runspazioperartistidipassaggio#2

 

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RUN è una proposta artistica nel cuore della contemporaneità. Il progetto intende dare visibilità al processo di creazione dell’opera d’arte e favorire un incontro aperto tra artisti.

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RUN/Spazio per artisti di passaggio #2

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RUN è una proposta artistica nel cuore della contemporaneità. Il progetto intende dare visibilità al processo di creazione dell’opera d’arte e favorire un incontro aperto tra artisti. Tra il viavai della centralissima piazza Garibaldi di Lerici, luogo vitale per i cittadini di questo paese, un piccolo spazio è messo a disposizione per due artisti invitati, a turni settimanali nel mese di agosto. Gli artisti avranno un luogo dove incontrarsi dal lunedì al sabato, tenendo conto che il focus del progetto prevede di tradurre l’attività artistica singolare in un’opera unica condivisa. La domenica, giorno di festa, dalle 18 alle 22, le opere saranno mostrate al pubblico, con un evento che celebra il lavoro compiuto nei giorni trascorsi. 05/08 . 11/08 Dino Baudone | Gino D’Ugo 12/08 . 18/08 Marco Andrea Magni | Serena Fineschi 19/08 . 25/08 Paolo Ranieri | Tonylight _con la partecipazione di Bastian Errai_ 26/08 . 01/09 Brucio | Rada Koželj http://runspazioperartistidipassaggio.blogspot.it runspazioperartistidipassaggio@gmail.com +393389836635 | Piazza Garibaldi 39 | 19032 Lerici (Sp) ©all rigths reserved runspazioperartistidipassaggio

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WEEK #1 . Dino Baudone | Gino D’Ugo

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AI NOSTRI PADRI PER I NOSTRI FIGLI antenne, cavi conduttori, poltrona, dimensioni variabili, 2013 Raccontarsi in dialogo fra Lui e Lui, e L’altra, che sarei Io. La sintesi che ci propongo Dino Baudone e Gino D’Ugo è la prima delle quattro combinazioni possibili di RUN/Spazio per artisti di passaggio #2. In queste poche domande ci racconteranno il loro progetto e il viaggio vissuto insieme. J: Un musicista e uno scultore: da dove avete iniziato il vostro dialogo? D: Principalmente mettendo da parte le nostre appartenenze artistiche alla ricerca di coniugare in modo totalmente aperto e completo un percorso che ci portasse alla fusione di una linea di pensiero comune, il tentativo è stato quello di evitare di accostare due esperienze individuali differenti bensì di unirle trovando tutti i possibili punti di contatto. G: Dall’esigenza di esprimersi, che va ben oltre la formalità e la tecnica. Ogni forma d’arte richiede immaginazione e restituisce una visione, la realtà poi aggiunge il resto. Ci siamo confrontati sulle nostre priorità etiche, critiche e immaginative. J: Nella proposta di un gioco sull’altalena a carosello (immagine di Run 2013) in cui vi sono diverse variabili come vi siete sentiti? D: Credo che sia proprio la complessità delle variabili in gioco a stimolare una ricerca alla comprensione del tutto, il punto è questo a mio avviso: “quanti e quali modi abbiamo di comprendere il tutto.” G: Il momento di maggiore incertezza è stato salire sull’altalena. Nel caso di questo incontro c’è stata quasi da subito una sintonia. Il dialogo e le idee hanno avuto un flusso costante e interessato. La variabile è parte essenziale di un processo creativo. J: Come un’esperienza individuale diviene un’esperienza condivisa? D: Fidandosi uno dell’altro, evitando di rompere l’equilibrio e proponendo costantemente soluzioni che mantenessero la coerenza dell’idea. La sensazione è stata incredibilmente forte ed ha creato un continuum artistico che credo si potrà riproporre.

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G: Ci vuole una disponibilità all’ascolto per trovare dei punti d’interesse comune. In questo caso mi sembra che questi punti s’intersecassero su: condizionamento, percezione e logica, equilibrio. J: Da una comunicazione logica a una comunicazione percettiva? Come mai sentite questa necessità? D: Questa domanda permette di evidenziare uno dei più importanti punti di contatto tra me e Gino. La realtà che viviamo ci condiziona attraverso moltissime variabili; chiaramente non sto dicendo nulla di nuovo, quello a cui abbiamo voluto volgere l'attenzione invece è far emergere una possibile causa, far riflettere circa la condizione di disequilibrio tra lo stato logico e lo stato percettivo, principalmente legato al condizionamento, che peraltro ci accompagna fin da bambini, esercitato da una comunicazione standardizzata che si manifesta in tutte le sue forme. Tra le tante forme abbiamo scelto l'etere in antitesi all’etereo che al contrario rappresenta una sorta di manifestazione della spiritualità, della profondità e dell'equilibrio.

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G: Credo di non dover aggiungere niente a quello che ha detto Dino. J: Il progetto Run riesce ad accorciare le distanze tra artista e spettatore? D: Il progetto Run produce un'interazione profonda tra due artisti perchè li connette su tutte e due i piani della comunicazione quello logico e quello percettivo l'oggetto diventa un veicolo di catalizzazione e l'osservatore ne diventa il testimone, ed anche qui può comprendere una vastità di variabili e punti di osservazione in tutti i modi che vuole. G: Il tempo di Run non lascia molto spazio a digressioni. Incontrarsi e dover mettere a frutto forma e sostanza in una settimana porta a concentrarsi su priorità che non consentono “seghe mentali”. Lo spazio geografico in cui questo avviene (che è una casupola situata nella linea perimetrale della piazza, nell’arteria che porta al castello di Lerici e a molte abitazioni) se pur piccolo è un punto di transito notevole e può stimolare la curiosità anche di persone che di consueto non frequentano gallerie ne tanto meno l’arte contemporanea. In questi giorni ho avuto modo in diverse occasioni di dialogare con persone incuriosite o interessate pur senza voler essere al centro dell’attenzione.

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WEEK #1 . Marco Andrea Magni | Serena Fineschi

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DO LE SPALLE A GARIBALDI Il niente che cura - placebo 2013 Il lavoro di Serena Fineschi e Marco Magni parte da una riflessione sulla scultura e sull'architettura per arrivare a stravolgere le maniere proprie di ognuna come anche il concetto stesso di opera. Attraverso la negazione delle modalità e dei “prodotti” delle due arti si cerca di attivare una nuova capacità osservativa che si muove nel regno delle intenzioni. Il monumento a Garibaldi che si trova nell’omonima piazza di Lerici è lo spunto per aprire una faglia concettuale sull'arte e sulla sua fruizione; un inganno intellettivo in cui si sovrappongono tecniche, modalità e letture. La sostanza della scultura perde la sua differenza specifica e la ritrova nella pelle che ricopre le forme dell'architettura. Un'operazione che si svolge sul confine fra le arti dove al senso tautologico del ricordo del monumento si sostituisce una nuova significazione dei ruoli della piazza e dell'edificio-monumento. Il luogo che ospita i lavori alla fine della residenza è un piccolo edificio architettonico della piazza centrale di Lerici: una struttura architettonica fluttuante (un frammento/portante) tra due palazzi che oscilla sulla scalinata che porta al castello medioevale. Gli artisti hanno deciso di intervenire sulla sola struttura esterna della piccola garitta, lasciando vuoto l’interno dell'edificio secondo una dialettica pieno-vuoto che ritrova nell'idea della “piazza con monumento” il proprio punto di partenza e di fuga. Il lavoro nasce perciò dalla riflessione di concedere/attivare/aprire “un niente” che rigeneri la prospettiva del vedere, riscrivendo l’architettura esterna e la configurazione della piazza. L'opera si presenta come il risultato di una pratica artistica condivisa e inattuale, diversamente orientata verso un “quasi nulla” e la cura, gli aspetti non immediatamente percepibili della realtà e l'attenzione al ricordo, ritrovando l'unità nel non visibile e nella doppiezza dei significati. Un non so che affidato all’esplorazione di una scultura costitutivamente sfuggente, camaleontica, che si lascia intravedere in una pratica che a prima vista potrebbe sembrare quella del restauro di un vecchio edificio adibito a spazio artistico. Così la sostanza scultura diventa intonaco e si mescola al colore dell’edificio. La polvere d’argilla bianca ventilata si mescola con la polvere di arbocel e ancora con la pittura murale al quarzo “rosa Ligure”. L’opera diventa intonaco. L’architettura vuota diventa monumento. La pelle dell’edificio si afferma come nuovo sistema spaziale della piazza e viceversa, secondo una logica dialettica che si muove fra il recto ed il verso, fra il pieno e il vuoto, fra il danno e la cura.

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Il ritmo tra osservatore e “cosa” osservata è permanente, nonostante l’intervento appaia impercettibile ad un primo sguardo, contenendo in sé l’esercizio di un rinnovato punto di vista ed il recupero di una dimensione invisibile. Il ripristino della facciata di questo edificio riflette una pratica già sperimentata da Serena Fineschi, particolarmente attenta ai luoghi della memoria da cui originano le sue operazioni tese al recupero di un'eterna originarietà del reale (oggetti o luoghi) salvandolo dall'incuria e dal disinteresse; questa attitudine trova una felice sintonia nell'impegno di Marco Magni rivolto all'indagine degli aspetti più profondi della superficie, che va intesa come confine, luogo dove si svolge – risiede - il cambiamento, spazio di azione di un quasi nulla – alcuncosa - che muta la percezione della realtà dell'osservatore. L’opera parla perciò dell’espressione di un cambiamento che non si da se non nei mutamenti che si producono a fior di pelle - possibilità e limite - richiedendo la partecipata attenzione di una relazione affettiva. L’opera diventa invisibile o un quasi niente. Lo spazio espositivo interno è vuoto e pulito e la parte esterna è lustrata a pennello. L’opera/intonaco magma ha quasi la funzione di una cipria. Quindi del mettere in mostra. Serve a far vedere. Una nuova luce ostentativa ed orientativa che illumina il paesaggio di una piazza storica. Il colore dell’intonaco è uguale a quello del passato ma ha un nuovo impasto per rispettare un limite logico-temporale invalicabile ma compreso. Il lavoro è dunque il risultato di un minuzioso dosaggio e di una sapiente miscela, una posologia dei sentimenti e di desiderio, di cura e di attenzione. Ai due artisti piace giocare con le maniere e i modi circostanziali dell’essenza e offrono uno spettacolo silenzioso come sottile pellicola alla superficie del fenomeno. Bisogna solo avere gli occhi per vederla. Jacopo Figura

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