteri statali. Non ha investito i poteri sovrastatali da questa limitazione del ruolo del diritto, l’impotenza degli Stati, in grado solo di dare risposte locali a problemi globali e, soprattutto, non all’altezza di quei poteri insieme privati e globali che sono i poteri della finanza. 2. SISTEMA DI TRASMISSIONE TRA POLITICA ED ECONOMIA: LA FUNZIONE DELLE NORME Il sistema delle fonti oggi non può più descriversi con la tradizionale immagine di una scala, o come una piramide, ma piuttosto come una rete, ricca di connessioni, ma priva di una norma fondamentale (la Grundnorm) che costituisca la fonte prima di tutte le altre: è questo il dato che rende particolarmente complesso il sistema. A meno che la Grundnorm non si debba rintracciare nei giudizi delle Big three. Facciamo un passo indietro nel tempo. L’art. 177 del codice di commercio del 1882 imponeva l’obbligo per le società bancarie di depositare presso la cancelleria del Tribunale “nei primi quindici giorni di ogni mese la loro situazione economica relativa al mese precedente, secondo lo schema predisposto con Regio decreto”. La Relazione al codice spiega la norma così: “Fino ad ora il governo, fornito della prerogativa di rifiutare o di ritirare l’autorizzazione alle società per azioni, poteva imporre alle Banche l’obbligo di somministrare ogni mese la loro situazione… ora poi che l’autorizzazione si vuol sopprimere, è mestieri che la legge provveda altrimenti”. Come si inserisce in questa storia il “Terzo pilastro” di Basilea 2 ? Il Concordato di Basilea, nella seconda versione, prevede che le Banche rendano noti al pubblico dati che consentano di valutare la loro adeguatezza patrimoniale. In realtà, il Concordato di Basilea si riferisce espressamente alle sole Banche “con operatività internazio- In altri termini, la trasparenza bancaria verso il pubblico è definitivamente sostituita dalla “trasparenza assoluta” verso l’autorità di controllo (Costi), autorità che, in pratica, si fa garante della sicurezza dei depositi. Era facile rilevare l’insufficienza della trasparenza per la tutela dei depositanti: non era pensabile che il depositante si recasse nella cancelleria del Tribunale per decidere a quale Banca affidare i suoi depositi. In particolare, le ricorrenti crisi bancarie dell’inizio del ’900 aprivano il dibattito sulla necessità di forme più adeguate di tutela. Un dibattito ampio e ricco di spunti: si contrapponevano posizioni, che, per semplificazione, chiamerei di destra, che volevano intervenire sulla legislazione privatistica, garantendo ai depositanti forme di privilegio, e posizioni, di sinistra, che invocavano l’intervento dello Stato (v. Guarino e Toniolo nella Collana storica della Banca d’Italia). Si delinea, così, un’alternativa tra controllo pubblico e trasparenza della situazione economica del soggetto controllato. 10

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nale” (n. 20) e la trasparenza informativa ha lo scopo di consentire “agli operatori di mercato” (n. 809) (non ai depositanti) di disporre dei dati necessari alle loro valutazioni. Se così è, la regola appare piuttosto inutile: gli attenti operatori di mercato non hanno certo bisogno delle informazioni previste dal Concordato per... diffidare delle Banche, che hanno nel loro portafoglio obbligazioni emesse dalla Grecia... Del resto, il Terzo pilastro si presenta come mero suggerimento alle autorità di vigilanza; infatti, “le autorità di vigilanza potrebbero prescrivere alle Banche di pubblicizzare le informazioni in esame. In alternativa, esse hanno il potere di richiedere alle Banche di produrre tali informazioni nell’ambito delle segnalazioni di vigilanza”. In realtà i Paesi anglosassoni si muovono nella direzione di ridurre il perimetro di operatività delle Banche, anche se la resistenza delle lobby delle Banche è grande, come dimostrano, del resto, la vicenda della Volcker rule negli Stati Uniti e gli ostacoli che incontra nel Par- La tendenza è quella di ridurre l’elasticità delle normative nazionali e il potere discrezionale delle autorità domestiche: non sembra tendenza da salutare con entusiasmo. Non dimentichiamo che, secondo qualche studioso (Mac Goi), una maggiore discrezionalità dei poteri delle autorità di controllo avrebbe consentito interventi più rapidi ai primi sintomi della crisi del 2007. D’altra parte, il potere discrezionale dell’autorità nel concedere l’autorizzazione alle Banche si ampliava con la Seconda direttiva attraverso l’introduzione del principio di “sana e prudente gestione” e, come noto, il legislatore italiano ha fatto di questo principio “prezzemolino in ogni minestra” (Belli). Tuttavia, forse per reagire all’uso distorto che di questo principio è stato fatto, la Dir. 2007/44/ CE ha dettato una lunga e dettagliata serie di dati da valutare per applicare il principio di sana e prudente gestione, riducendo, così, ancora i poteri discrezionali delle autorità domestiche. Ricompare, così, in termini nuovi, l’alternativa: trasparenza rivolta al pubblico o trasparenza assoluta verso le autorità di vigilanza. Sorprende, allora, che la Direttiva n. 2006/48/CE estenda lo schema di Basilea a tutti gli enti creditizi (la giustificazione che si trova agli atti è: “per non creare due regimi diversi”), imponendo a tutti l’informativa al Mercato di una massa impressionante di dati. Tra l’altro, l’allegato XII della Direttiva contiene un elenco così lungo di dati da pubblicizzare che certamente si produce la disinformazione propria dell’eccesso di informazione. In effetti, da quando si è abbandonato il criterio dell’armonizzazione minima e si è passati al tentativo di una disciplina uniforme del mercato unico, le Direttive prodotte con il complicato metodo Lamfallussy sono così analitiche e stringenti che non soltanto non lasciano margini di deroga agli Stati nazionali, ma mortificano anche la discrezionalità delle autorità di controllo su questo tema. Il trend è preciso: se la Prima direttiva Banche lasciava, implicito, un certo margine di discrezionalità alle autorità domestiche, attraverso la valutazione del Programma (lo rilevava Gavalda), la Dir. 2000/12/CE dà del Programma un’interpretazione, per così dire, oggettiva (art. 8: “Gli Stati membri prevedono che la domanda di autorizzazione debba essere corredata di un programma di attività in cui saranno indicati in particolare il tipo delle operazioni previste e la struttura dell’organizzazione dell’ente” ). 11

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lamento inglese l’accettazione piena delle proposte della Commissione Vickers. L’organizzazione del sistema di controllo e regolazione del mercato e degli operatori impone di fare una scelta in due direzioni: sistema verticale o orizzontale. La soluzione della “prossimità” della vigilanza è ancora in essere e il complesso reticolo di autorità, commissioni e organismi consultivi oggi esistenti a livello comunitario ha piuttosto una prospettiva macroeconomica e, per quanto riguarda la vigilanza sui soggetti, si occupa soltanto di dettare le regole, o, al più, di controllare che gli Stati membri le attuino correttamente. La vigilanza sui singoli enti creditizi rimane competenza delle autorità domestiche. Questa ripartizione di competenze trova la sua giustificazione, mi pare, nella sua maggiore efficacia rispetto a un sistema di vertice. Il secondo aspetto riguarda l’organizzazione dell’autorità domestica e, in particolare, l’alternativa: unicità o pluralità dei controllori dei vari comparti del mercato finanziario. Per l’Italia il problema si poneva già negli anni trenta; infatti, l’art. 43 della prima stesura della legge bancaria (R.d.l. n. 375 del 1936) così stabiliva: “Sono devolute al Comitato dei Ministri e, rispettivamente, all’Ispettorato le funzioni e le facoltà attribuite al Ministro delle finanze ed all’Istituto di emissione dalle disposizioni sull’ordinamento delle borse di commercio…”. In sede di conversione del decreto, fu aggiunto all’art. 105 un comma che ne rinviava l’entrata in vigore ad un momento successivo “da determinarsi con Decreto del Capo del Governo”: il Decreto non venne mai emanato. Oggi, il sistema in vigore in Italia prevede una vasta pluralità di vigilanti, ma il dibattito è ancora aperto. A mio parere la scelta dell’autorità unica o plurale è una scelta piuttosto nominalistica. Anche gli ordinamenti che hanno scelto l’autorità unica, infatti, hanno creato poi sezioni speciali per le Banche. Se, invece, si sceglie la regola della pluralità delle autorità, va, piuttosto, correttamente risolto il problema della collaborazione tra le autorità; in questa direzione si è mossa la più recente legislazione italiana (legge sul risparmio e d.lgs. n. 239/2010). La soft law viene elaborata nei consessi di coordinamento internazionali, che sono le uniche sedi dove è possibile dare una risposta coordinata e globale a fenomeni che tali sono, e sono sedi che hanno anche un embrione di legittimazione politica, perché, ad esempio, è il G20 che legittima il Financial Stability Board. La criticità del passaggio tra questo livello e quello dell’hard low di macrosistemi, tipo USA, Unione Europea era proprio quella dell’uniformità, al fine di creare un piano di gioco livellato. 12

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Gestire il rischio, nelle varie forme in cui esso si manifesta, è il lavoro del banchiere, e rappresenta il punto cruciale di tutta l’attività bancaria. Se si considera poi l’importanza del ruolo delle Banche nell’economia reale, è pacifico asserire che lo stato di salute di una Banca ha ripercussioni che vanno ben oltre l’azienda in quanto tale, ma investe l’economia tutta. Proprio per questo ruolo cruciale del sistema bancario, e per l’importanza del credito nel circuito economico, il risk management dovrebbe essere in grado di costruire un’entità capace di resistere agli shock negativi che impattano sull’economia, e assorbirli tramite entità poste a presidio degli stessi. Oltre al capitale, che per definizione e il “cuscinetto di sicurezza” cui attingere, ci sono altre leve che possono essere usate. Una di queste e data dalle politiche di accantonamento, che vengono messe in atto a fronte degli squilibri fisiologici che costellano l’attività bancaria. Il ruolo delle Banche nel sistema economico generale, rappresenta un canale di sostegno degli investimenti, della crescita delle imprese e dell’economia tutta. Esercitare il credito presso un numero potenzialmente elevato di soggetti di diversa natura e affidabilità comporta l’assunzione di uno dei rischi più osservati e monitorati del sistema bancario: il rischio di credito. La corretta valutazione dei crediti e la conseguente previsione di adeguati accantonamenti, diventano un nodo cruciale nella gestione corretta della Banca. Le loan loss provisions sono una determinante considerevole dei livelli di profittabilità degli intermediari Banca ed hanno un impatto notevole anche sul patrimonio di vigilanza delle stesse. In linea di massima, in base al tasso di perdita potenziale che la Banca si aspetta di dover sopportare, deve tutelarsi tramite l’uso di accantonamenti ad hoc, mentre per la componente inattesa della perdita (ovvero che eccede le aspettative, c’è il patrimonio a fungere da “cuscinetto di sicurezza”). 3. LA RELAZIONE TRA GESTIONE DEI RISCHI E RILEVAZIONI CONTABILI In particolare, per superare le potenziali differenze in materia di calcolo dei tassi di perdita dei crediti, i temi per i quali si auspica convergenza riguardano: • differenze nei modelli di determinazione dell’accantonamento a fronte del rischio generico dei crediti in bonis, Il portafoglio creditizio delle Banche, pertanto, è un aspetto cruciale, la cui corretta valutazione ha impatti significativi non solo a livello contabile e per quanto riguarda il patrimonio di vigilanza, ma anche dal punto di vista fiscale e, da ultimo, manageriale. Un ruolo fondamentale è giocato dagli accantonamenti per le perdite su crediti, una voce di conto economico che viene tenuta sotto stretto controllo da tutti gli agenti operanti nel settore (autorità fiscali, contabili, di vigilanza e managers), la cui natura dipende in maniera cruciale dalle valutazioni della qualità degli assets creditizi che vengono operate dai vertici bancari. Esistono diversi punti di vista delle autorità contabili e regolamentari (con un breve accenno anche a considerazioni di natura fiscale), riguardo gli accantonamenti per le perdite su crediti (Loan loss provisions), ed i punti di convergenza necessari per coordinare le diverse normative. 13

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La trasparente valutazione degli accadimenti aziendali, a partire dal portafoglio creditizio, influenza senza alcun dubbio la correttezza delle segnalazioni all’autorità di vigilanza e il calcolo dei requisiti patrimoniali, oltre ovviamente alla veridicità dei bilanci. Nei paesi dell’Unione Europea la normativa sui bilanci bancari segue i dettami dei principi contabili internazionali, ed in particolare con i regolamenti 1606/2002 e 2086/2004, è stato imposto alle società quotate di adottare gli IAS (International Accounting Standards) nella redazione dei bilanci per ogni esercizio a partire dal primo gennaio 2005. In ambito bancario, è particolarmente importante il principio IAS 39, che disciplina il trattamento degli strumenti finanziari e la determinazione delle rettifiche di valore sui crediti. Esso segna il passaggio da un sistema contabile fondato sul “costo storico” ad un modello misto, in cui sono applicate regole di valutazione differenti, ovvero costo ammortizzato1 e fair value2, a seconda delle intenzioni gestionali del management. Salvo eccezioni, i prestiti bancari rientrano tra le attività valutate al costo ammortizzato: in questo caso, i crediti sono iscritti in bilancio al valore nominale determinato in base al piano di ammortamento previsto, a meno che non vi siano “evidenze obiettive” del loro deterioramento. Un impairment riferito ad un credito o ad un gruppo di crediti e uno “scadimento” della qualità degli stessi, tale per cui si ritiene che la Banca non sia in grado (o non abbia la certezza ragionevole), di riscuotere gli importi dovuti secondo i termini stabiliti contrattualmente. • • modalità di calcolo e valore dell’esposizione creditizia, definizione di default e orizzonte temporale di stima della probabilità di insolvenza. In questo caso, devono essere operate rettifiche di valore, iscrivendo il credito al nuovo valore attuale dei flussi di cassa attesi e imputando la differenza a conto economico3. Ciò che qui rileva e la nozione di incurred loss: secondo questa nuova impostazione, non e possibile stanziare accantonamenti sulla base delle perdite future attese (expected loss), anche se queste vengono stimate sulla base di criteri prudenziali come quelli previsti nell’Accordo di Basilea, come si vedrà nel prosieguo. Le autorità contabili preferiscono la presentazione di provisions ad hoc per ottenere un’informazione veritiera e corretta dei crediti. Il principio contabile che affronta questo tema delicato e lo IAS 37, che distingue gli accantonamenti a fondo (provisions), che devono essere rilevati contabilmente come passività nello stato patrimoniale, dalle passività potenziali (contingent liabilities), per le quali e sufficiente un’informativa nelle note di bilancio. 1. L’OIC (Organismo Italiano di Contabilità), nella Guida operativa per la transizione ai principi contabili internazionali (IAS/IFRS), definisce così il costo ammortizzato di un’attività o passività finanziaria: “è l’ammontare a cui l’attività/passività è valutata alla rilevazione iniziale al netto dei rimborsi di capitale, accresciuto o diminuito dell’ammortamento complessivo, attraverso il metodo. 3. Tale differenza costituisce l’accantonamento (provision) generico o specifico, oppure rettifica di valore (allowance). 2. Il fair value è definito come “il corrispettivo al quale un’attività può essere scambiata, o una passività estinta, tra parti consapevoli e disponibili in una transazione equa.” In questo modo, un’attività viene rivalutata o svalutata seguendo le variazioni del suo valore “equo”, stimato in base ai prezzi di mercato o ai flussi di cassa generati, introducendo un forte rischio di volatilità nei bilanci. Questa, in particolare, è stata la critica sollevata dagli istituti di credito, che ha portato ad un “ammorbidimento” dell’applicazione del fair value, a favore dell’utilizzo del costo ammortizzato. 14

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Generalmente, si effettua un’ulteriore distinzione tra accantonamenti specifici (o analitici) e generici (o forfetari). I primi nascono a fronte di perdite su crediti valutate singolarmente, mentre i secondi si basano su un portafoglio omogeneo di crediti. Gli accantonamenti specifici sono prettamente retrospettivi, in quanto ciò che emerge dal bilancio e un’informativa su eventi anteriori, senza effettuare previsioni in assenza di evidenze oggettive di deterioramento. Quelli generali invece possono essere più orientati al futuro, ma questo varia a seconda dei paesi e rimane una questione aperta per quanto riguarda la compatibilità tra principi contabili internazionali e regole prudenziali, come si vedrà in seguito. Ad ogni modo, le Banche non possono effettuare accantonamenti basandosi sulle perdite future attese, anche se queste vengono stimate sulla base dei metodi statistici validati dalle autorità di vigilanza. La ratio sottesa all’impostazione stringente delle autorità contabili e la volontà di non lasciare un margine discrezionale eccessivo in mano ai manager, che potrebbero sfruttare voci flessibili come gli accantonamenti per manipolare i redditi (da un punto di vista della stabilizzazione degli stessi, di solito per ragioni di tipo fiscale, perseguendo il cosiddetto profit smoothing). Di conseguenza, la volatilità dei bilanci non sembra essere un aspetto temuto, al contrario esso e anche ben visto, se il risultato finale è una maggiore trasparenza nella redazione dei documenti contabili, che riflettano in modo più accurato l’evolversi degli accadimenti aziendali e la loro incidenza sui risultati ottenuti. Gli Accordi di Basilea, pur essendo privi di forza normativa, sono di fatto recepiti e applicati dalle autorità di vigilanza dei Paesi più avanzati, poiché costituiscono un importante punto di analisi della corretta gestione degli istituti di credito. Il fulcro di tali accordi è il capitale4. Esso viene ad essere il punto di riferimento per la tutela della Banca e dei terzi da eventuali andamenti sfavorevoli, che possano inficiarne la stabilita. Di fatto, l’attività bancaria e costellata di rischi, la cui gestione rappresenta “la ragione fondamentale dell’esistenza e dell’operatività”, ma è riguardo alla copertura a fronte delle perdite inattese che doveva essere rivolta una particolare attenzione. Da qui sono nate le regole in tema di capitale, che è visto come un “cuscinetto” di sicurezza, il cui ammontare minimo non può essere inferiore alla soglia dell’ 8% in rapporto all’attivo ponderato per il rischio5. 4. Il nuovo Accordo non rappresenta solo un aggiornamento dello strumento dei coefficienti patrimoniali, ma definisce un sistema complesso di vigilanza sugli intermediari Banca ri fondato su tre “pilastri”: i requisiti patrimoniali minimi, il controllo prudenziale dell’adeguatezza patrimoniale e la disciplina del mercato. L’impostazione prudenziale che deriva dal recepimento degli accordi sul capitale, meglio noti come Basilea I e II, persegue obiettivi differenti rispetto all’approccio delle autorità contabili visto sin d’ora, e di conseguenza prevede un trattamento diverso per le loan loss provisions. 5. Il patrimonio di vigilanza si distingue generalmente dal capitale economico della Banca , e si compone della somma di Tier I e Tier II, come si vedrà in seguito. La somma di questi due elementi rappresenta il numeratore del coefficiente di solvibilità che deve rispettare i livelli minimi richiesti dall’Accordo di Basilea. 15

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