Theofilos Maggio 2014

 

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Rivista della Scuola Teologica di Base Arcidiocesi di Palermo Theofilos Maggio 2014

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2 0 1 4 Ma g g i o2 0 1 4 Ma r z o2 0 1 4 2 0 1 3 No v e mb r e2 0 1 3 Ma g g i o2 0 1 3 Ma r z o2 0 1 3 2 0 1 2 No v e mb r e2 0 1 2 Ma g g i o2 0 1 2 Ma r z o2 0 1 2

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NUMERO UNICO COPIE 2 2.500 MAGGIO2014 ad uso interno editoriAle la chiesa per la scuola di Don Salvatore Priola AreA biblicA Figliolanza di Cristiania Rallo DISTRIBuzIONE GRATuITA Direttore Responsabile Michelangelo Nasca 5 6 Capo Redattore Giuseppe Tuzzolino 9 AreA dogMAticA 10 l’identità di dio: nell’unità la trinità di Giuseppe Tuzzolino 13 AreA liturgicA 14 il sacramento della riconciliazione luogo della salvezza di Giusy Ampola e Antonella Lopapa 17 AreA MorAle 18 il valore salvifico della sofferenza di Gioacchino Mogavero 21 il concilio oggi 22 diacono: chi è costui? di Giampaolo Tulumello 25 SPirituAlità 26 Madre Speranza Alhama Valera, discepola dell’amore misericordioso di Maria Catena 28 un fratello divenuto padre di Maria Lo Presti 31 la pedagogia della santità in giovanni Paolo ii di Michelangelo Nasca 33 leSSico SPirituAle di Maria Catena 35 VitA dellA ScuolA 36 l’esperienza delle tavole rotonde sulla dottrina sociale della chiesa di Angelo Bianco 38 TheofiLos riSPonde di Maria Concetta Bottino, Alessandro Di Trapani e Maria Lo Presti Redazione Salvatore Priola Maria Lo Presti Giampaolo Tulumello Maria Catena Alessandro Di Trapani Andrea Sannasardo Hanno Collaborato Don Salvatore Priola Cristiania Rallo Giuseppe Tuzzolino Giusy Ampola Antonella Lopapa Gioacchino Mogavero Giampaolo Tulumello Maria Catena Maria Lo Presti Michelangelo Nasca Angelo Bianco Maria Concetta Bottino Alessandro Di Trapani Progetto Grafico Gianluca Meschis Stampa Wide snc - Palermo Tutti i numeri sono online sul sito della scuola www.stb.diocesipa.it e-mail: theofilos2000@gmail.com Per le libere contribuzioni: Intestato a: Arcidiocesi di Palermo Scuola teologica di base cod. ibAn: it 95J 30690 46211 000000 06708 ScuolA teologicA di bASe Associazione Luce Gentile CF: 97295790824 1 5 X 1000

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della scuola e della formazione professionale nel nostro Paese» (p. 5). Penso che a nessuno di noi sfugga la situazione nella quale oggi versa la scuola sotto ogni profilo, e ancor più come la Chiesa, da sempre impegnata in questo specifico ambito di vita, si senta interpellata a dare il proprio contributo perché la scuola sia rinnovata, valorizzata e sostenuta da tutti, come bene prezioso da custodire per le future generazioni. Il contesto socio-culturale nel quale siamo inseriti, caratterizzato da scetticismo, individualismo e relativismo, spinge i soggetti coinvolti nell’opera educativa, per prima la famiglia e poi la scuola, la Chiesa e molti altri agenti nel campo dell’educazione, ad un atteggiamento rinunciatario, ad un frainteso senso di libertà e a una forma di neopelagianesimo, come l’ha definito Papa Francesco nella Evangelii Gaudium (n. 94), autoreferenziale e prometeico, segno di quell’immanentismo antropocentrico, sotteso a tante visioni esistenziali propugnate attraverso progetti e stili di vita inculcati con ogni mezzo massmediatico, che finisce per consegnare ragazzi e giovani ad una sorta di solitudine dorata, mentre, al contrario, avrebbero diritto ad un accompagnamento, sapiente e saggio, tra le rapide del loro esuberante e intraprendente progetto di vita, gravido di tante attese. La sfida educativa è rivolta a tutti e a tutti i livelli della società, per questo è importante che ciascuno senta come un dovere ineludibile la costituzione di un’alleanza educativa che metta insieme uomini e mezzi capaci di darle risposte vincenti. In gioco c’è il presente e il futuro dei singoli e dell’intera comunità civile. La Chiesa non solo è sensibile e vicina alle problematiche che gravano sull’istituzione scolastica, ma è pienamente coinvolta a motivo della sua missione a servizio del Vangelo per la salvezza dell’uomo. Essa, come madre e maestra, svolge un’opera di educazione che guarda all’uomo nella sua integralità, senza pregiudiziali ideologiche, né asservimenti ad interessi di parte o lobbies che tendono ad elaborare e ad imporre un pensiero unico, in aperta contraddizione con gli intenti dichiarati di pluralismo culturale ed educativo che sostengono di propugnare. La Chiesa guarda all’uomo tutto intero e cerca il suo bene, senza avere in odio nessuno e senza pregiudicare la libera decisione di alcuno. Ciò che la muove è la logica evangelica del “se vuoi”, resa paradigmatica dalla testimonianza di Gesù che, in parole e opere, ha mostrato la forza persuasiva dell’amore, che nulla trattiene per sé e tutto dona per la vita dell’altro. Essa è accanto ad ogni uomo e ad ogni famiglia, non per imporre verità e valori preconfezionati in laboratori messi in piede ad arte per interessi privati o forme di egemonia culturale e religiosa, ma per sostenere il cammino di ogni uomo nella realizzazione di quel progetto che egli stesso è, e che a volte rischia di essere, parzialmente o totalmente, compromesso a causa di teorie elaborate, più o meno in buona fede, in concezioni antropologiche frammentarie che danno vita a sistemi economici e sociali non rispondenti all’anelito di felicità che c’è in ogni uomo. Dobbiamo vigilare sui tentativi, per la verità ormai non più velati, di omologazione e di livellamento culturale sostenuti da parte di coloro che per combattere, giustamente, l’omofobia e altre forme di discriminazione nella scuola, ma non solo, provano ad imporre criteri, linguaggi, schemi e metodi educativi, quanto 3

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meno discutibili, spesso non condivisi da tutti e pericolosamente lesivi della libertà di pensiero e di espressione di ciascuno, e che in alcuni casi rasentano persino forme di rieducazione forzata, senza che sia stato richiesto e manifestato consenso da parte di coloro che hanno la responsabilità primaria e legale sui minori. Pensiamo a quei tentativi, per quanto goffi e bizzarri, di aver preteso di sostituire nei moduli scolastici i termini di padre e madre con genitore1 e genitore2, oppure alla distribuzione in alcune scuole del nord Italia, bloccata per l’esposto di un gruppo di genitori, di volumetti che avrebbero dovuto favorire l’integrazione e il rispetto di ogni diversità, ma che celavano il maldestro tentativo di imporre, alle ignare e indifese coscienze dei più giovani, idee e modelli certamente discutibili. Non possiamo sottovalutare la portata delle sfide che, a più riprese e da diversi soggetti della società civile, sono lanciate all’azione educativa, specificamente in ambito scolastico. Come Chiesa possiamo fare di più e meglio al fine di contribuire al miglioramento del quadro complessivo nel quale oggi si trova l’istituzione scolastica e la formazione professionale. Dobbiamo tornare ad abitare con passione e professionalità questo luogo, nel quale da sempre la Chiesa è stata impegnata. Il libretto pubblicato dalla Segreteria generale della CEI presenta otto parole-chiave: Educazione, Europa, Insegnanti, Generazioni e futuro, Umanesimo, Autonomia e sussidiarietà, Comunità, Alleanza educativa, che «aiutano a concentrare l’attenzione su alcuni punti – momenti di passaggio, snodi importanti del discorso tra luoghi, situazioni, persone – intorno ai quali tutti siamo invitati a discutere e a confrontarci» (p. 6). Nella nostra Chiesa di Palermo questo impegno, da molti anni, è portato avanti con generosità dal “laboratorio pedagogico diocesano”, nato per iniziativa di alcuni Uffici Pastorali della Diocesi di Palermo, di associazioni professionali, movimenti e comunità ecclesiali. Esso si prefigge il raggiungimento di un duplice obbiettivo: offrire uno spazio di discussione, di riflessione, di orientamento pedagogico; costituire un’occasione di sinergia per tutti i soggetti ecclesiali a vario titolo impegnati in un lavoro educativo. Tutti dobbiamo sentirci interpellati, a maggior ragione coloro che operiamo in ambito scolastico e, più in generale, educativo. Ogni presenza è preziosa per dare forza e contenuto alle iniziative messe in campo. La Scuola Teologica di Base, da oltre 34 anni, svolge il suo servizio di formazione alla vita credente dei Battezzati della nostra Chiesa, accompagnandoli nella conoscenza dei contenuti essenziali della Fede cristiana cattolica e sostenendo il loro percorso con esperienze ecclesiali di comunione e di condivisione. Un’opera educativa che tanto ha giovato al popolo di Dio che dà volto a questa Chiesa di Palermo e che le ha permesso di crescere nella corrispondenza d’amore al suo Signore. Un servizio, reso nella gratuità e secondo la logica del dono, che arricchisce tanto chi dona, quanto chi riceve, senza impoverire nessuno. Un servizio che comporta una responsabilità affidata a tutti quelli che sono coinvolti: docenti e allievi insieme, ed anche presbiteri e religiosi che svolgono il proprio ministero educando alla fede negli altri ambiti pastorali. Siamo invitati tutti, ciascuno con il compito che gli è stato affidato, a fare del nostro meglio, senza cedere alla tentazione dello scoraggiamento, senza arrenderci di fronte agli ostacoli, senza perdere la speranza di riuscire con la grazia di Dio, laddove con i nostri soli mezzi registriamo fallimenti. 4

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ARCIDIOCESI DI PALERMO SCUOLA TEOLOGICA DI BASE “ S. LUCA EvAnGELISTA “ Area biblica Se… già fin d’ora, noi gridiamo “Abbà, Padre!”… che cosa non farà mai la grazia completa dello Spirito; quando sarà data definitivamente da Dio agli uomini? S. Ireneo, Adversus Haereses 5

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Figliolanza di Cristiania Rallo destinata a riempire la terra e dominare le altre specie, l’uomo, nella sua complementarità maschio\femmina, è dunque ‘soggetto’, il solo a cui Dio rivolge la sua parola, chiamato quindi a rispondere alla soggettività divina. Dopo la storia delle origini e del racconto di come l’uomo, da subito, snaturi col peccato questo rapporto originario voluto da Dio, l’uomo si trova ancora ad essere protagonista, nonostante i ripetuti allontanamenti, dei continui tentativi che Dio attua per recuperare il rapporto con la creatura fatta a sua immagine. Ritornando ad opporre, sempre daccapo, la sua volontà salvifica all’infedeltà degli uomini, il Signore mostra tutta la sua sollecitudine per la creatura che ha chiamato ad un rapporto diretto, come parentale con sé. Così le alleanze, i patti con cui Dio ogni volta ristabilisce questo sodalizio tramite un mediatore (cf. Noè: Gen 9; Abramo: Gen 15; 17; Mosè: Es 19,5; 24; Davide: 2 Sam 7), rappresentano il luogo in cui l’uomo, rispondendo con la sua libera adesione all’offerta divina (cf. Es 19,8; Es 24,3.7; Gs 24,24; 2 Re 23,3; 2 Cr 15,12; Ne 10,29-30), può realizzarsi pienamente, secondo le promesse divine, fondando su tale relazione con Dio la propria stessa identità. Lungo tutta la storia della salvezza l’intero popolo, e ogni uomo in esso, nelle alterne vicende della sua infedeltà, torna sempre a riconoscere nel suo Dio la verità della propria esistenza. Dal primo patto stipulato con Noè, ancora nella storia delle origini, che riguardava l’umanità intera, e dopo la dispersione di Babele operata da Dio a causa della ostinazione degli uomini, l’intenzione di Dio, Yhwh, all’inizio della storia della salvezza si concentra su un uomo, Abramo (cf. Gen 12), chiamato ad essere capostipite di un popolo scelto da Dio come sua proprietà tra gli altri popoli, come suo “figlio primogenito” (Es 4, 22). Attraverso la figura collettiva dell’intero popolo considerato come ‘figlio’, Dio stesso stabilisce nella relazione genitoriale il suo legame con l’umanità. La metafora del ‘figlio’ per dire il rapporto particolare tra Yhwh e Israele, è ripresa dalla tradizione profetica e sa- “E Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Gen 1, 26-27). Risultato della volontà divina, l’uomo è l’unica creatura fatta da Dio in modo da essere conforme a sé, “a sua immagine”. A differenza degli altri animali, fatti ognuno “secondo la loro specie” (Gen 1, 21.24.25) per l’utilità di questa creatura 6

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pienziale in modo ambivalente: da una parte è riferita a tutto il popolo d’Israele (cf. Os 11,1; Is 1,2; 30,1), da un'altra invece si riferisce ad una figura che personifica l’intero popolo, il re (cf. Sal 2,7; 2 Sam 7,14). Ma in entrambi i casi essa esprime l’idea di una particolare vicinanza a Dio, di una elezione in vista di una missione specifica, e che comporta una assoluta ubbidienza. Israele è scelto dal Signore “per essere il suo popolo privilegiato fra tutti i popoli che sono sulla terra” (Dt 7,6), per mostrare i benefici concessi dal Signore in cambio della sua fedeltà. Il re è l’inviato di Dio, l’unto, a cui è concesso il dominio nel mondo a causa della sua obbedienza (cf. 2 Sam 7,13-14; 23,15), ed anche tale rapporto è stabilito come relazione di figliolanza: “Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio” (2 Sam 7,14a), rimanendo tuttavia sul piano di una adozione. Al contrario nelle coeve concezioni del vicino Oriente esso implicava una connotazione divina; secondo la teologia regale egiziana infatti il faraone era considerato divino in quanto figlio di Dio. La novità in questo senso si determina, nell’Israele ormai giudaico, nel modo con cui un uomo, Gesù di Nazareth, incarna pienamente questo rapporto di figliolanza. Egli, nato in una famiglia con ascendenze regali: “della casa di Davide” (Lc 2,4), cresciuto “sottomesso” ai genitori (cf. Lc 2,51) e vissuto mostrando una identità fortemente carismatica perché totalmente protesa, concentrata, verso il bene, lascia anche emergere da sé un aspetto trascendente, altro, rispetto alla concretezza umana. Oltre agli atti prodigiosi che compie, guarigioni e miracoli, egli si rivolge a Dio come ‘Padre’, invitando anche gli altri a considerarlo tale. Questa identità di Gesù, che suscita sentimenti contrastanti nel suo popolo (cf. sequela: Mc 1,18.20; scetticismo: Mc 5,40; 6,2-3; timore: Mc 1,27; meraviglia: Mc 2,12; 5,20.42; ostilità: Mc 3,6; 5,17; curiosità: Mc 4,41; fede: Mc 2,5; 5,34; 6,56; 8,16; 10,52), è resa manifesta anche dalle espressioni che egli usa, parlando con i discepoli o con le folle, definendo se stesso come ‘Figlio dell’uomo’, oppure, in altre occasioni, come ‘Figlio’. Con l’appellativo ‘Figlio dell’uomo’ che, nei vangeli sinottici, Gesù più volte riferisce a sé, egli vuole probabilmente allontanarsi dalle aspettative messianiche di stampo politico vigenti nel contesto giudaico. Il concetto di ‘Figlio dell’uomo’, in riferimento alla Scrittura, denotava da una parte il carattere di umanità, debolezza (cf. Ez: appellativo con cui Dio si rivolge sempre al profeta), riscontrabile anche nella figura del ‘Servo’ sofferente di Is 53, dall’altra le caratteristiche celesti e trascendenti del misterioso personaggio designato per il giudizio escatologico (cf. Dn 7). Un duplice significato che vuole quindi dire l’aspetto umano, reale, e al contempo divino del ‘Figlio dell’uomo’. Con l’espressione ‘Figlio’ (nella forma assoluta) inoltre Gesù evidenzia che, pur essendo inferiore al Padre, egli è comunque al di sopra degli altri ‘figli’ e anche degli angeli (cf. Mc 13,32), e che è in piena comunione con il Padre, lo conosce e ha la piena facoltà di rivelarlo (cf. Mt 11,27). Ma la qualifica che più caratterizza la particolare identità di Gesù è quella, attestata in tutti i vangeli, di ‘Figlio di Dio’. Nei vangeli sinottici non compare mai sulla bocca di Gesù, ma si tratta sempre di affermazioni altrui: riconoscimento da parte dei discepoli (cf. Mt 14,33; 16,16) o da parte di stranieri, come il centurione (cf. Mc 15,39; Mt 27,54), perfino da parte dei demoni (cf. Mc 3,11; 5,7; Mt 4,3.6). Il retroterra veterotestamentario di tale formula rivela che si tratta dell’inviato di Dio, il servitore fedele, 7

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l’eletto (cf. Sal 89,4.21.27-28). Gesù è dunque percepito come tale, ma con una connotazione aggiuntiva, non solo egli è l’incaricato fedele, ma mostra una autorità inusuale, che si impone anche sulle forze della natura, a lui “anche il vento e il mare obbediscono” (Mc 4,41). Il significato nuovo conferito da Gesù alla figliolanza, è evidente quando, nell’ambito ristretto della cerchia dei discepoli, egli esprime il rapporto particolare, unico, che lo lega a Colui da cui proviene, il Padre. Vi è una perfetta unità, di volontà e di azione, tra il Figlio e il Padre (cf. Gv 5,19-27; 6,27; 8,16.18.19; 10,30.38; 14,9-11; 16,32). Egli è “una cosa sola” col Padre poiché su di lui è “lo Spirito del Signore” (Lc 4,18). Questo Spirito che Gesù, il ‘figlio di Giuseppe’, mostra di possedere in pienezza (cf. Lc 4,22), lo Spirito nel quale è suggellato nel battesimo come ‘figlio prediletto’ (Lc 3,22), è lo Spirito che egli promette (cf. Gv 14,16-17; 16,7) e poi dona (cf. Gv 20,22) ai discepoli, e che permetterà loro di ‘rimanere nel suo amore’ amandosi l’un l’altro. Dono finalizzato quindi a conseguire l’unità nella carità, da esercitarsi non solo tra fratelli, ma anche secondo altri legami, come nella relazione genitore-figlio, simbolizzata dall’affidamento reciproco, nel momento supremo della croce, tra la Madre sua: “Donna, ecco tuo figlio”, e il discepolo amato: “Figlio, ecco tua madre” (Gv 19,26-27). Il dono dello Spirito, voluto e invocato per gli uomini dallo stesso Gesù perché “siano anch’essi in noi una cosa sola” (Gv 17,20-21), è l’elemento unificatore che delinea l’esistenza comunitaria dei singoli chiamati da Gesù, e la raccolta dei ‘Dodici’, rappresentazione simbolica delle dodici tribù e quindi fondamento del ‘nuovo Israele’, è in perfetta continuità col ‘figlio primogenito’, ma con l’ulteriore novità di questa presenza fondante e unificante dello Spirito. La testimonianza apostolica post-pasquale rivela la continuità nel tempo di questo dono dello Spirito, dai discepoli a tutti gli uomini, tramite il quale essi possono sentirsi figli del Padre nella fede in Cristo. L’adozione a figli, ricevuta col riscatto operato dal ‘Figlio’, è testimoniata dallo Spirito, che invoca nel cuore dei fedeli ‘Abbà, Padre’ (cf. Gal 4,4-6); tramite lo Spirito il Padre ha predestinato i credenti “ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29). L’invocazione stessa di Dio come Padre quindi, dice il rapporto di figliolanza offerto da Dio e accolto dai fedeli, come anche l’impegno a vivere in conformità a Cristo. L’esperienza di comunione delle comunità apostoliche fa attestare che il vincolo spirituale tra i credenti (con Cristo e tra loro) si fonda nel nuovo patto istituito da Gesù nel suo sangue (cf. 1 Cor 11,25), la nuova alleanza, anticipata nelle parole profetiche, secondo cui il Signore stesso promette una legge scritta “nei loro cuori” e “nelle loro menti” permettendo a tutti, “dal più piccolo al più grande” di riconoscerLo, così che “io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo” (Ger 31,31-34). La figliolanza individuale, che nei fedeli è testimoniata dallo Spirito, è quindi suffragata da una dimensione collettiva della figliolanza, necessaria per la salvezza, dato che “Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che Lo riconoscesse nella verità e fedelmente Lo servisse” (LG 9). In Cristo, il ‘Figlio’, i credenti sono stati scelti dal Padre e predestinati “ad essere suoi figli adottivi” (Ef 1,4-5); nell’amore del Padre essi riconoscono la ragione di “essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente” (1 Gv 3,1). Presupposto unico per vivere questa condizione: la fede in Cristo, Verbo del Padre, luce vera che il mondo non riconobbe. “A quanti però lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati” (Gv 1,12-13). 8

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ARCIDIOCESI DI PALERMO SCUOLA TEOLOGICA DI BASE “ S. LUCA EvAnGELISTA “ Area dogmatica Mio Dio, Trinità che adoro, aiutami a dimenticarmi interamente per stabilirmi in te, immobile e quieta come se la mia anima fosse già nell’eternità. Beata Elisabetta della Trinità 9

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l’identità di dio: nell’unità la trinità di Giuseppe Tuzzolino Il cristianesimo si distingue da ogni altra forma di credo religioso, sia esso deista, politeista o panteista, presente nella storia delle religioni, per delle specifiche peculiarità che ne caratterizzano il vissuto di confessione e di fede. La fede nel Dio Trinità, infatti, pur rimanendo una fede monoteista, si distingue anche dagli altri monoteismi, ebraico e islamico che credono in un Dio unico ed essenzialmente 'solitario', che non ha associati e che a nulla può esse uguagliato. Ebrei e musulmani rifiutano la Trinità come una bestemmia contro l'unità. Accusano i cristiani di essere politeisti, ma la fede cristiana non é una fede triteista nel senso che crede in tre dèi, é fede fondata e modulata sull'unitrino. Il Credo lo sottolinea fin dalle prime parole: "Credo in un solo Dio". L'unità é un dono che l'uomo riceve, dall'unico Essere di Dio che é l'Essere del Padre (l'amante per antonomasia), che la dona al Figlio (la pura recettività dell'amore). Questa relazione che é Amore, l'Amante e l'Amato, l'Amore del Padre e del Figlio é una terza Persona: lo Spirito Santo (l'amore dono), che completa l'unità scaturita dalla generazione unica del Padre. La Chiesa crede nel Dio unico ed uno. Non certo nell'unità di un Dio che potremmo chiamare statica, sterile, piatta, livellata. Il Dio cristiano, è autore al medesimo tempo della pluralità e dell’unità. Solo Lui suscita la di10

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versità, la pluralità, la molteplicità e allo stesso tempo l’unità. Anche il nostro pensiero e la nostra esperienza ci dicono che l'unità é qualcosa di costruito, di animato, di pluralistico. La riflessione sul Dio rivelato e sulle realtà che conosciamo ci dicono concordemente che la vera unità é quella che alberga nel suo seno la vita segreta della pluralità; ed é questa vita segreta che rende l'unità una ma non uniforme né informe, bensì 'formata', 'creata', 'fatta' dal suo molteplice essere. Perciò se il cristianesimo é contrario ad ogni monismo non é, in primo luogo, perché crede in un Dio trascendente, ma perché crede in un Dio Trinitario; é perché pone un'articolazione pluralista nel cuore stesso dell'Uno. L'unità che Dio esperisce nell'alterità di sé, di ciò che Egli é in se stesso, fa di Dio non un concetto, ma realtà concreta che cogliamo nella dinamicità del suo essere trinitario. Dio ha creato ad extra perché aveva già generato e spirato dentro di sé e conosceva la dimensione dell'altro. ha concepito e voluto rapporti con noi perché ha rapporti con se stesso. È nel Verbo che Dio conosce il dialogare con un altro; é nello Spirito che conosce l'amare un altro; ed é soltanto la dimensione trinitaria che salva la sua solitudine, la sua visione, il suo amore da uno sterile narcisismo. Pertanto, il Dio assolutamente unico conosce il dialogo. Forse per questo ha voluto parlare con noi: ci ha creati, ci ha detto qualcosa di Sé. Solo a partire dalla Rivelazione possiamo, infatti, esperire l'immensità del Dio-comunione, nella sua "onnipotenza", nella sua "scienza infinita" di fronte alla quale non possiamo che avvertire smarrimento e sgomento. Essa, come luogo privilegiato in cui si attua il dialogo che Dio intesse con la creatura umana, é possibilità ineludibile per l'uomo di fare esperienza di Lui, del suo amore. L'uomo non conosce Dio se non nella sua identità di Amore ed in quanto Amore, ed é per questo che Paolo VI nella Professio Fidei del 1968 mette in evi- denza una indissolubile equivalenza tra il nome di Dio, “Colui che é” (cf. Es 3,24), e l'Essere come Amore di cui ci parla Giovanni nella sua prima Lettera (cf. 1 Gv 4,8). In Dio, infatti, l'Essere é l'Amore, l'Amore é l'Essere, la sua natura, la sua forma. Per questo la Rivelazione cristiana non teme di abbassare Dio definendolo Amore; solo che questo Amore si intenda, non secondo un'interpretazione antropomorfica, come compiacimento e tendenza verso qualche cosa il cui raggiungimento sarà un bene vantaggioso per l'amante -in questo caso sarebbe davvero indice di manchevolezza e imperfezione-, ma inteso secondo il suo più autentico significato, come l'opposto dell'egoismo: se l'egoismo é prendere, l'amore é dare, anzi é darsi. Amore é generosità, effusione, suscitazione di bene e di compiacenza di questo bene, l'amore é transito pasquale di quella condizione estatica che fa uscire da sé per andare incontro all'Altro. In questo senso la Trinità non può essere figura di una società totalitaria, né di una società chiusa, arroccata su di sé, non aperta agli altri, al diverso, allo 'straniero'. Il terzo, infatti, è figura di ciò che fa stare insieme mentre distingue, accomuna mentre personalizza. E sempre proietta fuori di sé in un movimento di creatività e vitalità. Dio ama se stesso e, amando sé, suscita per così dire altri 'se stesso': é qui il mistero delle Persone trinitarie, circolo della vita divina. Dio non é dunque solo, come pensavano i pagani. Di più, Dio amando diffonde il suo bene col suscitare ex-amore, dal nulla, altri esseri che al suo bene partecipano. Ma partecipare al bene e all'amore inesauribile di questo Dio , é accoglierlo quale Padre, Figlio e Spirito “alla cui eterna vita noi siamo chiamati per grazia di lui a partecipare, quaggiù nell'oscurità della fede e, oltre la morte, nella luce perpetua, l'eterna vita. I mutui vincoli, che costituiscono eternamente le tre Persone, le quali sono ciascuna l'unico e identico Essere divino, sono la beata vita intima di Dio tre volte santo, infi- 11

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nitamente al di là di tutto ciò che noi possiamo concepire secondo l'umana misura” (Paolo VI, Il credo del popolo di Dio n. 9). La Rivelazione da parte di questo Dio é possibile solo perché essenzialmente trinitario, le Persone divine, infatti, non si donano reciprocamente unicamente nel circolo trinitario, l'effusione della vita divina e la fecondità dell'amore fanno sì che esse si diano all'esterno. In questo senso, solo con la presenza personale del Figlio e dello Spirito nel mondo ci viene rivelato il volto ineffabile e misterioso del Padre ed é possibile avere la 'concoscenza giusta' seppure 'nell'oscurità della fede' della vita intima del Dio tre volte santo. Al di là di ciò che noi possiamo concepire secondo l'umana misura, la fede cattolica venera un Dio solo nella Trinità e la Trinità nell'unità, non confondendo le persone, né separando la sostanza: altra infatti é la persona del Padre, altra quella del Figlio, altra quella dello Spirito Santo; ma una sola é la divinità e in questa Trinità non si ha nulla che sia più grande o più piccolo, ma tutte e tre le Persone sono coeterne e coeguali tra loro. La formulazione più semplice di ciò ci viene data dal Catechismo di Pio X: “Dio é uno solo, ma in tre persone, uguali e distinte che sono la santissima Trinità”. Di fronte a questa asserzione é facile, in primo luogo, convincersi che se si tratta di mistero, non si tratta però di assurdo. Assurdo sarebbe se il dogma insegnasse che uno é uguale a tre, ossia se Dio venisse detto uno e trino sotto lo stesso aspetto. Mentre Dio é detto uno sotto l'aspetto della natura, Trino sotto l'aspetto delle persone. Perciò affermare che Dio é uno quanto alla natura, significa che tutto ciò che la Parola di Dio esprime viene realizzato non tre volte, ma una sola volta; ossia é comune alle tre Persone. Le tre Persone per questo aspetto sono uguali: esse sono numericamente un solo Dio. Come dice il Catechismo di Pio X, “le tre Persone divine non sono tre dèi, ma un solo Dio, perché hanno la stessa unica natura o sostanza divina”. 12

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ARCIDIOCESI DI PALERMO SCUOLA TEOLOGICA DI BASE “ S. LUCA EvAnGELISTA “ Area liturgica Signore Gesù, che volesti essere amico dei peccatori, per il mistero della tua morte e risurrezione liberami dai miei peccati e donami la tua pace, perché io porti frutti di carità, di giustizia e di verità. Rito della Penitenza 13

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