Io e il Filet di Bosa

 

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Description

La tradizione del filet sardo

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Io e il filet di Bosa Marina Mureddu edizioni

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Marina Mureddu è nata a Cagliari, dove vive e lavora come ricercatrice al Dipartimento di Matematica dell’Università. Si occupa di filet per passione da oltre vent’anni. Ha tenuto e tiene tuttora, corsi di filet di Bosa nell’ambito dell’Associazione Culturale Suoni e Pause presso la galleria d’arte S&P Cagliari.

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La famiglia Melis 1900 8

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Ho cominciato a interessarmi al filet quando, lavorando a casa di un mio collega matematico di origini bosane, mi soffermavo ad ammirare certe tendine appese a delle finestrine tipo vasistas. Nei momenti di maggiore concentrazione, che sarebbero dovuti servire per districare qualche nodo di carattere matematico, mi ritrovavo a fissare quei pizzi cercando di decifrarne il contenuto. Ho scoperto poi che quelle tendine non erano dei semplici abbellimenti, ma il retaggio di una tradizione familiare iniziata dalla nonna di questo mio collega, Olimpia Melis Peralta. La signora Olimpia Melis (1887-1975) fa parte di una famiglia di creativi che ha lasciato un’impronta nella storia dell’imprenditoria e dell’arte isolana. Alcuni dei suoi fratelli, Melkiorre decoratore e ceramista, Federico scultore, e Pino pittore e illustratore, autore tra l’altro di alcune tavole sul Giornalino della Domenica di Vamba, hanno guadagnato notorietà e compaiono in numerose mostre e rassegne. Dal canto suo Olimpia a partire dagli anni ‘10 del secolo scorso organizzò a Bosa un’industria di filet, con alcune centinaia di operaie, che all’apice del successo esportava i lavori sia in Olimpia 1918 9

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Europa che a New York. Questa attività non aveva solo una valenza commerciale, ma la signora Olimpia era riuscita a renderne il carattere artistico, portando il filet a soddisfare nuove richieste d’arredo (tendaggi, giroletto, tovaglie, bordure, ecc.) secondo i dettami dell’allora emergente Art déco. “Il ruolo di Olimpia non è solo quello di individuare, elencare e far riprodurre motivi dell’antico ma di un vero e proprio art director, di un’imprenditrice intelligente capace di estrapolare e ricomporre i vari motivi del filet. La finalizzazione della struttura alle diverse destinazioni d’uso la porterà all’invenzione di nuove funzioni e applicazioni di quest’arte, come l’impreziosimento della sovraccoperta da letto o gli inserti nei tendaggi[...] Il processo che anima le composizioni di Olimpia, che legge ed elabora con attento rigore i motivi tradizionali sardi, è lo stesso che anche altri artisti isolani a lei contemporanei applicano proprio nei primi decenni del secolo[...] avendo come prodotto finale un risultato di contaminazione” (Claudio Saba a commento di una mostra sui fratelli Melis, Cagliari 1996). Riquadro pubblicitario dell’attività di Olimpia, tratto dalla Rivista Sarda 1920 10

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Non ho fatto in tempo a conoscere personalmente Olimpia, ma quando ho cominciato a interessarmi al filet di Bosa c’era ancora la figlia, Bianca Peralta, in piena attività. Lei da bambina aveva imparato, insieme alle lavoranti, a ricamare il filet, ma le alterne vicende della vita l’allontanarono da questa attività. Per fortuna, nel periodo in cui io scoprivo questo mondo, aveva ripreso a lavorare e, nonostante la lunga assenza dai telai e l’età avanzata, eseguiva mirabili lavori che vendeva a negozi specializzati di Cagliari. Ho quindi chiesto alla signora Bianca di insegnarmi le tecniche di questa arte. Credo di essere stata l’unica sua allieva, e la ringrazio per i preziosi insegnamenti non solo di carattere tecnico. Quando andavo a lezione da lei mi ritrovavo nell’atmosfera della fabbrica in cui le bambine facevano la parte più noiosa e semplice del lavoro (i banchi) per acquisire la mano e l’occhio; la mamma, la signora Olimpia, girava per i telai ordinando o suggerendo di ricamare questo o quel motivo per rendere l’armonia del ricamo mentre le lavoranti facevano le gare di astuzia per coprire gli errori che immancabilmente si presentavano maligni, o si davano consigli su come risparmiare tempo e filo. 11

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Dopo aver imparato le tecniche, non possedendo la vena artistica, mi sono fatta prestare tutti i lavori antichi provenienti dalla fabbrica con l’intento di fotocopiarli per poterli poi eseguire. Il risultato delle fotocopie, soprattutto di quelle dei pezzi di dimensioni maggiori, non rendeva giustizia ai lavori; ho quindi messo a punto una tecnica grafica usando un semplice programma di disegno che si trova in tutti i computer (Paint) il cui risultato è il contenuto di questo libro. 12

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Tecniche Non sono in grado di elaborare un metodo scritto per insegnare l’esecuzione del filet ma posso riferire ciò che mi è stato detto. La base del filet è la rete (in sardo: sa randa), che si realizza mediante un ferretto per regolare l’ampiezza dei fori e un ago speciale (modano). Nel laboratorio della signora Olimpia si usavano reti, di grandezze standard, provenienti dai paesi vicini, (mi sembra di ricordare che si parlasse di Suni e Tresnuraghes), ma tutte le donne sapevano fare la rete e nelle sedie delle loro case erano appese le reti iniziate che venivano eseguite, a tempo perso, con movimenti velocissimi e precisi. La capacità di eseguire una rete regolare non è cosa che si può acquisire dall’oggi al domani perché è necessario imparare a guidare l’andamento del filo con movimenti cadenzati delle dita della mano, in particolare del mignolo, per non serrare il nodo troppo presto e generare così maglie di grandezza diversa. La signora Bianca mi diceva, forse per consolarmi, che non è tanto importante se i quadretti non sono perfetti, ché tanto il ricamo maschera ogni cosa, ma una rete è inutilizzabile soltanto se per Al centro di questa foto è visibile un errore che rende inutilizzabile tutta la rete 13

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la fretta si salta qualche nodo o si uniscono due quadretti. [Una descrizione dettagliata della tecnica per realizzare la rete si trova nel libro di Babbi Cappelletti Il Filet, lavoro e tradizione delle donne a Bosa (Centro Cultura popolare, Bosa, 2004)]. Il filato che usavano era il lino grezzo importato da alcune regioni del nord Italia e dalla Germania. L’avvento dell’autarchia ha poi impedito questo commercio gettando la signora Olimpia nello sconforto non avendo potuto evadere una commessa di poggiatesta per non so quale compagnia ferroviaria estera. Ancora adesso è difficile trovare il lino e la maggior parte delle artigiane usa il cotone bianco. La prima operazione per l’esecuzione del lavoro è fissare la rete al telaio con uno spaghetto non grosso ma resistente, lavoro che va fatto con molta cura e richiede parecchio tempo. A me è stato consigliato di adoperare lo spago che usano i pasticceri per i vassoi di paste, un po’ consumato perché così entra più agevolmente nella cruna dell’ago e nei buchetti della rete. Se poi si vuole intelaiare un lavoro molto grande 14

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allora si usano delle forcine da capelli per fissare la rete avvolta in un bordo del telaio. La rete deve essere abbastanza tesa da rendere i buchetti perfettamente quadrati (durante la lavorazione della rete i buchi sono dei rombi piuttosto schiacciati) e se si poggia la mano sulla rete tesa deve trovare resistenza. Durante il lavoro la tensione della rete cala ed è quindi consigliabile fissare lo spaghetto al telaio con dei nodi facili da disfare. Il filet è all’insegna della simmetria. La prima frase che mi ha detto la signora Bianca quando ho iniziato le lezioni è stata: “Il filet non ha né dritto né rovescio...”, e io, dopo aver studiato molti lavori, aggiungo né destra né sinistra e spesso, in molti lavori, né alto né basso. La mancanza di rovescio crea dei problemi per il succedersi delle gugliate che devono venir fissate in modo saldo ma invisibile su un Particolare di un sontuoso copriletto con frange, dove la supporto trasparente. Tradizionalmente si cercava simmetria è rispettata in ogni dettaglio di ridurre al minimo il numero dei nodi, che venivano però utilizzati per risparmiare il prezioso filo, usando gugliate molto lunghe sistemate sapientemente nella cruna dell’ago. I nodi erano resistenti ma non troppo voluminosi (per esempio quelli conosciuti come nodo del tessitore e 15

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il più robusto nodo del chirurgo) e venivano nascosti nelle parti del ricamo più fitte; ma in tanti lavori che ho esaminato ho trovato nodi che se ne stavano tranquilli all’aria aperta perché solo un attento osservatore li avrebbe potuti scorgere. Un principiante con filato di cotone non può permettersi gugliate molto lunghe perché il filo si consuma assumendo un aspetto diverso (si ingrossa e diventa peloso) e può fare a meno dei nodi se ha l’ac­ cortezza di cambiare il filo nei punti in cui vengono riempiti per intero i buchi della rete. In questo caso il filo viene fissato al lavoro facendolo passare ripetutamente dentro il ricamo. La frase della signora Bianca continuava: “... e quindi tutto ciò che si fa da un lato si deve fare anche dall’altro”. La seconda frase che mi ha detto, e così sono finite le lezioni di teoria, è stata “Devi stare attenta quando leggi un disegno se il filo passa sopra (e sotto) un nodo oppure sopra (e sotto) una sbarretta”. Con l’esperienza ho capito che questo è il punto che fa la differenza con i lavori di filet all’uncinetto: la possibilità di eseguire delle forme non squadrate. Grazie a questa tecnica è possibile fare dei cerchi, dei fiori tondeggianti e dei rami di foglie. 16

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Il lavoro si sviluppa intorno al quadretto (sa posta), al nodo (su nodu) e, come abbiamo visto, al lato del quadretto (sa perra). Non viene calcolato in centimetri ma in numero di quadretti di cui è composta la rete, considerati però sempre a coppie. Il filet tradizionale è rifinito con alcuni giri di rete. Oggi le artigiane preferiscono eseguire un giro a punto festone che però compromette la caratteristica leggerezza del filet. 17

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