Giornalino Maggio 2014

 

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Gioralino della fraternità francescana di Termini Imerere Santa Maria di Gesù "la Gancia"

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Anno XIII - n. 5 - Maggio 2014 Ricordo di Due Papi santi di fra Venanzio Ferraro Maggio, mese del Rosario pag. 3 IN QUESTO NUMERO Una domenica speciale Passio Domini: dietro le quinte di D. Marsala e G. Cusimano pag.15 La ricetta del mese di Antonio e Melania Papania pag. 5 Essere mamme oggi ... di Maria Antonietta Vega di Francesca Calderone di Angela Franco pag. 9 pag.11 pag.13 di Mariella Campagna Da parte nostra ... In Fraternità Notizie ed Avvenimenti Corso formazione nazionale animatori Araldini di Rosa Foti Buzzi di Maria Grazia D’Agostino pag. 6 pag. 7 pag. 16 pag.16 pag.17 pag.19 Le associazioni, risorsa di un territorio Raduno bizonale Gi.Fra. Adolescenti Programma attività e celebrazioni Maggio 2014 Diac. Pino Grasso omunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro” è il tema del Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali giunta a quest’anno alla sua 48 edizione. Come vivere e comprendere la capacità dell’uomo di comunicare in maniera autentica è il punto nodale del modo proprio di Papa Francesco il quale esprime anche una profonda maturazione della consapevolezza della Chiesa sulle questioni che riguardano la comunicazione al tempo delle reti digitali. Il Messaggio di quest’anno prende in esame il mondo di Internet che esprime la profezia “C

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pag. 2 MAGGIO 2014 di un mondo nuovo. “Il mondo sta diventando sempre più piccolo, e noi siamo sempre più vicini gli uni agli altri. I miei amici sui social network, aldilà del fatto che vivano in Brasile o in Italia, in India o in Australia, sono sempre alla distanza di un click. Tutti siamo più connessi e interdipendenti e tuttavia questa comunicazione globale non è sufficiente per superare le divisioni. Anzi il mondo, oggi unito dalle reti, vive il paradosso di essere diviso”. Per il Papa la cultura della comunicazione non può convivere con quella dello scarto; queste due culture rimangono antitetiche. Le reti, che ci uniscono e ci collegano, devono spingerci alla visione di un mondo differente da quello pieno di divisioni, che abbiamo davanti. Si tratta di una sorta di appello a che la “gift culture”, la cultura del dono sia il centro verso cui gli scambi convergono, in una rete nella quale la condivisione delle risorse risulta sempre più facile e spontanea. La rete, dunque, può contribuire a plasmare una mentalità di condivisione aperta. In un certo senso, dunque, internet esprime la “profezia” di un mondo nuovo, perché può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà. Proprio qui entra in gioco la “prossimità”. I media infatti possono aiutarci ad avvertire il senso di solidarietà e il desiderio di lottare per i diritti umani, risvegliandone la nostra consapevolezza, contro la logica dello “scarto”. La rete per papa Francesco non è un mero assemblaggio di materiali e strumenti elettrici ed elettronici. “La rete digitale può essere un luogo In Fraternità con Francesco ricco di umanità, non una rete di fili, ma di persone – aggiunge - La rete internet insomma non è affatto come la rete idrica, o di quella del gas. Invece è vero che la nostra vita è già una rete, anche senza i computer, i tablet e gli smartphone. Però queste tecnologie della comunicazione possono potenziare e aiutare a vivere la nostra esperienza di vita come rete; se dunque non fossero in grado di spingerci ad una maggiore accoglienza reciproca, o far maturare la nostra personale umanità e la nostra reciproca comprensione, non risponderebbero alla loro vocazione. Perché, se la comunicazione non ci rende più prossimi gli uni altri gli altri, se non ci fa vivere la vicinanza, allora non risponde alla sua vocazione umana e cristiana”. Il Santo Padre, inoltre, ribadisce che i cristiani devono essere presenti nell’ambiente digitale perché la Chiesa è chiamata ad essere dove sono gli uomini. E oggi gli uomini vivono anche nell’ambiente digitale. La comunità ecclesiale non può dunque sottrarsi a questa nuova chiamata, proprio per la sua vocazione missionaria fondamentale. “Lo ripeto spesso: tra una Chiesa accidentata che esce per strada, e una Chiesa ammalata di autoreferenzialità, non ho dubbi nel preferire la prima. E le strade sono quelle del mondo dove la gente vive, dove è raggiungibile effettivamente e affettivamente. Tra queste strade ci sono anche quelle digitali”. Ancora il papa nel messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni, afferma chiaramente che aprire le porte delle chiese, significa anche aprirle nell’ambiente digitale. Il Papa conclude il suo messaggio con un appello. “Non abbiate timore di farvi cittadini dell’ambiente digitale. Le nuove tecnologie digitali hanno dato origine ad un vero e proprio nuovo spazio sociale, i cui legami sono in grado di influire nella società e sulla cultura, pertanto il tema del rapporto tra “Ecclesia e agorà” va rimodulato di continuo a vari livelli. Quello della comunicazione digitale è un livello oggi molto sensibile perché l’obiettivo resta il bene comune”.

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In Fraternità con Francesco MAGGIO 2014 pag. 3 RICORDO DI DUE PAPI SANTI D a pochi giorni sono stati canonizzati due Sommi Pontefici, il cui ricordo rimane indelebile nel cuore della cristianità intera. Si tratta di Giovanni XXIII, che è passato alla storia come il Papa Buono e di Giovanni Paolo II, il primo dei Pontefici venuti dai Paesi lontani. Un successore di Pietro che è rimasto anch’egli nel cuore della gente per il suo amore ai giovani; per il suo tuonare evangelico contro il male incarnato nella triste esperienza mafiosa; per la sua capacità di dialogo; e per tanti altri motivi ancora. Quando giunsi a Roma per completare il mio corso di studi, nel settembre del 1959, Giovanni XXIII, Papa Roncalli, era succeduto a Pio XII e col suo modo familiare e bonaccione aveva suscitato un’aura di affetto e di simpatia che avevano rallegrato il mondo. La sua origine contadina aveva conservato un tono di freschezza campagnola, che egli non aveva mai perduto, né assumendo il compito di Patriarca di Venezia, né quando venne eletto al soglio di Pietro, dopo la morte del grande Pio XII, Papa Pacelli, al quale era toccato attraversare con dolorosa paternità, il dramma dell’ultima sanguinosa e triste guerra mondiale. Papa Giovanni, proclamato “Santo” il 27 Aprile u.s. passa alla storia, anche, come il Papa nel cui cuore lo Spirito Santo fece sbocciare l’idea della necessità del Concilio Ecumenico Vaticano II, che produsse nella Chiesa una nuova ventata di Spirito Santo, i cui benefici sono ancora in piena fioritura. Possiamo pensare al rinnovamento liturgico; alla Costituzione dogmatica “Dei Verbum”, che mise la parola di Dio in mano al popolo; alla Costituzione dogmatica “Lumen gentium”, che ci aiutò decisamente ad entrare nel mistero della Chiesa; e alla “Gaudium et spes”, che ne ha tracciato le linee pastorali per questo nostro tempo colmo di speranze e di contraddizioni. E del Papa Buono vogliamo ricordare anche

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pag. 4 MAGGIO 2014 quel suo testamento spirituale, che affondando nel cuore del Vangelo, ci ha ricordato che non siamo orfani e che gli occhi e l’amore di Dio Padre sono rivolti su di noi: “Figlioli miei, scriveva Giovanni XXIII nel suo testamento spirituale, vi raccomando ciò che c’è di più prezioso nella vita: Gesù Cristo e il suo Vangelo e, nel Vangelo, il Padre nostro”. E non ci stancheremo mai di ricordare le parole che rivolse alla folla, radunata in Piazza S. Pietro, la sera della Domenica delle Palme del 1961, giorno in cui Egli, nella mattinata, aveva annunciato la celebrazione del “Concilio Vaticano II”, nella Basilica di S. Paolo fuori le mura. “Tornando a casa, disse Giovanni XXIII, fate una carezza ai vostri bambini e dite loro: questa è la carezza del Papa”. A Giovanni XXIII, poi, successe il grande Pastore del mondo, Giovanni Paolo II, il quale, assumendo questo nome il giorno della sua elezione, volle raccogliere nel suo ministero la grande eredità dei due sommi Pontefici che l’avevano preceduto: Paolo VI, grande Maestro della cristianità e Giovanni XXIII, splendore di divina bontà e Padre di amorosa tenerezza, che aveva fatto sentire all’umanità i palpiti del cuore di Dio, prima di avercelo indicato come il “Bene più grande”, come Gesù ci ha insegnato soprattutto nel “Padre nostro”. Di Giovanni Paolo II, oltre alla sua vicinanza al mondo giovanile, nel quale è racchiusa la speranza dell’umanità futura, ricordiamo il suo anelito evangelizzatore, che lo con- In Fraternità con Francesco dusse frequentemente in molte parti del mondo, per portare a tutti la gioia e la speranza del Cristo risorto. Rimangono indelebili dentro di me le visioni di quelle folle sterminate che, per ben due volte, lo videro approdare nel lontano Perù, nello stesso periodo di tempo in cui io ebbi la fortuna di vivere in quel Paese la mia esperienza missionaria. E sicuramente in moltissimi ricordiamo la giornata mondiale giovanile che raccolse molte migliaia di giovani, a Roma, nella immensa spianata di Tor Vergata, che sembrava un oceano di cuori palpitanti e di voci osannanti verso Colui che con voce e cuore vibranti indicava orizzonti di luce a quel mondo straripante di vita che, da lì a qualche anno, avrebbe assunto e guidato le sorti della terra. Oggi possiamo vedere questi due grandi Pastori della Chiesa elevati agli onori degli altari. In tanti sentiamo battere il cuore di emozione e in tanti rivive il Messaggio evangelico di gioia, di umanità e di amore che in tempi vicini a noi, ha additato agli uomini orizzonti di crescita vera, fatta di dignità e di rispetto per la grande opera della Creazione che l’Onnipotente Iddio ha affidato alle mani dell’uomo e che questi due grandi Pontefici, con caratteri propri e personali, hanno ricordato a tutti, in vista di andare costruendo, tutti insieme, un mondo migliore e più bello: il mondo sognato e voluto da Dio Creatore e Padre. fra Venanzio Ferraro

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In Fraternità con Francesco MAGGIO 2014 pag. 5 MAGGIO, MESE DEL ROSARIO l Rosario, “catena dolce che ci rannoda a Dio” come è stato definito dal beato Bartolo Longo, è una preghiera a Dio, semplice alla portata di tutti e consiste nel lodare Maria ripetendo il saluto angelico, per 150 volte, quanti sono i salmi del salterio, interponendo ad ogni decina la preghiera del Padre nostro, con determinate meditazioni illustranti l’intera vita del Signore. La Vergine Immacolata, nelle apparizioni avvenute a Lourdes e a Fatima, si è mostrata con la Corona tra le mani e ha invitato Bernadette e i tre pastorelli (Francesco, Giacinta e Lucia) a pregare con il Santo Rosario, per la pace nel mondo e la conversione dei peccatori. Ma, quando nasce questo pio esercizio? Nasce nel Medioevo, ossia in quel periodo etichettato “oscuro”, tanto che gli anni che vanno dalla fine dell’Impero romano d’Occidente (476d.C.) alla scoperta dell’America (1492) vengono definiti “secoli bui”. In realtà questi dieci secoli, hanno prodotto quella cultura e quello stile di vita che poi hanno permesso l’affermazione del Rinascimento e la Rivoluzione scientifica. È in questo periodo che nascono molte preghiere dirette a Maria, anche se non sono raccolte in libri specifici. Si ricordano le orationes di sant’Anselmo, le antifone, gli inni mariani, le preghiere inserite nei Libri delle ore e il Rosario. Il Rosario ha una storia lunga e complessa. Essa inizia nel XII secolo, con la rinascita mariologica, e si conclude nel XXI secolo con la promulgazione della Lettera apostolica di Giovanni Paolo II: “Rosarium Virginis Mariae”. In questo lento processo evolutivo, si possono cogliere alcuni fattori che ne costituiscono la preistoria. Fin dagli inizi del Cristianesimo, fu dunque avvertita l’esigenza della preghiera continua che corrispondesse in qualche modo alla preghiera del cuore. La ripetizione portò poi alla “preghiera numerica”, cioè a recitare alcune formule servendosi di uno strumento, e di avere come riferimento il numero di 150 Salmi. I Nei monasteri, sorti già nei primi secoli del Cristianesimo, si venne affermando, come preghiera quotidiana dei monaci, la recita dei 150 Salmi del “libro dei Salmi” (Salterio) contenuto nel Vecchio Testamento. Così il termine “Salterio” fu attribuito, con l’andare del tempo, a qualsiasi serie di preghiere che fosse formata da 150 unità. La preghiera dei Salmi, a opera dei monaci, subì presto una trasformazione. A causa della scarsa conoscenza del latino di alcuni religiosi e dei laici, la recita dei Salmi fu sostituita da altrettanti Pater noster. Quest’uso venne chiamato “Salterio dei Pater noster”. In seguito si sviluppò anche la devozione mariana. Accanto al Salterio dei 150 Pater noster si affermò un Salterio di 150 Ave Maria, nella forma allora in uso. Alano de la Roche (14281478), frate domenicano, suddivise gli episodi della storia della salvezza in tre cinquantine: gaudiosi, dolorosi e gloriosi, raggruppati in quindici episodi principali. La struttura definitiva del Rosario fu data dal domenicano fra Alberto di Castello nel 1521. San Pio V (1566-1572) fu il primo “Papa del Rosario”. Con una sua bolla (lettera papale) del 1569 egli descrisse i copiosi frutti raccolti da san Domenico con questa preghiera e invitò tutta la cristianità ad utilizzarla. Sarà Giovanni Paolo II che aggiungerà i misteri della luce portando a 200 la recita delle Ave Maria. Così facendo viene meno il termine Salterio legato ai 150 Salmi. Inoltre nel Medioevo venne accolto l’uso di dedicare il sabato a Maria. A partire sempre dal XII secolo fiorirono i pellegrinaggi mariani, i santuari dedicati a Maria e le confraternite intitolate alla Vergine. Il fenomeno si osserva anche in Italia dove le congregazioni della Vergine si misero sotto l’autorità di ordini mendicanti come quello dei domenicani. In questo clima si formò e si diffuse anche l’Angelus e la preghiera della Salve Regina attribuita ad Ermanno Contratto. Antonio e Melania Papania

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pag. 6 MAGGIO 2014 In Fraternità con Francesco ESSERE MAMME OGGI ... n’epoca e una mentalità vengono ben delineate dalle frasi che comunemente si utilizzano. Oggi è frequente sentire frasi del tipo: “io non chiedo niente a nessuno” o “non ho bisogno di nessuno”, o “io mi faccio i fatti miei”, il tutto detto con un forte senso di orgoglio. È dunque facile comprendere che la nostra epoca è caratterizzata dall’individualismo e dalla falsissima convinzione che ognuno può bastare a se stesso. Un’altra deriva della nostra società è il relativismo. Gli ultimi Papi hanno in vario modo cercato di aprirci gli occhi su questo. La frequentissima frase “tanto che male c’è” o “lo fanno tutti” nasconde una profonda confusione tra il bene e il male, la quantità di persone che pensano e agiscono uniformemente viene sostituita al valore della qualità di un pensiero o di una azione. Si arriva addirittura a stravolgere l’ordine naturale dicendo che un bambino con due papà o due mamme cresce bene lo stesso, anzi, meglio sarebbe, utilizzare la dicitura genitore 1 e genitore 2 … scrivevo appunto che i termini nascondono una mentalità, quanta differenza tra le parole: “mamma”, “papà” e “genitore” ... salta subito alla mente la spersonalizzazione di una delle relazioni più significative dell’essere umano. Il Santo Padre scrive nell’Evangelii gaudium…Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata. Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene. Anche i credenti corrono questo rischio, certo e permanente. Molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita. Questa non è la scelta di una vita degna e piena, questo non è il desiderio di Dio per noi, questa non è la vita nello Spirito che sgorga dal cuore di Cristo risorto. U E allora, cosa vuol dire essere mamma oggi, in una società così ? Ho tre figli, e come qualcuno di voi sa già, con il mio terzo figlio, Gabriele, a seguito di una malattia degenerativa ci siamo ritrovati, quando lui aveva due anni, nel tunnel di una “vita disabile”. I tarli di questa vita: sensi di colpa, cercare di trovare un senso al dolore innocente e scoprire una qualità e presenza di vita in chi sembra essere, come comunemente si dice, un “vegetale”. Gli altri due miei figli, Francesco e Vincenzo, erano ai margini di una vita piena di paure, dubbi, dolore e tanta, tanta fatica. Abbiamo lentamente iniziato a sentirci parte della Comunità parrocchiale e questo ha aiutato il nostro dolore ad uscire dalla dis-perazione, infatti, una “luce gentile” ci ha permesso di intravedere la speranza anche nella nostra storia. E gradualmente questa speranza è diventata una lieve ma nello stesso tempo forte certezza che la malattia di Gabriele non era un castigo ma l’occasione per noi di scoprire l’Amore, quello vero ed eterno, l’Amore “per sempre” di Dio per noi. Non abbiamo risposte al dolore innocente ma abbiamo scoperto un Dio con noi, un Dio che si fa compagno di ogni uomo in Cristo Gesù, l’uomo che da poco abbiamo contemplato nel suo volto di innocente Crocifisso e che ogni volta che vogliamo ritroviamo, misteriosamente, in una Particola, in un pezzo di Pane che si consegna completamente e come solo l’Amore sa fare, nelle nostre mani. Alla luce della debolezza e della fragilità di Gesù, diventata possibilità di salvezza per tutti, abbiamo iniziato a scoprire che la forza e la potenza non sono nella ricchezza e quindi nell’avere e nel fare, ma che non c’è niente di più forte della reciprocità, della solidarietà, della relazione. Non a caso Dio è Uno e trino, lo stesso Dio è un Dio di relazione: sono Tre in Uno. E noi a Sua immagine e somiglianza possiamo vivere anche se con fatica nella povertà, nella mancanza di salute, ma nessuno può vivere privo di relazioni. Stiamo bene attenti anche i monaci e le monache di clausu-

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In Fraternità con Francesco MAGGIO 2014 pag. 7 ra sono, anzi forse in una maniera più piena, denressante del raggiungimento della meta. Testimotro la Relazione. niare che quella che comunemente viene intesa Gabriele e tante altre persone che con la loro come forza e potenza è debolezza perché si fonda fragilità e disabilità testimoniano l’avere bisogno su prepotenza e prevaricazione e che invece la dell’altro, il non essere autosufficienti, ci hanno debolezza, quando nasce dall’Amore per l’altro, è insegnato il grandissimo valore della relazione. una forza che va oltre la morte: Amore deriva da Forse esagero, ma credo sia il Valore per eccelA Mors ossia no morte. lenza, quando immerso nell’Amore. Alcuni giorni fa un diacono della nostra chiesa I miei figli sono vissuti in questo contesto e ora di Palermo ci raccontava che pur avendo già dei che sono trentenni mi sembra di potere dire che figli ne hanno adottati o presi in affido altri e ci quello che gli permette di avere una carta in più diceva che anche se questo ha spesso scombusrispetto agli altri, è stato proprio questo, lo sperisolato le vite della loro famiglia, tuttavia per ogni mentare che l’altro non è un nemico ma un fratelmembro di questa bella famiglia allargata, questa lo, che abbiamo bisogno gli uni degli altri e che generosa apertura all’altro è stata un’importante ciascuno di noi, ognuno nel suo modo unico, è scuola di amore e di vita. prezioso e insostituibile. Sono dei figli “super”? Voglio concludere con l’augurio che possiamo No, dei normalissimi figli, con tantissimi difetti accogliere con sempre maggiore convinzione ma con un’apertura a ciò che non si impone con l’invito che Papa Francesco ci rivolge nella sua l’apparenza e alla presenza paterna di Dio e maE G: La proposta è vivere ad un livello superiore, terna della Chiesa nelle nostre vite. però non con minore intensità: «La vita si rafforQuindi essere mamme oggi, ancora più di ieri, za donandola e s’indebolisce nell’isolamento e significa testimoniare, anche quando ci costa molnell’agio. Di fatto, coloro che sfruttano di più le to che il donare e il condividere non è una sottrapossibilità della vita sono quelli che lasciano la zione, che il camminare al passo dell’altro, anche riva sicura e si appassionano alla missione di se ci fa “perdere” del tempo ci permette però di comunicare la vita agli altri. Rosa Foti Buzzi andare più lontano, ci permette di assaporare il tragitto che a volte diventa più piacevole e inte- LE ASSOCIAZIONI, RISORSA DI UN TERRITORIO he le associazioni siano una preziosa risorsa per il tessuto umano di una città è un assunto forse scontato ma non lo è il fatto che possono fare da leva per la ripresa di un territorio. Alla base ci sta la volontà di un “lavoro gratuito” offerto per il bene ed il godimento di tutti. Un principio basilare che, nonostante si vive in un mondo dominato dall’opportunismo e dall’egoismo umano, riesce a trovare ancora oggi il suo spazio. Ed un principio che, a Termini Imerese, si è bene radicato come dimostrano le tante associazioni attualmente operative sul territorio. Realtà che singolarmente o in collaborazione tra di loro contribuiscono a migliorare la città. Grazie alla loro presenza e al loro impegno, infatti, negli ultimi tempi i cittadini hanno potuto godere di estati e di festività natalizie ricche di iniziative che altrimenti non si sarebbero potute realizzare a causa della recente politica di spending rewiew messa in atto dal governo na- C zionale che ha tagliato gran parte dei finanziamenti e delle risorse prima a disposizione di enti regionali e comunali. A Termini Imerese esistono decine e decine di

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pag. 8 MAGGIO 2014 associazioni che lavorano per la città. Una tra le ultime iniziative portate avanti da associazioni di volontariato è stata, ad esempio, il pranzo di Pasqua per cento bisognosi. Un lavoro organizzato dagli scout Agesci, dal Cesvop, dall'associazione La Goccia e da altre realtà del volontariato locale che hanno voluto offrire a cento persone indigenti, selezionate dalle parrocchie cittadine tra i tanti bisognosi, il pranzo di Pasqua. L’iniziativa ha preso corpo nei locali dell’ex mercato ittico di Termini bassa e di certo ha accolto il favore di tanti indigenti che probabilmente non avrebbero avuto di che mangiare nel giorno in cui si celebra la Risurrezione di Cristo. I volontari hanno preparato i pasti con ingredienti donati da imprenditori, commercianti e ristoratori locali. E c’è anche la volontà di ripetere l’esperienza nel breve tempo nonché quella di farla diventare un appuntamento fisso, in un prossimo futuro. Un piccolo esempio che dimostra come le associazioni (e nel caso specifico il volontariato) rappresentino davvero una risorsa su cui investire per far risplendere un territorio. Ma esempi ce ne sono stati tanti altri negli ultimi tempi. Non va dimenticato il lavoro “gratuito” dei disoccupati edili che, rimasti senza una occupazione ed in attesa dello sblocco di vari cantieri, da parecchi mesi si sono impegnanti nella pulizia di vie e vicoli cittadini, a beneficio di tutta la comunità. Quindi strade, viuzze, piazze, angoli più nascosti ripuliti da erbacce, rifiuti, sigarette e quanto si possa trovare nelle vie di una città dove, purtroppo, vive parecchia gente con scarso senso civico. Disoccupati che, anziché non fare nulla o impiegare il proprio tempo in altre attività, hanno deciso di spendersi per il bene comune. Ed il bene comune ha tante facce e tante forme. Una di queste può essere intesa come i siti archeologici, storici e culturali che rappresentano la «memoria» di una città. Lo scorso settembre, una decina di associazioni hanno firmato una convenzione con il comune di Termini Imerese per l’affidamento di tali siti. Un affidamento al quale si è arrivati dopo un bando e che impegna le associazioni a curare i siti ma anche a promuoverli. Così, l’Anfiteatro romano e piano Barlaci sono stati assegnati all’associazione Politeia e La Casa di Stenio. La Cammara picta all’associazione Teletermini e La Casa di Stenio. Il Ponte San Leonardo a RodoArte. Il Belvedere a Gli angeli e Beato Agostino Novello. Il museo Civico Baldassarre Romano è stato assegnato al Coro Stesicoro In Fraternità con Francesco e Teletermini. La villa Palmeri alla Banca del tempo e Gli Angeli. La via Roma e la Torre medievale all’associazione Pro Termini (Pro Loco). Scopo dell’intesa è stato rilanciare il turismo a Termini Imerese non solo con le visite dei siti ma anche con l’organizzazione di eventi artistico culturali. Un’altra iniziativa a vantaggio della collettività si chiama “Adotta un’opera d’arte” ed è nata dalla collaborazione tra l’assessorato comunale alla Cultura, l’associazione Futura, il Lions Club e il Rotary club. L’iniziativa, attraverso una mostra al museo civico (dal 17 aprile all’1 giugno), vuole promuovere la cultura nonché tutelare e salvaguardare il patrimonio artistico e storico di Termini Imerese. Con l’esposizione di cinque opere presenti nel museo, si vogliono individuare possibili sostenitori in grado di mettere a disposizione risorse per avviarne il restauro. Ciò perché le istituzioni pubbliche non riescono a farsi carico della salvaguardia del patrimonio artistico ed occorre quindi chiedere aiuto al mondo produttivo ed economico. La campagna di sensibilizzazione propone così ad enti, banche, aziende e privati cittadini di “adottare” le opere affinché si possa procedere a interventi che ne consentano la conservazione e il restauro. Altro esempio da menzionare, ma non ultimo portato avanti, è la realizzazione del corteo storico medioevale e dell’Infiorata Termitana giunta alla sua quinta edizione ed in programma per il 3 e 4 maggio. Il corteo, che si tiene una settimana prima dell’Infiorata, si arricchisce quest’anno delle figure dei due pontefici Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, per i quali Papa Bergoglio ha avviato il processo di canonizzazione. Anche qui il corteo è organizzato dal comitato di quartiere Madonna delle Grazie di via Giacinto Lo Faso in collaborazione con alcune associazioni cittadine e vuole ricordare ai termitani molti concittadini illustri: dai compatroni Beato Agostino Novello e Santa Marina a Giuseppe La Masa, da Nicolò Palmeri a Vincenzo La Barbera, da Gregorio Ugdulena a Stenio ed a tanti altri. Quelli elencati sono solo degli esempi che fanno capire come grazie alle associazioni e allo spirito di collaborazione per il bene comune si possono veramente raggiungere importanti traguardi e fare risplendere un territorio che altrimenti non avrebbe alcun modo di rivivere. Maria Grazia D’Agostino

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In Fraternità con Francesco MAGGIO 2014 pag. 9 UNA DOMENICA SPECIALE i è vero, domenica 23 marzo per me e la mia famiglia è stata una “domenica speciale”. Su invito di Ignazio Cusimano, presidente dell’A.I.D.P. di Termini Imerese, insieme alla mia famiglia e agli amici dell’A.I.D.P. di Termini Imerese ho partecipato al “21 WORLD DOWN SINDROME DAY”, organizzato dalla A.I.D.P. di Milazzo - Messina. Titolo del convegno “Dall’informazione …… all’integrazione: Salute e benessere, accessibilità e uguaglianza per tutti”. Erano presenti, oltre all’associazione di Termini, le A.I.D.P. di Caltanissetta, Alcamo, Catanzaro e Cosenza. Appena arrivati, siamo stati accolti nella sede dell’ A.I.D.P. di Milazzo - Messina ed abbiamo assistito alla proiezione di un video, che mi ha particolarmente colpito e mi ha fatto riflettere sul desiderio che spesso ognuno di noi ha di apparire perfetto, su quell’ambizione “affettiva” che ci spinge a pensare che l’amore è proporzionale al grado di perfezione che personalmente si tende a raggiungere, desideriamo essere accettati, amati dagli altri, anche con i nostri limiti, eppure tendiamo a vedere gli altri non per quello che sono, ma per quello che sono diventati nella nostra mente, piena di pregiudizi,che finiscono col guidare in modo discriminante i nostri rapporti interpersonali. Particolarmente toccante è stato l’intervento del prof. Carmelo Salpietro, direttore del Centro Regionale per la Prevenzione e Cura delle Malattie Genetiche U.O.C. di Messina, il quale ha ricordato l’esperienza fatta trenta anni fa, quando, ancora pediatra presso una struttura privata, si trovò ad affrontare una situazione particolarmente difficile, un ingegnere, che era diventato padre di un bambino con S sindrome di Down, gli chiedeva che lo aiutasse a sopprimere il proprio figlio. Questo episodio rispecchiava lo stesso stato d’animo della mamma che, nel video proiettato all’inizio della giornata, pregava Dio perché le cambiasse la figlia nata con la sindrome, affinché la facesse guarire, anche se poi col trascorrere dei mesi, dei giorni e degli anni ha compreso il dono che Dio le aveva fatta tanto da affermare che non avrebbe potuto desiderare una figlia diversa dalla sua, parole queste che, e credo di interpretare i sentimenti di tutti i presenti, hanno toccato le corde più profonde del nostro essere e ci hanno dato modo di riflettere sulla nostra pochezza, sulla nostra incapacità di cogliere ed accettare il progetto che Dio, Padre amorevole, ha per ognuno di noi. La parola è poi passata al prof. Giorgio Albertini, Direttore del Dipartimento di Scienze della Disabilità Congenita ed Evolutiva I.R.C.C.S. “S. Raffaele-Pisana” di Roma, che ha affrontato il tema : “Gene, cervello, comportamento, ambiente: dalla neurobiologia della Sindrome di Down, alle prospettive educative e riabilitative”. Nel corso del suo intervento, oltre a porre la sua attenzione su temi prettamente medici, ha sottolineato il ruolo fondamentale che l’ambiente svolge nella crescita dei nostri ragazzi, esso,infatti, risulta essere un elemento catalizzatore dello sviluppo: se

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pag. 10 MAGGIO 2014 un bambino cresce in un ambiente povero è come un albero autunnale, privo di foglie, se si sviluppa in un ambiente ricco diventa un albero dalla folta chioma. I lavori sono proseguiti con l’intervento del prof. Corrado Romano, Direttore delle Malattie Genetiche I. R. C.C. S. “Oasi” Maria Santissima di Troina, dal titolo “Dalla ricerca all’abilitazione nell’I. R. C.C. S. – OASI Maria Santissima di Troina”. Il prof. Romano si è soffermato in particolare ad analizzare le patologie legate alla sindrome, quali i problemi relativi alla crescita (aumenta ad esempio il rischio di obesità), allo sviluppo motorio, alle malattie cardiache congenite, della tiroide e gastrointestinale (in riferimento a queste ultime le malattie da reflusso gastroesofageo e la celiachia sono più comuni tra le persone con la sindrome di Down), ai disturbi della vista e dell’udito. In seguito ulteriori approfondimenti su questi ultimi aspetti sono stati relazionati dalla prof.ssa In Fraternità con Francesco Rosanna Alfieri, Pedagogista generale all’Università Sapienza di Roma e dalla dott.ssa Silvana Briuglia, Prof. Aggregato e ricercatore Genetica Medica presso la U.O.C. di Genetica di Messina. Durante i lavori, i nostri ragazzi, sono stati ospitati dalla “Fondazione Lucifero” e dall’associazione “Il Giglio”, presso Gigliopoli “La città dei bambini spensierati”. Dopo un lauto pranzo, nel pomeriggio abbiamo assistito all’ esibizione dell’Associazione Folkloristica “Città di Milazzo”, che ci ha allietato con balli e canti tipicamente siciliani. La giornata si è conclusa splendidamente con la rappresentazione, presso il teatro Trifiletti di Milazzo, della commedia “A famigghia difittusa” a cura della compagnia teatrale “Milazzo 2010”: tra tante risate e situazioni comiche abbiamo avuto modo di riflettere su quanto i pregiudizi spesso finiscono con l’inficiare la costruzione di rapporti umani autentici basati sull’accoglienza e il rispetto della dignità della persona. Molte sono state le emozioni che ho provato nel corso della giornata e molte sono state le situazioni, le frasi dette che riecheggiano nella mia memoria, ma una in particolare mi è rimasta impressa, si tratta della metafora con cui il prof. G. Albertini ha dato inizio al suo intervento, riferendosi al momento in cui nasce un bambino con sindrome di Down: “È nato un geranio, invece di una rosa” e, aggiungo io, la bellezza di un giardino non sta nell’uniformità, ma nella varietà dei colori e delle specie di piante che vi crescono e come tra le rose c’è tanta varietà, lo stesso si può dire per i gerani, molto dipende da chi li coltiva, in primis le famiglie, la scuola, le associazioni, i volontari, gli amici, che giorno dopo giorno si donano a questi nostri fratelli, che, con la loro semplicità ed autenticità ci ricordano che se non diventeremo come bambini non entreremo nel regno dei cieli (Mt18,3). Allora riscopriamo la bellezza della nostra vita, facciamone dono agli altri, solo così ci riscopriremo facce della stessa medaglia, protagonisti di una stessa storia di amore che solo Dio, attraverso lo sguardo di chi ci è accanto ci dà. Maria Antonietta Vega

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In Fraternità con Francesco MAGGIO 2014 pag. 11 n senso di Te” è il titolo dello Corso di formazione nazionale per animatori Araldini, tenutosi a Silvi Marina (TE) dal 4 al 6 Aprile 2014. Ho avuto il piacere di parteciparvi in rappresentanza della Sicilia con i miei fratelli Mimmo Palmisano, delegato OFS, fra Giuseppe Di Miceli,assistente regionale degli Araldini e Roberto Rosso. Andare alla riscoperta dei nostri sensi, questo è stato il percorso che abbiamo compiuto venerdì sera durante il Momento di preghiera, introduttivo del corso. Ognuno di noi ha sviluppati i cinque sensi: olfatto, udito, tatto, gusto e vista; con l’olfatto percepiamo e impariamo a riconoscere il profumo di chi ci sta accanto, con l’udito ascoltiamo ciò che l’altro ha da dirci e soprattutto ci nutriamo della Parola di Dio, con il tatto conosciamo ogni centimetro del nostro corpo e accettiamo ciò che per noi sono i nostri CORSO DI FORMAZIONE NAZIONALE PER ANIMATORI ARALDINI: “UN SENSO DI TE” “U difetti (io ad esempio ho le gambe troppo corte!); con il gusto ci nutriamo di quel pane e di quel vino che rappresentano la storia della nostra salvezza e giungiamo alla vista, forse il peggiore dei nostri sensi, perché attraverso di esso vediamo tutto ciò che ci circonda e a volte vediamo le cose peggiori, di fronte a cui vorremmo tanto essere ciechi. Ma c’è un ulteriore senso che abbiamo riscoperto dentro di noi ed è quello che ci permette di stare in piedi, di barcollare ma non cadere, l’Equilibrio: esso è un po’ difficile da riscoprire e a volte complicato da mantenere, ma è quel senso che non deve mai mancare, che deve esserci tra testa e cuore per dare il massimo di noi stessi. Solo dopo aver riscoperto i nostri sensi e dunque aver conosciuto noi stessi siamo pronti per Educare, ovvero siamo pronti a prenderci cura dell’altro, perché l’educatore è imperfetto come

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pag. 12 MAGGIO 2014 ogni essere umano, ma a differenza degli altri è sempre pronto a mettersi in gioco, a mettersi in relazione con chi il Signore gli pone dinanzi. Educazione è gratitudine reciproca tra l’animatore e il bambino e per quest’ultimo deve essere forza di vita, deve credere nelle sue potenzialità perché proprio il termine “educare” dal latino “educere”significa tirar fuori qualcosa, e l’animatore è chiamato a tirar fuori e a far conoscere all’araldino i talenti e le risorse che il Signore gli ha donato. Come ci ha professionalmente insegnato la psicologa Giovanna, relatrice di uno dei momenti formativi, ruolo dell’educatore oggi è donarsi con autenticità, questo è il segreto per instaurare rapporti veri con i propri araldini. Educare è una declinazione concreta del formare, è un condurre dolcemente gli aradini verso di noi e dolcemente verso Dio. In quanto educatori dobbiamo sempre mantenere il nostro equilibrio tra emozione e razionalità, siamo chiamati a prendere consapevolezza delle nostre risorse, dei nostri limiti, delle nostre emozioni. Siamo chiamati a formare ma soprattutto a formarci, ad amare ma soprattutto ad essere amati. Una testimonianza sorprendente e importante è stata data da una coppia di genitori di due araldini della fraternità dell’Abruzzo. È stato chiesto loro cosa vuol dire essere genitori di un araldino? Ed essi hanno risposto che “affidare i loro figli alla famiglia francescana è un rischio, perché non è detto che loro continueranno per questa strada. È una proposta che loro fanno ai loro figli, consapevoli che Dio chiama per nome e per nome chiamerà anche i loro figli.” Proprio la chiamata è stato il contenuto dell’ultima relazione formativa, tenuta da Padre Carlo Serri, Ministro Provinciale dell’Abruzzo. “Il Maestro è qui, ti chiama” dice Gesù a Lazzaro, e come Lazzaro dobbiamo essere capaci di lasciare il sepolcro dei nostri fallimenti, delle nostre paure, dobbiamo smettere di piangere per le nostre sofferenze, piuttosto dobbiamo Alzarci e Correre verso Colui che è Risurrezione e Vita. Gesù è il Maestro ma prima di tutto è figlio e discepolo del Padre, anche noi non possiamo essere Maestri se prima non siamo stati discepoli, non possiamo sostituirci al Maestro perché l’insegnamento che trasmettiamo ai nostri ragazzi appartiene a Dio, è pura Parola d’Amore e dunque dobbiamo accogliere la Sua Parola, piena d’amore e riporla nel nostro servizio, altrimenti senza di Essa, non po- In Fraternità con Francesco tremmo mai essere veri educatori. E il Maestro insegna gratuitamente, senza attendere ricompensa, così anche noi non dobbiamo aspettarci nessuna ricompensa per il servizio che svolgiamo, né dai genitori né dalla fraternità, perché come dice Gesù:” Fai il bene ai poveri, ai lebbrosi, e avrai un tesoro prezioso presso il Padre”, unica e vera ricompensa. Dunque il Signore ci chiama alla sua sequela, ci sceglie come discepoli, ci chiama ad essere veri esempi e testimoni di Verità; in un mondo che oggi vive di eccessivo relativismo, siamo chiamati a distinguerci dalla massa, a non aver paura di andare controcorrente, dobbiamo abbandonarci totalmente all’amore del Padre, questo ci dà la forza necessaria per vivere il nostro servizio che a volte può essere pieno di sacrifici. È un supremo atto di obbedienza al Padre che facciamo, come Gesù da buon Pastore dà la vita per le proprie pecore, così anche noi dobbiamo esser pronti a donare la nostra vita all’araldino che abbiamo di fronte, ma dobbiamo fare attenzione a non assumere un atteggiamento di appropriazione nei confronti dei ragazzi. Noi educatori tendiamo a definire gli araldini che ci vengono affidati come “i miei ragazzi”, ma non siamo conquistatori, tutto ciò che abbiamo è dono di Dio, e solo comprendendo questo possiamo svolgere il nostro servizio ai fratelli, perché una volta che abbiamo portato a termine il nostro mandato, siamo chiamati a lasciare andare via ciascun araldino per la sua strada, solo in quel momento vedremo i frutti del nostro operato. Quando padre Carlo pronunciava queste parole, dentro di me acquisivo la consapevolezza che il mio cammino da formatrice era giunto al termine! Qualche anno fa per cause personali ho dovuto abbandonare gli araldini e inizialmente continuavo a mantenere questo legame morboso con loro, pian piano ho compreso proprio il senso dell’essere Educatrice, seminare ciò che di buono puoi donare e una volta terminato, avere il coraggio di andar via perché altri possano fare lo stesso. Ringrazio il Signore per avermi chiamato a svolgere questo servizio, per avermi scelto come sua discepola e oggi per avermi dato il coraggio di far spiccare il volo a quelli che per me erano i miei “aquilotti”. E come Maria dinanzi all’annuncio dell’arcangelo Gabriele, non mi resta che dire: “Eccomi Signore, si compia in me secondo la Tua Parola”. Francesca Calderone

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In Fraternità con Francesco MAGGIO 2014 pag. 13 RADUNO BIZONALE GI.FRA. ADOLESCENTI TERMINI IMERESE – 30 MARZO 2014 “CON FRANCESCO NELLA CHIESA ... IL SALE DELLA TERRA” “Una mamma non si limita a dare la vita, ma con grande cura aiuta i suoi figli a crescere, dà loro il latte, li nutre, insegna il cammino della vita, li accompagna sempre con le sue attenzioni, con il suo affetto, con il suo amore, anche quando sono grandi. E in questo sa anche correggere, perdonare, comprendere, sa essere vicina nella malattia, nella sofferenza. (...) La Chiesa come buona madre fa la stessa cosa: accompagna la nostra crescita trasmettendo la Parola di Dio, che è una luce che ci indica il cammino della vita cristiana; amministrando i Sacramenti. Ci nutre con l’Eucaristia, ci porta il perdono di Dio attraverso il Sacramento della Penitenza, ci sostiene nel momento della malattia con l’Unzione degli infermi. La Chiesa ci accompagna in tutta la nostra vita di fede, in tutta la nostra vita cristiana. Possiamo farci allora delle altre domande: che rapporto ho io con la Chiesa? La sento come madre che mi aiuta a crescere da cristiano? Partecipo alla vita della Chiesa, mi sento parte di essa? Il mio rapporto è un rapporto formale o è vitale?”. (Papa Francesco) n sintonia con la tematica del triennio di riscoperta dell’identità cristiana e francescana, e in linea con la proposta fatta durante il Convegno Regionale Adolescenti, durante il quale, attraverso la Parabola del Padre Misericordioso, abbiamo scoperto di avere un Padre che ci ama incondizionatamente e che ci abbraccia nella sua infinita misericordia. Con il Raduno Adolescenti tenutosi a Termini Imerese per le bi-zone Leone e Rufino (che comprendono rispettivamente le fraternità della provincia di Palermo e Trapani la prima e della provincia di Caltanissetta e Agrigento la seconda), che ha visto presenti circa 150 adolescenti circa, si è voluto nuovamente attenzionare la nostra condizione di figli, stato che siamo chiamati a riscoprire in virtù del Battesimo, riconoscendoci figli di una Chiesa che è Madre! Nella nostra società, ormai sempre più relativista e anticlericale, ci si può trovare spesso in conflitto con amici, colleghi e parenti, su alcune tematiche che riguardano la Chiesa. In più occasioni abbiamo sperimentato il disagio di non sapere rispondere ad alcuni attacchi rivolti alla Chiesa intesa come istituzione e il più delle volte, con grande I

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pag. 14 MAGGIO 2014 In Fraternità con Francesco veemenza, abbiamo cercato di spiegare che non può esistere il cattolico non praticante. In questo quadro anche i nostri adolescenti, che non vivono in una sfera di cristallo, a volte si lasciano trasportare e convincere dalle stesse dinamiche. Ed è fondamentale allora il compito dell’Animatore nell’accompagnare i ragazzi anche nel dubbio, cercando di rispondere con serietà alle loro domande, e portando sempre avanti la verità del Vangelo con le parole e con le azioni. L’obiettivo del Raduno è stato quello di presentare una Chiesa che è Madre, che abbraccia e accoglie l’uomo nella sua natura in quanto Figlio di Dio, e accompagna lo stesso verso un percorso di santità. Il titolo dell’esperienza scelto è : “Con Francesco nella Chiesa … Il sale della Terra”, poiché ognuno di noi, in linea con la missione della Chiesa, è chiamato a portare senso nella vita degli uomini. Come Francesco, che fu restauratore di una Chiesa in rovina, abbiamo la responsabilità di portare sapore in tutti i luoghi dove viviamo. La tematica è stata presentata la mattina da fra Gaetano Morreale, che ci ha riflettere ricordandoci che la Chiesa, mediante il battesimo, genera i figli di Dio, perciò le si può applicare l'immagine di Madre. In quanto però realtà che raduna in sè i figli di Dio è anche il popolo di Dio. La Chiesa è prolungamento dell’amore di Cristo e se io appartengo a Cristo appartengo anche alla Chiesa. Al momento formativo è seguito il momento della divisione in gruppi durante i quali i ragazzi hanno approfondito la tematica presentata attraverso spunti di riflessione e dinamiche fornite da- gli animatori. Dopo il pranzo, con una marcia improvvisata, animata da canti e suon di chitarra, ci siamo diretti verso la “Villa Palmeri” dove abbiamo vissuto il momento dei giochi. Alle 17.00 ci siamo riuniti presso il Monastero delle Clarisse dove, con tutta la famiglia francescana presente, abbiamo concluso questa intensa giornata con la Celebrazione Eucaristica. Ogni esperienza vissuta ti lascia sempre quell’entusiasmo e quella carica frutto di un’esperienza di condivisione e fraternità. Il nostro augurio per tutta la fraternità adolescenti è che, come cristiani e francescani, costruiscano attorno alla Chiesa un’idea sana, che sia il risultato di un percorso di maturazione di fede basato sulla Scrittura e sul Magistero e sull’Incontro. La promessa della Gioventù Francescana recita: “... vogliamo essere una comunità di fede che ha l'Eucarestia come centro, il Vangelo come guida, la Chiesa come Madre, i poveri e gli ultimi come fratelli...”. In questo percorso non vogliamo ragazzi che credono e basta, ma persone capaci d’interrogarsi e di mettersi in gioco, che hanno il coraggio di rischiare. Non abbiamo paura che il giovane possa entrare in difficoltà e in crisi sperimentando il conflitto. Siamo consapevoli che esso possa nascere e forse è anche opportuno che nasca. Allo stesso tempo però, vogliamo accompagnarli ed entrare dentro la logica di Dio, che è Amore, e fortificare così la propria Fede in modo che non ci si lasci abbindolare dalle facili risposte che oggi sembra fornirci la società. Angela Franco

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In Fraternità con Francesco MAGGIO 2014 pag. 15 nche quest’anno noi giovani della Gi.Fra. ci siamo adoperati per continuare la tradizione della Passio Domini. Arrivati all’undicesima edizione, la rappresentazione ripropone, con accurata attenzione ai testi del Vangelo e alla riflessioni di religiosi e scrittori, la passione di Nostro Signore Gesù, con l’intento di mostrare al pubblico una vera rappresentazione che fa riemergere nel contesto storico lo spettatore e soprattutto lo fa avvicinare con la preghiera al dolore e alle colpe che sono ricadute su Gesù durante la via verso il Calvario. La rappresentazione si conclude con la Resurrezione, momento di gioia in cui Cristo è risorto e con la preghiera, recitata da tutti i figuranti, che Gesù ci ha insegnato cioè “Il Padre Nostro”. Il nostro impegno è stato la realizzazione di una nuova scenografia e delle composizione scenografiche, per migliorare l’aspetto delle scene, renderle più realistiche e colpire gli occhi dello spettatore. Ogni scena è stata preceduta da un progetto iniziale basato su delle ricerche,che ci hanno permesso di individuare le caratteristiche del Tempio di Gerusalemme, del pretorio di Ponzio Pilato e del Cenacolo; così da rendere le scene più reali ed emozionanti. Con la tecnica della carta pesta, usata per i carri allegorici, abbiamo ricostruito su delle strutture precedenti le nuove colonne e una trabeazione per il Tempio sede del Sinedrio. I lavori sono iniziati giorno 24 marzo nei locali del nostro convento messi a disposizione dal Consiglio della fraternità e si sono conclusi l’11 Aprile. Sulle strutture delle colonne in cartone è stato applicato un primo strato di colla e carta di giornale, a cui sono stati aggiunti successivamen- PASSIO DOMINI: DIETRO LE QUINTE A te altri stati di carta, alla fine come placca di contenimento abbiamo spalmato sopra la colla vinilica non diluita. Quando la carta si è asciugata, abbiamo dipinto con il ducotone grigio le colonne e la trabeazione. In una fase successiva ci siamo dedicati alle sfumature e alle decorazioni artistiche, come i disegni delle greche, delle aquile e delle insegne romane. Infine sono state incollate le ultime decorazioni, cioè i cordoni, i lacci brillantati, le aquile in cartone e le stelle di Davide. La scenografia è stata montata nel pomeriggio del 13 Aprile, nei palchi, nel balcone della famiglia D’Asaro, in cui la sera si sarebbe svolta la scena di Ponzio Pilato e nella scalinata accanto alla Chiesa di Sant’Andrea, dove quest’anno per la prima volta, su un’idea nostra, è stato realizzato il Tempio di Gerusalemme, sede del Sinedrio. Già il giorno prima erano stati montati i teli della settimana santa nei pali della luce lungo via Nicolò Palmeri e le insegne romane in stoffa sui balconi della famiglia D’Asaro. La collaborazione quest’anno è stata enorme, e quindi noi come Gi.Fra. vogliamo ringraziare l’Ordine Francescano Secolare della nostra fraternità perché ha sostenuto le spese per l’acquisto dei materiali per la realizzazione della scenografia, la famiglia D’Asaro che ogni anno ci mette a disposizione la sua casa, l’amministrazione comunale e la protezione civile che con pazienza si è dedicata a mantenere l’ordine durante la manifestazione. Con l’aiuto della Provvidenza Divina speriamo di portare avanti una tradizione significativa per la nostra città e per la nostra fraternità francescana. Daniele Marsala e Giuseppe Cusimano

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