Orgoglio e prevenzione

 

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Xedizioni 2014 con introduzione di G. Caprin

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Jane Austen ORGOGLIO PREVENZIONE E con introduzione di Giulio Caprin edizioni

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Verso la fine degli anni ’40 il Governo italiano varò un programma di alfabetizzazione e di diffusione della cultura, che comprendeva tra l’altro la creazione delle Scuole Popolari per lavoratori e dei Centri di lettura e di informazione, particolari biblioteche presidiate da insegnanti che potessero guidare, consigliare, invitare alla lettura. Lo scopo dichiarato nel decreto ministeriale recitava così: “...Quello che ci si ripromette con l’istituzione dei Centri di lettura,[…] è far rinascere per il libro quell’amore e quell’amicizia che anche nelle zone di media cultura sono venute affievolendosi, sopraffatti da certa stampa nella quale figure, immagini, disegni commentati da brevi e sgangherate scritture, fanno perdere la consuetudine di sapersi muovere lungo il filo delle pagine con pazienza, attenzione e profitto, di tenere, insomma, un libro in mano…” I Centri di lettura potevano contare su un fondo creato appositamente, un’antologia di libri, molti dei quali furono stampati dall’Istituto Poligrafico dello Stato in edizioni economiche che portavano la dicitura “Questo libro è distribuito gratuitamente ai Centri di lettura e di informazione, a cura del Ministero della Pubblica Istruzione – Servizio Centrale per l’Educazione Popolare”. Si trattava di grandi classici, italiani e stranieri. Jane Austen entrò nel fondo ministeriale proprio con Orgoglio e Prevenzione (che diventerà in seguito e per sempre Orgoglio e Pregiudizio). L’edizione del 1959 era preceduta da un’introduzione inedita di Giulio Caprin, a cui si deve la prima traduzione dell’opera. Da allora l’Italia non ha mai smesso di leggere e rileggere questo strano romanzo di oltre trecento pagine dove nessuno muore – al massimo qualcuno si fa un po’ male o si ammala di raffreddore ma guarisce rapidamente. D’altra parte, come sottolinea il traduttore, quel romanzo era stato scritto da una ragazza poco più che ventenne “per passatempo suo e per leggerlo in famiglia, come avrebbe ricamata una borsetta o dipinto un paravento”. Così, dopo tanti anni e tante edizioni, abbiamo pensato di tornare alla versione originale e di offrirla integralmente agli appassionati, riportando fedelmente la grafia originale e conservando l’introduzione di Caprin, che svolge ancora perfettamente il suo ruolo di inquadramento storico-letterario del romanzo, e stimola ad altre letture. Abbiamo inserito anche una breve prefazione di P.R. Moore-Dewey, studiosa di letteratura inglese e autrice del romanzo Pregiudizio e Orgoglio (Petitesondes 2013, Xedizioni 2014), basato sugli stessi personaggi della Austen. L’Editore - Cagliari, maggio 2014

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Prefazione Che meraviglia! Nonostante tutti i suoi “Bettina”, “Giovanna”, “Guglielmo”, rileggere dopo tanti anni la traduzione di Giulio Caprin è un po’ come ritrovare un vecchio amico, l’italiano fresco delle poesie di Angiolo Silvio Novaro, Diego Valeri, Zietta Liù, quello un po’ discolo di Pinocchio, Giannettino, Sussi e Biribissi. Leggevamo queste storie nella versione “integrale e originale dell’autore”, e se qualche parola non la capivamo (dopotutto, eravamo ragazzi, e non potevamo saper tutto) chiedevamo a chi c’era a tiro, maestre, mamme, nonne, fratelli maggiori, o più semplicemente ce ne inventavamo il significato – per scoprire che non l’avevamo azzeccato solo quando ci avventuravamo a riusarla in famiglia, diventando immediatamente lo zimbello dei ‘grandi’. Un diffuso atteggiamento paternalistico vuole ora quell’italiano fuori della portata di un idoleggiato ‘lettore medio’; e a questa visione imperante devono inchinarsi autori e traduttori, spesso costretti nei confini di una prosa insipida, buona per tutti, per Kafka come per Dickens o Stendhal, dalle movenze impacciate e, soprattutto, caratterizzata da un lessico rigorosamente impoverito. Si tratta di una filosofia pervasiva, che non ha mancato di insinuarsi fin dentro le ‘ristampe’ della stessa traduzione di Caprin, liberata, sì, dalla censura che imponeva la sostituzione dei nomi di persona originali con gli equivalenti italiani, ma, allo stesso tempo, purgata della patina ottocentesca di certe grafie (“riescire”, “sieno”, “pur troppo”), di certe esuberanti particelle pronominali, e infine di tutti quei termini che potessero essere d’inciampo a un’agile lettura moderna. Ne hanno fatto le spese anche parole non tanto lontane dall’uso letterario più comune, come “diffondersi”, “dispiacente” e soprattutto le varie forme del verbo “principiare”, che l’occhiuto revisore è riuscito a stanare da ogni piega del testo, a favore dei più consueti “iniziare” o “cominciare”. Operare in questo modo, in superficie, senza gettare un occhio sull’originale inglese, comporta ovviamente dei rischi: e capita così che il suggerimento di Mrs Bennet ad Elizabeth per la passeggiata nel boschetto di Longbourn con Lady Catherine (I think she will be pleased with the hermitage, tradotto prudentemente alla lettera da Caprin “Credo che l’eremitaggio le piacerà”) venga emendato in “Credo che la solitudine le piacerà”. Il che, tra l’altro, va contro ogni logica, perché non si può pensare che la nobile visitatrice debba essere abbandonata come Pollicino in quel “selvatico molto grazioso” (prettyish kind of a little wilderness) che dichiara di voler andare ad ammirare. Si potrebbe a questo punto obiettare che una traduzione leggera e scanzonata qual è 5

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quella di Giulio Caprin poteva essere giustificata nel 1932, quando Pride and Prejudice fu per la prima volta introdotto in Italia, preceduto dalla nomea di “romanzo per signorine”, ma sarebbe inadeguata in tempi in cui esso è annoverato tra i capolavori della letteratura mondiale, e che un approccio familiare e quasi cameratesco alla prosa austeniana può oggi essere visto quasi come un sacrilegio. E se invece avesse ragione lui? Rileggiamo la sua versione del piccolo battibecco col quale si conclude il chiacchiericcio dedicato dai Bennet e i Lucas al ballo del giorno prima (cap. 5): «Se fossi ricco quanto il signor Darcy» esclamò uno dei ragazzi Lucas, comparso con le sue sorelle «non farei questione di amor proprio. Vorrei tenere una muta di cani da volpe e bermi ogni giorno una bottiglia di vino.» «Berresti molto più di quello che si deve» disse la signora Bennet «e se ti ci pigliassi io, ti porterei via subito la bottiglia.»
Il ragazzo protestò ch’essa non gliela avrebbe portata via, ma lei seguitò a dire di sì e la discussione non finì che con la fine della visita. Pescando da qualche edizione corrente, proviamo adesso a riformulare così le ultime frasi: “Berresti molto più del lecito... e se ti pescassi a fare una cosa simile...” (Then you would drink a great deal more than you ought ... and if I were to see you at it...) continuando con “Il ragazzo protestò contro una simile eventualità” (The boy protested that she should not) – e ci accorgiamo che la vivacità della scenetta si è già mezzo persa per strada. Certo, Miss Austen non rinuncia mai a farsi beffe di Mrs Bennet, personaggio nel quale aveva forse ritratto, per il divertimento proprio e quello dei suoi familiari, qualche signora del vicinato; ma lo stesso stile sbarazzino può considerarsi adeguato per quel Mr Darcy e per quella Elizabeth che le tante versioni cinematografiche per il piccolo e il grande schermo hanno contribuito a trasformare in icone intoccabili? La terribile ‘zia Jane’ non è tenera con nessuno dei suoi personaggi, e non fa un’eccezione per i due protagonisti di Pride and Prejudice. La sua irriverente ironia (generalmente ignorata da sceneggiatori e registi) è rivolta imparzialmente all’uno come all’altra. Da principio a farne le spese è Darcy, che lei addita al nostro scherno (cap. 12) mentre cerca puerilmente di contrastare il suo nascente sentimento per Elizabeth: Così, egli si propose di stare bene in guardia, e di non lasciarsi scappare, ora, nessun segno d’ammirazione, niente che potesse destare in lei una qualche speranza d’influire sulla sua felicità, persuaso che, se un’idea simile le fosse stata fatta passare per la testa, il suo contegno dell’ultimo giorno avrebbe dovuto o confermarla o 6

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distruggergliela. Saldo nel suo proposito, le disse a mala pena dieci parole in tutta la giornata del sabato e, benché si ritrovassero insieme soli per una mezz’ora, rimase scrupolosamente immerso nel suo libro e non volle nemmeno guardarla. Ma sono ancor più numerose le punzecchiature che l’autrice indirizza ad Elizabeth; la scena in cui la strapazza maggiormente è forse quella in cui Lizzie rivela alla sorella preferita il proprio fidanzamento: Giovanna la guardò incredula. «Ma non può essere, Bettina. So quanto lo hai a noia.» «Tu non sai niente. Codesto bisogna tutto dimenticarlo. Forse non gli ho voluto sempre il bene di ora, ma in casi come questi una troppo buona memoria sarebbe imperdonabile. Questa è l’ultima volta che io stessa me ne ricorderò.» Come si vede, Caprin ricorre in tutti questi casi a una prosa improntata a un certo brio toscano, che, piaccia o no, rimane ancor oggi uno dei tentativi più riusciti di dar voce allo spirito brillante che pervade la pagina austeniana. I pionieri, si sa, costretti a tracciarsi da sé la strada che altri, dopo di loro, seguiranno più agevolmente, non possono evitare di incorrere in qualche errore; e il più noto tra i pochi commessi da Giulio Caprin, una vera e propria svista, fu originato dalla sua ignoranza di una complessa ricetta inglese, e forse da un’errata lettura del nome della governante di Netherfield che, come verrà confermato verso la fine del romanzo (cap. 53), si chiamava Nicholls. Così, la frase con cui Bingley dichiara la propria intenzione di dare al più presto una festa da ballo, “as soon as Nicholls has made white soup enough” (cap. 11), diventa nella sua dubitosa traduzione “appena san Nicolò avrà mostrato un po’ della sua barba bianca”. E pazienza. Ma lo strano è che la ‘barba bianca di San Nicola’, occasionalmente trasformata in neve, farà capolino in molte altre versioni italiane, fino alle più recenti. A dimostrazione di quanto grande sia stato il loro (non dichiarato) debito nei confronti di quella che le aveva precedute... Gli errori di traduzione, le grafie antiquate, i nomi propri scempiati sono fedelmente riprodotti in questa ristampa, che vuol essere anche un omaggio alla figura di uno scrittore e saggista la cui finezza di analisi è possibile riconoscere nell’introduzione che è stata qui premessa al testo: una sorpresa e un regalo per tutti gli estimatori del talento di Jane Austen. P.R. Moore-Dewey

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Progetto grafico, impaginazione Enrica Massidda Redazione Leonardo Mureddu © 2014 XEDIZIONI CAGLIARI ISBN: 9788898556069 info@xedizioni.it xedizioni.it

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Jane Austen ORGOGLIO PREVENZIONE E con introduzione di Giulio Caprin edizioni

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introduzione C'è posto in una silloge di grandi opere narranti grandi pas­ sioni per un romanzo che può sembrare, superficialmente, un romanzo da signorine? È scritto da una signorina, di ventun anno. Non più di tanti ne contava Miss Jane Austen, la figlia del reverendo George Austen, rector della parrocchia di Ste­venton nel Hampshire, dov’era nata il 10 dicembre 1775, quando tra l’ottobre del 1796 e l’agosto del 1797, componeva questo Orgoglio e prevenzione (Pride and Prejudice) senza pretese di scrittrice, per passatempo suo e per leggerlo in famiglia, come avrebbe ricamata una borsetta o dipinto un paravento. Della vita questa ragazza sapeva quel pochissimo che si poteva scor­ gerne dal di dentro di una regolarissima famiglia di pastore anglicano – cinque tra fratelli e sorelle, di cui Jane era l’ul­ tima; ma i fratelli erano già fuori di casa nella marina di Sua Maestà – vivendo in campagna e frequentando nel vicinato le famiglie dello stesso ceto, piccoli proprietari, commercianti ritirati dagli affari e, a una certa distanza, qualche aristocra­tico: un piccolo mondo inglese conservatore ben conservato nella sua struttura tradizionale, con le sue classi sociali ben distinte, con tutte le sue forme e formalità sacrosante. Miss Jane Austen, che visse durante le guerre del suo paese contro Napoleone – ma nei suoi romanzi nemmeno se ne accorse – in codesto piccolo mondo tory si trovava come nell’unico mondo ammis­ sibile. Quale fosse codesto mondo, chi leggerà Orgoglio e pre­ venzione lo saprà come se ci fosse vissuto anche lui, giorno per giorno, ora per ora. Anche per gli inglesi, il quadro più fedele e minuto di quei tempi e di quei costumi è quello che vive nei libri della Austen. Persone comuni, casi comunissimi, interessi domestici, sentimenti arcinormali. Neppure l’ombra della tra­ gedia: quando qualcuno o qualcuna sgarra, è uno scandalo tremendo; ma anche lo scandalo, il male, nelle conversazioni di queste famiglie per bene e correttissime si riflette come una cosa assolutamente inammissibile e parla anch’esso il linguag­ gio reticente della buona educazione. Il romanzo di una signorina. Ma questa signorina senza orizzonti, senza passioni, che aveva letto abbastanza le novità romanzesche – erano ammesse nella parrocchia di Steventon e si leggevano, ad alta voce, in famiglia – ma che non entrò mai nella vita letteraria, aveva due occhi che vedevano bene e preciso e, non ostante la piena aderenza dei suoi sentimenti a quelli del suo mondo mediocre, anche un nativo senso del comico. I critici che tanti anni più tardi si sono messi ad ana­ lizzare il caso della Austen le vorrebbero far derivare questa attitudine dal sangue della madre, Cassandra Leigh, per uno zio di questa, Theophilus Leigh, che ebbe qualche nome come umorista. Si dica semplicemente che Miss Jane, inglese fino alle midolle, non poteva mancare di un po’ di humor nazionale. Ma eccezionale è che ne abbia avuto tanto e cosi appropriato da dare un sapore di maturità artistica già al suo primo ro­ manzo. Comicità dunque, ma senza scapito di un certo senti­ mento fresco e onesto: il patetico le è, felicemente, ignoto.

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Per avvicinare a qualche cosa di italiano le invenzioni e il tono narrativo della Austen non si può fare che un nome: Goldoni. Goldoniano diremmo noi quel suo festoso abbandono al piccolo vero vicino, quella sua comicità benevola ma precisa. E quasi scenica è anche la tecnica dei suoi romanzi, pochissimo descrittivi, abbondantemente dialogati, condotti alla buona con­ clusione per una lunga catena di scene egregiamente combinate. Aveva l’istinto della accorta costruzione questa ragazza non letterata. Naturalmente una Goldonetta ingenua; le sue parti serie accanto a quelle comiche, spesso sono parti di ragazze che si confidano i loro segretucci e, quando sospirano di amore, abbassano gli occhi come conviene a ragazze di buona famiglia che stanno appena per entrare nell’ottocento: ciascuna del resto con il suo caratterino, oltre che coi suoi capricci. Bettina – Lizzie – di Orgoglio e prevenzione è ancora oggi, in Inghilterra, un personaggio vivo tra i molti vivi del romanzo inglese ed il modo con cui, vincendo la propria prevenzione, piega l’orgoglio di Darcy e se lo sposa sembra ancora, nel suo piccolo, un caso di psicologia interessante. Per certe prolissità e futili minuziosità di notazioni bisogna tener presente, oltre la giovane femminilità della scrittrice, anche la giovinezza del romanzo che, all’alba dell’ottocento, anche in Inghilterra, cercava ancora una sua tecnica. C’era già il romanzo romanzesco, nato un secolo prima con il De Foe, che si era intenerito nel Richardson di Pamela e che in quegli anni assumeva una rozza tetraggine romantica in Anna Radcliffe (grama scrittrice, che si ricorda qui perché anche in italiano fu tradotta e perché aprì la strada a Walter Scott). Ma c’era già un romanzo di costume, familiarmente psicologico? Qualche storia letteraria ne vorrebbe dare il merito alla Burney, per Evelina (1778), Cecilia e Camilla (1796), seguita da Maria Edgeworth, tutte e due con fortuna immediata assai superiore a quella della Austen ma con capacità artistiche assai inferiori. Castle Rackrent, per citare il primo romanzo della Edgeworth, uscì nel 1801 e Jane Austen poté sembrare una sua continuatrice perché Pride and Prejudice non trovò un editore che nel 1813, due anni dopo Sense and sensibility, composto nel 1798. Prima dei venticinque anni la figlia del rector di Steventon aveva scritto anche Northanger Abbey, che è in parte una caricatura del genere truculento della Radcliffe. La sanità di un verismo familiare si difendeva dal mal gusto di un romanti­ cismo fumoso. Ma tutto rimaneva nelle pareti domestiche dalle quali Jane Austen non si allontanò mai. Non si può immagi­ nare una vita più povera di casi della sua. Qualche breve viaggio a Londra, a Bath, la stazione termale alla moda e a Southampton, a vedere il mare. A Southampton, nel 1805, le morì il padre. Scoraggiata di non riuscire a far stampare i suoi libri, aveva smesso di scrivere. Con quello che le restava vicino della famiglia, la mamma e una sorella maggiore, anche questa di nome Cassandra, alla quale voleva un gran bene, passò ad abitare a Chatwort vicino ad

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Alton sempre nel nativo Hampshire, di dove non si mosse più. Riuscita finalmente a trovare un editore per i due romanzi giovanili, riprese animo a scriverne dei nuovi: e furono Mansfield Park e Emma, con­ cordemente giudicati i suoi migliori. Macaulay, lo storico, am­ mirava in Mansfield Park un capolavoro, la critica d’oggi gene­ ralmente preferisce l’altro. Orlo Williams mette Emma nel suo libro canonico sui “dieci più grandi romanzi della letteratura inglese”. Ma subito dopo, il 18 luglio 1817, Jane Austen, appena varcata la quarantina, ancora nubile, morì. Northanger Abbey e Persuasion uscirono postume e anonime, come anonimi erano apparsi tutti gli altri, secondo la pudica consuetudine inglese che non diceva il nome dell’autore ma lo richiamava come au­ tore di un precedente libro supposto noto. La vita di Jane Austen era scivolata in silenzio domestico; la sua voce piana e uguale non era stata udita tra gli squilli del romanticismo. Madame de Staël, alla quale venne sott’oc­ chio qualcuno dei suoi romanzi, non ci vide che delle storie senza interesse in una prosa insipida. Ma Walter Scott comprese i meriti di un’arte che era proprio il contrario della sua e, galantuomo, lo disse: “Nell’esprimere gli intrecci, i sentimenti, i personaggi della vita comune questa giovane signora ha un talento che per me è il più meraviglioso che abbia mai incon­ trato. Il colpo grosso lo so dare anche io, come chiunque, ma il tocco delicato che rende interessanti per verità di rappresen­ tazione e di sentimento i personaggi ordinari mi è negato”. Poi questa linda e viva semplicità fu ammirata, oltre che da un Macaulay, da un Tennyson, da un Disraëli. Ma soltanto dopo il 1880 cominciò la restaurazione critica di Jane Austen – fra le diverse opere sull’argomento si può vedere la Life o f J . A . di Goldwin Smith – ed oggi nella cultura inglese è paci­ fico che in lei veramente si è formato quel romanzo domestico che non è mai finito nel gusto del popolo inglese e che la oscura figlia del Pastore di Steventon è, nel suo genere, scrit­ trice classica. Quello stile e quella lingua, così umilmente di­ scorsivi, così spogli, senza una immagine, sono considerati modelli di correttezza letteraria inglese. Forse esagerando, c’è chi è arrivato a pensare che, senza la Austen, non si sarebbero avuti un Dickens e un Thackeray: fra questi è André Maurois, che all’humor caricaturale di Dickens antepone quello intimo della Austen. Certo i romanzi domestici di cui formicola l’otto­ cento inglese, quelli della Eliot, della Brontë, della Gaskell, fino a quelli della Oliphant e della Braddon (non sembra un caso che in questa parte della letteratura inglese le romanziere superino, e non soltanto per numero, i romanzieri) hanno nei romanzi della Austen un preludio di valore bene più che storico. Fra i quattro più significanti che Miss Jane scrisse, anzi che uno dei due della sua maturità, si è preferito presentare, per la prima volta ai lettori italiani, il più giovanile: Orgoglio e prevenzione, che, forse per circostanze casuali ma forse anche per la sua bella unità d’azione, merito in ogni tempo e in ogni luogo decisivo agli occhi

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del grande pubblico, è senza dubbio il suo libro più popolare e proverbiale nella sua patria. Entri dunque in questa biblioteca di forti romanzi e di maschi scrit­ tori stranieri il romanzo della giovinetta inglese a cui le in­ genue grazie di un Parsonage del Hampshire, alla prima alba del secolo passato, concessero il difficile dono di dire con candida arguzia l’umile suo vero quotidiano: “segnar la plebe con ser­ mon pedestre”, come si proponeva, in quel giro di tempo, il Manzoni giovane. Disraëli, uomo di Stato che avrebbe forse preferito di essere un grande romanziere, si vantava di aver letto Pride and Prejudice diciassette volte. Giulio Caprin

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1 È verità universalmente riconosciuta che uno scapolo larga­ mente provvisto di beni di fortuna debba sentire il bisogno di ammogliarsi. Per quanto poco si conoscano, di costui, i sentimenti e le intenzioni, fino dal suo primo apparire nelle vicinanze, questa verità si trova così radicata nelle teste delle famiglie circostanti che queste lo considerano senz’altro come la legittima proprietà dell’una o dell’altra delle loro figliuole. «Mio caro Bennet» gli disse un giorno la sua signora «hai sentito che Netherfield Park è stato finalmente affittato?» Il signor Bennet rispose che non lo sapeva. «Eppure, sì» replicò lei «la signora Long è stata qui in questo mo­ mento e mi ha detto tutto.» Il signor Bennet non rispose. «Non t’importa dunque sapere chi lo ha preso?» esclamò la moglie impazientita. «Se hai proprio bisogno di dirmelo, posso anche starti a sentire.» L’invito bastava. «Ebbene, mio caro, sappi che la signora Long dice che Netherfield è stato preso in affitto da un giovanotto ricchissimo, dell’Inghilterra del Nord, ch’è venuto lunedì scorso, in tiro a quattro, a vedere il posto e lo ha trovato così di suo gusto che si è subito inteso col signor Mor­ ris. Dice che ne prenderà possesso prima di San Michele e una parte dei suoi servitori ci si troverà già alla fine di quest’altra settimana.» «E si chiama?» «Bingley.» «Ammogliato o scapolo?» «Scapolo, si capisce. Un giovanotto con un bel patrimonio; quattro o cinquemila sterline all’anno. Bella cosa per le nostre ragazze.» «Come? Che c’entrano le ragazze?» «Ma, caro mio» replicò la moglie «quanto sei uggioso! Sappi che medito di fargliene sposare una.» «E questa sarebbe anche l’intenzione di lui nel venire a stabilirsi qui?» «Intenzione! Che sciocchezza! Come si fa a ragionare a codesto mo­ do? È però probabilissimo che s’innamorerà d’una delle nostre figliuo­ le e perciò appena arriva tu devi andare a trovarlo.» «Non vedo un pretesto. Potresti invece andarci tu con le ragazze, o mandarle sole, che sarebbe anche meglio, poiché se ci vai anche tu, 15

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