FAMIGLIA NOSTRA 166, Mar-Apr 2014

 

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Rivista dei religiosi,delle religiose e della gente "Sacra Famiglia"

Popular Pages


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Rivista bimestrale anno 2014, Poste Italiane s.p.a. Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n 46) art. 1, comma 2 DCB (filiale di Bergamo) | anno 95 - numero 166 rivista dei religiosi, delle religiose e della gente della «sacra famiglia» Giovanni XXIII famiglia Giovanni Paolo II Santi insieme nostra 02 Marzo Aprile 2014 1

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editoriale p. Roberto Maver C arissimi lettori di Famiglia Nostra, dopo aver trascorso il grande itinerario pasquale, vi invitiamo in questo secondo numero del 2014, a ringraziare il Signore della vita per la pioggia di benedizioni di cui è oggetto la nostra realtà di Chiesa e di Congregazione. L’articolo di padre Roberto ci invita a gioire per la Consacrazione religiosa di tre giovani brasiliani, entrati a far parte della nostra famiglia. Il tempo pasquale che stiamo vivendo porta l’eco di ciò che abbiamo celebrato durante la Settimana Santa, per questo offriamo a voi alcune pagine di meditazione sul Triduo pasquale per valorizzare nella nostra vita l’importanza della Carità di Cristo, Crocif isso e Risorto. Il Centro di animazione missionaria, nella presenza di padre Vittorio Carminati ringrazia tutti coloro che collaborano nel sostenere le nostre attività missionarie. La generosità di chi si prende a cuore la missione Cerioliana è segno di una Provvidenza che non viene a mancare quando si opera per amore del prossimo, il quale riflette il volto di Dio. Continua la rubrica iniziata nel Dicembre scorso: “Visitando la Santa Famiglia”. Inoltre vogliamo valorizzare ed invitare a pregare per il Seminario Sacra Famiglia, lo facciamo attraverso un articolo che narra l’esperienza di fede che sta accompagnando la vita dei giovani seminaristi italiani aff inchè “la croce di Cristo sia stampata nel loro cuore”. Altro motivo di allegria è per noi la canonizzazione dei due papi Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII, avvenuta il 27 aprile. A loro dedichiamo uno spazio, di Giovanni Paolo II celebriamo ora il decimo anniversario della canonizzazione della nostra fondatrice, e di Giovanni XXIII ricordiamo quanto lui era affezionato alla casa di Martinengo dove soggiornava per i suoi esercizi spirituali durante gli anni del suo sacerdozio bergamasco. Buona lettura! Una chiesa stracolma di giovani, parenti e amici ha accolto, domenica 4 maggio, i tre giovani religiosi, Alexandre, Diego e Luis che hanno consacrato la loro vita al Signore per sempre. 2 famiglianostra | marzo - aprile 2014

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Una scelta coraggiosa Collocata al termine della Juce (“Juventude cerioliana”, ossia un incontro tra i giovani delle nostre parrocchie brasiliane) la funzione della professione perpetua si è trasformata in una grande proposta vocazionale. Più di duecento giovani hanno partecipato raccolti e interessati a questa affascinante celebrazione. La vita religiosa assunta con i primi voti richiede un tempo (da un minimo di tre a un massimo di nove anni) in cui verificare se il soggetto è maturo per assumere per sempre gli impegni della consacrazione. Al termine di questo periodo, con il consenso dei legittimi superiori, i religiosi di voti temporanei vengono definitivamente ammessi nella Congregazione con il rito della professione perpetua. Dopo la chiamata dei candidati che ricorda l’appello vocazionale con cui Gesù chiama ciascuno dei suoi apostoli, il rito continua con le litanie dei santi. È uno dei momenti più suggestivi della cerimonia. I candidati si prostrano a terra e l’assemblea intona la litanie dei santi. La comunione con la Chiesa celeste ricorda a ciascuno di noi, e in particolare ai professi, che è Dio che consacra, è lui che sceglie e invia, è a Lui che apparteniamo completamente. La posizione prona ricorda il gesto di totale sottomissione, di offerta totale, di morte a se stessi. È da questa morte che nasce la vita nuova, la vita resuscitata. Nella morte a se stessi, assunta per Cristo, gli altri possono vedere la luce del Risorto, la forza della fede. Al termine della preghiera litanica i professi rinnovano i loro voti di castità, povertà e obbedienza, per sempre, nelle mani del superiore e davanti alla comunità dei fratelli e quindi, ricevono la benedizione del Signore. Solo allora il celebrante abbraccia fraternamente i professi che definitavamente sono incorporati nella famiglia religiosa. La celebrazione, alimentata dalla Parola del Signore che la liturgia della domenica proponeva, ossia il testo dei due discepoli di Emmaus, ha fatto risaltare la dimensione pasquale della Consacrazione. Inoltre ha messo in evidenza la necessità di camminare nella vita religiosa riconoscendo ogni giorno la presenza di Cristo che cammina a fianco di ciascuno di noi, l’urgenza di invocare la sua permanenza insieme a noi e l’invito alla testimonianza. La scelta di consacrarsi per sempre al Signore, come hanno fatto Alexandre, Diego e Luis, è una scelta coraggiosa, anche in Brasile, dove le vocazioni, abbondanti fino a qualche anno fa, si stanno contraendo giorno dopo giorno. I seminari sono sempre più deserti e le vocazioni alla vita religiosa, soprattutto femminile, sempre più rare. Le stesse paure che assalgono i giovani del vecchio continente sono condivise dai ragazzi brasiliani. Anche qui le famiglie sono sempre più, meno numerose, i figli sono due o tre, e il benessere distrae e attira di più. Consacrarsi al Signore è dono di Dio e gesto di generosità e coraggio. La nostra Fondatrice, esperta in umanità, ammoniva le sue consorelle dicendo: “Poiché in questa impresa non ci vuole una virtù fiacca, nè una volontà debole; ma un cuore grande, ed una volontà ferma e perseverante, perché questo non è lavoro d’un giorno nè d’un mese, nè d’un anno, ma di tutta la vita”. 3

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La vera carità insegnataci da Gesù Cristo GIOVEDI SANTO l giovedì santo riviviamo la sera in cui Gesù ha celebrato l’ultima cena con i suoi discepoli, lasciando loro il memoriale dell’Eucaristia e il gesto della lavanda dei piedi con cui Gesù insegna il comandamento nuovo dell’amore. Meditiamo insieme la pagina di Giovanni 13,1-17. I Siamo vicini alla festa di Pasqua e Gesù sa che questa è giunta la sua “ora”, cioè il tempo di passare dal mondo al Padre e manifestare così fino a che punto Dio ama il mondo (Gv 3,16). La cornice del banchetto ci introduce in un’atmosfera di profonda comunione, con cui contrasta la decisione di Giuda di tradire il maestro. Gesù lo sa, ma non si lascia condizionare da questo. Lo vediamo, mentre a un certo punto della sera si prepara a compiere un gesto umile con la solennità di una liturgia: si alza, depone le vesti, si cinge un asciugamano (come il servo), versa dell’acqua e comincia a lavare e asciugare i piedi dei discepoli. Per fare questo lascia il posto del maestro e si mette dietro gli apostoli, prendendo il posto del servo. Non possiamo non notare l’imbarazzo dei suoi discepoli: perché il maestro fa quello che spetta al servo? Che cosa implica ciò per i suoi discepoli? Ci sembra di capire: negli occhi e nel cuore di Gesù c’è ancora il gesto di Maria, che alcuni giorni prima, a Betania, aveva profumato i suoi piedi asciugandoli con i capelli. Il profumo dell’unguento stava ancora addosso e dentro a Gesù, la tenerezza di quel gesto riempiva ancora il suo cuore. Nel silenzio rotto soltanto dallo scroscio dell’acqua si alza la voce di Pietro: Signore, tu lavi i piedi a me? Gesù lo tranquillizza: quello che fa, Pietro non può capirlo per il momento, lo potrà capire solo dopo, quando Gesù avrà portato a termine la sua missione. E se Pietro non accetta, non “avrà parte con Gesù”, cioè non potrà seguirlo nel suo cammino. Amare come Gesù (cioè vivere il comandamento che Gesù darà da lì a poco) è possibile solo a condizione di lasciarsi amare totalmente da Lui. Ripreso il suo posto di Signore, Gesù spiega il significato del suo gesto. Quando i discepoli lo chiamano Signore e maestro dicono la verità; e pure è vero che lavando i piedi ai discepoli, il maestro ha svolto un lavoro di servo. È come per le parabole: non si tratta tanto di “capire”, ma di entrare in un nuovo modo di vedere e di agire. Gesù insegna, con i gesti e le parole, con questa finalità: affinché come io ho fatto a voi, anche voi facciate. Se il discepolo deve imparare dal maestro, quando il maestro prende la strada del servizio, il discepolo non può prenderne un’altra. Il gesto che Gesù fa anticipa il significato della sua morte, che è il servizio più grande, il dono di tutto se stesso. Accogliendo questo dono di Gesù, Pietro e gli altri discepoli potranno a loro volta essere felici se imiteranno il maestro. 4 famiglianostra | marzo - aprile 2014

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Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugatoio di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo». Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi». Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica. (Gv 13,1-17). Santa Paola Elisabetta ha vissuto il comandamento dell’amore e la sua vita ne è una testimonianza. Così ha lasciato scritto per le sue figlie e figli: Se vi abbasserete gli uni verso gli altri, la carità, la pace, la concordia regnerà sempre nelle vostre case, la gioia risiederà sulle vostre fronti e proverete quello che dice la Scrittura: “quanto è dolce che i fratelli vivano insieme”… Bisognerebbe che tra i fratelli ci fosse quella confidenza e cordialità vicendevole, quel compiacimento e compatimento reciproco, quell'assoggettamento dell'uno con l'altro, insomma quella carità e quel vivere come veri fratelli senza riguardi e senza timore d'offendersi ed averne a male, senza la qual cosa non potrete mai mettere in piedi l'Istituto: perché capirete anche voi, se nessuno vuol piegarsi, e tutti credono che vada bene la loro maniera di pensare ed operare, non si fa più niente. Queste sue parole valgono anche per la relazione in famiglia tra marito e moglie, tra figli e genitori. Papa Francesco scrive nella lettera Evangelii Gaudium: “Ai cristiani di tutte le comunità del mondo desidero chiedere specialmente una testimonianza di comunione fraterna che diventi attraente e luminosa. Che tutti possano ammirare come vi prendete cura gli uni degli altri, come vi incoraggiate mutuamente e come vi accompagnate: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35)... Chiediamo al Signore che ci faccia comprendere la legge dell’amore. Che buona cosa è avere questa legge! Quanto ci fa bene amarci gli uni gli altri al di là di tutto! Sì, al di là di tutto!... Non lasciamoci rubare l’ideale dell’amore fraterno!” Potremo fare tante belle cose, potremo gridare a tutti che siamo cristiani: ma ciò che convincerà noi e gli altri che siamo entrati nel cammino della morte e risurrezione di Gesù è il modo come ci amiamo gli uni gli altri. P. Gianmarco Paris 5

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VENERDI SANTO S La croce incorporata ignore dinanzi a te Crocefisso, so che la tua croce si traccia nel tuo corpo a significare un amore che abbraccia cielo e terra e sono profondamente colpito da quest’immagine di te dove la tua croce appare appena accennata, mentre risalta ai miei occhi il tuo corpo non inchiodato. Vedo la tua mano sinistra che, staccata dal patibolo, ci indica il Padre e allo stesso tempo sembra ricevere quei doni celesti che trasmessi alla mano destra, verranno donati a ognuno di noi. Gesù sappiamo che attraverso la croce sei mediatore di salvezza tra il Padre e noi, ma allo stesso tempo attraverso quest’immagine di te crocefisso ci ricordi che l’unione con il Padre deve portarci come conseguenza all’amore dei fratelli. La tua mano tesa verso l’alto ci parla di verticalità, di contemplazione, di unione mistica con Dio; la tua mano protesa verso il basso ci parla dell’unione con il fratello; una mano riceve l’altra offre. Così ricordiamo che la relazione con Dio deve portarci necessariamente all’amore per il prossimo. E quella croce solo accennata e quasi fusa con il tuo corpo, ci mostra che essa è parte essenziale della vita di ognuno, e diviene simbolo e sorgente di unione intima con Dio e con l’uomo. In quest’immagine, Gesù, ti vedo sereno, attivo, costruttivo e proteso verso gli altri. Il tuo corpo sempre forte, è volume, è azione, è dinamismo, benché compenetrato dal legno della croce. Questa compenetrazione tra il tuo corpo e la tua croce esprime per me il vero e più attuale spirito del Cristianesimo, ossia l’intima accettazione della sofferenza, per una rinascita a vita nuova, quell’intima sofferenza che ognuno di noi, indirettamente, ha vissuto nel momento della nascita e ha condiviso con sua madre. Dunque il nostro corpo e la croce, che di esso costituisce il supporto intorno al quale esso si sviluppa e agisce; noi e la croce nel passare del tempo per rappresentare una storia, la nostra, che descriva tutte le nostre trasformazioni e rinascite. A volte la vita è dolore, ingiustizia, freddo automatismo, a volte ci riserva le cose peggiori che ci possano accadere. È proprio in questi momenti che figuriamo la croce come un tronco grezzo, duro, secco, fibroso e liberamente piantato nella terra. Attorno a questo tronco possiamo immaginare un corpo delicato che agisce, che si adagia, che si appoggia e diventa un tutt’uno con lui. Quel corpo, per noi, è quello di santa Paola Elisabetta Cerioli che adagiato su quel tronco grezzo e tagliato, ci fa comprendere come dal dolore nasca la “gioia di dare vita nuova”, dare vita a chi non ha avvenire, di ricreare coloro che non sono più. Da quel tronco che è supporto rigido per lei e significazione di una vita vissuta nella sofferenza per prepararsi a una grandissima missione, santa Paola Elisabetta ci indica che la vita deve andare avanti in Cristo, anche se a volte ciò provoca dolore. Contemplando questa immagine capiamo meglio, con santa Paola Elisabetta, che c’è in ognuno di noi la possibilità del nuovo, dello stupore, dell’amore, e che ciò accade attraverso quella croce che si fa troco grezzo e dolore subìto, un dolore che trasforma il nostro corpo e le nostre azioni in amore attivo. “La Croce incorporata” Quell’amore attivo che ha premesso al centurione del tuo tempo, o Signore, e permette (in alto) e “Gruppo con al malato terminale di oggi, entrambi rimasti soli di fronte al dolore e bisognosi di sentirsi la Santa Cerioli” amati, di uscire dalla loro impotenza carnale chiedendoti semplicemente: “sei tu il Dio che (a destra) disegni di cerco?”. Quell’amore attivo che ha permesso all’emorroissa che hai guarito e alla profuga Paola de Gregorio 6 famiglianostra | marzo - aprile 2014

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di tutti tempi di uscire dall’impurità della carne e superare l’esclusione dalla vita sociale. Quell’amore attivo che ha permesso al semplice passante che ti ha incontrato e al giornalista di oggi che ti cerca di alimentare il desiderio di comprendere e incarnare un amore totale, di conoscere e scoprire la ragione degli avvenimenti, di trovare qualcosa e qualcuno che rimotivi la storia. Quell’amore attivo che ha permesso alla vedova di Nain e concede alla madre di oggi privata del figlio di uscire da quella morte che, portata nel cuore, lede e vanifica ogni speranza, e ricominciare a credere ai loro sogni spezzati. Quell’amore attivo che ha permesso a Lazzaro tuo amico e permetterebbe al carcerato di oggi di uscire dalla loro tomba ed essere richiamati alla vita. Quell’amore attivo che attraverso l’adultera del tuo tempo e la donna anziana della contemporaneità che ricorda gli anni, le gioie, le cose del tempo passato e vive il presente dei figli nella speranza di una vita risolta, ci fa capire che due sono i modi di essere inchiodati sulla croce: il primo che è quello dell’adultera, è l’essere inchiodati al legno di una condizione servile, il secondo, della donna anziana, è l’essere inchiodati al legno caro e stretto di quella croce che ha accolto i segreti, le pene e i tanti peccati commessi. Due donne che guardano la croce in due modi diversi: l’una davanti e l’altra dietro. Guardata davanti la croce può non essere evidente, poiché “mimetizzata” dal tuo corpo la cui bellezza è ‘evidente’. Una bellezza questa che noi esigiamo ed esibiamo e che costituisce la facciata del nostro credere, il davanti del nostro rapporto con Dio e l’altro, che trasmette certamente ‘gradevolezza’ ma che può anche essere semplice espressione di fede servile, di credere perché mi servi. Guardata da dietro la croce appare in tutta la sua evidenza dolorosa: lì si vede che è il dolore stesso che ci spinge ad essere, che ci spinge a cercare quel Dio che ha saputo fare del dolore il luogo della speranza, della trasformazione e della crescita. (come S. Paola Elisabetta). Ritornando all’immagine di te crocefisso e tenendo in parte quella di santa Paola Elisabetta adagiata sul tronco grezzo della croce, capisco che è il dolore che anima la croce, e le conferisce quel movimento e quella sinuosità funzionale che accompagnano dolcemente l’andamento delle braccia, sospingendole verso l’alto e verso il basso contemporaneamente. Non è una croce rigida a sé stante la tua, ma una croce totalmente incorporata; una croce che interagisce col suo corpo, sì col suo corpo parchè a ogni croce è dato un corpo, così come ad ogni corpo è data la sua croce. Per questo motivo, nel mio sentire, a volte corpo e croce si confondono. Ci sono giorni in cui è la croce a essere legnosa e il corpo morbido, giorni in cui invece la croce diventa “biologica” e carnosa ed è il mio corpo a farsi duro, legnoso e pieno di ferite…Una croce, cioè, che da oggettiva diventa soggettiva. Tutto questo lo vedo espresso in quest’immagine di te Crocifisso posta dinanzi: un corpo teso come un arco rivolto verso l’umanità; un volto sofferente eppure desideroso di parlarci; le braccia appena accennate, ma chiaramente rivolte, una verso l’Alto, l’altra verso di noi; la croce totalmente incorporata nel tuo corpo. E sulla testa? Nessun copricapo, nessuna corona, neanche la tradizionale umilissima corona di spine. Sulla tua testa solo l’estremità dolorosa della tua croce. P. Giovanni Prina 7

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SABATO SANTO E’ tempo di Uscire … pronti alla primavera di rapporti nuovi, trascinati dal Cristo Risorto Nel momento della tristezza e dell’angoscia non si ha voglia di uscire di casa, men che meno al mattino presto. Si cerca di protrarre all’infinito questo stato di torpore. Si tenta di dormire almeno un poco per recuperare una notte insonne e costellata di lacrime e di sogni cattivi. Nessuno va incontro volentieri a un giorno di lutto, nessuno gioisce nel dover riaprire una ferita ancora fresca. Ma le donne del nostro vangelo vanno al sepolcro e ci vanno di buon mattino “quando era ancora buio”. C’é un dato curioso nel brano di vangelo. Un dato che di per sé non parrebbe così centrale nella narrazione. L’attenzione al masso che blocca l’ingresso del sepolcro. Parlando tra loro, le donne mentre si avviano al sepolcro, si domandano chi ci rotolerà via il masso? Con questa domanda riconoscono in qualche modo la loro debolezza fisica, ma anche la loro impotenza. “Adesso che non c’è più lui –sembrano dire- chi ci porta i pesi della vita, chi darà leggerezza e slancio ai mie passi? Adesso che non c’è più mio marito? Mia moglie? Adesso che non c’é più il papà, la mamma come crescerò i figli? Chi mi darà la forza di continua a vivere , a lavorare, a ridere ….” 8 famiglianostra | marzo - aprile 2014

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Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù. Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole. Esse dicevano tra loro: «Chi ci rotolerà via il masso dall'ingresso del sepolcro?». Ma, guardando, videro che il masso era già stato rotolato via, benché fosse molto grande. Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d'una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano deposto. Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto». Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura (Marco 16, 1-8). Le loro domande sono anche le nostre oggi. Nonostante questo le donne si avviano verso il sepolcro. Il gesto appare alquanto sconclusionato, inutile: cosa ci vanno a fare, con aromi e profumi, se poi non vi possono entrare? Con quali speranze? Eppure vanno e trovano il masso rotolato. E’ come se la loro ricerca avesse già fatto il miracolo. E’ come se il loro “inutile” mettersi a cercare avesse già in qualche modo operato prodigi. Ci sono blocchi nella nostra vita, ci sono situazioni che ci impediscono di vivere, di andare avanti, di riprendere il cammino; situazioni difficili che sembrano non avere soluzioni. Oggi le donne del vangelo di Pasqua ci insegnano che occorre dare SPERANZA alla vita, occorre dare FIDUCIA alla vita. Qualcosa accadrà! Qualcosa forse è già accaduto. In tutta questa vicenda dolorosa le donne una certezza l’avevano: Gesù è morto, talmente morto che bisogna imbalsamarlo. Hanno bisogno di smontare questa certezza per scoprirlo risorto, ma per farlo devono affrontare la sorpresa, il cambiamento, la novità inaspettata. Ma il NUOVO spaventa! Il NUOVO è IMPREVEDIBILE …. Il NUOVO non si conosce …. La paura rimane lì, al termine del vangelo, come masso che può intralciare il passo del credente, come peso da rimuovere se si vuole incontrare Gesù. Trovare il Signore risorto non è cosa per chi si è rassegnato a vivere nella paura, per chi interpreta la sua vita come un continuo fuggire, da sé, dalla novità, dal confronto con la morte, dal ritrarsi di Dio per lasciarsi cercare. Oggi per noi è giorno di Pasqua .. e vorremo far rotolare via i macigni delle nostre paure dall’imboccatura del nostro cuore e della nostra anima. Il freddo di questi giorni è solo la coda dell’inverno E’ tempo di Uscire … pronti alla primavera di rapporti nuovi, trascinati dal Cristo Risorto. 9

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Missiòn = felicidad Mission = happiness Missão = alegria Che significa tutto questo? Io so che PASQUA anzitutto è PASSIONE, e passione è AMORE SFRENATO, SMISURATO, proprio come quello di un Padre che ci dona suo Figlio chiedendo a Lui di diventare, anche a costo di morte violenta, nostro fratello! Gesù, dunque, ha dato la vita per gli altri, per questo IL PADRE L’HA RISUSCITATO! Evangelii = Gaudium Papa Francesco alza la sua voce e ci chiede di risorgere. Come? Diventando noi il “nuovo vangelo”, facendo di Gesù Cristo il nostro vissuto. Solo così ritroveremo la gioia di esistere, quella cioè che nasce “da Dio e non dalle cose”. Questa è “la vita piena” (n°10)! Quella che nasce da Cristo e da Cristo Risorto! Lui che ha obbedito al Padre venendo tra noi, che ha guarito gli ammalati, che mai si è dichiarato deluso di noi, nonostante tutto. Per questo ci ha detto: “ Andate per il mondo intero, gridate a tutti il Vangelo, la Buona Notizia, battezzando nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e insegnando loro a fare quanto io vi comando”! Questa è la vita piena: trasmettere agli altri la gioia di vivere, “basta con le facce da funerale”(n°10). Questa è la nostra Missione: muoversi e fare finalmente qualcosa di buono per noi stessi, per la nostra famiglia, per la nostra comunità, per il nostro paese, per il nostro mondo. Tutti ci stanno aspettando. Dobbiamo schiodarci dal nostro misero perbenismo se vogliamo “attrarre” gli altri a Cristo. Siamo stati battezzati? Allora siamo missionari! Diversamente il nostro battesimo è come morto. A questo punto? Fermiamoci un momento, ascoltiamo lo Spirito, ha troppe cose da dirci! n questi ultimi tempi Papa Francesco mi ha mandato in fissa con la sua Esortazione Apostolica “Evangelii Gaudium”, ancor più quando afferma che i cristiani, “dal volto triste”, sembrano aver scelto una “Quaresima senza Pasqua”! (n° 6). I pasqua=m Che ne dite? Gesù “sceglie” di fare quanto il Padre gli ha chiesto e per la stessa ragione a Sua volta chiede a noi lo stesso amore sfrenato per i fratelli… fino a morire di passione. Cos’è successo?! Lo abbiamo crocifisso, senza pietà. E in Lui abbiamo crocifisso anche suo Padre che si fidava di noi! A quel punto avevamo pensato che nessun altro ci avrebbe potuto fermare nella nostra smisurata volontà di potenza e indipendenza da Lui. Ancora una volta, la nostra presunzione è riuscita a metterci in ginocchio, illudendoci di diventare come déi, capaci di decidere cosa era il “nuovo bene e il nuovo male”. E invece abbiamo finito per inchiodare anche l’uomo! Abbiamo solo sostituito quei tre chiodi e quella lancia che proclamavano un amore infinito per l’uomo e la donna, una pienezza della vita in comunione con Dio nella fede, una gioia di esistere e un senso di futuro splendido da realizzare scambiando il tutto con le “cose”, con il “consumismo”, con “l’inquietudine”. Che pena! Ci siamo ritrovati invasi e perduti in una paura senza ritorno. Di fatto un’altra volta siamo piombati in una Quaresima senza Pasqua , in una passione fatta solo di dolore e di morte! 10 P. Vittorio Carminati famiglianostra | marzo - aprile 2014

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missione=gioia La cugina di padre Luca Pelis racconta: missioni “Il mio viaggio in Mozambico” testimonianza Siamo a giugno 2013 e padre Luca torna in Italia dal Brasile. Viene invitato a cena a casa dei miei e voglio esserci anche io: devo fargli un sacco di domande riguardo il suo lavoro in missione. Lo ammiro molto per la sua scelta così come ammiro tutte le persone che si prestano ad aiutare il prossimo. A tavola scopro che non tornerà più in Brasile, ma che verrà destinato in Mozambico. Così comincia a tornare a galla il desiderio che avevo da anni, quello di andare a trovarlo in Africa (infatti già con la sua prima esperienza avevo il sogno di raggiungerlo, ma non avevo mai avuto modo di realizzarlo). La voglia di conoscere un mondo diverso dal nostro, così lontano ma non per questo non reale, mi ha portato a fare la mia scelta. Ma in questa decisione ho visto in me la voglia di accrescimento e cambiamento personale, con la speranza di tornare più ricca nel cuore e nell’anima. Così parlando con Padre Luca nei mesi successivi ho appreso con tutta la mia felicità che la cosa si poteva fare. Abbiamo stabilito insieme la durata della visita (un mese) e il periodo (marzo), compatibilmente con i suoi impegni e il mio lavoro. Dopo l’incontro alla Sacra Famiglia con Padre Vittorio Carminati, che ha voluto conoscermi prima della partenza e raccontarmi qualcosa della situazione in Mozambico, ho prenotato il volo aereo. Non poche difficoltà a organizzare l’occorrente per la partenza, ma con il prezioso aiuto di Padre Vittorio e Padre Giovanni Prina, l’ansia di non riuscire a fare tutto, e nel modo giusto, è sparita -quasi- subito. Arriva il fatidico giorno: parto la sera del 10 Marzo da Malpensa e arrivo a Maputo l’11 Marzo nel primo pomeriggio. Ad attendermi all’aeroporto Padre Luca con Giorgio, volontario italiano in Africa per un anno. Il primo impatto con la capitale mi lascia a bocca aperta. Caotica e viva. Nel tragitto verso Marracuene è un continuo stupore. Faccio conoscenza per la prima volta della chapa: un pulmino che potrebbe portare al massimo una decina di persone per i miei gusti…invece vedo donne, uomini e bambini ammassati ai vetri. Mi manca il respiro per loro. E poi i mercatini, e ancora mercatini di ogni genere lungo la strada: si alternano i colori della frutta e della verdura, i banchetti delle bibite, delle scarpe, dei jeans, delle gomme delle macchine, della legna, dei mattoni e dei polli. Si può trovare davvero di tutto. Le donne, con le loro kapulane colorate, portano sulla loro schiena i bambini e, come se non bastasse, caricano pesi a dir poco impensabili sulla testa. Indescrivibile il paesaggio con il suo cielo blu, la terra rossa e le distese verdi. La pace dell’anima. Arriviamo alla congregazione della Sacra Famiglia: sono emozionatissima. Vedo i primi bambini e ragazzi del centro e della scuola che mi guardano incuriositi. Faccio conoscenza di Luisa, volontaria Italiana in Africa per tre anni,che mi accoglie con il suo meraviglioso sorriso. Saluto fra Alessandro, la sua barba è diventata ancora più lunga. Arriva poi il benvenuto di padre Agostino, che incontro in quel momento per la prima volta. L’accoglienza è calorosa e mi sento subito a mio agio. 11

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Durante la mia permanenza di un mese ho avuto modo di scontrarmi con un mondo completamente nuovo e diverso da dove sono abituata a vivere. Scopro che la sanità è praticamente inesistente. Una cosa che mi manda fuori di testa. Il diritto alla salute non si può negare a nessuno. Per non parlare dell’istituzione scolastica, carente. I trasporti pubblici disorganizzati e le strade dimesse. La maggior parte della popolazione è davvero povera e vive in baracche di lamiera, impraticabili durante il giorno a causa del caldo soffocante. Ma nonostante io sia una straniera nella loro terra, si rivelano persone molto ospitali. La prima volta che ho partecipato alla Messa in una piccola comunità sono rimasta piacevolmente stupita: alla fine della celebrazione padre Luca mi presenta a tutti e loro mi danno il benvenuto cantandomi una canzone. Mi sono venuti i brividi ed ho quasi pianto, senza il quasi. Fuori dalla Chiesa tutte le donne e gli uomini mi salutano dandomi la mano. Mi sento accettata, sto bene. testimonianza 12 In questo mese ho avuto anche la possibilità di andare a Maxixe e conoscere padre Ezio, padre Fausto, fra Franco, padre Adailton e le suore, impegnati con l’Università. Bellissimo anche lì e varrebbe davvero la pena rimanere più tempo anche per i meravigliosi posti, come il paradiso terrestre di Mongue. Ma bisogna rispettare la tabella di marcia e dopo qualche giorno rientro a Marracuene. Pian piano il tempo passa. Mi integro sempre di più con i ritmi e le esigenze del posto, entro in sintonia con i ragazzi del centro e i bambini mi scaldano il cuore. Il lavoro svolto dai padri, dal frà e dai vari volontari, in questi anni ha dato i suoi frutti. La scuola, l’asilo, l’orfanotrofio sono ben organizzati. Il posto è stupendo e i ragazzi sono in gamba: i più grandi aiutano i più piccoli. Ma il lavoro non ha mai termine. E gli intoppi sono sempre dietro l’angolo: salta la corrente nei momenti meno consoni e la pompa dell’acqua fa disperare. C’è sempre qualcosa da fare e le idee nuove nascono come funghi. E anche se manca tutto, non manca mai la buona volontà. Trovo molta ammirazione per il lavoro che stanno facendo i missionari. Dedicano la loro vita per aiutare quella degli altri (scusate se poco). Tutti noi dovremmo prenderne un po’ spunto. Questo mi fa riflettere. Vorrei far qualcosa di concreto anche io. Mi rendo conto che in un mese di tempo non si può realizzare un progetto vero e proprio, infatti si aiuta per di più nel quotidiano, ma voglio pensare a qualcosa che possa servire a contribuire in qualche modo, e non necessariamente mentre sono ancora in Africa, ma anche da casa. Così alla prima occasione parlo delle adozioni a distanza, dei possibili mercatini dell’equo e solidale, di come posso trasmettere questa mia avventura alle persone che conosco in Italia, perché anche qualcuno di loro possa decidere di fare una scelta come la mia. Una piccola esperienza che ti cambia. Si torna diversi. Arriva il momento di rientrare a casa. Manca la voglia, ma la mia realtà, è un'altra. I primi giorni sono strani. Mi sembra di essere stata catapultata tutto d’un tratto in un universo parallelo che corre, corre e non aspetta nessuno. I problemi sono diversi, ma non so come spiegare, riesco a dargli un peso differente. Pare che io dia più importanza ai valori più belli della vita e sorvoli sugli aspetti più banali, per cui non vale la pena andare in ansia, preoccuparsi e prendersela. Rifletto che solo per il semplice fatto di nascere dall’altra parte del mondo, si è destinati ad un futuro diverso. Mi ritengo fortunata. E trovo giusto che parte della mia fortuna possa essere donata anche agli altri. Sono felice di aver potuto vivere questa esperienza e penso che la felicità sia reale solo se condivisa. Così eccomi qui a scrivere per tutti coloro che vogliono saperne qualcosa in più. Vorrei concludere con un grazie, anzi, ‘obrigada’ a chi mi ha permesso di realizzare questo sogno, perché in questo mese ho ricevuto di più di quello che ho dato. Veronica Casis famiglianostra | marzo - aprile 2014

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M i in t e g r o s e m p r e d i p iù c o n i r it m i e del posto, e le e s ig e n z e n t r o in s in t o n ia c o n i r a gazzi del ce ntro e i b a m b in i m i s c a ld a n o il c u o r e . Carissimi amici, comunichiamo con molta tristezza la scomparsa improvvisa di donna Felicidade, per un arresto cardiaco avvenuto durante la notte. Era cuoca della comunità mista de Maxixe. Si è dedicata per anni ai religiosi e alle sorelle, così come agli ospiti e i volontari che l’hanno incontrata. Lascia un grande vuoto nella comunità e nella regione del Mozambico. Il funerale si è tenuto presso la Chiesa parrocchiale di Maxixe il giorno 29 aprile. La ricordiamo nella preghiera perchè riposi nella pace del Signore. Cordoglio 13

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comunità pasqua alla bozzola All’ombra del Santuario , casacche arancioni e sorrisi smaglianti per festeggiare il Risorto nella tradizione della Sa gra Bozzolese Agli occhi di molti il giorno di Pasqua può apparire come un giorno di festa da trascorrere con pranzi e viaggi ma ci sono luoghi in cui è celebrata la vera anima di questo giorno che ricorda e festeggia la Risurrezione di Gesù trasmettendo valori di Fede, Amore, Carità e Solidarietà. Il Santuario Madonna della Bozzola è uno di questi luoghi, la sua caratteristica mariana porta alla Bozzola, frazione della cittadina pavese di Garlasco, migliaia di persone che, nei giorni di Pasqua e Pasquetta, si recano con fede e riconoscenza ai piedi della statua che ricorda l’apparizione avvenuta nel 1465 ad una ragazza sordomuta. Le innumerevoli Grazie non si contano più e l’ omaggio di chi ha toccato con mano la fede e gli accadimenti inspiegabili è il filo conduttore di queste giornate che accolgono i fedeli con Sante Messe celebrate con cadenza oraria per dare modo a tutti di parteciparvi. La Basilica accoglie una grande affluenza di fedeli e di persone che vi arrivano per la prima volta e, come la Chiesa, il Santuario della Bozzola apre le porte al Mondo aprendo Lunedi dell’Angelo. Celebrazione eucaristica con il Vescovo di Vigevano, mons. Maurizio Gervasoni. 14 famiglianostra | marzo - aprile 2014

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il proprio porton e alla Piazza per permettere a tutt le celebrazioni ch i di ascoltare e, con la Parola de l Vangelo, penetr fedeli che raggiu a nei cuori. I ngono la frazione Bozzola per l’asp della Sagra sono et to religioso accolti da un’im portante realtà so la grande famig st enuta dallia del Santuario che opera senza trambi i giorni di tregua in enfesta e nei giorni precedenti per i Centinaia di pers preparativi. one “servono” la Madonna agendo di ministranti de nella veste lla Liturgia, oper atori del servizio steggiatori e anch d’ or dine, poe all’interno della pesca di benefic bar del Santuario ienza e del . Non c’è pioggia che freni l’omaggi e offerto dai volo o personale ntari nel complet o nascondimento sono stati “chiam di coloro che ati” dalla Madon na in questo luog vissuto, sulla prop o e ch e hanno ria pelle, il signifi cato della parola frirsi in modo ca “Grazia”. Ofritatevole al pros simo è amare se del Vangelo, tras condo la Parola mettere la fede ed accogliere è esse del Signore, porg re il braccio ere una mano a chi soffre è accost spalle per condiv ar e le proprie idere il peso di un dolore. Pasqua nascita spirituale è anche ricon l’accoglimen to di Gesù nel pr anche la speranza oprio cuore e che accompagna il fedele nel perio in cui ha la pien do d’attesa a consapevolezza del percorso che Un percorso in cu st a vivendo. i Gesù non lascia mai soli facendo stantemente la Su sentire coa presenza nel pe rcorso che porter a diventare cred à il fedele ente. La Bozzola è un Santuario m Madonna “chiam ar ia no dove la a”, converte, tocc a i cuori di coloro da varie parti de ch e arrivano l nord Italia con la consapevolezza la soglia del Sant che chi varca uario ne uscirà ar ricchito dello Spiri illumina i cammin to Santo che i per sostenere la vita quotidiana e la vita… anche se le prove delle parole non so no in grado di de speciale che si re sc riv ere l’aria spira. Giuseppe Ro ssi La gioia del servizio dei giovani e amici del Santuari o durante la S agra Bozzolese 15

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